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Rico, Oscar e il Ladro Ombra

Questa è la storia della grandissima amicizia fra due ragazzi strani, Rico, alto e un po’ tonto, e Oscar, bassetto e molto, molto intelligente. Insieme formano una squadra incredibile perché dove non arriva l’uno arriva l’altro.

Andreas Steinhöfel, nato a Battenberg in Germania nel 1962, è uno degli autori più celebrati negli ultimi mesi in Germania.

Con Rico, Oscar e il Ladro Ombra ha vinto tanti premi, tra i quali il Deutscher Jugendliteraturpreis (il più prestigioso premio della letteratura per l’infanzia in Germania).

QUANDO LA GUERRA È PSICOLOGIA DEMOGRAFICA

La battaglia di Canne (216 a.C.) è stata da sempre molto studiata: esempio tattico perfetto di accerchiamento di un esercito numericamente superiore. La documentazione è ineccepibile grazie a Plutarco e Livio; in ogni caso è un momento forte della storiografia romana antica. Ma l’autore ha imparato la lezione di Keegan, lo storico inglese che ha quasi rivoluzionato lo studio della storia militare: non dare mai niente per scontato e integrare le fonti dopo un controllo ferreo. Intanto, il libro non parla solo dello svolgimento della battaglia, peraltro spesso semplificato a fini didattici (la guerra è meno lineare di com’è descritta nei libri). Si discute del luogo della battaglia, mai identificato con precisione, ma comunque lungo il fiume Ofanto (Aufidus in Polibio e Livio): un esercito antico comprendeva anche migliaia di bestie da soma, che non potevano stare senz’acqua nemmeno una giornata (1). Nel libro si discute dei comandanti e delle loro abilità, della società di cui gli eserciti erano parte (militarista quella romana, mercantile quella cartaginese), della struttura di comando e dei sottoposti. Si discute di ordinamento e di tattica. Ed è infatti proprio all’analisi dei singoli eserciti e alle rispettive tattiche che è dedicata l’altra metà del libro. Anche qui l’analisi delle fonti è serrata e piena di tabelle e di schemi tattici. Altrimenti, troppe volte storici anche bravi hanno dato per scontate informazioni tradizionali, senza preoccuparsi delle incoerenze o persino delle assurdità (una per tutte: la prima linea a scacchiera). L’esercito di Annibale viene scomposto ragionevolmente nelle sue componenti etniche (africane, iberiche, celtiche), mentre l’analisi delle due società in guerra pone interessanti questioni, non ultima quella demografica. Annibale ha infatti condotto una guerra offensiva contro un nemico demograficamente superiore, capace ogni volta di arruolare nuove legioni e di condurre sia battaglie campali che di attrito. Per questo infine ha perso.

L’analisi delle istituzioni militari e degli eserciti in guerra diventa dunque confronto tra società diverse, tra tattiche e armi magari simili, ma sfruttate in base a concezioni strategiche diverse. A questo punto, come descrivere la battaglia vera e propria? La sfida dell’autore è applicare ad una battaglia antica le procedure che Keegan usa ne Il volto della battaglia, opera ormai fondamentale (2). Per le battaglie moderne abbiamo fonti di ogni genere, per l’antichità bisogna lavorare non dico di fantasia, ma integrando fonti archeologiche, letterarie e analogie con fatti d’arme simili. Ne esce un quadro intanto più complesso di quanto uno si aspettava, spesso ipotetico ma plausibile. P.es., come venivano dati gli ordini per farli capire a 40.000 soldati? E come manovravano realmente sul terreno? E come si controlla un campo di battaglia sicuramente meno ampio di oggi, ma non per questo di facile sintesi? Certo, al liceo nessuno si sarebbe preoccupato di analizzare lo “shock da combattimento” di un legionario romano, abituati com’eravamo a pensare ai soldati romani come guerrieri tutti di un pezzo, ma ora sappiamo che in realtà erano uomini come noi, e che la presenza di reclute poco addestrate nei ranghi immediatamente oltre la prima linea spiega il successo schiacciante della manovra di accerchiamento della cavalleria celtica e numidica di Annibale, mentre la più leggera cavalleria africana inseguiva i fuggiaschi (3). Tattica e armi vanno studiate insieme e sicuramente Annibale era un grande tattico, che seppe sfruttare in questo caso due carenze romane: la mancanza di una buona cavalleria e l’inesperienza delle reclute che rimpiazzavano le perdite delle tre battaglie del Ticino, della Trebbia e del Trasimeno. A Canne, Roma lascia sul campo della battaglia 47.500 fanti e 2.700 cavalieri (su 80.000 effettivi), mentre 19.000 sono i prigionieri. Solo 15.000 dei suoi uomini riescono a fuggire (4), tra cui il console Terenzio Varrone, responsabile con Emilio Paolo del piano di battaglia. Annibale a Canne perde 6.000 Galli, 1.500 Spagnoli e Africani e 200 cavalieri: aveva ottenuto la più brillante vittoria della sua carriera di generale e si consacrava uno dei più grandi condottieri della storia, anche se poi le operazioni militari successive sembrano incioerenti. Da sempre si è discusso dell’inerzia di Annibale dopo Canne, ma la spiegazione più ovvia è stranamente sfuggita agli storici: Annibale era semplicemente finito in quella che Clausewitz definisce la zona di esaurimento dell’offensiva.

Unica nota negativa del libro: la bibliografia. Essa comprende quasi solo libri in lingua inglese, ma di molti esiste da tempo anche un’edizione italiana ed era bene tenerne conto, visto che il libro va in mano a lettori italiani. La revisione di una bibliografia è lavoro che un bibliotecario può fare in una giornata, per cui una negligenza simile non è giustificata.

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NOTE

(1) Alcuni esperti, in seguito a recenti studi basati sull’esame dei documenti storici sulla battaglia di Canne e dei rilevamenti archeologici, hanno suggerito che il luogo della battaglia sia da identificarsi più a nord, sulla riva destra del fiume Fortore in località Ischia Rotonda vicino a Carlantino al confine tra Puglia e Molise (dalla parte pugliese), non molto distante da Campobasso. Tra il luogo identificato sull’Ofanto e questo ci sono 115 km di distanza, pari a 4-5 gg di marcia. Ma ai fini della ricostruzione tattica della battaglia tutto ciò è ininfluente: le fonti parlano di una pianura lungo un fiume, con una serie di colline dall’altra parte, ed entrambi i siti corrispondono alle caratteristiche indicate. Va detto comunque che a Ischia Rotonda sono stati trovate urne con resti incinerati, e sappiamo che i Cartaginesi cremarono i loro caduti, secondo il loro uso..

(2)       Il volto della battaglia / John Keegan ; edizione italiana a cura di Francesco Saba Sardi . Prima ediz. Italiana 1978, più volte ristampato anche in anni recenti. Titolo originale: The Face of Battle : [a study of Agincourt, Waterloo and the Somme] , 1978.

(3)       Un elemento interessante ma non affrontato dall’autore: in sostanza, la tattica della cavalleria africana di Annibale aveva forse a che fare con quella dei Berberi? Nei manuali militari bizantini scritti nel periodo dal VI al X secolo d. C. si prescrive espressamente di non inseguire mai la cavalleria leggera beduina e berbera, in quanto troppo mobile e abituata ad attirare in trappola gli inseguitori con finte ritirate e agguati. A me sembra ovvia una continuità tattica diciamo pure etnica.

(4)       Come a Carrae e in altri casi anche recenti, l’accerchiamento e la distruzione dei reparti non sono mai completi: vi sono sempre contingenti che mantengono il loro ordine di battaglia e possono ripiegare compatti. In più la battaglia di Canne durò almeno 8-9 ore, con frequenti intervalli, ed è verosimile che, se non la cavalleria, sicuramente le fanterie di Annibale erano verso sera allo stremo delle forze fisiche, mentre almeno 10.000 romani erano stati lasciati a presidio dell’accampamento (su 80.000 uomini in totale). Le cifre di Livio sono le più attendibili.

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Titolo La battaglia di Canne
Autore Daly Gregory
Prezzo di copertina € 24,00
Editore: Editrice Goriziana  (collana Le guerre n° 52), 2009

LE PROMESSE IN UNA CATALOGNA DEL ‘500

La magia che Barcellona esercita su molte persone è cosa nota, così come è ormai noto il suo essere fonte di ispirazione per quei suoi abitanti che han fatto della scrittura la loro arte. Jorge Molist, l’autore del libro, va infatti ad aggiungersi a scrittori del calibro di Carlos Ruiz Zafòn e Ildefonso Falcones, che prima di lui ci hanno regalato con le loro storie delle immagini suggestive di una città che ha sempre qualcosa da raccontare.

La storia qui narrata è quella di Joan Serra, il giovane figlio di un pescatore che vede morire suo padre e rapire la madre e la sorella in seguito ad un attacco da parte di una galea corsara avvenuto nel suo villaggio situato nei pressi di Palafrugell, ad un centinaio di chilometri da Barcellona.

“Promettimi che sarai libero” è la richiesta fatta dal genitore in punto di morte mentre il figlio lo stringe tra le braccia, una promessa che da quel momento in poi si tramuterà nella sua ragione di vita.

La capitale della catalogna gli offrirà l’opportunità di ripartire mettendo alla prova le sue capacità e il suo zelo nell’ottenere ciò che vuole, nonostante il periodo di crisi che la città stessa sta attraversando.

La storia si svolge infatti verso la fine del 1400 quando Barcellona era nel pieno del declino dovuto all’unione con il regno di Castiglia, che estromise la città dai traffici commerciali più importanti in favore di una Madrid che al contrario prosperava come capitale dello stato spagnolo.

Le corporazioni dei mercanti che ne guidavano l’economia furono le prime a risentirne, ciò fu dovuto anche alla triste parentesi dell’inquisizione spagnola, che insediatasi nella città non lasciava tregua a tutti coloro che abbracciavano una fede diversa da quella cattolica. Gli ebrei ovviamente, furono i primi a dover fuggire, salvo quei pochi che decisero di rischiare la sorte fingendosi ciò che non erano grazie a conversioni di fede che tali erano solo di facciata.

All’interno di una di queste corporazioni, quella dei mastri rilegatori, Joan viene ingaggiato come apprendista, e come nuovo arrivato non ha per nulla vita facile, questo grazie ai prepotenti che abusano del loro autoproclamato potere ma anche a causa di un passato che non lo abbandona ma che lo spinge ogni giorno a nuove ricerche della madre e della sorella, svolte per lo più nelle taverne frequentate da marinai ubriachi e facili alle risse.

L’avventura narrata, basata su fatti realmente accaduti con tanto di quei personaggi storici che ne furono protagonisti, contiene tutti gli ingredienti necessari a renderla coinvolgente come le altre qui ambientate, lo scenario di crisi è infatti uno sfondo ideale per un protagonista che ha dinanzi a se un percorso in salita irto di difficoltà, dove non manca l’amore reso impossibile proprio dalla crisi stessa e dove un solo passo falso basta per compromettere l’obiettivo finale che egli stesso si è posto.

La scelta fatta dalla casa editrice italiana di suddividere in due parti l’opera che nella versione originale è composta da un solo volume è poco comprensibile visto che il numero di pagine non supera le 800 totali, senza dubbio però, per una storia così val la pena di aspettarne il seguito per scoprire la sorte per nulla scontata del protagonista.

Una nota di merito va ovviamente all’autore che, nel narrare le vicende perlopiù drammatiche che si susseguono nel corso del romanzo, tiene sempre viva la speranza di un cambio di rotta, percepibile grazie alla temerarietà di Joan, ben evidenziata con un’ottima costruzione del personaggio; senza ovviamente tralasciare tutto il contorno, descritto minuziosamente fino a creare un’immagine nitida di una Barcellona mai sazia di nuove avventure.

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Titolo: Promettimi che sarai libero
Autore: Jorge Molist
Edizione: Longanesi
Tradutore: Bovaia R.
Anno: 2012
P. 373

Jorge Molist è uno scrittore spagnolo, dei suoi sei romanzi solo due sono stati pubblicati in Italia, nonostante il successo ottenuto negli altri paesi. Il primo intitolato “L’anello del Tempio” è attualmente fuori catalogo.

Inoltre una breve nota biografia in italiano.

 

LA RICCHEZZA PER UNA NAZIONE

In Italia prostituirsi non è un reato – altro è lo sfruttamento della prostituzione – ma il settore non è regolato da nessuna legge, con i risultati che vediamo ogni giorno. Lo è invece in Germania, in Austria, Svizzera ed Ungheria, dove chi vuol vendere il suo corpo può farlo solo in strutture regolarmente autorizzate e in precise zone cittadine, registrandosi al commissariato, pagando le tasse e adempiendo a precise norme igieniche. Sono strutture ben diverse dalle case chiuse di una volta: questi bordelli del 2000 sono in genere gestiti senza pressioni criminali, almeno in Germania, dove qualsiasi donna può dunque, in linea di principio, scegliere liberamente di fare la puttana. Quello che nella patria di Lili Marleen fa “Sonia Rossi”, una studentessa siciliana (ci risiamo!) che studia matematica a Berlino alla prestigiosa Università Humboldt (1), ma trova difficile mantenersi agli studi lavorando come commessa o barista, dovendo conciliare gli orari di lavoro con quelli delle lezioni. In più si è portata dentro casa Ladja, un giovane polacco conosciuto in un locale dove lei lavorava. È un tipo senz’arte né parte, né ha fantasia di lavorare: ogni tanto si vende agli uomini, come fa il suo amico Tomas, oppure fa lavoretti saltuari. Ladja dev’esser molto bello e bravo a letto, altrimenti non si spiega perché una ragazza sì dotata vada a infognarsi con un parassita sociale. La nostra Sonia decide quindi in piena coscienza e libertà di lavorare prima in una chat line erotica con video, poi passa ad un salone massaggi con extra, poi a un bordello per immigrati, poi ancora a un night club con camere da letto comprese, poi ancora in un altro salone di massaggi ed extra, e così via. Fa insomma la puttana e lo dice apertamente, anche se la famiglia non sa niente (ovvio) e il fidanzato (poi marito) accetta a malincuore (?) questo sistema capace di mantenere due persone. Che lei lo faccia per soldi è chiaro, anche se arriva pure a chiedere ogni tanto altri soldi ai genitori. Sonia e il suo Ladja devono aver proprio le mani bucate: vivere a Berlino costa meno che a Roma, mentre neanche i soldi fatti scopando bastano per due, al punto di dover accettare alcune faticose quanto ben pagate trasferte in bordelli di lusso tedeschi e svizzeri: la crisi economica tange anche le puttane. E’ vero che così trova il tempo per studiare e seguire le lezioni di matematica e tedesco (il libro è stato scritto in tedesco), ma spesso litiga con il milieu dove lavora. Deve avere comunque un certo stomaco, visto che è la prima a dire che certi clienti e certi locali fanno solo schifo. Come si fa? Noi uomini sappiamo da sempre separare il sesso dal sentimento, e qui semplicemente le donne non sono da meno. E una volta risolto questo problema, risolvere gli altri è facile. Le descrizioni delle puttane e dei clienti sono imparziali: c’è del buono e del marcio da entrambe le parti, e la clientela è uno spaccato della vita sociale berlinese. Ricchi e poveri, operai e professionisti, singoli e sposati, ariani ed immigrati, normali e pervertiti, ma tutti uniti nel frequentare il dopolavoro del Fottistero. Sia chiaro che le puttane hanno spesso un fidanzato, un marito e magari un figlio, ma quel mondo rimane fuori dal lavoro, dove le attese si ingannano giocando a carte, vedendo la tv o consumando rotocalchi. O parlando di uomini. Li conoscono bene? Si, ma attraverso un rapporto professionale. In quattro anni Sonia e le sue amiche saranno andate a letto con almeno mille diversi uomini a testa, ma i sentimenti li lasciano per l’uomo con cui dormono la notte, anche se è un buono a nulla. La nostra Sonia però s’innamora di Milan, un uomo sposato con figli, con cui scopa veramente e ne resta anche incinta (segue aborto con sensi di colpa). L’anno dopo invece rimarrà incinta di Ladja e a quel punto la sua vita cambia: farà i soldi coi clienti che amano il preggo sex e smetterà quando nasce il pupo. I teutonici servizi sociali stavolta le verranno incontro e in seguito troverà un buon lavoro di ufficio, che le permetterà di finire gli studi senza farsi sbattere su un letto. E finalmente caccerà di casa l’irresponsabile marito. Meglio tardi che mai.

E resta una domanda inevasa: di Berlino ormai sappiamo tutto, ma qui a Roma quante sono le studentesse fuorisede che lo fanno? Non esistendo bordelli legalizzati, non lo sapremo mai.

 

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FUCKING BERLIN
Sonia Rossi (pseud.)
Rizzoli, 2009 e ristampe
220 p. 14 euro

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NOTE
(1)    “Sonia Rossi” nel testo dice di essere nata nelle isole Eolie, figlia della locale bibliotecaria. Può darsi che imbrogli le carte, visto che con tali informazioni è troppo facile risalire alla sua ‘identità: l’unica biblioteca pubblica sta a Lipari, né tutti mandano la figlia a studiare matematica a Berlino. L’accento di Lipari viene comunque riconosciuto da un cliente italiano, un professore universitario di linguistica italiana venuto per un congresso. La biblioteca comunale di Lipari fu fondata nel 1958 e oggi ha ben 27.000 volumi. Sito: http://www.sbrmessina.it/comlipari.html#

IN UN NON LUOGO

La nozione di non luogo, fortunata definizione dell’etnologo Marc Augé si attaglia perfettamente ai film di Wim Wenders come alla narrativa di Rosa Liksom, nome d’arte di una scrittrice finlandese di origine lappone già nota in Italia per la raccolta di racconti Memorie perdute (2003). Anche la nuova raccolta, Stazioni di transito (1) presenta personaggi che in sostanza non consistono. Da un lato cioè non hanno consistenza, dall’altro non si fermano mai in nessun luogo, non lo fanno mai proprio. Rosa Liksom per questo può ben figurare in un’antologia del postmoderno, dove nulla è sicuro, dove non c’è ideologia e i rapporti tra le persone sono precari quanto quelli di lavoro o di spazio. I personaggi di Rosa Liksom ti usano ma non comunicano e per questo sono antipatici. C’è di tutto: barboni, studenti, ragazzine scappate di casa o solo cretine, globetrotter, disoccupati. Ma non è la classe sociale a unirli, né in assoluto la marginalità: alcuni hanno una casa e un lavoro, o campano – siamo negli anni 80 – dei generosi quanto inutili sussidi dello stato sociale scandinavo. A unirli è piuttosto un indistinto malessere che non riesce mai a raggiungere la massa critica di una protesta politica o almeno di un’identità collettiva. Nessuno di loro ha un progetto. Sono, tanto per capirci, quelli che per strada ti chiedono i soldi o la sigaretta e neanche ringraziano. I personaggi di Rosa Liksom troppe volte si mettono nelle condizioni di non poter essere aiutati e finiscono in questura per la sciocchezza di turno. Nel cinema abbiamo imparato a conoscere questa umanità nei film dei fratelli Kaurismaki, penso p.es. ad Arvottomat (lett.: i senza valore).

La seconda parte del libro invece ci porta nel profondo Nord, terra che l’autrice conosce bene. Qui, al contrario, nulla sembra si muova, anche se in realtà molti giovani sono andati a lavorare in Svezia (il libro – ricordiamolo – risale agli anni ’80). Se i personaggi della prima parte erano i nomadi del postmoderno, qui tutto ristagna in un universo limitato. Si narra anche di un incesto, che è un classico della povertà di contatti con l’esterno. L’autrice del resto non s’inventa niente: in quei posti ci è nata e anche la cinematografia Sami(così vogliono essere chiamati i Lapponi, ndr.) rimanda sia agli spazi aperti che alla claustrofobia invernale. Ricordo un film del 1974, Maa on syntinen laulu (lett: La terra è una canzone peccaminosa) di Rauni Mollberg, dove una storia d’amore veniva vissuta in mezzo ad alcolismo, cupa fede luterana e allevamento di bestiame.

E qui s’impone una riflessione precisa: davvero i nordici personaggi di Rosa Liksom sono diversi da Brevik, il lucido folle autore della strage di Oslo? Anche i protagonisti dei romanzi di Larsson hanno la stessa caratteristica: sono magari taciturni per anni, poi improvvisamente esplode in loro la carica dell’aggressività repressa, indirizzata verso uomini e animali, ma senza un motivo o un obiettivo razionale apparente. Noi, mediterranei passionali, siamo abituati a esternare i nostri sentimenti; magari litighiamo con tutti, ma non abbiamo di queste impreviste esplosioni di odio. Questo tipo di violenza è da anni la cifra del malessere nordico e la letteratura lo aveva capito da tempo, anticipando come sempre la cronaca.

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Stazioni di transito
Rosa Liksom
Edizioni Artemisia, 2012
145 p.,20 cm
prezzo 15 euro

Disponibile presso la libreria Fahrenheit 451° di campo de Fiori

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(1) In realtà è la prima, essendo uscita in Finlandia nel 1985. Il titolo originale, a tradurlo alla lettera significa: una notte di sosta. La traduzione delle opere di Rosa Liksom si deve all’ottima Delfina Sessa, diplomata all’Orientale di Napoli. Suppongo che sia sua anche la prefazione, non firmata.

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