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Melissa colpisce ancora

Melissa la seguo dal suo primo libro, scritto ormai molti anni fa. Nel frattempo anche come scrittrice è cresciuta e questo suo nuovo romanzo, stavolta sulla maternità, rappresenta un punto fermo nella maturità di una scrittrice che s’impose a 17 anni e ora ne ha il doppio e sarà madre come i suoi personaggi. Leggendo Il primo dolore ho provato disagio: come uomo ammetto di non capir niente di parto e gravidanza, né di aver mai pensato che il processo naturale è segnato dal dolore, che qui invece viene eviscerato nelle sue profonde implicazioni, che vanno ben oltre la fisicità. Nel libro abbiamo due coppie diverse ma unite dall’attesa di un figlio. Sono due storie parallele narrate in soggettiva dalle due donne, entrambe al nono mese avanzato. La prima donna, Rosa, poco più che quarantenne, è redattrice di una rivista e convive con Andrea – un simpatico musicista – in un villino nella periferia residenziale romana. Lui suona e compone tra una “canna” e l’altra; potrebbe anche far di meglio, ma non ha più ambizioni e ormai lavora per i pubblicitari. Lei invece ha con gli anni superato – o almeno così crede – un difficile rapporto con la madre, da cui si è definitivamente separata al momento di venir a studiare a Roma. Determinata come tante ragazze che scappano dal paese, si è laureata e ha trovato lavoro nell’editoria periodica. Ha avuto una prima relazione con un uomo più grande di lei, per poi passare al nostro musicista, di sicuro meno ingombrante. Altri amori giovanili – pochi – saranno ricordati nel corso della memoria, sceverando la quale esce fuori una vita condizionata da un padre debole e da una madre anaffettiva e persino in competizione con una figlia forse non voluta.

Agata invece è una gracile ragazza di bassa estrazione sociale e lavora come parrucchiera. L’hanno fatta sposare poco più che adolescente con Matteo, un classico “flanellone”, termine che a Roma usiamo per descrivere l’uomo abitudinario e privo di fantasia, protetto più che protettivo, campione dell’italica classe media. Lui e lei si sono sposati per obbligo sociale dopo una “fuitina”, lei giovanissima e poco scolarizzata, lui figlio di mamma. La coppia entra in scena scendendo a valle in macchina da un paese di cintura dell’Etna, di notte verso l’ospedale, dove Agata deve partorire e dove il servizio sanitario lascia a desiderare: verrà affidata a due inesperti laureandi in medicina, gli unici medici disponibili in quel momento tra un parto e l’altro. C’è la fila, ma di notte manca il personale, e forse anche di giorno. A parte il dolore fisico, Agata sprofonda in uno stato di semi incoscienza, dove i ricordi emergono dal fondo e si stagliano come in un film. Purtroppo il neonato nasce morto, soffocato: i due laureandi hanno sbagliato i tempi e l’aiuto di un mezzo infermiere ha peggiorato tutto. E qui interviene Matteo, che prende insolitamente l’iniziativa: una ragazza ha appena partorito ma non vuole tenere il bambino. Non sapremo mai chi è, ma il neonato può essere immediatamente adottato, e così tutto si sistema. Agata, stremata, acconsente.

 Rosa invece ha deciso di partorire in casa come sua nonna, attirandosi gli strali della suocera. Che dire? L’ambiente qui è familiare, meno asettico di quello di un ospedale, ma il dolore non cambia. E soprattutto, la memoria corre indietro in uno stato di dormiveglia. Entrambe le donne, sia pur così diverse per età, storia e classe sociale, sono quasi due parti della stessa persona, o almeno provano la stessa sofferenza fisica e non possono contare troppo sul proprio uomo. Arrivano a odiarlo, ma pare sia un classico. In realtà Andrea, anche se tenuto fuori dal “traffico”, è uomo responsabile, e ha l’idea di far venire di corsa la madre di Rosa pagandole il viaggio. L’incontro fra madre e figlia è un colpo di scena: non si vedevano da dodici anni e sul volto della madre sono visibili i segni del tempo. Ne sappiamo ora la storia successiva: rimasta sola, si è avvicinata a una ricca comunità evangelica, dove ha trovato lavoro come domestica e quell’integrazione finora negata. Diventa però anche l’amante del Grande Capo, che evidentemente predica bene ma razzola male, col risultato di tornare a fare la badante. Tutto questo lo sappiamo dal colloquio con la figlia, che ora vedrà la madre in un’ottica totalmente diversa e crede di conoscerla. Ma lasciamo al lettore il piacere della lettura. Il bambino comunque in questo caso nasce vivo e vegeto.

Infine, una nota di cinema. Costruito com’è in montaggio alternato, il romanzo ben si presta a diventare un film. Ebbene, a memoria d’uomo i film dove viene ripreso realmente un parto sono pochissimi: Helga (1967), Nove mesi (1976), Il dottor T. e le donne (2000). Ma andiamo per ordine. Helgalo sviluppo della vita umana era un documentario didattico distribuito nelle sale. Helga era il vero nome della donna che si prestò come (f)attrice e il film sbancò il botteghino, vista l’ignoranza della mia generazione in materia (avevo 14 anni). Nove mesi (Kilenc hònap) invece è un film ungherese di Marta Meszàros, all’epoca una delle poche donne alla regia (le altre erano Agnès Varda e Lina Wertmuller). In Italia è nota per Diario per i miei figli (1982). In Nove mesi una studentessa decide di avere un figlio contro la volontà del partner, e per la prima volta si riprende in diretta un parto in una scena di forte valenza drammatica. Il dottor T. e le donne è invece una commedia di Robert Altman con Richard Gere nei panni del ginecologo, il quale nell’avventurosa scena finale dovrà intervenire per far partorire una donna messicana. Detto questo, Il primo dolore ha tutte le carte in regola per una trasposizione cinematografica, e Melissa stessa ce ne parlava durante una presentazione del suo libro.


Il primo dolore
Melissa Panarello
Editore: La nave di Teseo, 2019, pp. 217

EAN: 9788893448413

Prezzo: € 17,00


“Il verbo degli uccelli” di Farid ad Din Attar

Considerato il capolavoro di Farid ad Din Attar, maestro del più celebre Rumi, l’opera tratta di un gruppo di uccelli messosi alla ricerca di Simurgh, leggendario re dei volatili.

Il verbo degli uccelli

“Vennero un giorno a parlamento tutti gli uccelli della terra, i noti e gli ignoti. “Non esiste luogo al mondo”, dissero, “che non abbia un re: perché mai sul nostro paese non regna un sovrano? Se ci uniamo in fraterno sodalizio, potremo partire alla ricerca di re, essendo chiaro che l’ordine e l’armonia non regnano tra sudditi privi di un sovrano.” Fu allora che l’Upupa, eccitata e trepidante, balzò al centro dell’inquieta assemblea.

Attar
La riunione degli uccelli

Sul petto portava la veste di chi conosce la via, sul capo la corona della verità. Lungo la via aveva affinato la mente, era venuta a conoscenza del bene e del male. “Amici uccelli”, cominciò “in verità io sono il corriere della divina maestà, il messaggero dell’Invisibile…””

Alla ricerca di Simurgh

Questo l’incipit de “Il verbo degli uccelli”, considerata il capolavoro di Farid ad Din Attar, maestro dell’ancor più celebre Rumi (o Mevlana se siete turchi). L’opera usa come stratagemma narrativo la ricerca degli uccelli, al fine di portare il lettore in un vero e proprio percorso mistico. I volatili saranno infatti convinti dall’Upupa nel mettersi alla ricerca di Simurgh, leggendario re degli uccelli della mitologia persiana, posto a guardia dell’albero dei semi ed a quello dell’immortalità.

“Amore è l’essenza perenne di tutte le creature, ma se non è congiunto a dolore non può ritenersi perfetto. Agli angeli fu dato amore, non dolore; il dolore non si addice che all’uomo” Farid ad Din Attar

La ricerca, però, non sarà priva di fatiche e le bestiole dovranno affrontare ben 7 diverse valli che ne testeranno virtù e doti. Solo in 30 riusciranno a giungere al cospetto del leggendario Signore, scoprendo però qualcosa di incredibile…

Scoprendo sé stessi

Troveranno infatti davanti a loro uno specchio, realizzando che “Simurgh” può essere facilmente trasformato in “si murgh”, che in persiano vuol dire, appunto, 30 uccelli. Attraverso questo percorso, infatti, i protagonisti hanno annullato sé stessi per raggiungere l’Amato, riuscendo de facto a diventare parte di esso. Non a caso, una delle metafore sufi preferita da Attar è quella “della falena e della candela”. In questo racconto si elogia appunto l’insetto, tanto innamorato della luce divina da arrivare persino a bruciarsi pur di assaporarla appieno.

Attar

Lo specchio, inoltre, non mostrerà comunque agli uccelli chi erano, quanto più chi sono oggi, collegandosi, così alla vita dello stesso maestro sufi che, non a caso, viaggiò moltissimo. All’interno di ogni valle verranno comunque raccontate storie, in modo da permettere al lettore di comprendere tramite metafore, in un approccio del tutto simile a quello utilizzato dai maestri taoisti.

Il sufismo di Attar

In quest’opera, d’altronde, sono frequentissimi i richiami ad un pensiero che si pone fra Oriente ed Occidente, incorporando tutto ciò che vi è nel mezzo. Come il taoismo, in particolare, Attar mette in luce una sorta di equilibrio costante e fragilissimo che circonda l’universo, al quale è necessario sottostare per andare avanti. Ne è un esempio la valle della privazione e dell’annientamento, l’ultima prima di raggiungere l’Amato. Solo attraverso la perdita, infatti, sarà possibile colmare il vuoto con il proprio Signore, in un meccanismo che fila perfettamente con il ciclo costante dello Ying e dello Yang.

Attar

La differenza con la filosofia di Lao Tzu, però, sta nel ruolo dell’amore, assolutamente centrale ed imprescindibile per il mistico di Nishapur. Solo attraverso il massimo amore, infatti, si riuscirà a raggiungere la vera unione con il proprio Signore, meta finale di chiunque si sia messo alla sua ricerca. Il lavoro di Attar influenzerà poi moltissimo quello di Rumi, suo allievo, ponendo le basi di gran parte della filosofia sufi successiva. Un’opera da avere assolutamente.

Khalid Valisi
del 3 agosto 2019
Articolo originale
dal blog Medio Oriente e Dintorni


Il verbo degli uccelli
Farid ad-din Attar
Curatore: C. Saccone
Editore: SE
Collana: Conoscenza religiosa
Anno edizione: 2007
In commercio dal: 3 luglio 2014
Pagine: 239 p., Brossura
Prezzo: € 25,00

EAN: 9788867231065


La rivolta di corso Traiano, di Diego Giachetti

Strano destino quello dell’Autunno caldo, ad ogni decennale si deve fare i conti con un sempre minore interesse della storiografia e del discorso pubblico sull’annus mirabilis del movimento operaio italiano. Che lo si guardi dal punto di vista della storia del movimento sindacale, che proprio dal 1969 e almeno fino al 1975 visse i suoi anni d’oro, riuscendo anche parzialmente a influenzare – se non determinare – l’agenda politica del Paese, o da quello della storia della conflittualità sociale più in generale,  questo cinquantesimo anniversario sembra scorrere in un assordante silenzio, proprio in un’epoca in cui i lavoratori e le lavoratrici non sono viste – e spesso non si vedono – come soggetti dell’agire sociale e politico – ma come un melting pot (frastagliato per condizioni economiche, normative, etniche, di genere, generazionali) in attesa di elargizioni e concessioni dell’imprenditore o del politico di turno. Un disinteresse crescente, quindi ha caratterizzato le vicende del movimento operaio italiano negli anni della sua “rigenerazione” e della sua esplosione, sul quale aveva già messo in guardia 30 anni fa, proprio nei giorni in cui cadeva il Muro di Berlino, Marco Revelli, quando nella sua introduzione alla raccolta di interviste fatte da Gabriele Polo agli operai della Fiat di Mirafiori, scriveva di «ventennale dimesso» del 1969 operaio[1].

Una consapevolezza ben presente anche in Diego Giachetti, fra i pochi studiosi che in questo frangente ha mantenuto viva la fiammella della ricerca sulla conflittualità operaia degli anni Sessanta e Settanta in Italia. La sua idea, che condivido, è che il ’69 operaio interessi meno perché nell’immaginario collettivo sembra un evento più lontano dalle condizioni dell’oggi, meno assimilabile alle esigenze del discorso pubblico: «roba da vecchi operai [e militanti politici aggiungerei io] irrecuperabili e prigionieri del passato colpiti dall’”infamia” originaria e incancellabile di una classe operaia che, si dice, oggi non esiste più» (p. 11). Eppure, e qui sta l’importanza del lavoro dell’autore, oggi invece vale la pena uscire da una vecchia tematizzazione dell’Autunno caldo, ma ne va evidenziato il suo ruolo nel contesto spazio-temporale dell’epoca: perché, Giachetti lo afferma subito nell’apertura del saggio, non è possibile scindere le vicende operaie di quegli anni da quelle studentesche che le avevano precedute (e che anzi alle quali si erano affiancate proprio le prime lotte autonome, come a Valdagno, Milano, Porto Marghera, Pisa, ecc., né dall’ondata di lotte operaie che in tutto il mondo occidentale capitalistico, ma anche in diversi Paesi del socialismo reale e del cosiddetto Terzo mondo in via di industrializzazione, avevano fatto salire alla ribalta una nuova classe operaia (Hobsbawm). L’obiettivo di questa riedizione ampliata del lavoro di Giachetti è quindi, da una parte, sgombrare il campo da artefatte separazioni fra un ’68 studentesco e un ’69 operaio, mentre, dall’altra quella di far uscire l’Autunno caldo dal recinto (altrettanto artefatto) del provincialismo italiano.

Oggetto centrale della ricerca è la cosiddetta “battaglia di corso Traiano”, i violenti scontri che, a ondate, si perpetrarono nella giornata del 3 luglio del 1969 a Torino nell’area che grosso modo va da Corso Tazzoli (Porta 2 della Fiat) e, attraverso Corso Traiano per l’appunto, si estende verso Est nella direzione di Piazza Bengasi e, verso Sud, in quella dei comuni di Nichelino e Moncalieri.  La tesi sostanziale è che dietro la violenza di piazza del 3 luglio a Torino si nascondevano le nuove caratteristiche della lotta operaia sia dal punto di vista dei contenuti (aumenti salariali uguali per tutti e sganciati dalla produttività, riduzione dell’orario di lavoro), sia da quello delle forme di lotta, di comunicazione, di organizzazione (le assemblee, i cortei interni, le spazzolate dei reparti, i cartelli e gli striscioni, anche la violenza). Soprattutto, corso Traiano rappresenta il collegamento di questo con quelle che Giachetti chiama le “variabili esterne” alla fabbrica, come il diritto alla casa, alla scuola ai servizi essenziali.

Il libro si struttura in due parti. La prima (capitoli 1-6) illustra la cosiddetta “primavera” di Mirafiori e i suoi prodromi: dalla ripresa della lotta operaia del 1968, con le punte rappresentate dalla Fiat e dalla Lancia, all’esplosione degli scioperi più o meno spontanei dell’aprile-maggio 1969 a Mirafiori; l’analisi dei soggetti politici e sindacali e delle loro condizioni in quel momento (sindacati, Pci, Psiup, ma anche i gruppi dell’estrema sinistra torinese, da Il Potere operaio di Torino, al Fronte della gioventù lavoratrice, alla Lega studenti-operai), e poi del movimento studentesco torinese, nella sua parabola e crisi proprio nei primi mesi del ’69, fino alla decisione (su spinta di Adriano Sofri e del Potere operaio pisano) di riversarsi alle porte di Mirafiori; il soggetto sociale della primavera di Mirafiori, che all’inizio è ancora la classe operaia piemontese più specializzata, ma che da giugno passa la mano ai “meridionali”, la cui immigrazione, dopo la parentesi 1960-62, era ritornata a scorrere copiosa a Torino, grazie all’espansione di Mirafiori e all’apertura di Rivalta; la miscela esplosiva che l’incontro fra questi soggetti diede vita all’Assemblea operai studenti (di cui proprio domani ricorre l’anniversario della fondazione ufficiale).

La seconda parte è suddivisa in nove capitoli e riprende l’impianto narrativo che Dario Lanzardo aveva usato nel suo brillante lavoro su Piazza Statuto (d’altronde Giachetti non fa mistero di esservisi ispirato). Partendo da una cronaca minuziosa dei fatti (attraverso sia le fonti giornalistiche, quelle autoprodotte dal movimento e le fonti giudiziarie), l’autore passa poi ad analizzare le varie versioni che degli scontri diedero la Questura, i mass media, i partiti di sinistra (Pci, Psi e Psiup), i sindacati, l’Assemblea operai e studenti e gli anarchici. Infine l’autore affronta la coda giudiziaria che gli eventi ebbero successivamente e l’epilogo dell’esperienza dell’Assemblea operai studenti, col convegno del 26/27 luglio al Palazzetto e l’esplosione delle divisioni non solo fra le due aree egemoni nell’Assemblea (il gruppo Sofri-Viale da una parte, quello de La Classe dall’altra), ma anche con quelli locali che poi avevano svolto il ruolo di pionieri e che si allontanano per primi dall’Assemblea (Soave, Gobbi, Rieser, Lanzardo). Il libro si chiude con la pubblicazione (o la ripubblicazione) di alcune testimonianze dei protagonisti di quella giornata (Mario Dalmaviva, Luigi Bobbio, Renzo Gambino).

Il volume di Giachetti, meticoloso nella ricostruzione degli eventi, è anche foriero di spunti e suggestioni interpretative che meritano – e meriteranno – di essere approfondite su alcuni temi: il ruolo dell’operaismo, la sottovalutazione della capacità di rinnovamento sindacale, l’autunno caldo come fase di apertura rivoluzionaria o in realtà come canto del cigno dell’operaio-massa.


[1] M. Revelli, “Dimenticare Mirafiori”?, in G. Polo, I Tamburi di Mirafiori, Torino, Cric Editore, 1989, p. V.


La rivolta di Corso Traiano. Torino, 3 luglio 1969
Diego Giachetti
Editore: BFS Edizioni, 2019, p. 152
Prezzo: € 16,00


“Amore nei giorni della rivolta” di Ahmet Altan

Vi presentiamo finalmente il secondo capitolo di “Quartetto ottomano”, una serie di Ahmet Altan che ci porterà in un’Istanbul più che mai infuocata. I Giovani Turchi sono alle porte e il trono del sultano comincia a farsi sempre più traballante…

Amore nei giorni della rivolta

Il romanzo si apre subito dopo il tentativo di suicidio di Hikmet Bey, figlio del medico personale del sultano, mentre cerca di dimenticare la donna all’origine della sua tristezza, la sua sposa, la bellissima e superba Mehpare Hanım. Mentre in un ospedale di Salonicco Hikmet ritrova lentamente le forze e la voglia di vivere, le cose cambiano nella capitale ottomana. Il potere del sultano è minacciato, si prepara la rivolta, le strade di Istanbul diventano teatro di ogni violenza. Siamo alla vigilia di un episodio della fine dell’Impero: la controrivoluzione del 31 marzo 1909.

Seconda parte

“Amore nei giorni della rivolta” ci riporta alle magiche atmosfere che avevamo lasciato in “Come la ferita di una spada“, unendo ad esse una situazione politica sempre più intricata ed approfondita. Se nel precedente romanzo eravamo alle origini della rivolta, qui è lei a far da padrona, condizionando la vita di tutti i personaggi che saranno costretti ad adattarsi o a perire. Probabilmente è proprio questa la novità più grossa di questo secondo capitolo, in grado di stravolgere l’approccio dei protagonisti al loro stesso ambiente. Emblema assoluto di tutto ciò saranno il Sultano Abdul Hamid II ed Hikmet Bey.

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Il sultano Abdul Hamid II, l’ultimo ad esercitare un reale potere nell’Impero ottomano

Il primo, in un certo, è il vero protagonista dell’opera, incarnando perfettamente la malattia che affligge l’Impero e che, fin da subito, sembra destinata a distruggerlo. Fin dal primo momento, infatti, non vi saranno dubbi sul destino di questa rivolta, così come riguardo a quello del sovrano in carica. Molto poetico, poi, come verranno descritti gli alloggi del sultano, ormai belli da fuori ma in rovina al proprio interno. Hikmet Bey invece, personaggio attivo per eccellenza nel primo romanzo, subirà un’incredibile evoluzione che, probabilmente, rappresenta il movimento dell’intera sommossa popolare.

Distruggere per creare

Se nel primo capitolo era il seduttore per eccellenza, in “Amore nei giorni della rivolta”, il personaggio sarà costretto ad costruire assolutamente da zero la sua fama, preoccupandosi a lungo di sopravvivere più che di vivere. Sono molto lontani i fasti di un tempo, ciò però darà al personaggio la possibilità di ri-iniziare da capo la propria vita, eliminando per sempre ciò che lo aveva fatto soffrire e ponendo le basi per un futuro che non avrebbe mai immaginato.

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Enver Pasha

Altro personaggio dalla storia simile è poi Ragıp Bey, militare dal forte senso di giustizia unitosi ai Giovani Turchi per ripristinare l’ordine nell’Impero. Sarà attraverso i suoi occhi che osserveremo la rivolta e le conseguenze, riuscendo fin da subito ad intuire quale sarà il futuro del paese. Con sempre più insistenza, infatti, inizieranno a risuonare i nomi di Enver Bey, Talaat Pasha e Mustafa Kemal, personaggi che segneranno per sempre la storia di Turchia, andando ad occupare ogni libro di storia.

Una citazione

“Non giudicare mai nessuno con il tuo metro di giudizio, ognuno dev’essere giudicato con il proprio. È immorale chi tradisce le proprie convinzioni, non le tue.”

Sheikh Yusuf Effendi

Scritto benissimo e completo, “Amore nei giorni della rivolta” vi svelerà uno dei periodi più duri e nascosti della storia ottomana, risultando interessante sia sotto l’aspetto narrativo che storiografico.

Khalid Valisi
del 20 luglio 2019
Articolo originale
dal blog Medio Oriente e Dintorni


Amore nei giorni della rivolta
di Ahmet Altan
Traduzione:Barbara La Rosa Salim
Editore:E/O, 2019, p. 480
Prezzo: € 19,00

EAN:9788833570785


Salvini e il Pensiero slegato


Chi scrive è sinceramente inorridito dallo stile di Salvini: anti-intellettuale, assertivo invece che dialettico, duro ma privo dell’elaborazione culturale del fascismo storico. Eppure il suo stile funziona, quindi va studiato, non fosse altro per combatterlo. Finora l’opposizione non lo ha fatto, anzi è scesa al suo livello: aggredisce invece di analizzare e in più confonde i modi con i contenuti, dimostrando scarse capacità di analisi. Certo che rispetto a non molti anni fa il linguaggio politico si è impoverito, all’analisi si è sostituita l’emozione. Il problema è che tutto questo funziona, almeno per ora, cioè fino al giorno in cui la gente chiederà ragione dello scarto fra le parole e i fatti. Se parli di blocco navale le navi della Marina devi farle uscire dal porto, altrimenti chiunque s’i infila e ti fa fesso. Ma prima di parlare devi anche verificare se questo te lo permette la legge, a maggior ragione se sei ministro dell’Interno. Ebbene, l’analisi del lessico di Salvini è ora contenuta in un libello di Stampa Alternativa, nella collana “Strade bianche”, erede dei Millelire e come tale breve – 30 pagine – ma corposo. Autrice è Francesca Vian, che ha smontato i messaggi di Salvini dal giugno 2018 a oggi, un anno in cui è successo tutto e il contrario di tutto, o niente. Intanto si stabilisce la differenza tra il Salvini che posta brevissime frasi sui social – aiutato da un’équipe guidata dal filosofo informatico Luca Morisi – e il Salvini in diretta, aggressivo e logorroico, che parla con tutti, accetta i selfie brandendo il cell come la spada del guerriero di Legnano, risponde a braccio e parla anche per ore senza leggere neanche un foglietto di appunti. Antitesi del politico che non esce dall’ufficio, in questo modo ha il polso del suo elettorato, né sarebbe una cattiva idea per l’opposizione tornare a camminare per strada e parlare con la gente invece che con altri politici. Ma torniamo al libretto. E’ diviso per paragrafi: lessico quotidiano, brevitas, notizie de-formate, auctoritas, negazione, ritmo, ripetizione… per ogni lemma ci sono esempi documentati. Ne esce un continuo disprezzo del nemico – deve sempre esserci un nemico – offeso e reificato in ogni modo. Il linguaggio è quello della guerra, sempre. Le ripetizioni e le assonanze sono continue, ossessive, le battute razziste derubricate a goliardata. Quello che è più grave, non si citano mai fonti documentate o nomi e cognomi dei responsabili: genericamente sono i ministri di Berlino, quelli di Bruxelles, la grande informazione, le banche, i signori dello Spread. Sulle ONG si va invece sul pesante attraverso accostamenti emotivamente suggestivi, ma che sono in realtà uno scarto tra la realtà e il resto, tipo: gli immigrati sulle navi delle ONG fanno lo sciopero della fame? I bambini poveri italiani lo fanno tutti i giorni, nel silenzio dei buonisti, dei giornalisti e compagni vari. E’ evidente che non si possono accostare realtà che appartengono a classi logiche diverse, eppure questo è il meccanismo. Naturalmente il nemico è sempre goffo, radical-chic, mezzo gay oppure criminale, magistratura compresa. Sicuramente è una reazione a certa sinistra preoccupata delle piste ciclabili ma incapace di varare un piano per il commercio. Per lui sono solo chiacchieroni da salotto buono, capaci di dire solo che non si tocca l’alberello e non dovete disturbare l’uccellino. Diciamolo: Salvini odia chi ha studiato e il suo elettorato ha trovato in lui il portavoce. Ma davvero l’Italia era tanto arretrata, impaurita e ignorante da andar dietro al pifferaio di turno?

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