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Democrazia: Il voto non è sufficiente

Una Democrazia non può essere misurata sulla regolarità dell’elezioni, bensì sulla metodologia con la quale vengono organizzate e non solo per la libertà d’espressione concessa ai vari partiti, ma anche per il grado d’indipendenza dei vari organi e strutture dello stato.

In Russia, negli Stati uniti, in Turchia, in Venezuela, in Egitto, gli elettori vengono chiamati ad esprimere le loro preferenze politiche, mentre in Cina questo non avviene, ma il controllo esercitato da Erdogan, Putin, Al-Sisi e Maduro sulla magistratura e sulle forze armate non è inferiore a quella di Xi Jinping, mentre Trump e qualche botolo dell’Europa del’est ambirebbero a poter esercitare tale potere.

Più che Democrazie, con qualche distinzioni, ci si può trovare davanti alla Democratura tollerata dall’Occidente per pura convenienza, che viene condannata direttamente o indirettamente.

In Turchia, con la scusa di essere un baluardo contro i flussi migratori, l’Occidente non ha additato più di tanto Erdogan quando ha “rafforzato” i poteri governativi. Una manovra nell’ordine democratico che gli ha permesso non solo di emarginare ogni opposizione, ma di incarcerare giornalisti e parlamentari democraticamente eletti.

Ad al-Sisi si perdona la compressione delle libertà, che hanno esaltato l’esuberanza con la quale riesce a zittire ogni voce che si alza per denunciare le continue violazioni dei Diritti umani e le scomparse di cittadini egiziani e stranieri come il francese Eric Lang o l’italiano Giulio Regeni, anche perché la sua intransigenza tiene sotto controllo, per quanto è possibile, jihadisti nel Sinai.

I presidenti francesi, prima Hollande e ora Macron, hanno sempre voluto distinguere tra la violazione dei Diritti dall’ambito affaristico e lo stipulare contratti per la fornitura di armamenti vari e l’Italia dietro nel firmare accordi per lo sfruttamento dei gas naturali.

La lotta al terrorismo è un ottimo viatico per sospendere o addirittura violare i Diritti umani, d’altronde “non è possibile applicare gli standard europei” e gli interessi commerciali e geopolitici vengono prima della libertà delle popolazioni.

Il Venezuela di Maduro è riuscito ad inimicarsi gran parte dei governi con l’imporre la sua “legittimità elettiva”, senza offrire qualche vantaggio. Gli Stati uniti continuano ad imporre la propria visione del Mondo e quando impongono delle sanzioni a quel governo piuttosto che a quell’altro, è meglio che gli altri si accodino, altrimenti anche loro saranno sanzionati. Nella confinante, e democraticamente riconosciuta, Colombia il presidente ha aperto la caccia non solo ai dissidenti delle Farc ma anche a quell’opposizione rappresentata dai suoi ex esponenti.

Così l’Unione europea anche se volesse intrattenere rapporti commerciali con Putin, non potrebbe perché la politica estera russa ha strappato la Crimea all’Ucraina, ignorando la restrizione delle libertà che hanno  portato le commissioni elettorali a ritenere impresentabili chi non è gradito e quando questo non basta ecco le sparizioni di giornalisti ed oppositori.

Un’arroganza che ha portato i russi del gruppo petrolifero Lukoil a chiedere al ministro degli interni italiano di limitare il diritto di sciopero nel polo petrolchimico di Isab di Priolo nel siracusano.

Mentre Erdogan, con un’economia in recessione e la sconfitta elettorale della scorsa primavera, è tornato a distrarre i turchi con una nuova campagna anticurda e con proclami di nuove operazioni militari in Siria, aumentando la vigilanza dell’organismo di controllo nazionale sui social network, divulgatori di una “visione” della società contraria a quella del sultano, dopo aver chiuse una cinquantina di testate, monitorato il lavoro dei corrispondenti esteri e arrestato 189 giornalisti, tra le oltre 77mila persone e le centinaia di migliaia allontanate dal loro impiego.

Nonostante tutto la Turchia è ritenuta un paese democratico e di fatto lo è se l’opposizione riesce a dispetto degli arresti e delle emarginazioni a vincere, anche se dei sindaci democraticamente eletti vengono destituiti perché curdi. Nelle ultime amministrative si è evidenziando il divario, non solo turco, tra il voto nelle grandi città, aperto ai cambiamenti, e nelle aree urbane e quelle rurali legato ad una politica oscurantista più tradizionalista.

L’Europa e l’Occidente sono portati, per convenienza, ad usare una voce afona quando dovrebbero criticare o magari condannare certe abitudini di quei paesi che intrattengono rapporti politici ed economici favorevoli e abbiamo altri esempi di Democrazie dalle sfumature autoritarie come quella guidata dall’ungherese Orban impegnato soggiogare magistratura e informazione o dal filippino Duterte che suggerisce usare la mano più che pensate con chi infrange la legge, dal brasiliano Bolsonaro intanto a svendere un continente agli interessi di pochi, mentre guarda l’Amazzonia bruciare, così anche il presidente boliviano, presupposto esponente di sinistra, Edo Morales frutta indiscriminatamente l’Amazzonia e i suoi abitanti o l’indiano Modi che vuole un’india monolitica, un unico popolo con un’unica cultura. Poi c’è anche chi da alfiere delle libertà si è trasformato, dietro il vessillo elettivo, nell’autoritario Daniel José Ortega Saavedra.

Mentre le destre europee reputano anche l’Unione europea poco democratica e la Commissione accentratrice, una convinzione dovuta più ad una limitata capacitò di comunicazione, più da un vero potere di Bruxelles, che condiziona ogni esercizio del voto sia comunitario che nazionale, portando l’elettore ad essere vittima di campagne fatte di slogan, esprimendo le proprie simpatie politiche di pancia.

Nella consolidata democrazia britannica è Boris lo sfascia tutto a utilizzare la costituzione per ottenere la firma della regina e decretare la proroga delle ferie dei parlamentari per poter risolvere la Brexit a suo modo.

La realtà della Democrazia è impalpabile, meno tangibile della Libertà perché ognuno si sente libero a suo modo, mentre la Democrazia si confronta e coinvolge anche gli altri.

C’è chi vuol salvare il popolo dalla Democrazia e chi come Winston Churchill che la stigmatizzava “la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora.”

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Qualcosa di più:
Giulio Regeni: Affari e depistaggi
Egitto e Turchia: i Presidenti si ripetono
Egitto: Una Primavera che non è fiorita
Egitto, ingabbia i Diritti
Egitto e caso Regeni: la polveriera egiziana
Omicidio Regeni. Diritti civili intesi dagli alleati ingombranti
Una pericolosa eredità in Egitto. Polvere di diamante di Ahmed Mourad
Egitto: un bacio eversivo. Tutti in piazza il 30 agosto
Islam: dove la politica è sotto confisca
L’Egitto sull’orlo dell’irreparabile
L’Egitto si è rotto
L’infelicità araba
Egitto: laicità islamica
Nuovi equilibri per tutelare la democrazia in Egitto
Egitto, democrazia sotto tutela
Primavere Arabe: il fantasma della libertà
Mediterraneo megafono dello scontento

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Turchia: un regime che vuol governare facile
Turchia: il Sultano senza freni
Turchia: la diplomazia levantina
Turchia: Il sogno del Sultano diventa realtà
Migrazione: il rincaro turco e la vergognosa resa dell’Ue
Migrazione: La sentinella turca
Erdogan, il pascià autocrate

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Europa: una speranza di Unione
Europa: Il clima delle nuove generazioni
Europa e la geopolitica
Europa che si emancipa
L’Europa in cerca di una nuova anima
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Migrazioni, cooperazione Ue-Libia | L’ipocrisia sovranazionale
Migrazione | Conflitti e insicurezza alimentare
Migrazione in Ue: il balzello pagato dall’Occidente
Macron: la Libia e un’Europa in salsa bearnaise
L’Europa e la russomania
Europa: Le tessere del domino
Europa: ogni occasione è buona per chiudere porte e finestre
Migrazione: il rincaro turco e la vergognosa resa dell’Ue
Europa: cade il velo dell’ipocrisia
Arroccarsi nell’Arrocco: la posizione dell’Europa sull’immigrazione
Europa: i nemici dell’Unione
Russia: dalle sanzioni al tintinnar di sciabole
Europa: la confusione e l’inganno della Ue
Europa, fortezza d’argilla senza diplomazia
Erdogan, il pascià autocrate
Tutti gli errori dell’Unione Europea
Un’altra primavera in Europa

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La Turchia rimuove tre sindaci kurdi

Adnan Selçuk Mızraklı, Ahmet Türk, Bedia Özgökçe Ertan erano stati eletti al primo turno delle recenti amministrative turche, quelle in cui il partito di governo Akp ha perduto le maggiori città del Paese. I tre guidavano rispettivamente: Dıyarbakır, Mardin e Van. Pochi giorni fa un intervento del ministro dell’Interno li ha rimossi dall’incarico in base alle leggi speciali sulla sicurezza e il terrorismo entrate in vigore dopo il tentativo di golpe del luglio 2016 e non più cancellate. Con queste misure il presidente Erdoğan ha compiuto un fenomenale repulisti in molti settori della nazione. Esercito, polizia, magistratura, amministrazione pubblica, istruzione e università hanno conosciuto un ricambio di personale con arresti, pensionamenti, dimissioni d’ufficio e ‘volontarie’ subìte da decine di migliaia di cittadini. Nell’occhio del ciclone la rete Hizmet dei cosiddetti fethullaçi, i seguaci di Fethullah Gülen, che sono spariti (almeno quelli noti all’Intelligence interna) in tutte le strutture in cui erano collocati in ruoli anche di prestigio. Ma l’apparato di regime erdoğaniano ha usato quel tragico evento che, comunque produsse 290 vittime e 1440 feriti, per colpire l’opposizione, specie quella da lui maggiormente temuta del Partito Democratico dei Popoli.

Che dal novembre 2016 vede il co-presidente Selahattin Demirtaş in galera, come peraltro una dozzina di deputati del partito per la rimozione dell’immunità parlamentare, cui si sono aggiunte accuse di presunti legami “col terrorismo del Pkk”. Nella condizione di recluso Demirtaş ha partecipato alle presidenziali del 2018 (8.4% i suffragi ottenuti) e la situazione sua e dei compagni di partito ha spinto la “Corte Europea” a condannare la Turchia per la violazione di alcuni articoli della Carta dei diritti dell’uomo e una compressione della democrazia nel Paese. I tre sindaci rimossi avevano ampiamente vinto la consultazione nei propri distretti col 62.93%, 56.24% 53.83% di voti, infliggendo a tre candidati dell’Akp giunti secondi dal 28% al 13% di distacco. Finora non era accaduto nulla, specie dopo la batosta ricevuta a Istanbul dal partito di maggioranza. Lì Erdoğan aveva spinto per ripetere un confronto che il suo candidato e uomo di governo Yıldırım, aveva perduto contro l’astro nascente del partito repubblicano: Ekrem İmamoğlu. Questi in prima battuta era avanti di dodicimila preferenze poi, col ritorno alle urne il 23 giugno, ha scavato l’abisso di ottocentomila schede a suo favore. Uno smacco che ha lasciato il segno, con la spinta offerta dalla comunità kurda della metropoli che, anziché astenersi, ha dato fiducia allo sfidante capace di battere il regime.

Ora in pieno agosto giunge la reprimenda del dicastero dell’Interno che cerca pretesti nelle misure antiterrorismo per limitare il profondo radicamento della comunità kurda nelle terre abitate e amministrate con rigore dagli esponenti dell’Hdp. Nonostante gli annosi boicottaggi delle risorse finanziarie spettanti a quei distretti che Ankara spesso ritarda oppure cancella. Peraltro figure come Türk ben conoscono le azioni repressive. Durante i molteplici arresti del 2016 anche lui finì detenuto, venendo rilasciato dopo quattro mesi solo per le precarie condizioni di salute. Eppure non s’è fermato, s’è rispeso per la sua gente. La rimozione da sindaco e quella dei colleghi del sud-est non è una novità nella cronaca politica turca anche recente, il pretesto di cavilli burocratici è stato già usato. S’aggiunge l’intento di svilire le scelte di rappresentanza di quella comunità, rendendo vano il cospicuo patrimonio elettorale e magari inducendo fra gli elettori un senso di frustrazione per un’inutilità di orientamento del voto su persone che rischiano d’essere messe fuorigioco da “motivi di sicurezza nazionale”. La mossa del regime è anche quella di logorare la fiducia dei kurdi sulla possibilità di darsi figure di riferimento e strumenti di contropotere locale.

Enrico Campofreda
Pubblicato il 27 agosto 2019
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Afghanistan, le bombe del sangue e dell’angoscia

Cosa dice la bomba che stamane ha colpito un bus sulla via di scorrimento fra Kandahar ed Herat? Intima a chiunque di restare dov’è, di non viaggiare e neppure transitare, pena la morte. Quella che hanno subìto soprattutto donne e bambini che erano sul mezzo e che sono crepati in trentaquattro. Finora, perché si contano feriti gravissimi sia fra i passeggeri, sia fra i disgraziati che al momento dell’esplosione erano per via. Tutti investiti dalla potentissima deflagrazione, tutti inghiottiti nel buco nero della morte certa che lancia il messaggio di dissuadere decine di migliaia di afghani da qualsivoglia movimento. Chi vuole tutto ciò sono i talebani, i dialoganti di Doha e Mosca, i dissidenti che si firmano Stato Islamico del Levante che non cercano colloqui ma esaltano il terrore. Via ripresa dagli stessi studenti coranici ortodossi il cui credo è rendere impossibile ogni scelta politica senza una propria investitura priva di contropartite. Gli attentati afghani, hanno rilanciato il ritmo sanguinoso e asfissiante di diciotto mesi fa, quando i due schieramenti jihadisti si scontravano a distanza per dimostrare chi fosse il più efficacemente sanguinario. A pagarne le spese i civili, quelli che i turbanti d’ogni tendenza dicono di voler liberare dall’occupazione statunitense e dai soprusi del governo fantoccio di Ghani, per imporre le proprie volontà, né più né meno quelle del quinquennio 1996-2001.

Eppure i taliban sono cambiati; certo sono più efficienti, più tattici, maggiormente pieni del proprio delirio d’onnipotenza perché sanno d’essere apprezzati da molte sponde politiche e della “sicurezza”. Le Intelligence pakistana e americana continuano, secondo le convenienze, a foraggiarli e cacciarli. I turbanti restituiscono la pariglia: parlano e sparlano, combattendo e adattandosi a una guerra sporchissima per il potere. Purtroppo mietono vittime, come ma non più di altre componenti, lo dichiara dati alla mano l’agenzia Onu Unama, che ieri, come ogni anno, ha diffuso il computo dei “danni collaterali” provocati finora. Sono stati uccisi 1.366 civili, il 52% dalle forze filogovernative, il 39% da soggetti che a esse s’oppongono, mentre per un 9% la responsabilità rimbalza dalle une alle altre. I lutti nelle famiglie afghane restano costanti dal 2013 (anche allora un presidente Usa, Obama, parlava di ritiro delle truppe, ma ritiro totale non c’è mai stato). E quindi 1.615, 1.644, 1.672 assassini, col record di 1.729 l’anno scorso. La tendenza attuale può produrre un aumento, come del resto c’è fra i feriti che da tre anni superano le seimila unità. Molti di costoro rimarranno invalidi, anche in tenera età. Potranno forse ricevere il conforto delle protesi che da tre decenni lo staff del dottor Alberto Cairo produce apportando migliorie tecniche sempre più spiccate.  Ma è una consolazione magrissima poiché molti di questi giovani non riusciranno a svolgere un lavoro, ad avere una vita normale, visto che di normale in Afghanistan c’è solo la guerra imposta dalla geopolitica mondiale.

Enrico Campofreda
Pubblicato il mercoledì 31 luglio 2019
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Tunisia, l’ombra degli ex militari dopo la morte di Essebsi

Muore, per un’intossicazione alimentare non sopportata dalla vetusta età (92 anni), il camaleonte della politica tunisina Essebsi e nella settimana di lutto nazionale è già un fremere d’ipotesi future. Il 15 settembre è prevista l’elezione del successore, mentre per la prima settimana d’ottobre erano state calendarizzate le consultazioni politiche alle quali potranno partecipare decine e decine di formazioni dell’atomizzato panorama nazionale. Fra quelle quotate per concrete possibilità di ricevere consensi e formare un esecutivo o alleanze per esso c’è Nidaa Tounes, il partito del defunto Capo di Stato, gruppo laico e sedicente di centro-sinistra come lo sono formazioni liberiste sparse un po’ ovunque nel mondo. Quindi gli islamisti di Ennadha, che sull’incendio delle primavere arabe avviato, nel dicembre 2010, dall’autodafé dell’ambulante Mohamed Bouazizi, portarono la formazione al potere. Per tre anni. Vissuti pericolosamente, e nonostante i consigli di moderazione dello storico leader al Ghannouchi, finiti a scontare le accelerazioni estremiste d’uno jihadismo interno, maculato nel 2013 dall’assassinio di due politici progressisti: Chokri Belaid e Mohamed Brahmi. L’indignazione popolare e le successive scosse produssero il cambio di orientamento politico a Tunisi e dintorni, assediata nel marzo 2015 dagli attacchi del jihadismo firmato Daesh, con l’attentato al museo del Bardo che fece ventiquattro vittime.

Sulle paure del recente passato, la navigazione a vista degli ultimi cinque anni rattoppati attorno alla figura d’un ottantasettenne pragmatico ma non carismatico, l’irrisolutezza di problemi rimasti intonsi: mancanza d’investimenti e disoccupazione stabilmente in doppia cifra (15% nazionale, che triplica la percentuale se si parla di giovani fino ai 25 anni), vaghezza politica, ora s’affaccia il classico partito d’ordine, formato mesi addietro da ex militari. I seguaci di tal Mustafa Saheb-Ettabaa – omonimo d’un ministro dell’Ottocento quando il Nord-africa maghrebino apparteneva all’Impero Ottomano – è figlio d’un clan benestante che lo spedì a far carriera come ufficiale, un percorso durato sino alla seconda metà degli anni Novanta. Quindi, pensionamento anticipato come s’addice a tutti i militari del mondo, e immersione nella sfera affaristica sino alla folgorazione della politica, appunto nel 2011 all’alba del subbuglio della  nazione. Eppure la velleità d’esporsi in prima persona è recente, giunge alla fine dell’anno scorso, quando assieme ad altri ex ufficiali fonda il gruppo “Agissons pour la Tunisie”. Chi conosce Saheb-Ettabaa afferma che covava quell’idea da tempo, però ora esce allo scoperto presentandosi all’agone che, inevitabilmente, ripartirà nei prossimi mesi. Quello che l’ex ufficiale sottolinea con dichiarazioni pubbliche ed interviste, una recente è stata rilasciata al sito Sputnik, è la voglia d’ordine che aleggia in alcuni strati della società tunisina. Sicuramente quella dei gruppi affamatori della popolazione, passati attraverso le lobbies, cui egli stesso appartiene, e quelle della politica incarnata dall’ex presidente Ben Ali.

Tutt’uno coi potenti clan familiari, un nome per tutti: i Trabelsi della consorte Leila. Accanto all’esempio di ulteriori satrapi mai puniti dalla Storia e dal Fato, com’è il raìs egiziano Mubarak, questa tipologia di dittatori arricchiti sulla pelle dei concittadini, riesce a godersi i beni indebitamente accaparrati, anche perché nessun governo insediato successivamente, nessun Tribunale Internazionale ha promosso azioni legali, seppure su costoro pesino accuse di appropriazione indebita, frode ai beni dello Stato, oltreché crimini come complicità per detenzioni, torture, uccisioni e stragi di oppositori. Ben Ali, tanto per dire, è a Gedda, gode della protezione dei Saud, senza che alcuna democrazia occidentale od orientale eccepisca nulla. E in uno dei Paesi islamici mediterranei, con una popolazione non così strabordante (11 milioni), ma bisognosissima tanto da continuare a migrare, morire in mare e in più morire e far morire per la “guerra santa”, poiché assieme al Marocco è uno dei terreni di reclutamento jihadista, nulla è cambiato dai giorni della cacciata del presidente amico dell’internazionale delle ruberie “socialiste”. E’ in quest’assenza di soluzioni, nel tirare a campare degli umili senza speranza, nel riproporsi di partiti incapaci di elaborare alternative, che gli affamatori rilanciano i travestimenti.  Sostengono di lavorare per programmi inediti, ripropongono solo vecchi privilegi che a lungo ne hanno favorito l’esistenza e provano a occupare il vuoto di potere vagheggiando comandanti e disciplina a senso unico. Una beffa per chi avrebbe bisogno di giustizia.  

Enrico Campofreda
Pubblicato il venerdì 26 luglio 2019
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Galata, piede italiano ad İstanbul

Da sempre ponte fra due mondi, la città di İstanbul fu uno snodo centrale per il commercio delle Repubbliche marinare, le quali proprio qui posero alcuni dei propri centri più importanti. Menzione d’onore, naturalmente, per Galata, un possedimento genovese destinato a far la storia di questa città.

Colonia genovese

 Come tutte le altre Repubbliche, anche Genova aveva fondato la propria base commerciale nell’allora Costantinopoli, in un luogo separato dal resto della città e fino ad allora chiamato Sykais Peran, alla lettera: Il campo di fichi dall’altra parte. Sarà la Quarta crociata, però, a trasformare definitivamente in genovese il quartiere, legando per sempre la sua storia al Bel Paese. Durante quest’ultima, infatti, i crociati, capeggiati da Venezia, misero a ferro e fuoco la città, fondando l’Impero latino di Costantinopoli e creando la spaccatura che tutt’oggi esiste fra cattolici ed ortodossi. I genovesi, però, aiutarono i bizantini a riprendere il controllo della città e così, nel 1273, il quartiere di Galata venne donato Michele VIII Paleologo ai liguri.

Galata
İstiklal Caddesi a Galata

La colonia crebbe e prospero, diventando senza dubbio l’insediamento italiano più storico al di fuori della Penisola e permettendo ai suoi abitanti incredibili ricchezze e rotte privilegiate verso la Crimea, all’epoca centro nevralgico per il commercio di pellicce. Nel 1453, essendo certi della capitolazione della città, non fecero troppe resistenze alla conquista ottomana, consegnando, anzi, di propria spontanea volontà le chiavi della celebre torre di Galata.

Galata

Le fortune del quartiere non finirono, però, con la conquista turca venendone agevolati in moltissimi aspetti. L’Impero tenderà infatti a suddividere i popoli per fede, piuttosto che per etnia, e ciò porterà le anime cattoliche della città a riunirsi proprio in questa zona, trasformandola in una delle vie principali della città per il commercio.

Galata
İstiklal Caddesi a Galata

La cosiddetta “Nazione latina”, composta sopratutto da italiani e francesi, godrà di un ruolo privilegiato nel traffico di mercanzie e nel ruolo di ambasciatori, situazione ulteriormente favorita dalle “capitolazioni” ottomane. Tramite questi trattati, i cittadini stranieri residenti nell’Impero venivano giudicati secondo la propria giurisdizione, cosa che gli permise spesso di ottenere condizioni agevolate rispetto ai locali. Con le guerre fra Italia e Sublime Porta, il quartiere venne pian piano svuotato della sua popolazione italica, che tuttavia risiede ancora oggi nel luogo fondato dai propri antenati. Un pezzo d’Italia in Turchia. (Non a caso il Galatasaray è tutt’oggi il club calcistico più “europeo” di Turchia)