Tutti gli articoli di Luigi M. Bruno

IL VIAGGIO DI ROBERTA

Roberta pensava di fuggire. Da tempo. Da sempre. Ci pensava ogni giorno; ci pensava ogni notte. La notte era il momento giusto: tutti dormivano in casa. Tutti?..Viveva sola con sua madre, o almeno quella strana donna che si diceva sua madre. Parlavano poco o niente, “quella” donna lavorava fuori tutto il giorno e per non aver problemi chiudeva Roberta in casa, a legger fumetti e a inventarsi giochi. Così la bambina giocava da sola tutto il tempo fantasticando di amici e avventure, finché “quella” tornava la sera a far da mangiare e a buttarsi sul letto guardando il soffitto e rimuginando le sue malinconie. Roberta aveva solo sette anni ma capiva bene che quella donna di poche parole e di poche carezze era triste. Ma che poteva farci? Roberta era sicura d’essere stata portata lì da qualcuno, un giorno, e che si fossero dimenticati di lei. Quella donna era un’estranea, lo sentiva. La notte, certe volte, piano piano si avvicinava a lei a vederla dormire; la guardava come se aspettasse un segno, un indizio. La guardava dormire col suo viso scontento anche nel sonno, con le rughe della sua fronte e i suoi capelli sul cuscino. No, non poteva essere sua madre. Altre volte Roberta, fuggendo dai suoi incubi, si svegliava di soprassalto con l’idea fissa d’essere osservata, custodita da esseri estranei, alieni. Forse anche quella donna, preoccupata sempre di non farla uscire da sola, di non farla giocare con gli altri bambini giù nel cortile, quella donna che guardava dormire di notte, anche lei era un’aliena venuta chissà da dove,a  tenerla con sé in quella casa silenziosa.

Così Roberta ogni notte pensava di fuggire, non sapeva dove, come, ma l’importante era lasciare quelle stanze, quei lunghi giorni a giocare da sola, quella donna che non conosceva.

Aveva nascosta una valigetta sotto il letto: ci aveva messo le sue piccole cose, i suoi disegni, un vestito, un po’ di biancheria. Così quella notte si decise. In punta di piedi andò in cucina a prendere del pane e del latte, lo ficcò nella sua valigetta. Poi si vestì piano attenta a non far rumore; si mise il cappottino. Andando di là a vedere se la donna dormiva sentiva il cuore batterle forte, le gambe tremare fin quasi a piegarsi. La donna dormiva col suo solito ansimare: forse anche i suoi sogni erano tristi, forse anche lei era prigioniera in quella casa. Coraggio!…aprire le porta, richiudere senza sbattere, fare la rampa di scale, aprire il portone. Eccola in strada con la sua valigetta tra le gambe. Non c’è nessuno. Neanche un’auto. Si sente solo un po’ di vento fischiare tra i pini del viale, il semaforo all’angolo che lampeggia muto. Vai, vai Roberta, coraggio!…è la volta buona. Cammina per due, trecento metri, guarda per terra i suoi passi, poi alza gli occhi: un’altra via, un’altra piazza. Ora è più buio. Roberta si ferma, improvvisamente non sa che fare, ha paura; ora le viene da piangere. Sì, non riesce mai ad andar oltre quella strada buia. La sua fuga si ferma sempre lì; nessuno viene in suo aiuto, nessun angelo la prende per mano. Il mondo laggiù è solo buio e silenzio. Come le altre volte Roberta, finite le sue lacrime mute, riprende la sua valigetta e torna indietro. Ha sempre con sé le chiavi di casa, come le altre volte.

Riapre il portone, rifà le scale, rientra in casa, si spoglia. La donna, di là, dorme rigirandosi tra i suoi soliti sogni. Roberta si stende sul suo lettino, tira fuori il suo pane e il latte e mangia piano. La notte è ancora lunga; sospira e chiude gli occhi abbracciando il cuscino…Un’altra volta,un’altra volta, pensa…la prossima volta riuscirò davvero ad andar via senza tornare indietro. E s’addormenta.

L’ULTIMO COMUNISTA

Forse riuscirò a morire coi miei capelli in testa. Pochi, pochi, ma quanto basta per far finta d’avere un ciuffo e darmi un’aria furba,sfacciata se non (ahimè!) addirittura “giovanile”, lietamente strapazzata..Intrigante? Intrigante poi per chi? Perché? Quali intrighi? Autogratificazione? come si dice? Prendersi per il culo. Ma i molti capelli servivano a far la rivoluzione. Unavolta ero il re dei cortei,il fanatico delle barricate. Sprezzante, coraggioso, sempre avanti a tutti. Lacrimogeni e manganelli mi eccitavano. “El pueblo unido jamà serò. vencido!” Che tempi! Io coi miei capelli arruffati e nerissimi,da corvo, la pelle olivastra e i miei occhi scuri e ben tagliati. Sei messicano? Mi dicevano. Brasiliano? Siriano? Eschimo e “mezzo” toscano. Sì, il “mezzo” toscano sfigurava un pò, allora non “usava”, sembrava roba da vecchi, da osteria. l’avevo ripreso da mio nonno, anima santa d’anarchico,quando correvo a portarglielo dal tabacchino. Ma adesso vino e toscano “tirano”, fanno moda, così ora il “mezzo” ce 1’hanno in bocca froci, papponi e portaborse. Il mio “mezzo”! Non lo mollavo mai fino a scottarmi la bocca, mi sentivo mezzo pistolero alla Clint, anche se i compagni più “fichi” rollavano cartina e tabacco, sempre stretto tra i denti, masticando saliva acidula. Perché si mastica il “mezzo”, non si succhia pendulo come fanno adesso i ricchioni e i ruffiani in cravatta e abbronzatura da lampada. Incominciai a perdere i capelli a 40 anni, quando smisi coi cortei e le mazzate, ma il colpo finale me lo diede Laura quando mi lasciò due anni fa. Quando si va parecchio giù va tutto in pezzi; i capelli che resistevano eroicamente in trincea incominciarono ad arrendersi in massa. Intravidi la “pelata” come l’orribile cadavere di un amico! Era finita. “L’ultimo comunista!”, mi rise in faccia Laura prima di andarsene, come volesse espormi alle beffe di un pubblico divertito; “…Eccolo lì!..” L’ultimo illuso voleva dire, anzi l’ultimo coglione. E meno male che mi risparmiò la frase fatidica: “Quando decidi di crescere?” Già, crescere per una donna in smania di riproduzione significa schiaffarsi sulle spalle sacchi e sporte di responsabilità, fatica, umiliazioni, correr dietro ai soldi contati, e poila famiglia. La famiglia è tutto ti dicono! Figli tra cacca e vomito, poi lacrime, pene, sangue, e magari se ce la fai arranchi a giocare coi nipotini, poi farsi mettere da parte a calci in culo come un inutile fuco spompato e coronare la “crescita” virile e responsabile con un fatidico e opportuno infarto. Quello sì che è un uomo! Al diavolo la famiglia! Le beghe, le corna, il fiato corto, ninna carrozzine e addormentati sugli “straordinari” e magari ti capita di ritrovarti con dei figli più stronzi di te. No. Io volevo il mondo per famiglia, la lotta da fare coi compagni, dividersi lacrime, risa, botte, vino. Andare per il mondo inseguendo la luce che ogni giorno va via: l’avventura, il sogno da rifare,la rabbia che ti monta il sangue, l’amore perduto e ritrovato. Il grande gioco da giocare con altri pazzi come te. I giorni erano pieni allora, pieni da scoppiare, le donne ti prendevano e ti lascia vano,e tu le prendevi e le lasciavi. Sole e pioggia, estate e inverno erano densi e forti, ti ubriacavano come liquori. La morte la prendevamo a calci quando veniva a metterci in tasca malinconie. L’ultimo comunista! Un peccato? Una malattia? Non voglio dimenticarmi dei sogni, dei pugni, degli urli in sezione, i discorsi tirati fino all’alba, fino alle lacrime agli occhi. Sentirsi dentro i giorni che erano per noi, solo per noi. Sentirsi e chiamarci e trovarci, prenderci per il bavero, picchiarci e volerci bene. Eravamo qualcosa,e sapevamo dove andare. E l’amore, l’amore … preso e rubato, a morsi profondi, affamati. Non voglio dimenticarmi di quel ragazzo che ero, pieno di capelli, di rabbia,di speranze assurde e bellissime. Voglio che quel ragazzo resti con me fino alla fine. No. Non voglio “crescere” per i due cuori nella tua capanna, per le tue culle, i tuoi mutui, i tuoi debiti per le vacanze, le tue domeniche intorno a un tavolo con i tovaglioli ripiegati,e magari la scopata il sabato sera dopo la partita in televisione. Non voglio essere il tuo uomo Anna, Francesca, Paola, Daniela o come accidenti vi chiamavate! Voglio morire senza invecchiare, rivoglio i miei capelli,datemi l’eschimo e il “mezzo” da masticare. Voglio uscire e andarmene via. Tieni, riprenditi le tue stramaledette lacrime e tutte le mie piante per te! Ti strappo dai miei occhi e m’innamoro del mondo… fottiti Laura!

http://youtu.be/GQAWJHITdhg