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Uscita dal Nulla (I racconti di Campo di Fiori)

L’amico Fritz vuole il mio aiuto e non posso dirgli di no:  deve sistemarmi il computer  e caricarci una copia pirata di un software e io poco ne capisco. Abita a poche centinaia di metri da me, in uno dei vicoli attorno a piazza Farnese, quindi è comodo. Conosco anche sua moglie: è facile incontrarla mentre a piazza Farnese passeggia e prende il sole con il figlio in carrozzina. E’ giovane, come lo è il mio amico informatico: entrambi sono fra i venti e i trenta e la casa dove abitano forse apparteneva a una nonna. Non è grande, ma in quella posizione va bene tutto; una sera mi hanno anche invitato a cena e ho dato anche un’occhiata ai loro libri: alcuni erano anche in francese e in olandese, ma da queste parti c’è veramente di tutto.

L’amico però mi chiede qualcosa di cui non può parlare con sua moglie: per motivi di lavoro ha conosciuto una ragazza albanese e mi spiega la storia: lei viveva in Olanda ma è stata espulsa e ora vive a Roma e lui vorrebbe aiutarla a uscire dal suo ambiente. Così come la racconta, la storia non regge, ne manca la metà. Per fortuna abbiamo tempo, siamo seduti a un tavolino della latteria di vicolo del Gallo e il caffè me lo faccio durare tanto. Fuori piove, quindi non c’è nessuna ragione per uscire fuori, e lentamente saltano fuori altri dettagli della storia: lei faceva spesso la spola tra Roma e l’Olanda, guadagnando da alcune commissioni, ma solo per vivere e pagarsi le spese. Intuisco che forse era roba di droga (leggera?), ma l’amico Fritz resta sul vago. In ogni caso è stata espulsa dall’Olanda perché irregolare. E adesso a Roma che fa? Vuole uscire da un certo giro. Giro di che? Prostituzione o che altro? L’amico o fa il finto tonto o è un ingenuo. Prendo comunque tempo; ci si rivedrà non appena avrò preso alcune informazioni. Certo, così com’è raffazzonata la storia non regge e se ne potrebbe ricavare la sceneggiatura per un film poliziesco, con tanto di inseguimenti, ricatti e altro. Un minimo di curiosità comunque rimane e per questo mi muoverò. Le informazioni le prendo, ma non sulla ragazza; del resto non lavoro in polizia. Telefono a un centro di ascolto per ragazze di strada e spiego più o meno la storia come mei è stata raccontata. Mi risponde una voce femminile, non credo italiana, la quale mi consiglia di far mettere in contatto la ragazza direttamente con loro. La questione è delicata ed è meglio non esporsi in prima persona. Ma a questo punto richiamo l’amico Fritz e fisso di nuovo un appuntamento in latteria, solo che stavolta voglio che sia presente anche la ragazza. La voglio conoscere e spiegarle quanto consigliato dalla voce amica, dove casi come questo sono all’ordine del giorno. Non so neanche com’è fatta, questa ragazza, ma lo saprò presto.

Quando entro in latteria, i due sono già dentro seduti al solito tavolino di marmo. Visto che paga l’amico, chiedo un caffellatte e la signora mi serve subito: mi conosce da anni e ancora ho il ricordo di sua madre, tanto simile alla sorella di mio nonno. La ragazza è un po’ come me l’aspettavo: giovane, biondina, truccata con discrezione, vestita sexy ma non troppo. Parla un italiano decente e si direbbe voglia farsi passare per brava ragazza. Ascolta tutto ma parla poco, né faccio domande. Capisco che si fida di me e questo mi basta. Dagli sguardi che i due si scambiano ho capito però che il mio amico ci è già andato a letto e che questa è una paracula, altro termine non mi viene in mente. Recita molto bene la parte della ragazza che vorrebbe avere un futuro ma scopre troppo poco le carte e questo non mi piace. In tasca poi da questa storia non me ne viene niente, quindi le passo le informazioni ma le faccio capire che io da questa storia voglio rimanere fuori. Il fatto poi che lei si possa muovere liberamente non quadra con la storia del giro di sfruttamento. Più facile che stesse insieme a un mezzo spacciatore che ora vuole scaricare, sempre che non lo abbia già fatto. Di ragazze straniere venute a compromessi con Roma ne ho conosciute tante: chi ha fatto la babysitter, chi ha posato per PlayBoy una volta finiti i soldi, chi si mette con chi la può ospitare, oppure i solti giri di droga e adesso anche i servizi fotografici per le riviste porno. Non so poi in che rapporti stia con altri albanesi, visto che quella è gente dura e non guarda in faccia nessuno. Devo dire che il suo corpo è attraente e il suo sguardo buca lo schermo, ma io a Campo di Fiori eviterei di mettermi con una ragazza di cui so ancora poco niente. L’atteggiamento del mio amico poi è strano: non si capisce se è il classico pollo o sa e non dice. E’ sposato e ha un figlio piccolo, ma questo sembra secondario. Sua madre poi l’ho anche conosciuta: una mezza olandese o francese che traffica con mobili indonesiani per l’esportazione. In effetti mi riviene in mente lo scaffale con i libri in olandese che avevo visto quella sera. Mi ricordo anche della bellezza di alcune ragazze olandesi figlie di coppie miste, come ho visto ad Amsterdam. L’Indonesia era infatti una colonia olandese e in viaggio ritenevo la cucina indonesiana preferibile a quella cinese.

Finale della storia? Una schifezza. Lei è ripartita e l’amico mi ha chiesto di cercarla, manco fossi un detective. Mi ha dato nome e cognome dei genitori e un indirizzo, ma a me sembrava tutto molto aleatorio: i dati non sono verificabili non essendo registrati nella nostra Anagrafe; del resto il mio amico forse neanche sa bene qual è il vero nome e cognome della ragazza. Anche se all’epoca non c’erano ancora i cellulari, non avere un telefono di riferimento di un amico a me sembra strano. Non lo so, ma la cosa mi puzza e consiglio al mio amico di lasciar perdere le ricerche. In fondo, se quella ha deciso di sparire è perché avrà pensato che non le conveniva legarsi a un giovane professionista sposato; meglio un singolo con cui convivere lontano dall’ambiente di partenza. Quanto al mio amico, l’ho rincontrato un paio di mesi dopo. Nel frattempo la moglie era tornata dalla madre e si era portata appresso il figlio. E’ l’ultima volta che l’ho visto: semplicemente, non l’ho più cercato, né si è fatto vedere più in giro.

Canone Inverso (I racconti di Campo di Fiori)

Anche quando è la figlia a farsi avanti, si corteggia sempre per prima la madre. Sulla spiaggia ero stato avvicinato al bar da due donne giovani, che per un attimo si erano separate dal loro gruppo. Niente di strano: quando posso mi dedico alla vela e anche le due donne erano iscritte al mio stesso circolo. Una delle due l’avrei rivista il giorno dopo e fu lei a prendere l’iniziativa di chiacchierare con me; sul momento sono rimasto sulle mie: in genere non do confidenza, sono singolo e avendo più di cinquant’anni non mi fido mai delle situazioni facili e sinceramente trovavo questa trentenne un po’ troppo seduttiva. Mi fa un sacco di domande e rispondo in modo gentile, ma senza concedere troppa confidenza; parlare con lei è gratificante, ma sul momento la trovo un po’ invadente. Dopo dieci minuti passati attorno al tavolino del bar le chiedo ironicamente se sua madre è libera. E’ una provocazione, ma lei subito conferma quanto avevo intuito, sorridendo e portandomi realmente da sua madre, la quale banalmente prendeva il sole sotto l’ombrellone. Una donna normale, né bella né brutta, sulla cinquantina, con un bel corpo e un sorriso ambiguo, che solo più tardi avrei imparato a decifrare. Curiosamente, aveva poco seno, mentre sua figlia era più in carne. In ogni caso il contatto era stabilito, e così cominciò la storia che mi avrebbe cambiato la vita.
Non ci mettemmo insieme subito, ma dopo quasi due settimane. Ogni giorno uscivo con la mia vela, una laser molto veloce quanto scomoda, poi verso le 11 prendevo il sole chiacchierando con entrambe le donne. La madre di vela poco capiva ma ammirava chi la praticava, a cominciare da sua figlia, la quale si era iscritta al corso della Lega Navale. Ero ancora abbastanza atletico ma non certo tale da far scena sulla spiaggia e l’idea di un legame non mi dispiaceva. Qui tutto prometteva bene, e così fu: prima a pranzo insieme, poi la passeggiata sul lungomare, infine fui invitato a casa, il classico villino in affitto o in proprietà sul litorale laziale, ben arredato e soprattutto con una stanza da letto dove prima o poi speravo di dormire: niente di peggio di quelle donne (e mi sono capitate) che prima ti fanno vedere la camera da letto e poi ti lasciano fuori della porta. Comunque a letto alla fine ci siamo andati, era un afoso pomeriggio di agosto e la figlia era rimasta con le amiche sulla spiaggia. Sudavamo entrambi come candele e questo non mi dispiaceva. Trovai invece sgradevole il suo abbraccio, come se si aggrappasse a me invece di sedurmi. A parte il lavoro (impiegata presso un grande studio medico), della sua vita privata non sapevo molto, se non che aveva avuto comunque un uomo che era il padre di sua figlia. Io sono fatto così: se non ho progetti per il futuro faccio poche domande e aspetto che la storia me la racconti chi mi sta davanti. Nel tardo pomeriggio poi ci raggiunse la figlia, che sicuramente aveva capito per tempo lo sviluppo della giornata e forse aveva volutamente ritardato. Cenammo poi tutti insieme, ma tornai a casa mia: provavo imbarazzo verso la figlia, anche se era chiaro che proprio lei ci aveva lasciato educatamente la casa libera. Questo fu solo l’inizio, perché dalla settimana successiva iniziai a dormire a casa loro, ormai ero di famiglia. E proprio vivendo insieme nello stesso tetto mi resi conto di qualcosa che non mi aspettavo: la figlia era una provocatrice nata. Entrava in salotto scalza nonostante i rimproveri di sua madre, lasciava aperta anche la porta della sua stanza e mi faceva capire di saper tutto sulle nostre notti amorose, anche i dettagli intimi. Magari non diceva niente, ma lo faceva capire con lo sguardo, non è chiaro se complice o meno. Avesse almeno avuto un fidanzato! Era una ragazza normale e per trovarsene uno non le mancava niente. Sua madre comunque lasciava correre, incurante sia dello stile della figlia che delle mie reazioni, peraltro molto controllate. I rapporti tra madre e figlia risentivano della mancanza di un uomo in casa, ma non erano critici. In ogni caso la mia storia di coppia sarebbe finita con l’estate e lo facevo anche capire.
Ma qualcuno me lo impedì. Alla fine mi feci sedurre dalla figlia, devo dire senza troppa resistenza da parte mia. I dettagli non li scrivo, ma ammetto che la mattina dopo la colazione in famiglia fu vissuta in modo assolutamente regolare, senza sguardi allusivi e comunque con tanto caffè. Più tardi saremmo andati in spiaggia e io avrei ripreso ad andare a vela, ma ormai era cambiato tutto, né sapevo se la mia storia parallela avrebbe avuto seguito. In quei casi, era meglio non forzare mai la mano e aspettare gli eventi, e infatti per una settimana non successe quasi niente: io stavo insieme alla madre mentre la figlia si faceva i fatti suoi con i trentenni suoi coetanei.
Una cosa però la notai: la ragazza si riavvicinava a me ogni volta che vedeva allentarsi il mio legame con sua madre. Me ne accorgevo dal suo atteggiamento ansioso, oppure da uno sguardo troppo seduttivo. Nel corso della giornata magari non si notava, ma in certi momenti era come se un sesto senso la mettesse in guardia da una situazione di potenziale crisi. Lo so, esprimersi in questo modo è poco chiaro, ma tutto poi si traduceva in uno strano legame, dentro il quale si dipanavano dinamiche di cui avevo anche paura, mentre madre e figlia ben sapevano condurre il gioco delle parti. C’erano giorni in cui praticamente a turno stavo insieme con due donne diverse, anche se alla fine magari dormivo da solo e – diversamente da quanto si vede nei film – non c’era nessun tour de force. La madre nell’intimità non reagiva come altre donne con cui ero stato, in questo era molto passiva, mentre la figlia aveva una maggior coscienza del suo corpo, che usava si direbbe come mezzo di comunicazione. La madre invece devo dire che aveva un atteggiamento talvolta assente. A parte vuoti di memoria per indirizzi o impegni recenti (può capitare: dove avete parcheggiato la macchina ieri sera?), era a tratti nervosa o stanca. Era andata da poco in pensione e quindi non lavorava più, ma questo le aveva tolto quel minimo di socialità che aveva in ufficio, mentre la figlia ovviamente aveva il suo giro e faceva tardi la sera. Per fortuna al mare la sera uscivamo anche noi e ad Anzio (dove stavamo) non mancano occasioni di svago e si può sempre passeggiare per il porto o nel centro o mangiare del pesce. Mi poteva dunque annoiare magari l’apparente estraneità della madre, ma la vivacità della figlia manteneva alto il mio interesse per il legame e forse questo era palese anche a un osservatore esterno. E poi il letto: con la madre provavo sensazioni forti, mentre con la figlia era diverso, in un certo senso mi conosceva meglio lei e sapeva condurre il gioco invece di essere passiva. E’ stato spesso notato che nelle famiglie incestuose c’è un’inversione di ruoli, dove una madre assente o marginale delega le sue funzioni alla figlia, la quale si assume responsabilità anche gravose e in pratica cerca di tenere unita a tutti i costi la famiglia. Esattamente: mi trovavo dentro un caso da manuale e ne approfittavo, rimanendo però prigioniero del meccanismo. Quando poi ho capito che la madre iniziava a soffrire di Alzheimer, era tardi. Forse la figlia lo sapeva o lo aveva intuito e per questo cercava di legarmi a lei anche scendendo a compromessi. Ormai è passato del tempo e la figlia si è fidanzata e ora vive con il suo ragazzo, mentre io resto a casa con sua madre, com’è giusto che sia. L’amore ogni tanto lo facciamo pure, quando non è irascibile o assente per via della sua malattia. E faccio finta che la figlia abbia agito in buona fede, anche se so bene che non è vero. L’aveva pensata proprio bene.

Terry a Campo

“Poi devo sentire Terry”. Io e Giulia ci vediamo una o due volte a settimana per buttar giù la sceneggiatura di un film. Siamo proprio all’inizio degli anni ’80, quando tutti volevano fare cinema e in genere ci si riusciva pure: era ancora l’epoca d’oro del Superotto, dei cineclub, dei teatri sperimentali, quindi potevi anche fare il colpaccio e passare al 35mm o almeno al 16mm, oppure semplicemente avere la soddisfazione di aver creato qualcosa con i tuoi amici o col tuo collettivo e poterlo condividere con gli altri. Ma nel profondo, tutti volevamo sfondare; da qui lunghe riunioni in pizzeria, scambi di idee, bozze scritte a mano, ricerca di attori e attrici disposti a recitar gratis. Ingenuamente pensavamo che una volta comprata la pellicola – la spesa più grande – tutto filasse liscio tra prove in bianco o in video. Poca attenzione alle luci e alla qualità del sonoro, anche perché magari qualcuno aveva seguito pure un corso di sceneggiatura, ma non aveva mai usato una cinepresa neanche per girare un filmetto di prima comunione. Io invece ero pratico di proiettori per aver fatto il proiezionista nei cineforum, ma qui poco me ne facevo. Ben confezionati o sgangherati che fossero, di quei filmetti se ne producevano tanti e li proiettavi nei vari cineclub o dove capitava. Una cosa poi ci univa tutti nel profondo: di film ne vedevamo tanti, in sala, in pellicola e per intero. Oggi questo non esiste più.

Nel caso nostro la divisione del lavoro stavolta era buffa: regista e sceneggiatrice del Campo (Campo de’ Fiori), attori e attrici da Trastevere, come se il Tevere marcasse anche la differenza dei ruoli. Semplicemente, a Trastevere c’erano teatri e teatrini e quindi tanti attori; in più  ci viveva all’epoca anche una vivace comunità straniera, complice anche il cambio favorevole di dollaro e marco.

Con Giulia lavoravo bene, o almeno così mi sembrava: lei aveva in attivo una regia teatrale e ci vedevamo due volte a settimana per stendere giù la sceneggiatura, i dialoghi e quant’altro. A casa mia lo spazio era poco, ma c’era comunque un lungo tavolo dove non mancava niente: bozze, penne, tazze di tè, libri, una macchina da scrivere. Già, perché la videoscrittura non era normale come adesso, quindi i tempi per forza si dilatavano. Ormai era da due mesi che io e Giulia lavoravamo sul soggetto iniziale, ma ora la novità: aveva due attori per le mani, uno era anche regista, l’altra era una sua amica oltre che attrice professionista. Era inglese, quindi adatta per certe parti. Già, quindi la sceneggiatura non dico che andava scritta da capo, ma almeno modificata, visto che il soggetto non prevedeva donne inglesi. Ma infilare un personaggio in più non era un grosso problema, mentre calibrare i tempi lo era; da qui lunghe discussioni fino a sera, ma questo era normale.

Quello che non si rivelò normale era l’attore, almeno per i miei gusti: appena presentato, iniziò a parlare di teosofia, di oriente, di ginnastica biodinamica e altre stronzate. Tutto era funzionale al suo personale modo di intendere il teatro, ma non è detto che funzionasse nel cinema. Giulia dal canto suo non era così scema da non leggermi in fronte, ma con quel tipo ci aveva già lavorato e lo avrebbe diretto lei, sapeva come prenderlo. Quanto ne fossi convinto è intuibile: sapevo già che con quello avrei avuto problemi. Quanto a Terry, ancora non la conoscevo e alla fine non l’avrei mai vista. Rimasi sorpreso nel sapere che ormai non era più la ragazza trasgressiva che ricordavo in tutti i film che avevo visto: ormai aveva un figlio (o una figlia?) e non era più la ragazzina perversa che le proponevano di fare, anche se pure nelle foto patinate doveva sempre sembrare un’adolescente. Conoscere in privato una persona simile mi incuriosiva, vederla recitare nel nostro film per amicizia mi sembrava troppo bello per essere vero. E infatti non se ne fece niente, ma per altri motivi: l’attore nel frattempo aveva trovato un ingaggio stagionale e non poteva più starci dietro, mentre Giulia alla fine mi scaricò quando capì che non sapevo gestire una troupe, sia pur ridotta e amatoriale. Qualche mese dopo avrebbe scaricato anche suo marito, ma questi sono affari suoi. Ebbi però il tempo e il modo di vedere una scena di prova girata dall’attore per conto di Giulia: lei e Terry passeggiano mano per mano lungo la banchina del Tevere verso Ponte Sisto e parlano di chissà cosa; lo spezzone è poco più un’inquadratura fissa spacciata per piano-sequenza. Possibile che Terry recitasse così male? Giulia mi spiegò che quando non c’è un regista viene sempre fuori una mezza commedia dell’arte, e che quella scena era solo per provare le inquadrature. Fu l’ultima nostra riunione e Terry non l’avrei mai vista. So da altre fonti che è morta a Milano qualche anno fa.

Il suo nome completo era Therese Ann Savoy.

Quel che resta del giorno ( I racconti del Campo)

Siamo a largo dei Librari, con le spalle all’oratorio restaurato. E’ un pomeriggio di settembre ma il Filettaro apre la sera. E mentre chiacchieriamo seduti ai tavolini del caffè, due bangladesi schizzano via lungo via dei Giubbonari con la mercanzia, evidentemente inseguiti dai vigili. E’ il gioco delle parti, la solita scenetta messa in onda quando Roma Capitale decide di fare sul serio per far contento il Messaggero o evitare i tweet di Salvini contro Virginia Raggi. La coppia che mi sta davanti si direbbe male assortita: lei è una stupenda brunetta, lui ricorda un po’ Morgan o Anonymous ed è l’archetipo del simpatico bel mascalzone. Lei infatti è sposata ed è allo stesso tempo sinceramente innamorata di questo divorziato con figli. Come finirà la storia? Non lo sanno nemmeno loro, questo lo ammettono mentre lentamente girano il cucchiaino nella tazzina del caffè. I tratti di lei sono dolci, è una siciliana elegante e sensuale e ha sempre il sorriso sulle labbra. Nel frattempo la partita a guardie e ladri continua: una robusta vigilessa sta facendo il giro della piazzetta, lasciando comunque un intervallo sufficiente a far scappare il “bangla” lungo l’altro lato della piazza. Lentamente sentiamo avvicinarsi anche una macchina che scandaglia via dei Giubbonari. Anche qui è un’operazione di facciata: se vuoi rastrellare sul serio una strada devi chiuderne entrambi gli accessi. Mi ero comunque distratto e la donna che ho davanti aspetta la risposta a chissà quale domanda. Chiedo di ripeterla e prendo tempo: mi chiede che voglio fare io. Risposta: nulla. Non provo emozioni, o almeno col tempo ho imparato a controllarle. E poi è da lei che aspetto una risposta, visto che sono suo marito ed è lei che vuole mettersi con un altro. Ho chiesto io di vederci a tre per fare due chiacchiere: devo sapere cosa vogliono fare, come e quando.

Dietro di me continua il passeggio domenicale, mentre un distinto venditore ambulante deve discutere con le guardie: lui non è scappato, ma è italiano e pensa di evitare la sanzione. Ben altro panorama la mattina dei giorni feriali verso le 8, quando c’è scuola: il vicino liceo statale Vittoria Colonna pullula di belle ragazze e ai tavolini c’è di tutto: ormai non esistono più ragazze brutte o poco curate, e forse per questo miss Italia non va più di moda: ormai basta uscir per strada e sembrano tutte finaliste.

Ritorno sui miei pensieri: mi preoccupa l’aspetto economico di una eventuale separazione. Già lei mi ha chiesto a chi resterà la macchina, e questa non gliela perdono. Lui poi non ha un posto fisso e chi chiede i soldi una volta, li chiederà anche dopo. Passi per il letto, ma i soldi no. Qui manco a farlo apposta siamo vicino al Monte, dove i traffici di oggetti e denaro avvengono da sempre e certe facce le conosciamo tutti da anni. Proprio al Monte comprai una macchina da scrivere usata, quando ancora non c’era la videoscrittura. Ma qui troppe cose sono cambiate da quando ero giovane, inutile fare l’amarcord. Devo infatti concentrarmi su quello che ho davanti, ma non è facile: quei due se non sono ancora andati a letto ci andranno presto e anche senza dirmelo lo capirò lo stesso. Nel frattempo mia madre sta lentamente spegnendosi in un lontano ospedale e quella casa dove una volta abitavamo in cinque ora è malmessa, enorme e vuota. Ieri insieme alla badante – una robusta contadina romena – abbiamo dato una riordinata alle stanze e soprattutto le abbiamo pulite da tutta la robaccia accumulata nel tempo: scarpe, indumenti in disuso, pentole in alluminio, certificati elettorali, bollette d’epoca, carte da regalo, riviste, decoder e cavi elettrici, verbali di condominio, fatture saldate mezzo secolo prima. Se la lasciassi sola, quella donna brava quanto ignorante butterebbe tutto, ma insisto per esaminare prima qualsiasi cosa trovi in armadi, madie e cassettiere. Decido io cosa va conservato e cosa va mandato in discarica, altrimenti andrebbero perduti anche i libri antichi di mio padre o le mie collezioni che non ho avuto il tempo né lo spazio per portare con me dopo il matrimonio, di cui tra pochi giorni ricorre l’anniversario. Mi viene da ridere: quest’anno non riesco a immaginarmi una cenetta a lume di candela, né è sicuro che, una volta sloggiato da casa di mia moglie, io possa abitare casa di mia madre: i fratelli la vogliono vendere e non avrei certo i soldi per riscattare le loro parti. Certo l’idea di non dover guidare più ogni giorno nel traffico o di poter entrare al cinema Farnese quando voglio resta un bel sogno: con lo stipendio che mi danno posso solo scegliere un’altra periferia. Magari con un teatro o un cinema di quartiere.

Campo de’ Fiori: La Movida (2)

Una sera a casa di amici, ormai quasi tutti in età di pensione. Ognuno di noi abita all’altro capo di Roma – ma è ancora Roma? – e ogni tanto si organizza una rimpatriata; ormai i figli son grandi e vanno per conto loro. Stasera anche gente nuova, un paio di amiche di un’amica di mia moglie. Si chiacchiera, si commenta la cronaca. Si parla anche dei due carabinieri coglioni che a Firenze si sono approfittati delle due studentesse americane ubriache. Questa signora si ricorda pure di aver sentito da un’amica la storia di due ragazze canadesi che trent’anni anni prima si erano fatte sbattere a una festa da qualche parte a Campo de’ Fiori. E qui drizzo le orecchie: al Campo ci ho vissuto per anni prima di sposarmi. In più, sapendo bene l’inglese, ho spesso lavorato proprio con studenti americani. Brutta storia: le avevano fatte bere o molto probabilmente quelle avevano alzato il gomito da sole, ma c’era pure qualche canna di mezzo. La voce narrante quella serata se la ricordava benissimo: sul tardi era sconfinata in un “mezzo” stupro. Anche lei aveva bevuto, ma certo meno delle due straniere. Tanto per capirci, in genere sono brave ragazze, spesso figlie di professionisti, ma quando arrivano in Italia scoprono che possono bere tutto l’alcool che vogliono a qualsiasi ora e in qualsiasi quantità, col risultato di mettersi spesso nei guai.

E quella sera da Jane si era bevuto: sangrìa per la precisione, ma fatta in casa sul momento, quindi mescolando senza controllo. Jane era una brava giornalista inglese che viveva dietro ai Giubbonari, in un appartamento a stanzoni dove transitava di tutto: ospiti, amanti, più i colleghi della stampa estera. Di quella sera ricordo anche un paio di canne: se le passava un gruppo sbracato sul divano, mentre uno di noi cambiava i dischi. Quanto alle due canadesi, una delle due di certo si era già appartata con il fico di turno, li avevamo visti andare verso un’altra stanza. Ma l’amico non aveva perso tempo: afferrata per un braccio l’altra ragazza mentre era seduta a chiacchierare con uno studente italiano, la invitava a seguirlo. Quella non oppose resistenza, sia perché mezza ubriaca, sia per non lasciare l’amica da sola. Sparirono quindi nella stanza di cui sopra e chiusero la porta. Si sentivano voci e rumori, ma nessuno ci badava, complice anche un disco dei Led Zeppelin a volume alto. Chi raccontava questa storia ancora ricordava la faccia dell’italiano rimasto di merda quando gli avevano soffiato la “sua” canadese. Si ricordava persino i nomi. Anne era quella salita per prima, Juliette era invece quella sfilata sotto il naso allo studente. I due compari erano rimorchiatori navigati, lui sapeva parlar francese ma era troppo timido per farcela. Ovvero, forse gli poteva pure andar bene se non fosse salita altra gente, il che era improbabile: all’epoca gli stranieri residenti al Campo e a Trastevere – soprattutto americani, inglesi e australiani – il dollaro era alto – ma anche tedeschi, olandesi e qualche sudamericano – avevano casa sempre aperta, era normale sentir suonare alla porta alle ore più disparate: amici di passaggio, italiani in caccia, cinematografari, mezzi giornalisti e scrittori, gente che andava a cena con gli amici o ne ritornava. A questa fauna si aggiungevano mezzi artisti e morti di fame vari, spesso fidanzati con straniere, chi per un mese, chi da anni. Quelli che avevano suonato alla porta erano i classici italiani che piacciono alle straniere: belli (per loro), simpatici e un po’ mascalzoni. Né sfuggiva a un osservatore esterno la profonda attrazione che certe ragazze provavano per quel tipo di uomini.

Quella storia e soprattutto i dettagli non li avevo mai raccontati a nessuno: il timido studente rimasto in bianco ovviamente ero io. Ormai non lego più con le americane, forse proprio perché ci ho lavorato per anni: sono superficiali e trovo insopportabile il loro modo di parlare sguaiato e tanto simile ai cartoni animati. Ma all’epoca stavo dietro alle straniere mie coetanee, senza badare al passaporto: erano più libere delle compagne di scuola, non è come adesso. Ma torniamo indietro: una volta sentite le urla al piano di sopra e il trambusto che ne seguiva – più che altro una gran piazzata – me la filai all’inglese, temendo che un vicino chiamasse la polizia o che le due ragazze denunciassero tutti quanti. Ricordo ancora la frase idiota di una che stava in salotto: “che vai via?”. Che se la vedessero tra di loro: ero più deluso che incazzato e ormai la cosa non mi riguardava. La mia uscita di scena non la notò nessuno: nel frattempo chi si era accoppiato, chi sentiva la musica, chi fumava. Del resto a quei tempi era normale che i gruppi fossero molto mobili, stavo per dire liquidi, anche se poi qualcuno metteva pure su famiglia, come un calabrese che tenacemente otteneva dal governo danese l’ennesima borsa di studio. Era regolarmente fidanzato con una ragazzona bionda e anche simpatica e so che in seguito hanno avuto due figli. Ma da quel giorno divenni prudente: evitai per qualche tempo quella casa né parlai mai con alcuno di quella serata. Juliette poi che andasse aff.. : con me faceva la sostenuta e poi si era fatta sbattere da un altro. Neanche mi venne in mente che quella sera era stata violentata. Per tanti anni ho anche cercato di immaginare il giorno in cui qualcuno avrebbe rievocato quella storia, e quella persona ora stava davanti a me. Quella notte dunque era presente pure lei ma ora non mi aveva riconosciuto: col tempo un uomo perde i capelli e si veste in modo diverso. Ma neanche lei era riconoscibile, salvo far caso al tono della voce e a certe sue movenze ormai fuori moda, ma tipiche dei nostri bei tempi. Delle due canadesi aveva perso anche lei le tracce: erano poi ripartite, si erano scritte un paio di lettere e poi basta, nessun contatto.

A questo punto incrocio lo sguardo di mia moglie: capisce che le avevo nascosto qualcosa. A casa faremo i conti, anzi già in macchina.