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Saggio, Romanzo o Romanzo di un Saggio?

Chiedo scusa per il gioco di parole del titolo, ma dopo aver letto quest’opera firmata da Rinaldo Boggiani è davvero una domanda che vien da porsi ed è un dubbio che il libro stesso va a rafforzare ad un certo punto. Per risolvere almeno in parte questo quesito è bene partire dal principio.

Opera ultima di una trilogia iniziata con “La valigia con la ragazza” e continuata poi con “Tornerà”, “Sono tornato” va a chiudere un cerchio mistico costruito su solide basi da un autore che è riuscito ad unire storia, attualità, scienza e religione per dare vita ad una serie fantasy-thriller molto ambiziosa.

Se nei primi due romanzi erano i personaggi principali ad occupare le pagine del libro, in quest’ultimo non so se si possa parlare di veri e propri protagonisti, o forse il protagonista è uno e voi futuri lettori lo potrete stringere tra le mani? Lo so, detto così vuole dire poco, ma credetemi se vi dico che a lettura conclusa potreste pensarla allo stesso modo.

Certo è che i personaggi non mancano. Tolti Tommaso e Silvia, vecchie conoscenze del romanzo passato, tutta la trama gira intorno all’incontro avvenuto tra alcuni “misteriosi” spiriti del passato che si riuniscono in grande stile e con mezzi di trasporto di tutto rispetto in una vecchia cattedrale gotica abbandonata. Tema dell’incontro: il mondo di oggi. Argomento più che delicato che l’autore mette sulla bocca di questi personaggi in modo magistrale, andando a toccare tematiche tutt’altro che fantasiose, per mostrarci un’ipotetica soluzione ad una realtà improntata sui soldi, e che soldi!

Curiosa è la narrazione che offre pochi spunti alternativi alla trama centrale, come per non distogliere il lettore dal tema principale del libro o dal messaggio che esso stesso vuole trasmettere. Lo stesso “antagonista”, se così si può chiamare, resta quasi vago e si palesa solo con una consistente potenza di fuoco, dove Rinaldo Boggiani si sbizzarrisce con una notevole lista di gioielli tecnologici di cui non si sente parlare tutti i giorni.

E quale sarà dunque il ruolo di Giorgio e Jessica, nuovi personaggi, in questo contesto ultraterreno e ultra scientifico? Io li ho intesi come il lato umano del romanzo, testimoni di un qualcosa che solo chi ha determinate conoscenze, come Jessica, o chi ha il coraggio di credere, come Giorgio, può metabolizzare e accettare come vero e possibile. E alla fine, al di fuori delle pagine, forse siamo noi che dobbiamo cogliere quel messaggio e muoverci in tal senso per risolvere una situazione tangibile a cui nessuno però sembra voler porre rimedio.

Per concludere non credo di spoilerare nulla se dico che si tratta effettivamente di un romanzo, ma un romanzo come non ne ho mai letti altri e sfido chiunque a negare il fatto che ci sia anche della saggistica in questa storia fantasy che affronta in modo incredibile una realtà che è sotto gli occhi di tutti, in modo crudo e violento, senza esclusione di colpi, come è il mondo in cui noi oggi viviamo.

L’opera è una prova evidente delle conoscenze acquisite in anni di lavoro da Rinaldo Boggiani, che vanta nel suo curriculum una cattedra di Istituzioni di diritto pubblico condivisa con Italo Mereu, di cui è stato anche allievo. Oltre alla trama, ciò che colpisce di questo romanzo sono le note, segno evidente dello studio a cui l’autore si è sottoposto per dare vita a questa storia di cui ho già detto tutto il possibile in precedenza.

Come se questo non bastasse, Boggiani si è avvalso della penna di Davide Colombo (direttamente dal Sole 24 ore) per anticipare la lettura del romanzo con una prefazione, utile a piantare il seme della curiosità destinato a crescere con il romanzo vero e proprio. Se poi nel corso della lettura doveste sentire il bisogno di dare corpo e forma ad alcune delle creature fantastiche presenti nella storia, verrà in vostro aiuto la matita di Alice Spagni, proveniente dal 4° anno del Liceo Artistico Venturi di Modena, che con il suo talento e la sua mano ha dato vita ai disegni più realistici di ciò che il testo vi trasmette solo a parole Soddisfatti? Se così non fosse a lettura conclusa vi aspetta una piacevole postfazione ad opera di Fabrizio Tedeschi, fondatore dell’Ufficio Insider Trading di CONSOB, che va a chiudere in bellezza un libro a cui di più non si può chiedere ma che di più avrà. Avete capito bene, qualora infatti decideste di rileggere alcuni passaggi, o tutto il romanzo, potrete avvalervi dell’audiolibro con la voce di Marino Bellini e le musiche in sottofondo del Prof. concertista Nicola Cittadin: il primo è attore e regista molto attivo nel teatro che, già in precedenza, ha “collaborato” con Rinaldo Boggiani curando la regia dello spettacolo “Il brevetto”, tratto da un racconto dell’autore; il secondo, dopo aver conseguito il diploma in pianoforte, organo e composizione organistica, ha frequentato i migliori istituti dove ha ottenuto prestigiosi riconoscimenti, per portare poi la sua musica in numerosi festival anche al di fuori del nostro paese.

Che dire, più di così non mi resta che raccontarvi direttamente tutto il romanzo, ma non lo farò! A voi quindi il piacere di tuffarvi in questa lettura per scoprire cose che voi… forse prima non sapevate.


Titolo: Sono tornato
Autore: Rinaldo Boggiani
Editore: Mazzanti Libri, 2020, pp. 179
Disponibile anche in ebook


Caimano 69

In Italia gli alpini si mandano in Russia e in Mozambico, quindi niente di strano se gli incursori della Marina invece che nel proprio elemento si ritrovino a combattere i Talebani in Afghanistan. Eredi della X Mas della Regia Marina (ma non della repubblichina X Mas di Giunio Valerio Borghese) i Comsubin (Comando subacquei incursori) nulla hanno da invidiare agli US Navy Seals se non il numero e le risorse assegnate. Abbiamo comunque unificato sotto un unico comando (Confoter) i nostri corpi speciali (Arditi del 9° rgt “Col Moschin”, Rangers del 184° rgt Alpini paracadutisti, etc.), in modo da gestirne meglio risorse e addestramento. Alla fine sono sempre loro, “i soliti noti”, a fare la guerra. Sì, perché di guerra si tratta, al di là della retorica delle operazioni di pace, e qui a raccontarla è un incursore in servizio, previa autorizzazione dei superiori. Mario Chima – nome d’arte – è nato nel 1969, quindi è oggi verosimilmente un istruttore, ma è stato sul terreno in Irak, in Libano e Afghanistan almeno fino a dieci anni fa. Ora il nostro impegno è ridotto e prima o poi i nostri torneranno a casa, ma per anni eravamo molti esposti. L’autore non riporta sempre i nomi dei luoghi, ma non è difficile capire che l’impegno più duro era nella zona di Bala Mourghab, a nord di Herat e nella provincia di Farah. Nel libro si descrive la durezza dei combattimenti, il rischio continuo di morire in agguato o per un ordigno esplosivo, la scadente qualità dei soldati afghani rispetto alla capillare organizzazione tribale della guerriglia afghana (qui chiamati “Insurgents”: sono cattivi e basta). Ma abbiamo anche uno spaccato sull’addestramento dei nostri incursori, integrato dalla tecnologia ma pur sempre basato sugli uomini. Alcune operazioni descritte nel libro sembrano ricalcate dalle “librette”, i manuali usati nelle scuole militari, tale è la precisione con cui vengono descritte le procedure operative. In realtà non sempre va tutto bene, ma alla fine professionismo, armi, coraggio e reparti di appoggio evitano il peggio: oggi è più facile comunicare con la squadra o con il comando tattico, mentre prima era anche difficile sapere dove stavano i propri soldati. Ma il libro, anche se utile a chi voglia farsi una cultura sugli incursori, ha un pregio tutto suo: a differenza di Azione immediata dell’incursore inglese Andy McNab, non è solo tecnico ma anche umano. Chiunque sia, Mario Chima è un italiano che spesso pensa alla moglie e alla figlia e guarda il cielo stellato, ricordandoci che non è una macchina e che i soldati sono sognatori.

Detto questo, da parte mia consiglio solo di rivedere l’impianto tipografico in caso di ristampa: le citazioni sono riportate con un carattere in corpo troppo piccolo e le note in calce sono addirittura illeggibili perché microscopiche. Sarebbero gradite anche qualche mappa e un glossario delle tante sigle usate nel testo e decodificate in nota.


CAIMANO 69: sabbia e polvere
Mario Chima
Editore: Indipendente, 2020, pp. 579

Prezzo: € 19,76

ISBN: 979-8645118242


Piccoli paesi, grandi storie

“Terra Alta”. Non so esattamente cosa mi aspettavo quando ho scelto di leggere questo romanzo, fatto sta che il titolo evocava qualcosa di forte, tanto da sceglierlo senza neanche dare una sbirciata alla quarta di copertina. Il risultato è stato in effetti quello della sensazione iniziale: è un romanzo tosto, che non si risparmia sui contenuti e che intraprende un percorso di maturazione del personaggio che va di pari passo con la trama, come vedremo in seguito.

Javier Cercas, l’autore, non è certo nuovo nel panorama editoriale e vanta già parecchi romanzi pubblicati in Italia sempre dalla casa editrice Guanda. Con questa nuova opera egli conferma le sue ottime doti di narratore, dando vita ad un thriller che, tra un capitolo e l’altro, fa compiere al protagonista un viaggio introspettivo che trasforma la storia in un romanzo di coscienza.

Tornando al titolo, cominciamo col dire che la Terra Alta è un luogo, anzi una “comarca” (suddivisione territoriale) della Catalogna, una zona poco conosciuta ma che vanta nella sua storia la famosa “battaglia dell’Ebro”, la più lunga e sanguinosa battaglia della guerra civile spagnola.

Ma non è di guerra che si parla nel romanzo anche perché, oggi come oggi, la Terra Alta è ritenuto un posto tranquillo dove accade poco o nulla. Quel “poco” però in questo caso è un atroce assassinio compiuto ai danni di due ricchi anziani e di una domestica, i primi proprietari della più grande fabbrica della zona, la Graficas Adell, luogo dove è avvenuto il misfatto. Ed è su questo che deve indagare il giovane poliziotto Melchor Marin, il protagonista del romanzo, che si era trasferito da Barcellona in Terra Alta per far calmare un po’ le acque in seguito ad un suo atto di “eroismo” che gli avrebbe potuto causare ripercussioni.

E qui parte la vera e propria analisi della storia, una storia che viaggia su due binari, l’assassinio degli Adell e la vita di Melchor, che andranno pian piano ad intrecciarsi svelando l’animo del protagonista, il suo passato e le motivazioni che lo hanno portato a diventare un poliziotto, prima fra tutte la lettura de “I Miserabili” di Victor Hugo, un romanzo che ha profondamente colpito Melchor, cambiandolo radicalmente fino a diventare la persona che è. E’ molto importante questo aspetto del personaggio, quasi fosse la chiave di lettura per comprendere fino in fondo il suo interesse in un caso come l’uccisione di quei due anziani che, fin dall’inizio, non dava molti appigli su cui lavorare.

Come si apprende dalla lettura, nè il passato nè il presente del protagonista gli offrono la giusta dose di felicità che forse meriterebbe, neppure l’amore della moglie e della figlia, ma forse è proprio su questo che alla fine bisogna soffermarsi: la vita a volte non regala nulla, ma con la forza d’animo giusta e superando anche gli ostacoli più difficili qualcosa torna sempre indietro. Melchor lo insegna e forse tutti noi avremmo bisogno di trovare un romanzo come “I Miserabili”, capace di colpirci fin nel profondo fino a portarci a maturare anche quando pensiamo di non averne più necessità.

Non so dirvi se vi affezionerete a qualche personaggio in particolare, se ne odierete alcuni o se vi risulteranno incompresi altri perchè è una storia così, che vi prenderà di petto e vi metterà in condizione di decidere cosa è giusto e cosa è sbagliato. Ciò che posso dirvi per certo di questo romanzo è che ritengo sia almeno giusto leggerlo.  


Terra Alta
Javier Cercas
Traduzione: Bruno Arpaia
Editore: Guanda, 2020, pp. 384
https://www.guanda.it/autori/javier-cercas/
prezzo: € 19,00

EAN: 9788823526136

https://www.guanda.it/autori/javier-cercas/

prezzo: € 19,00

    EAN: 9788823526136

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La realtà del falso

“Una cosa sola è vera: che è tutto falso” (da La storia vera, di Luciano di Samosata)

Falsi e falsari nella Storia, a cura di Paolo Preto. Sono più di 600 pagine – vere – sui falsi. Nulla si salva: documenti, opere d’arte, diplomi, opere politiche, monete, letteratura, merci, immagini… non si capisce se è più geniale il falsario o più ingenuo il cliente di turno, che può essere anche un colto direttore di museo, un nobile in cerca di certificazione, un ricco collezionista, un critico letterario. Totò si vende la Fontana di Trevi, ma i musei americani di arte antica sono stati ben più incauti del turista nel film. E questo per gareggiare con i musei della vecchia Europa, ricchi di reperti ma povere di fondi. E qui la prima legge del falso: si produce quello che il mercato richiede, giocando sull’avidità del cliente e la riservatezza dei contatti. Negli anni del Nazismo furono trovate tante, troppe antiche iscrizioni in caratteri runici, ma era proprio quello che i gerarchi volevano per giustificare l’antichità della pura razza ariana (un falso anche quello, ma politico). E qui è difficile credere a quanti documenti rivendichino l’antichità di una casata, di un popolo, di un culto: fabbricati in scala industriale da monasteri, eruditi e notai, furono scremati dal Rinascimento in poi, quando si perfezionarono l’analisi linguistica e lo studio delle scritture e dei sigilli. Molte statue romane sono copie di copie, ma lo erano anche in epoca antica. Più raffinati, i Romantici s’inventarono falsi poemi antichi (ossianici o meno), ritrovato falsi manoscritti da loro tradotti, al punto che ormai quello del manoscritto antico è diventato un cosciente gioco di società fra scrittore e lettore. Presi sul serio invece i Libri di Mormon, che l’angelo Moroni dettò a un predicatore americano per poi riprenderseli a copia finita. Presi sul serio anche I protocolli dei Sette Savi di Sion, un falso antiebraico ancora oggi ristampato e validato persino da un politico italiano. E’ infatti in politica che i danni del falso si rivelano più pericolosi: falsa propaganda, falsi processi, false biografie, revisione storiografica. Orwell quando immaginava il “Ministero della Verità” nel suo noto romanzo 1984 sicuramente pensava ai regimi totalitari del suo tempo, ma non poteva prevedere l’internet e il suo attuale sviluppo.

Ma parliamo dei falsi meno letali. Un falso De Chirico è un “bidone”, ma in fondo non manda nessuno in Siberia. Van Megeren – falsario olandese – fu accusato di collaborazionismo per aver venduto quadri fiamminghi ai nazisti, ma divenne quasi un eroe quando per salvare la pelle dimostrò di averli dipinti lui. Troppo lungo sarebbe spiegare le varie tecniche di contraffazione e invecchiamento dei materiali, come un capitolo a parte sono i moderni mezzi di analisi (microscopio a scansione, spettroscopia, termoluminescenza). Sicuramente un falsario di pittura contemporanea compra tele e colori negli stessi negozi dei suoi nobili modelli, e infatti non c’è artista contemporaneo che non sia stato falsificato, qualche volta consenziente l’originale, vuoi per beffa o altro. “Un falso Picasso saprei farlo meglio io”, diceva… Picasso.

Questo l’aneddoto. La realtà è più complessa, ma così semplificabile: esiste la triade, composta dal falsario, dal mercante d’arte o antiquario, e infine c’è il critico d’arte come garante. Quest’ultimo può essere anche un uomo molto stimato nel suo ambiente (p.es. Berenson), ma per ottenere un quadro a prezzo scontato diventa il complice del mercante d’arte. Il falsario vero è proprio è invece un bravo artista o artigiano (come il leggendario Dossena), dotato di una sensibilità particolare quanto della piena padronanza dello strumento. A tradire il falsario è in genere la necessità di un modello o più modelli mixati insieme. Il falso diventa reato quando l’opera prodotta “di maniera” viene spacciata per originale o attribuita a un artista diverso o più famoso. La molla è la solita: il denaro. Quanto al mercato, segue le mode del momento. I quadri senesi e “primitivi” furono p.es. l’ossessione di fine ‘800 e inizio ‘900, ed è impressionante la bravura degli artigiani italiani che li confezionavano.

Un paio di righe infine sui falsi letterari. Si potrebbe fare un’antologia di scrittori mai esistiti, con tanto di bibliografia. Spesso era un mezzo per evitare la censura (spesso sono falsi anche i luoghi di stampa) o per scrivere collettivamente opere di consumo, ma non mancano diari di viaggio scritti da avventurieri di ogni genere, scherzi tra accademie e false prime edizioni per collezionisti. Qualche volta il falsario lascia l’indizio, la sua firma: per orgoglio. Ma anche per scherzo: che pensereste di un libro moderno che garantisce nel colophon “stampato a Magonza presso Gutemberg?”


Falsi e falsari nella storia. Dal mondo antico a oggi
Paolo Preto
Curatore: Walter Panciera, Andrea Savio
Editore: Viella, 2020, pp. 624
Prezo: € 32,00

EAN: 9788833132891

Il vascello fantasma

Erebus è per i greci un dio degli Inferi; è anche il nome dato dagli esploratori a un vulcano attivo in Antartide. Infine, è anche il nome di un veliero partito nel 1845, disperso tra i ghiacci alla ricerca del Passaggio a Nord-Ovest e ritrovato quasi intatto in fondo al mare nel 2014 da una spedizione oceanografica in una delle zone meno ospitali del pianeta: la fascia a nord del Canada, punto di incontro fra mari diversi, ma anche di ghiacci, nebbie e tempeste che ne rendono ancora oggi antieconomica la traversata. Ma nell’800 ancora non era stato scavato il Canale di Panama e per passare da un oceano all’altro le navi dovevano scendere fino in Patagonia e forzare il Capo Horn, sferzato dai Quaranta Ruggenti, i vènti che s’incuneano da Ovest scorrendo la costa cilena e argentina, permettendo ai lunghi, invelati cutter inglesi di portare il tè a Londra dalle Indie in poche settimane. L’Erebus  invece somiglia molto al Bounty: una solida, lenta nave da guerra convertita alle esplorazioni scientifiche. Esse erano finanziate dall’Ammiragliato e dalla Royal Geographic Society e univano il progresso delle scienze alla ricerca di nuove rotte commerciali e di espansione coloniale. Gli Inglesi avevano il dominio del mare, idee chiare e capitani coraggiosi. Studiare venti e correnti, registrare le variazioni del nord magnetico o perfezionare il cronometro marino significava anche rendere più sicure le rotte marittime. Nel libro che ho davanti, la vita a bordo è ricostruita al dettaglio e ammiriamo l’energia dei suoi ufficiali e marinai. Il libro è la storia di una nave, ma anche di chi l’ha governata in mezzo a tempeste, correnti, iceberg, nebbie, venti oceanici e onde lunghe. Anche se bloccata dai ghiacci, l’Erebus è la nave di legno che prima di Amundsen più si è avvicinata ai poli Nord e Sud, perdendo in tanti anni pochi uomini (la spedizione finale è un altro discorso), anche grazie a comandanti come James Clark  Ross, che ha dato il nome a toponimi situati in zone estreme, raggiunte dopo aver navigato mezzo mondo in condizioni di mare abominevoli. Autore del libro è Michael Palin, appassionato ricercatore più noto come attore comico dei Monty Python e produttore dei documentari Palin’s Travels. La sua personalità eclettica rende la lettura del libro ben diversa da quella di un testo accademico. Palin sa scrivere, ma ha esplorato con metodo gli archivi della Royal Navy e della Royal Geographic Society, dove sono conservati i disegni della navi, i diari di bordo, la corrispondenza e tant’altro, riuscendo a comporre un quadro d’insieme che ci fa quasi vivere a bordo con i marinai. Erano ben pagati, ben nutriti e ben trattati, almeno secondo gli standard dell’epoca; eppure i ritmi di lavoro erano rigidi, la disciplina dura e prevedeva anche le frustate. Gli alloggi degli ufficiali erano razionali, ma gli altri sessanta uomini, pur curando l’igiene, vivevano pur sempre in una nave di trenta metri. Merci, attrezzature e provviste erano stivate fino a saturare gli spazi; la dieta dei marinai non era bilanciata e pochi campavano oltre i sessanta. I viaggi dell’Erebus duravano anche due anni, ma era nel conto: gli esperti equipaggi erano reclutati nelle isole a nord della Scozia o in Irlanda, dove a terra si viveva peggio che in mare. Gli scali dispersi negli oceani offrivano agli ufficiali una vita sociale adeguata – abbiamo resoconti da Città del Capo, da Hobart (Tasmania), da Sidney, mentre i marinai in franchigia – se non disertavano – andavan per bettole e donne: dal diario di un giovane scienziato imbarcato, la descrizione di una trentina di ragazze creole a Rio suggerisce uno sfiorato infarto. Nel frattempo la nave veniva riparata e rifornita di provviste, si smistava la posta e si mandavano in patria mappe, relazioni e campioni di piante e animali ignoti e minerali da sfruttare. Gli ufficiali dovevano pagarsi di tasca loro vitto e vita sociale, ma diverte l’idea che spendessero non solo per le posate d’argento personali, ma anche per i costumi di scena per il teatro e le feste di bordo, con cui si passava il tempo libero tra uomini: nel libro sono riportate le immagini del rituale di bordo al passaggio dell’Equatore e di un surreale capodanno in maschera su un lastrone di ghiaccio in Antartide, con tanto di musica e alcoolici. La razione di ‘grog’ era parte del vitto e tale tradizione è stata dismessa non troppi anni fa. Purtroppo nel corso delle lunghe navigazioni la dieta si rivelava povera di alcune vitamine, e lo scorbuto era una piaga tipica dei marinai. Ma questo è noto.

Parliamo ora dei viaggi dell’Erebus. Se in guerra pattugliava il Mediterraneo, in tempo di pace fu attrezzata per le esplorazioni polari. Dal 1829 al 1833 al comando di John Ross e di suo nipote James Clark Ross la nave arriva al Polo Nord magnetico, ma resta bloccata dai ghiacci e tutti rischiano di morir di fame, prima di essere salvati da una baleniera. Nel 1839 l’Erebus insieme alla Terror viene equipaggiata per la spedizione in Antartide di James Clark Ross. Dopo uno scalo in Tasmania nel 1840 salpa per l’Antartide, superando il 1 gennaio del 1841 il Circolo Polare Antartico e percorre la Grande Barriera Australe (poi ribattezzata Barriera di Ross). Torna in Tasmania per preparare la seconda spedizione antartica, che raggiunge i 161° W e i 78° 9’ 30” S per poi riparare alle Falkland/Malvine. Una terza spedizione salpa nel 1842 ma è costretta a rinunciare per i ghiacci che rischiano di bloccare la nave. James Clark Ross ha sempre saputo fermarsi al punto giusto e quando torna a Londra è nominato cavaliere. Nel 1845 l’Erebus viene equipaggiata per trovare il Passaggio a Nord-Ovest dopo i fallimenti precedenti. Il comando viene affidato al sessantenne John Franklin, già veterano della sfortunata spedizione del 1819 ed ex governatore della Tasmania. Ross sconsiglia l’uso di navi grandi e lente, ma la sua esperienza non viene tenuta in debito conto. L’Erebus e la Terror saranno avvistate per l’ultima volta a fine luglio 1845 nella baia di Baffin. Da quel giorno tutti cercheranno per anni le navi fantasma e la vedova del capitano Franklin sarà la promotrice delle ricerche.

Che era successo? Verranno inviate tre spedizioni di soccorso fra il 1847 e 1848, due delle quali guidate da Ross, ma senza esito. La verità si saprà nel 1854, vista anche la ricompensa di 10.000 sterline in palio. John Rae, un medico-geografo della società che gestiva la baia di Hudson, mentre sta mappando la costa artica viene a sapere dagli inuit (una volta si chiamavano eschimesi) che quegli uomini erano tutti morti: le navi erano rimaste incastrate nei ghiacci nell’Isola di re Guglielmo e le navi abbandonate nel 1848. Tutti erano morti di freddo e malattie cercando di andare a sud. John Rae era diverso da loro: si vestiva e viveva come gli inuit e da loro aveva imparato a sopravvivere tra i ghiacci artici. Proprio gli inuit narravano nelle loro saghe di questi autentici vascelli fantasma alla deriva fra nebbie e ghiacci, e questo ha permesso a una nave oceanografica guidata proprio da un inuit di rilevare fra il 2014 e il 2016 la sagoma delle due navi sul fondo del mare, ben conservate nell’acqua gelida. Un’esplorazione condotta con un drone subacqueo ha permesso di sapere molto di più della nave e del suo sventurato equipaggio. Solo nel 1906 Amundsen sarebbe riuscito a forzare il Passaggio a Nord-Ovest, ma con una nave più piccola e un equipaggio di marinai e sciatori norvegesi addestrati a vivere come gli inuit.

Infine, una nota sull’edizione. Che dire? Traduzione scorrevole, ottimi indici e tante mappe dettagliate, spesso assenti in altri editori. I termini marinareschi sono tradotti con competenza. Unico neo: le misure sono espresse solo in piedi, galloni, yarde, fathom, miglia, pinte, pollici e libbre. Fa molto Old England, ma crea difficoltà al lettore ‘continentale’.


Il mistero dell’Erebus
Michael Palin
Traduttore: Ada Arduini
Editore: Neri Pozza, 2020, pp. 416
Prezzo: €19,00
ISBN: 978-88-545-1990-9
EAN: 9788854520912
EBOOK