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Blue Moon

Tu di solito dove vai?” – “Da nessuna parte, sono sposato”. Sto al Blue Moon, storico locale di strip-tease al centro, una volta cinema per i soldati del vicino distretto militare, oggi totalmente rinnovato. Sono entrato alle 17 ma fino alle 18.30 c’è solo il film, un pornazzo d’epoca: recitano Barbarella e un clan di pornostar vecchio stile, il set è forse una villa all’Olgiata. “Ti piace film?” “Beh, è roba vecchia”. Non solo: le scopate sono casuali e i dialoghi sembrano scritti in coma etilico. La ragazza che mi si è seduta a fianco e mi liscia il pelo è una giovanissima russa molto carina e per niente volgare, né le chiedo da dove viene perché l’accento è chiaro. Mi volto: le ragazze di sala sono almeno tre, ma per ora siamo solo in quattro, in attesa dello spettacolo. La mia amichetta mi propone di appartarci per 60 euro, ma non ho soldi. “Anche carta di credito”. No, perché sto in rosso e la banca me la blocca. Vero. Comunque ormai ho capito come funziona. Ovviamente lei mi saluta e se ne va. La ringrazio.

Due parole sul locale: mi aspettavo un buco e invece è molto ampio, con teatrino, pedane, pali per lap-dance, poltrone, divani, un bar e persino una tenda orientale per chissà quali trasgressioni. Tutto è pulito, ben illuminato e anche l’impianto delle luci è perfetto. Per entrare ho pagato solo 10 euro e posso teoricamente restare fino alle 4 del mattino. Dalle 18.30 in poi sul palco e tra i divani si alterneranno almeno cinque o sei artiste, ma ho tempo per apprezzarne una sola. La quale è una bruna atletica e panterona, ovviamente sensuale e generosa: il corpo alla fine, velo dopo velo, è stupendo e del resto quando ti passa davanti a un millimetro di distanza è assurdo non accorgersene. Cicciolina e Moana molti anni fa iniziarono qui la loro carriera, e del resto una delle ragazze che stasera si spoglieranno si definisce orgogliosamente “pornostar”. In fondo, a parte i soldi, a spingerti sul palco e davanti a una videocamera è l’esibizionismo che ti porti dentro da quando sei nata. Quanto a me, volevo solo passare un paio d’ore senza pensieri, ma mi accorgo che certi spettatori in sala conoscono benissimo tutte, quindi ci vengono spesso e hanno persino una certa confidenza. In fondo qui è tutto open: niente tessere, niente trappole, tariffe chiare. Ma per avere prezzi così bassi vuol dire che i tempi non sono più quelli di una volta. E’ un po’ la sorte dei cineclub: nel secondo millennio ne restano pochi ma buoni.

 

Roma. Luoghi senza segreti

La Soprintendenza Speciale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Roma da qualche tempo sta impegnandosi per sistemare al meglio l’immenso patrimonio di cui dispone in modo da poterne migliorare l’offerta ai sempre più numerosi visitatori. Accanto al Colosseo il complesso più visitato è quello costituito dal Foro Romano e dal Palatino e si stima che il numero dei visitatori per l’anno in corso sfiorerà i 7 milioni. Alle numerose zone da sempre aperte al pubblico dal prossimo 28 settembre si aggiungeranno altri siti finora chiusi o raramente visitabili su prenotazione da parte di gruppi organizzati; è previsto in questo caso un biglietto supplementare valido due giorni in modo da poter visitare tutti i siti che saranno aperti a giorni alterni.
L’itinerario comprende visite che riguardano architettura, scultura e pittura. Partendo dal Foro i luoghi, non più segreti, sono il “Tempio di Romolo”, “Santa Maria Antiqua”, l’”Oratorio dei Quaranta Martiri”, la “Rampa Domizianea” il “Criptoportico Neroniano”, il “Museo Palatino”, la “Casa di Livia”, la “Casa di Augusto”, la “Loggia Mattei” e l”’ Aula Isiaca”. Criptoportico e Museo saranno sempre aperti mentre i siti del Palatino saranno aperti lunedì, mercoledì, venerdì e domenica; i siti del Foro martedì, giovedì, sabato e domenica. Il “Tempio di Romolo” è un edificio dell’inizio del IV secolo d.C., secondo la tradizione fu fatto costruire dall’imperatore Massenzio in onore del figlio Romolo morto bambino; è in ottime condizioni, ancora con le porte bronzee originali, e nel medioevo fu adattato a cappella ed ingresso della vicina chiesa dei SS. Cosma e Damiano; attualmente nell’interno contiene numerosi resti di pitture cristiane di varie epoche e vi sono esposti reperti provenienti dal vicino Lucus Iuturnae, antica fonte sacra nel Foro riccamente monumentalizzata.
L’”Oratorio dei Quaranta Martiri” è l’originario vestibolo d’ingresso al palazzo imperiale trasformato in epoca cristiana in una chiesa dedicata a 40 soldati romani cristiani fatti giustiziare da Diocleziano, all’interno affreschi risalenti all’VIII secolo. Adiacente è la chiesa di Santa Maria Antiqua costruita tra il V e il VI secolo in un grande ambiente di età domizianea; per secoli fu arricchita di opere d’arte finché l’edificio fu parzialente distrutto e abbandonato prima dell’anno 1000. Fu riscoperta all’inizio del XX secolo mostrando il suo magnifico patrimonio di pittura medioevale. Dalla chiesa si passa per la “Rampa Domizianea” grande accesso al Palatino e si raggiunge il Museo ospitato in una palazzina costruita a metà ‘800 che contiene numerosi ed interessanti reperti rinvenuti in scavi nelle zone vicine. Altro accesso è attraverso il “Criptoportico Neroniano”, un grande corridoio lungo 130 metri che collegava diverse zone del Palatium, ha il pavimento in mosaico, in parte ancora esistente, e la volta decorata da finissimi stucchi.
Cuore della visita è la “Casa di Augusto” costituita da vari ambienti con cospicui resti di pittura e mosaici pavimentali a tessere bianche e nere. Sono visibili la “sala dei festoni di pino”, la “stanza delle prospettive”, il peristilio, il soggiorno, “oecus”, e il piccolo raffinato studiolo di Augusto descritto da fonti antiche. Adiacente una casa di tarda epoca repubblicana attribuita a Livia, moglie di Augusto, per il rinvenimento di una tubatura plumbea con inciso il nome Iulia Augusta; è stato scavato un atrio quadrangolare su cui affacciano quattro locali riccamente decorati, due piccole stanze, il tablinium e il triclinium. Tra i resti dei palazzi imperiali era stata costruita una villa, a cura della famiglia Stati poi passata nel 1595 ai Mattei, di cui ora rimane solo una loggia decorata a grottesche e soggetti mitologici ad opera della bottega di Baldassarre Peruzzi. Dalla loggia si può osservare l’”Aula Isiaca” trovata nelle vicinanze nel 1912 e ricostruita in un vasto vano del palazzo imperiale. È un ambiente absidato riccamente decorato all’inizio del principato augusteo con numerosi riferimenti ad ambienti egizi ed al culto isiaco.
Il programma presentato è davvero allettante, occorre attendere il 28 settembre per controllare come il sistema andrà a regime sia per lo scaglionamento delle visite sia per il sistema di acquisizione biglietti e prenotazioni gestito da CoopCulture.

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LUNA AL FORO 2017
Dal 5 maggio al 28 ottobre 2017

Info e Prenotazioni:
E’ possibile effettuare le prenotazioni a partire da venerdì 21 aprile ore 9.00 online o tramite call center

Prenotazione obbligatoria:
dal lunedì al venerdì dalle 9.00 alle 13.00 e dalle 14.00 alle 17.00
il sabato dalle 9.00 alle 14.00
tel. 06 399 67 700

http://www.coopculture.it/

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75 ore a Milano

Premesso che è consigliabile perdersi in una città per poterla apprezzare o diventarne allergico, il vero e proprio viaggio inizia appena fuori dalla stazione.

Remo Turchi, alla fine degli anni ’30, cinguettava: Passeggiando per Milano /camminando piano, piano / quante cose puoi vedere, / quante cose puoi sapere, poi venne Memo Remigi con Innamorati a Milano (1965) – Sapessi com’è strano / sentirsi innamorati / a Milano. / Senza fiori, senza verde, / senza cielo, senza niente / fra la gente, (tanta gente)  – e oggi abbiamo Dargen D’Amico che rap: Amo Milano perché quando il sole sorge / Nessuno se ne accorge / Amo Milano perché non si nota / Per l’Europa Italia, per l’Italia Europa / Amo Milano perché è un giardino degli Emirati / E siamo tutti immigrati.

Milano è una di quelle mete facilmente raggiungibili da ogni luogo d’Itala e di Europa, rendendo il viaggio godibile se realizzato con il treno per lo scorrere dei paesaggi e potersi soffermare alla giusta distanza, non è come essere ingabbiati nelle carlinghe volanti, con le storie narrate dai volti e dagli abiti dei cooviaggiatori, ma soprattutto potendo limitare le emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera e trovarsi subito direttamente nel cuore della città.

È opportuno, scegliendo di arrivare a Milano dalla Stazione Centrale, prenotare la visita al Binario 21 e al Memoriale della Shoah da visitare magari il giorno della partenza, non essendo sempre aperto al pubblico. La visita è l’occasione di riflessione sulla “banalità del male” negli spazi sotterranei nei quali si accede da via Ferrante Aporti, dove gli ebrei venivano, dal 1943 e al 1945, raccolti e deportati, dopo una sosta di un paio di giorni, verso Auschwitz-Birkenau, Bergen Belsen o ai campi italiani di raccolta come quelli di Fossoli e Bolzano. Un’umanità che veniva caricata su vagoni merci, con l’utilizzo di un elevatore per essere trasportati al sovrastante piano dei binari.

Ci si accorge, uscendo dalla Stazione Centrale, della grandiosità pretenziosa della sua architettura, impegnata a dare un contributo più al pesante Déco che al Liberty, ma il risultato e una rilettura dell’architettura assiro-babilonese nell’ingabbiare binari e servizi in uno sproporzionato sarcofago. Una realizzazione nonostante tutto ben più austera, in linea con l’Italia giolittiana di quel periodo, di quello che prevedeva il progetto originario ricco ornamenti di corone, festoni e motivi geometrici astratti, oltre a torri, statue e orologi.

Nello piazzale antistante la Mela integrata di Pistoletto non è solo il simbolo di un’idea d’arte, ma anche il reale rifugio di un’umanità migratoria che sosta a Milano con la speranza di potersi ricongiungersi con i familiari in Francia, in Germania o magari sino ai paesi Scandinavi, come raccontato nel film Io sto con la sposa .

Si lasciano i bagagli a casa di amici o in una foresteria religiosa, per non andare incontro ai poco economici alberghi meneghini, affrontando poi una città che guarda più a Parigi per gli spazi che all’intimità viennese, come si decanta nel libro di Sellerio Milano è una seconda Parigi (2007) sulle impressioni dei viaggiatori angloamericani.

Milano appare subito come una città protesa verso il futuro, con passo spedito che da anni miete vittime nelle testimonianze del passato. Come le antiche mura del periodo romano, come di quelle medioevali e spagnole, grazie all’impegno del Barbarossa che le giudicava una sfida e poi successivamente con il ritenerle un impedimento alla viabilità cittadina.

La Torre Velasca o il Pirellone, progenitori dei nuovi grattacieli che costellano Milano, hanno sostituito le torri medioevali. Una città che per fare spazio a un “risanamento” edilizio ha sacrificato il Lazzaretto nel centro o l’antica chiesa della Ss. Trinità che in passato era nota come il Borgo degli Scigolatt (ortolani), rimpiazzata da un’altra dai dubbi risultati architettonici. Un edificio architettonicamente poco attraente, ma che è un riuscito esempio di scambio di conoscenze, non solo per l’oratorio e la catechesi, ma anche corsi di lingua, sovrastato dai palazzi della speculazione edilizia che hanno sostituito gli edifici di altri tempi.

Tra ciò che appare curioso sapere su Milano è quello di una città pratica capace di rinnovarsi senza crisi di coscienza nel buttare giù o spostare testimonianze di altre epoche in luoghi diversi da quello originale, come decontestualizzare un colonnato romano per far posto a un condominio.

Il trasporto pubblico è efficiente e grazie ad una serie di tessere orarie o abbonamenti ricaricabili che permette la prima tappa allo sfarzo e alla futilità dell’acquisto di oggetti e abbigliamenti che per molti significa lo stipendio di un anno. Si passa per corso Buenos Aires per raggiungere via Monte Napoleone.

Monte Napoleone è una zona ben diversa da viale Piave dove si trova la sede dell’Opera San Francesco per i Poveri, un punto di riferimento per gli indigenti bisognosi di assistenza gratuita e accoglienza, come il ristorante solidale Ruben (via Gonin, 52).

Il giorno successivo si passa dalla “necessità” del superfluo materialistico alla spiritualità dell’essenziale, con la visita di sant’Eustorgio e all’arca di San Pietro Martire, nella cappella Portinari, commovente esempio di scultura gotica del 1339. Più di una scultura è un’architettura ispirata alle virtù cardinali e teologali, impreziosite dalle figure allegoriche di animali e rappresentazioni mitologiche.

Ad arricchire l’iconografia la decorazione del sarcofago con le storie dei santi e la rappresentazione dei miracoli compiuti da san Pietro martire (il Miracolo del muto, della Nube, la Guarigione dell’infermo e dell’epilettico, il Miracolo della nave) per concludersi con il Martirio, i Funerali e la Canonizzazione.

Dopo un tour nella Milano d’epoca una passeggiata in quella odierna, protesa verso il cielo, con la suggestione di realizzazioni di architetti interessati più ai volumi imponenti, con facciate a specchio che ridisegnano lo skyline della città e meno alla durevole funzionalità degli spazi.

Complessi labirintici, come la nuova sede della Regione Lombardia, molto simile alle carceri del Piranesi e ben lontani dalla lezione razionalista.

Un tour tra le nuove edificazioni e i cambiamenti del quartiere Isola, un quartiere sventrato dalla stazione Garibaldi, chiamata una volta “le varesine” perché serviva principalmente il zona Nord di Milano (come le ferrovie Nord a Cadorna) ed in particolare la zona di Varese, utile per i treni diretti a Torino e per l’alta velocità, e da grattacieli di 25/30 piani che a tutt’oggi rimangono in gran parte vuoti.

La fantasia non manca, ma spesso l’architettura moderna pecca di lungimiranza nella durevolezza del manufatto, come i “grattacieli” milanesi che abbisognano di continue manutenzioni.

Sono edifici indubbiamente interessanti, ma ben lontani da quelli della Défense o di Canary Wharf, come il complesso di torri che vanno sotto il nome di Bosco Verticale, l’ultimo nato dello Studio Boeri, che mette in pratica la lezione di Patrick Blanc con i suoi giardini verticali come il Musée du quai Branly

Uno dei luoghi per poter avere un’idea dell’alta borghesia milanese, con i suoi capricci e ossessioni, è il Cimitero monumentale della metà dell’800, con un’infinità di riproduzioni dell’Ultima Cena di Leonardo in versione scultorea e una riproduzione ridotta della Colonna di Traiano. Viali alberati con una varietà di visioni per la “memoria” del caro estinto. Rare le lastre tombali con i dati essenziali, la maggioranza sono arricchite da sculture e ornamenti, per le famiglie altolocate si va dal Golgota rivisitato alle monumentali architetture dagli stili eclettici ispirate ai templi greci e obelischi elaborati, da elaborazioni neogotiche, sino a proporre un’architettura assiro lombarda e all’etereo cubo in memoria degli 847 milanesi caduti nei campi di concentramento. Un monumento semplice che si discosta dalle altre testimonianze funerarie sino al quel momento principalmente figurative. Progettato ed eseguito in una settimana, nel 1946, dal gruppo B.B.P.R. (Belgioioso, Banfi, Peressuti e Rogers), con successive ricostruzioni, è un cubo di tubi metallici con le facce suddivise in una serie di croci, con un cubo più piccolo e un’urna contenente la terra di Mauthausen.

Non è il cimitero parigino del Pére Lachaise, ma il cimitero milanese è il luogo dove hanno trovato riposo Alessandro Manzoni e Francesco Hayez, Arturo Toscanini e Vladimir Horowitz, Arrigo Boito e Sergio Monelli, Gino Bramieri e Alik Cavaliere, Walter Chiari e Guido Crepax, Giorgio Gaber e Enzo Jannacci. Un luogo ordinato e curato, ben diverso dal degrado, come stanno a dimostrare le tombe di Belli e Trilussa, che regna nel romano Verano.

Un museo all’aperto, turisticamente poco frequentato, che raccoglie gli esempi della scultura del XVIII secolo, contenuti in un complesso architettonico eclettico ideato nel 1864 dall’architetto-ingegnere Carlo Maciachini e con monumenti funerari realizzati da artisti come Medardo Rosso o Adolfo Wildt, con cappelle che spaziano dal Liberty che si trasforma in espressionismo, sino a proporre l’architettura degli anni ’50 e ’60.

A due passi dal Cimitero il Quartiere cinese, non una Chinatown dalle architetture caratteristiche, ma un dedalo di vie tra le più trafficate di Milano dove pullulano botteghe di artigiani nei cortili e su strada, dalle sartorie ai conciatori, ma anche del vetro, del ferro e del legno.

Una comunità presente a Milano sin dal 1920 e durante il fascismo il quartiere era chiamato “quartier generale dei cinesi”.

Alle spalle delle Stazione Centrale un altro luogo di multiculturalità è via Padova, ben pubblicizzata dalle iniziative promosse da Città Migrande per conoscere le culture presenti nella città attraverso visite guidate. Una zona compresa tra il Parco Trotter e Piazzale Loreto, dove i nuovi cittadini di Milano svolgono le loro attività artigianali e commerciali, tra gli aromi del curry e del cardamomo.

Il terzo giorno inizia andando alla scoperta del Lazzaretto di manzoniana memoria. Testimonianza del quadrilatero che componeva il Lazzaretto ora rimane San Carlo al Lazzaretto, detto San Carlino per le modeste dimensioni, conosciuto soprattutto per la descrizione che ne fa’ Alessandro Manzoni nel 36esimo capitolo dei I Promessi Sposi e il fulcro di un futuro parco letterario. Un edificio di conforto agli appestati e che ora risente degli oltre quattrocento anni di vita che aspetta ormai un energico intervento per risanare le lesioni e l’umidità che deforma l’architettura. Un restyling che si attende da anni e al quale partecipa anche il colosso delle omonime patatine che ha iniziato la sua attività nel 1936 a poche centinaia di metri dalla chiesa.

Altre tracce del Lazzaretto sono rappresentate dal frammento di muro nei pressi della Chiesa Russa Ortodossa di San Nicola di Milano, al numero 5 di via San Gregorio, dove è la presenza di un’icona che periodicamente lacrima olio vegetale, conosciuto anche come Sacro miron.

Il Museo del ‘900, senza sigle fantasiose, tanto di moda per i nuovi musei, è una tappa importante, nonostante venga ignorato da molte guide per essere stato inaugurato solo recentemente, non solo per il lavoro di recupero realizzato sul Palazzo dell’Arengario che si affaccia su piazza del Duomo, ma soprattutto per aver riunito alcune opere sparse nei vari luoghi di Milano, offrendo una lettura unitaria della storia dell’arte italiana degli ultimi cento anni. Ricevuto il benvenuto da una versione del Quarto Stato di Giuseppe Pelizza Da Volpedo, si possono affrontare gli arditi accostamenti come Braque e Morandi in due opere “minimali” dalle quali traspaiono i primi indizi di Cubismo nel primo e la grandezza delle “piccole” cose quotidiane nel secondo.

Il percorso espositivo è intricato ma la cortesia del personale facilita la comprensione senza perdere neanche un granello d’arte incentrata sulla presenza italiana nel panorama artistico del ‘900 con il Futurismo come discriminante tra la figurazione e l’astrazione. Con Umberto Boccioni si affronta questo passaggio verso la rarefazione, per approdare ad altro. Poi Lucio Fontana che prima di mettere in comunicazione il davanti con il retro delle tele attraverso i tagli dimostra che sapeva fare altre ben cose, dimostrando che non ci si inventa artisti. Seguno Carrà, Soffici, de Chirico, Sironi, Martini, Morandi, Fontana, Manzoni, Kounellis, la collezione Marino Marini con i mille volti della cultura del ‘900. Defilato non poteva mancare l’estroso Pistoletto.

Nel Museo è rarissima la presenza femminile per muoversi dal Futurismo al Novecento, dallo Spazialismo all’Arte Povera.

La maggior sorpresa il Museo la riserva nell’ultimo piano con le enormi vetrate per un impressionante sguardo sul Duomo e dintorni, poi ancora qualche scalino per accedere al contenitore con i tagli di Lucio Fontana. Il percorso termina con la discesa tra ascensori e scale mobili.

Lasciando il Museo e superando la Galleria Vittorio Emanuele II ci si trova davanti ad una scampata testimonianza della Milano Medioevale rappresentata dalle vestigia del Palazzo della Ragione, nella piazza dei Mercanti, poggiato su ampie arcate dove si ritrovavano gli artigiani e i bottegai per il commercio delle loro mercanzie. L’edificio, oltre al commercio, era adibito anche all’attività giudiziaria ed è un’isola nel degrado a due passi dal Duomo, con lo strano connubio di finestre dai vetri infranti e l’avveniristica scala di cristallo per accedere al primo piano.

Sul prospetto interno alla piazza, all’altezza di un pregiato pozzo del XIV sec., è possibile vedere il rilievo di Oldrado da Tresseno a cavallo (1233), attribuito alla scuola di Benedetto Antelami, podestà di Milano al quale si deve la costruzione del Palazzo della Ragione e difensore della fede e della spada, come recita in latino l’epigrafe posta alla base dell’edicola, che costruì il palazzo e bruciò, come doveva, i Catari.

Un periodo, quello del ‘200, d’insofferenza religiosa verso i Catari, e delle altre realtà considerate eretiche dalle gerarchie ecclesiastiche, che durò vent’anni e si concluse con la loro scomparsa dalla Lombardia e dall’Europa.

Sulla facciata “esterna” c’è la possibilità di scoprire il bassorilievo della Scrofa semilanuta, un mitico essere riconducibile alla leggenda sul fondazione di Milano attribuita al capo celtico Belloveso, arrivato da oltralpe, e alle indicazioni venute da una dea in sogno con le fattezze di una scrofa di cinghiale con il pelo molto lungo sulla parte anteriore del corpo, decidendo di costruire la sua città in quel luogo e di chiamarla Mediolanum, cioè “semilanuta” (medio-lanum).

La Scrofa semilanuta fu inserita nel gonfalone comunale, sino a quando venne sostituita come emblema della città dal biscione visconteo.

Se avete ancora del tempo per fare un salto fuori dal centro, in via Giulio Natta (Lampugnano), è possibile visitare un nuovo spazio mussale, il Mudec, dedicato alle culture del Mondo. Degno non solo per voler dare una casa alle diverse culture ma anche per essere un progetto dell’architetto britannico David Chipperfield che ha recuperato il distretto industriale nella zona dell’ex Ansaldo.

Nel QT8, quartiere che nasce per celebrare l’ottava Triennale di Milano (Q come quartiere T per Triennale e 8 per ottava edizione), è da visitare “Il giardino dei giusti del mondo” , sul modello dello Yad Vashem di Gerusalemme, in memoria di chi si è opposto ai genocidi. Un Giardino che ha trovato spazio sul cosiddetto Monte Stella, un’altura cresciuta con le macerie degli edifici distrutti dai bombardamenti subiti dalla città.

A Milano si può soddisfare ogni voglia di dolce e di salato, con le numerose pasticcerie e forni, mentre per i pasti, rimanendo nell’ambito milanese anche se non mancano locali multietnici, non si trova certo difficoltà a trovarne, ma se si vuole qualcosa di autenticamente milanese come la trattoria Madonnina in zona Navigli è necessario prenotare, ricordando che la domenica è chiusa come la meno centrale, ma altrettanto ambita, trattoria da Tomaso in zona Isola. Per chi ama atmosfere meno frenetiche, più pacate, si può rivolgere alla trattoria sant’Eustorgio, nell’omonima piazza, o Lo strapuntino a corso Garibaldi, dietro il Teatro Strehler.

Per il dolce e non solo Milano offre una vasta scelta, ma sicuramente la pasticceria Biffi (C.so Magenta 87) rappresenta la gioielleria dei dolci, dove trovare il panettone tutto l’anno con la possibilità di ordinarlo anche online.

Altrettanto nota, ma dai prezzi meno esagitati, la pasticceria Cucchi (Corso Genova, 1) con mille sfiziosità e dar non dimenticare il miglior panettone di Milano preparato (secondo l’antica ricetta e con ingredienti tutti naturali) la piccola ma rinomata pasticceria Corcelli (via Plinio 13).

Girando per le chiese tra Caravaggio e i suoi seguaci

Per chi rimane in città e vuole godersi il fresco delle chiese romane, cercando contemporaneamente di approfondire stimoli e curiosità artistiche dimenticate durante l’inverno, proponiamo un lungo itinerario per conoscere le opere più famose del Caravaggio e del suoi seguaci.

Un viaggio pittorico, che arriva fino a Giovanni Serodine e si snoda attraverso i luoghi per cui le tele erano state ideate: le chiese. Non parleremo quindi — per brevità —delle opere conservate nei musei, in quanto luoghi estranei al contesto dell’opera e legati all’obbligatorietà del biglietto d’ingresso.

Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, giunge a Roma verso il 1593; la sua prima commissione pubblica lo impegnava a completare la Cappella Contarelli a san Luigi dei Francesi, iniziata dal Cavalier D’Arpino. Tre tele ispirate alla vita di san Matteo che esprimono la «filosofia» della pittura notturna come unica situazione per evidenziare la vita, la fantasia. Tagli di luce che mettono in risalto, facendole uscire dall’oscurità del fondo, le figure umane che si muovono sulla scena pittorica.

Dopo il san Matteo realizza la «Conversione di san Paolo» e la «Crocifissione di san Pietro» per santa Maria del Popolo, cimentandosi con i soggetti che Michelangelo Buonarroti realizzò poco meno di un secolo prima per la Cappella Paolina in Vaticano.

Nei primi anni del 1600 realizza per la chiesa di santa Maria della Concezione, detta dei Cappuccini, il «san Francesco in meditazione», situato nella sacrestia. Un’altra versione dell’opera era nella chiesa di San Pietro a Carpineto Romano e ora in deposito alla Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini di Roma e messi in mostra, in questo mese di luglio 2017, insieme alla doppia proposta del Caravaggio «La Flagellazione di Cristo», proveniente da Napoli, per festeggiare i 30 della F.E.C., Fondo Edifici Culto, proprietaria dei quattro dipinti.

Per la chiesa di sant’Agostino, poco lontana da san Luigi dei Francesi, dipinge tra il 1603 e il 1605 la «Madonna dei pellegrini» con l’esaltazione dei volumi per mezzo di un fascio di luce che taglia obliquo la tela da sinistra a destra.

Queste sono alcune delle opere del Caravaggio conservate a Roma che si possono vedere senza obbligo di biglietto, più elencate che descritte, ma le tele del Merisi sono da osservare dal vivo nelle chiese, per le penombre, per i primi piani delle mani e dei piedi, per le figure popolaresche che danno vita a santi, madonne e angeli in una resa «brutale» della realtà e la presenza della luce come apparizione simbolica della vita; la luce della notte che si contrappone alla pittura dell’alba (la morte) e a quella del sole (la rassegnazione).

Questa lezione nel trattare la materia pittorica in un campo contrastato di luci e ombre fece numerosi seguaci e ammiratori tra i quali Orazio Gentileschi e sua figlia Artemisia. Di Orazio Gentileschi si può vedere nella chiesa di san Silvestro in Capite (piazza San Silvestro) nella seconda cappella a destra, la pala d’altare dedicata a san Francesco; nella stesa chiesa sono presenti anche due tele attribuite a Orazio Borgiani, il quale è presente con «san Carlo che adora la santissima Trinità» nella chiesa di san Carlino alle Quattro Fontane.

Il «Battesimo di Gesù», nella cappella a destra dell’altare maggiore della chiesa di santa Maria della Pace, è di Orazio Gentileschi. La chiesa è possibile visitarla grazie ai volontari del Servizio civile che provvedono a tenerla aperta dalle ore 9.00 alle 18.00 dal lunedì al sabato.

Non lontano, verso piazza Navona, ecco Carlo Saraceni, nella chiesa di santa Maria dell’Anima, con i «Miracoli di San Bennone che riceve le chiavi» e «Il martirio di san Lamberto».

Proseguendo verso santa Maria sopra Minerva si trova la «Coronazione di spine» attribuita a Carlo Saraceni.

In santa Maria alla Scala la «Morte della Vergine» di Carlo Saraceni ha sostituito l’analogo quadro del Caravaggio, rifiutato dai Carmelitani in quanto ritenuto poco decoroso per come era rappresentata la Vergine, si trova in compagnia del fiammingo Gerrit Van Honthorst, noto anche come Gherardo delle Notti, con la «Decollazione del Battista».

La lezione della notte ritorna con il soprannome Gherardo delle Notti che il fiammingo Van Honthorst si guadagnò forse per la sua bravura nel dipingere i notturni o forse perché la sua ambizione lo portò a dover dipingere anche di notte, cosa non rara in quell’epoca, per avere maggiori guadagni.

Dopo il Gentileschi molti furono i seguaci del Merisi, italiani e stranieri, che lasciarono nelle chiese romane testimonianze del loro amore per la pittura caravaggesca come Giovanni Baglione, meglio affermatosi come scrittore di storia artistica, lasciò ai santi Cosma e Damiano (via dei Fori Imperiali l) la cappella della vergine Maria e di S. Giovanni e «Sant’Antonio da Padova con Gesù Bambino» di Giovanni Antonio Galli detto lo Spadarino.

Il Baglione è anche presente nell’altare di sinistra della chiesa fortificata dei santi Quattro Coronati con il «san Sebastiano» e a santa Maria della Consolazione con le «Storie di Gesù e della Vergine».

Nella chiesa di santa Maria in Aquiro (piazza Capranica) sono presenti due tele di Carlo Saraceni, «Nascita della Vergine» e «Presentazione al Tempio», nella terza cappella di destra, a Gherardo delle Notti viene attribuita la «Coronazione di Spine», al francese Trophine Bigot la «Flagellazione», mentre la «Deposizione» ad un ignoto caravaggesco.

Altre opere del Saraceni sono nella chiesa di santa Maria dell’Orto di san Lorenzo in Lucina, dove troviamo un altro caravaggesco, il francese Simone Vouet, cappella Alaleona, con due opere dedicate a san Francesco, mentre nella chiesa di san Francesco a Ripa Vouet è presente, nella prima cappella a sinistra e raramente illuminata, con la «Natività di Maria».

L’itinerario, forse un po’ schizofrenico e che non elenca tutti i tesori di ogni singola chiesa citata, si conclude con il quadro di Giovanni Serodine la «Decollazione del Battista» in San Lorenzo fuori le mura, dove la lezione caravaggesca viene assimilata e fatta propria precorrendo, per il suo originale modo di intendere la luce, Vermeer.

Un rimaneggiamento e aggiornamento
di luglio 2017
da il manifesto – cronaca romana
del 13 agosto 1988

 

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Qualcosa di più:

Doppi Caravaggio

La Finestra del Caravaggio

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Pigna: Il Restauro di una fontana

E’ stato appena presentato il restauro della fontana della Pigna situata in un angolo di Piazza San Marco, è stato finanziato, con la spesa di 19.000 euro, dal Rotary Club Roma e compiuto dal Consorzio R.O.M.A.. Il manufatto si presentava in stato di degrado dovuto alle concrezioni calcaree per il tipo di acqua in uso a Roma ed anche all’utilizzazione massiccia; infatti, data la sua posizione, è  un “abbeveratore” per torme di turisti e a volte luogo di abluzioni per “migranti” che affluiscono alla mensa dei Gesuiti nella vicina via degli Astalli. La fontana fa parte di un lotto di fontanelle rionali commissionate nel 1925 dal Governatorato di Roma allo scultore Pietro Lombardi e inaugurate il 28 ottobre 1927, data simbolica all’epoca. Le fontanelle dovevano ispirarsi al nome o alle attività del Rione in cui erano collocate; abbiamo così quelle delle Anfore a Testaccio, una con Palle di Cannone a Borgo, vicino a Castel Sant’Angelo, una con Tavole e Pennelli a Via Margutta, una con una catasta di Libri a Sant’Eustachio nei pressi dell’ antica Università “ La Sapienza”. Nel nostro caso ripete il nome del Rione, IX Pigna, ed il suo più celebre monumento antico: una pigna di bronzo alta 4 metri situata in epoca romana più o meno nelle vicinanze del Pantheon ed ora nell’omonimo cortile in Vaticano dopo essere stata per secoli in Piazza San Pietro dove fu vista e citata da Dante. La fontana del Lombardi è in travertino ed è composta da una pigna posta sopra un calice formato da foglie a sua volta sovrastante una serie di vaschette, sui lati del pilastro che regge il tutto da una parte uno stemma abraso con la scritta R. IX, dall’altra si intuiscono resti di un fascio scalpellato e la scritta  A(nno) V (E.F); l’area è delimitata da quattro colonnotti. E’ un’opera, come le sue consorelle, graziosa e simbolica,  fa pensare con nostalgia, esclusivamente artistica, ai tempi del Governatorato che ordinava e faceva eseguire celermente mentre ora il Comune in molti casi deve ringraziare generosi mecenati che a lui si sostituiscono.