
Uno stato palestinese? Va bene, ma con quali confini? E’ chiaro che un eventuale riconoscimento della Palestina resta un’enunciazione di principio, ma se divenisse realtà quali sarebbero i suoi confini, vista poi la continua, progressiva espansione di Isreale, i cui confini originari del 1948 furono definiti “uno schizzo di Picasso”? E allora che dire dei confini della Croazia nata dalla dissoluzione della Jugoslavia? Il suo baricentro è esterno, sta in Bosnia-Erzegovina. Questa strana conformazione della Croazia deriva chiaramente da confini stabiliti a tavolino, che non seguono né limitazioni geografiche (catene di monti, fiumi etc..), né a volte etnie culturali, linguistiche, storico sociali. Per la Croazia si fa confusione fra la geografia e la politica: Istria e Dalmazia geograficamente non fanno parte della Croazia, il cui centro è casomai Byelovar, a est di Zagabria, L’Istria orograficamente chiude l’arco alpino, mentre la Dalmazia è isolata dall’interno da quel lungo muro costiero che sono le Alpi dinariche. Mi attengo al Profilo geografico della regione balcanica del geografo Elio Migliorini (1970), senza entrare in polemica con nazionalisti e irredentisti. Sorprende però che nell’indice CDD destinato alla catalogazione di biblioteca la Dalmazia venga classificata sub “Croazia – storia”, ricadendo nel corto circuito tra geografia e politica.
E a proposito di confini, ho sottomano due libri legati usciti ora e legati da un filo comune: il confine nordorientale dell’Italia: Il confine orientale, a cura di Alessio Anceschi, e Togliatti, Tito e la Venezia Giulia, di Marino Micich (1). Il primo la prende alla lontana, iniziando dal medioevo, mentre il secondo ovviamente affronta il delicato periodo che inizia con l’8 settembre 1943 e termina con il Memorandum di Trieste del 1954, che restituiva all’Italia per l’appunto la città di Trieste. L’identità delle zone laterali è sempre viziata dall’ideologia e in più certe zone rientrano nell’area di espansione di nazioni diverse, per cui l’attrito è parte strutturale della storia di certi confini, spostati da guerre e migrazioni e sempre in equilibrio precario.
Infine una riflessione. Se dovessi distinguere la differenza fra Benedetto XVI e Papa Francesco, la risolverei con una parola sola: confine. Laddove Ratzinger ha fissato i princìpi non negoziabili, Francesco li considerava divisivi e non ne ha mai parlato, come non ha mai parlato delle radici cristiane dell’Europa, priva per lui della centralità per noi scontata ma non per un sudamericano. Non parliamo poi dei confini nazionali, oltretutto chiusi ai migranti. Non che la Chiesa cattolica ami gli stati nazionali – in quello è coerente con il Socialismo, quasi fosse la stessa cosa – ma mai il principio era stato affermato con tanta coerenza da un pontefice. Vedremo ora che succederà con il più diplomatico Leone XIV.
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- Il confine orientale. Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, istria e Dalmazia / Alessio Anceschi. Torino, Edizioni del Capricorno, 2025. Pag. 159, prezzo 13 euro. L’altro è Togliatti, Tito e la venezia Giulia. La guerra, le foibe, l’esodo 1943-1954 / Marino Micich. Milano, Mursia, 2025. Pag. 185, prezzo 15 euro.
