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Terry a Campo

“Poi devo sentire Terry”. Io e Giulia ci vediamo una o due volte a settimana per buttar giù la sceneggiatura di un film. Siamo proprio all’inizio degli anni ’80, quando tutti volevano fare cinema e in genere ci si riusciva pure: era ancora l’epoca d’oro del Superotto, dei cineclub, dei teatri sperimentali, quindi potevi anche fare il colpaccio e passare al 35mm o almeno al 16mm, oppure semplicemente avere la soddisfazione di aver creato qualcosa con i tuoi amici o col tuo collettivo e poterlo condividere con gli altri. Ma nel profondo, tutti volevamo sfondare; da qui lunghe riunioni in pizzeria, scambi di idee, bozze scritte a mano, ricerca di attori e attrici disposti a recitar gratis. Ingenuamente pensavamo che una volta comprata la pellicola – la spesa più grande – tutto filasse liscio tra prove in bianco o in video. Poca attenzione alle luci e alla qualità del sonoro, anche perché magari qualcuno aveva seguito pure un corso di sceneggiatura, ma non aveva mai usato una cinepresa neanche per girare un filmetto di prima comunione. Io invece ero pratico di proiettori per aver fatto il proiezionista nei cineforum, ma qui poco me ne facevo. Ben confezionati o sgangherati che fossero, di quei filmetti se ne producevano tanti e li proiettavi nei vari cineclub o dove capitava. Una cosa poi ci univa tutti nel profondo: di film ne vedevamo tanti, in sala, in pellicola e per intero. Oggi questo non esiste più.

Nel caso nostro la divisione del lavoro stavolta era buffa: regista e sceneggiatrice del Campo (Campo de’ Fiori), attori e attrici da Trastevere, come se il Tevere marcasse anche la differenza dei ruoli. Semplicemente, a Trastevere c’erano teatri e teatrini e quindi tanti attori; in più  ci viveva all’epoca anche una vivace comunità straniera, complice anche il cambio favorevole di dollaro e marco.

Con Giulia lavoravo bene, o almeno così mi sembrava: lei aveva in attivo una regia teatrale e ci vedevamo due volte a settimana per stendere giù la sceneggiatura, i dialoghi e quant’altro. A casa mia lo spazio era poco, ma c’era comunque un lungo tavolo dove non mancava niente: bozze, penne, tazze di tè, libri, una macchina da scrivere. Già, perché la videoscrittura non era normale come adesso, quindi i tempi per forza si dilatavano. Ormai era da due mesi che io e Giulia lavoravamo sul soggetto iniziale, ma ora la novità: aveva due attori per le mani, uno era anche regista, l’altra era una sua amica oltre che attrice professionista. Era inglese, quindi adatta per certe parti. Già, quindi la sceneggiatura non dico che andava scritta da capo, ma almeno modificata, visto che il soggetto non prevedeva donne inglesi. Ma infilare un personaggio in più non era un grosso problema, mentre calibrare i tempi lo era; da qui lunghe discussioni fino a sera, ma questo era normale.

Quello che non si rivelò normale era l’attore, almeno per i miei gusti: appena presentato, iniziò a parlare di teosofia, di oriente, di ginnastica biodinamica e altre stronzate. Tutto era funzionale al suo personale modo di intendere il teatro, ma non è detto che funzionasse nel cinema. Giulia dal canto suo non era così scema da non leggermi in fronte, ma con quel tipo ci aveva già lavorato e lo avrebbe diretto lei, sapeva come prenderlo. Quanto ne fossi convinto è intuibile: sapevo già che con quello avrei avuto problemi. Quanto a Terry, ancora non la conoscevo e alla fine non l’avrei mai vista. Rimasi sorpreso nel sapere che ormai non era più la ragazza trasgressiva che ricordavo in tutti i film che avevo visto: ormai aveva un figlio (o una figlia?) e non era più la ragazzina perversa che le proponevano di fare, anche se pure nelle foto patinate doveva sempre sembrare un’adolescente. Conoscere in privato una persona simile mi incuriosiva, vederla recitare nel nostro film per amicizia mi sembrava troppo bello per essere vero. E infatti non se ne fece niente, ma per altri motivi: l’attore nel frattempo aveva trovato un ingaggio stagionale e non poteva più starci dietro, mentre Giulia alla fine mi scaricò quando capì che non sapevo gestire una troupe, sia pur ridotta e amatoriale. Qualche mese dopo avrebbe scaricato anche suo marito, ma questi sono affari suoi. Ebbi però il tempo e il modo di vedere una scena di prova girata dall’attore per conto di Giulia: lei e Terry passeggiano mano per mano lungo la banchina del Tevere verso Ponte Sisto e parlano di chissà cosa; lo spezzone è poco più un’inquadratura fissa spacciata per piano-sequenza. Possibile che Terry recitasse così male? Giulia mi spiegò che quando non c’è un regista viene sempre fuori una mezza commedia dell’arte, e che quella scena era solo per provare le inquadrature. Fu l’ultima nostra riunione e Terry non l’avrei mai vista. So da altre fonti che è morta a Milano qualche anno fa.

Il suo nome completo era Therese Ann Savoy.

Quel che resta del giorno ( I racconti del Campo)

Siamo a largo dei Librari, con le spalle all’oratorio restaurato. E’ un pomeriggio di settembre ma il Filettaro apre la sera. E mentre chiacchieriamo seduti ai tavolini del caffè, due bangladesi schizzano via lungo via dei Giubbonari con la mercanzia, evidentemente inseguiti dai vigili. E’ il gioco delle parti, la solita scenetta messa in onda quando Roma Capitale decide di fare sul serio per far contento il Messaggero o evitare i tweet di Salvini contro Virginia Raggi. La coppia che mi sta davanti si direbbe male assortita: lei è una stupenda brunetta, lui ricorda un po’ Morgan o Anonymous ed è l’archetipo del simpatico bel mascalzone. Lei infatti è sposata ed è allo stesso tempo sinceramente innamorata di questo divorziato con figli. Come finirà la storia? Non lo sanno nemmeno loro, questo lo ammettono mentre lentamente girano il cucchiaino nella tazzina del caffè. I tratti di lei sono dolci, è una siciliana elegante e sensuale e ha sempre il sorriso sulle labbra. Nel frattempo la partita a guardie e ladri continua: una robusta vigilessa sta facendo il giro della piazzetta, lasciando comunque un intervallo sufficiente a far scappare il “bangla” lungo l’altro lato della piazza. Lentamente sentiamo avvicinarsi anche una macchina che scandaglia via dei Giubbonari. Anche qui è un’operazione di facciata: se vuoi rastrellare sul serio una strada devi chiuderne entrambi gli accessi. Mi ero comunque distratto e la donna che ho davanti aspetta la risposta a chissà quale domanda. Chiedo di ripeterla e prendo tempo: mi chiede che voglio fare io. Risposta: nulla. Non provo emozioni, o almeno col tempo ho imparato a controllarle. E poi è da lei che aspetto una risposta, visto che sono suo marito ed è lei che vuole mettersi con un altro. Ho chiesto io di vederci a tre per fare due chiacchiere: devo sapere cosa vogliono fare, come e quando.

Dietro di me continua il passeggio domenicale, mentre un distinto venditore ambulante deve discutere con le guardie: lui non è scappato, ma è italiano e pensa di evitare la sanzione. Ben altro panorama la mattina dei giorni feriali verso le 8, quando c’è scuola: il vicino liceo statale Vittoria Colonna pullula di belle ragazze e ai tavolini c’è di tutto: ormai non esistono più ragazze brutte o poco curate, e forse per questo miss Italia non va più di moda: ormai basta uscir per strada e sembrano tutte finaliste.

Ritorno sui miei pensieri: mi preoccupa l’aspetto economico di una eventuale separazione. Già lei mi ha chiesto a chi resterà la macchina, e questa non gliela perdono. Lui poi non ha un posto fisso e chi chiede i soldi una volta, li chiederà anche dopo. Passi per il letto, ma i soldi no. Qui manco a farlo apposta siamo vicino al Monte, dove i traffici di oggetti e denaro avvengono da sempre e certe facce le conosciamo tutti da anni. Proprio al Monte comprai una macchina da scrivere usata, quando ancora non c’era la videoscrittura. Ma qui troppe cose sono cambiate da quando ero giovane, inutile fare l’amarcord. Devo infatti concentrarmi su quello che ho davanti, ma non è facile: quei due se non sono ancora andati a letto ci andranno presto e anche senza dirmelo lo capirò lo stesso. Nel frattempo mia madre sta lentamente spegnendosi in un lontano ospedale e quella casa dove una volta abitavamo in cinque ora è malmessa, enorme e vuota. Ieri insieme alla badante – una robusta contadina romena – abbiamo dato una riordinata alle stanze e soprattutto le abbiamo pulite da tutta la robaccia accumulata nel tempo: scarpe, indumenti in disuso, pentole in alluminio, certificati elettorali, bollette d’epoca, carte da regalo, riviste, decoder e cavi elettrici, verbali di condominio, fatture saldate mezzo secolo prima. Se la lasciassi sola, quella donna brava quanto ignorante butterebbe tutto, ma insisto per esaminare prima qualsiasi cosa trovi in armadi, madie e cassettiere. Decido io cosa va conservato e cosa va mandato in discarica, altrimenti andrebbero perduti anche i libri antichi di mio padre o le mie collezioni che non ho avuto il tempo né lo spazio per portare con me dopo il matrimonio, di cui tra pochi giorni ricorre l’anniversario. Mi viene da ridere: quest’anno non riesco a immaginarmi una cenetta a lume di candela, né è sicuro che, una volta sloggiato da casa di mia moglie, io possa abitare casa di mia madre: i fratelli la vogliono vendere e non avrei certo i soldi per riscattare le loro parti. Certo l’idea di non dover guidare più ogni giorno nel traffico o di poter entrare al cinema Farnese quando voglio resta un bel sogno: con lo stipendio che mi danno posso solo scegliere un’altra periferia. Magari con un teatro o un cinema di quartiere.

Campo de’ Fiori: La Movida (2)

Una sera a casa di amici, ormai quasi tutti in età di pensione. Ognuno di noi abita all’altro capo di Roma – ma è ancora Roma? – e ogni tanto si organizza una rimpatriata; ormai i figli son grandi e vanno per conto loro. Stasera anche gente nuova, un paio di amiche di un’amica di mia moglie. Si chiacchiera, si commenta la cronaca. Si parla anche dei due carabinieri coglioni che a Firenze si sono approfittati delle due studentesse americane ubriache. Questa signora si ricorda pure di aver sentito da un’amica la storia di due ragazze canadesi che trent’anni anni prima si erano fatte sbattere a una festa da qualche parte a Campo de’ Fiori. E qui drizzo le orecchie: al Campo ci ho vissuto per anni prima di sposarmi. In più, sapendo bene l’inglese, ho spesso lavorato proprio con studenti americani. Brutta storia: le avevano fatte bere o molto probabilmente quelle avevano alzato il gomito da sole, ma c’era pure qualche canna di mezzo. La voce narrante quella serata se la ricordava benissimo: sul tardi era sconfinata in un “mezzo” stupro. Anche lei aveva bevuto, ma certo meno delle due straniere. Tanto per capirci, in genere sono brave ragazze, spesso figlie di professionisti, ma quando arrivano in Italia scoprono che possono bere tutto l’alcool che vogliono a qualsiasi ora e in qualsiasi quantità, col risultato di mettersi spesso nei guai.

E quella sera da Jane si era bevuto: sangrìa per la precisione, ma fatta in casa sul momento, quindi mescolando senza controllo. Jane era una brava giornalista inglese che viveva dietro ai Giubbonari, in un appartamento a stanzoni dove transitava di tutto: ospiti, amanti, più i colleghi della stampa estera. Di quella sera ricordo anche un paio di canne: se le passava un gruppo sbracato sul divano, mentre uno di noi cambiava i dischi. Quanto alle due canadesi, una delle due di certo si era già appartata con il fico di turno, li avevamo visti andare verso un’altra stanza. Ma l’amico non aveva perso tempo: afferrata per un braccio l’altra ragazza mentre era seduta a chiacchierare con uno studente italiano, la invitava a seguirlo. Quella non oppose resistenza, sia perché mezza ubriaca, sia per non lasciare l’amica da sola. Sparirono quindi nella stanza di cui sopra e chiusero la porta. Si sentivano voci e rumori, ma nessuno ci badava, complice anche un disco dei Led Zeppelin a volume alto. Chi raccontava questa storia ancora ricordava la faccia dell’italiano rimasto di merda quando gli avevano soffiato la “sua” canadese. Si ricordava persino i nomi. Anne era quella salita per prima, Juliette era invece quella sfilata sotto il naso allo studente. I due compari erano rimorchiatori navigati, lui sapeva parlar francese ma era troppo timido per farcela. Ovvero, forse gli poteva pure andar bene se non fosse salita altra gente, il che era improbabile: all’epoca gli stranieri residenti al Campo e a Trastevere – soprattutto americani, inglesi e australiani – il dollaro era alto – ma anche tedeschi, olandesi e qualche sudamericano – avevano casa sempre aperta, era normale sentir suonare alla porta alle ore più disparate: amici di passaggio, italiani in caccia, cinematografari, mezzi giornalisti e scrittori, gente che andava a cena con gli amici o ne ritornava. A questa fauna si aggiungevano mezzi artisti e morti di fame vari, spesso fidanzati con straniere, chi per un mese, chi da anni. Quelli che avevano suonato alla porta erano i classici italiani che piacciono alle straniere: belli (per loro), simpatici e un po’ mascalzoni. Né sfuggiva a un osservatore esterno la profonda attrazione che certe ragazze provavano per quel tipo di uomini.

Quella storia e soprattutto i dettagli non li avevo mai raccontati a nessuno: il timido studente rimasto in bianco ovviamente ero io. Ormai non lego più con le americane, forse proprio perché ci ho lavorato per anni: sono superficiali e trovo insopportabile il loro modo di parlare sguaiato e tanto simile ai cartoni animati. Ma all’epoca stavo dietro alle straniere mie coetanee, senza badare al passaporto: erano più libere delle compagne di scuola, non è come adesso. Ma torniamo indietro: una volta sentite le urla al piano di sopra e il trambusto che ne seguiva – più che altro una gran piazzata – me la filai all’inglese, temendo che un vicino chiamasse la polizia o che le due ragazze denunciassero tutti quanti. Ricordo ancora la frase idiota di una che stava in salotto: “che vai via?”. Che se la vedessero tra di loro: ero più deluso che incazzato e ormai la cosa non mi riguardava. La mia uscita di scena non la notò nessuno: nel frattempo chi si era accoppiato, chi sentiva la musica, chi fumava. Del resto a quei tempi era normale che i gruppi fossero molto mobili, stavo per dire liquidi, anche se poi qualcuno metteva pure su famiglia, come un calabrese che tenacemente otteneva dal governo danese l’ennesima borsa di studio. Era regolarmente fidanzato con una ragazzona bionda e anche simpatica e so che in seguito hanno avuto due figli. Ma da quel giorno divenni prudente: evitai per qualche tempo quella casa né parlai mai con alcuno di quella serata. Juliette poi che andasse aff.. : con me faceva la sostenuta e poi si era fatta sbattere da un altro. Neanche mi venne in mente che quella sera era stata violentata. Per tanti anni ho anche cercato di immaginare il giorno in cui qualcuno avrebbe rievocato quella storia, e quella persona ora stava davanti a me. Quella notte dunque era presente pure lei ma ora non mi aveva riconosciuto: col tempo un uomo perde i capelli e si veste in modo diverso. Ma neanche lei era riconoscibile, salvo far caso al tono della voce e a certe sue movenze ormai fuori moda, ma tipiche dei nostri bei tempi. Delle due canadesi aveva perso anche lei le tracce: erano poi ripartite, si erano scritte un paio di lettere e poi basta, nessun contatto.

A questo punto incrocio lo sguardo di mia moglie: capisce che le avevo nascosto qualcosa. A casa faremo i conti, anzi già in macchina.

Campo de’ Fiori: Errori di gioventù

Dopo tanti anni, rischiavo lo scandalo. Da giovane avevo scritto un romanzo molto trasgressivo, cercando di farlo pubblicare. All’epoca non c’erano ancora i blog, quindi facevo le fotocopie della stampata e le inviavo ai vari editori con una lettera d’accompagno. Mi firmavo con uno pseudonimo, allegando un indirizzo di comodo per il contatto. Poi mi sono fidanzato e in seguito ho messo su famiglia. Mai avevo parlato alla futura moglie della mia attività di scrittore notturno, né tantomeno querelai un editore che aveva nel frattempo pubblicato il mio manoscritto col nome di un altro. Fossi rimasto singolo, non ci avrei pensato due volte a passare alle vie legali, ma con una brava moglie non era il caso di alzare il sipario sul passato remoto. E’ vero che Foquet de Marseille, prima di diventare vescovo aveva da giovane scritto versi di amor cortese, ma nel suo ambiente erano considerati errori di gioventù su cui si sorvolava. Mia moglie invece sapeva al massimo che mi ero fatta qualche canna e che avevo avuto un paio di fidanzatine, ma se solo avesse ritenuto vero il 10% di quanto narravo in quel libro, sarebbe scappata. Ed ora il fulmine a ciel sereno: in una tesi di dottorato in storia della letteratura italiana degli anni ’70 un giovane studioso metteva seriamente in dubbio l’attribuzione all’autore di quel romanzo, diventato nel frattempo un best-seller, e la cosa era rimbalzata anche su Espresso e Panorama. Ineccepibili gli argomenti del giovane ricercatore: il romanzo era stato scritto da un romano e non da un bolognese, come si desumeva dall’analisi del testo: sintassi e lessico erano più vicini al romanesco che alle parlate emiliane, e alcune informazioni peraltro assai precise su luoghi e avvenimenti potevano invece esser state copiate da qualche fonte giornalistica. Fin qui niente di strano: lo fanno anche gli autori miliardari di best seller; solo che pagano chi lo fa per loro, mentre io ero invece solo un modesto artigiano. E da vero principiante, lasciavo tracce dappertutto, un po’ per sfida, ma anche per ingenuità. Facile sarebbe stato all’epoca risalire a me o almeno al mio ambiente attraverso una serie di dettagli assai precisi di cui si era ormai persa memoria, ma nessuno ci aveva pensato; del resto il romanzo era stato riscoperto dalla critica solo trent’anni dopo. E adesso, dopo tanto tempo, un ricercatore universitario ansioso di farsi notare riapriva il caso letterario.

Rilessi freneticamente il romanzo, di cui comunque tenevo ancora una copia da qualche parte. Non ci avrei dormito la notte, e a ragione. Se qualcuno avesse capito che di Roma si parlava, anzi di Campo de’ Fiori, il problema non era identificare chi all’epoca si portava a letto le studentesse americane dopo un paio di canne o mezzo litro di gin, o dove abitava la figlia del pittore cubano, o chi fosse la cicciona del mercato. C’era invece ben altro: la testimonianza di un omicidio archiviato. Nel romanzo si parlava di uno spacciatore che non era morto per overdose, ma per una dose intenzionalmente mortale. Chi spacciava all’epoca magari tagliava la roba da vendere con polvere di marmo o stricnina, ma per sé teneva eroina pura. Ma uno di loro doveva morire: aveva iniziato alla droga uno del mio palazzo e da un anno trovavo solo siringhe per le scale. Quando quel ragazzo con cui ero cresciuto insieme morì di overdose, tutti noi decidemmo di farla finita con loro. “Noi” eravamo gli altri giovani del palazzo, “loro” erano tutti quelli che continuamente salivano e scendevano le scale: tossici, spacciatori, ladruncoli, puttanelle varie, una fauna che impediva la vita normale agli altri a tutte le ore, notte compresa, tant’è vero che la sera staccavamo i citofoni. Ma quando il pusher morto finì sui giornali, ecco la sorpresa: lo stronzo che avevamo spedito all’inferno era figlio di un costruttore edile pugliese pieno di soldi e terre. Perché allora spacciava, pur non avendo bisogno di soldi? Forse per sentirsi potente e rispettato, o semplicemente per scoparsi tutte le ragazze che voleva, italiane o straniere che fossero. Ma quella notte fu tramortito per le scale con una spranga di ferro, solo per farsi iniettare in vena una pera, lui che non se ne era mai fatta una. Collasso cardiocircolatorio, così la relazione del medico legale. E la botta? Era caduto per le scale mal illuminate. Uno di meno. Questi i fatti di tanti anni prima. Ma se saltavano fuori testimonianze tardive – eravamo in gruppo – il caso si sarebbe arricchito di dettagli all’epoca ignoti. Ma del gruppo chi era rimasto? Dei tossici pochi, sicuramente erano tutti morti negli anni successivi, magari di epatite B o di Aids. E di noi? Tutti avevano da anni messo su famiglia e cambiato casa, ormai il Campo era troppo caro e incasinato. Testimoni capaci di parlare o interessati a farlo quindi non ve n’erano più. Ma nel romanzo si parlava anche di una polaroid scattata durante l’azione e conservata gelosamente da uno del gruppo. Se ne descrivevano anche i dettagli. Bei coglioni che eravamo! Ma era anche l’epoca in cui le BR si facevano la foto ricordo mentre sparavano al fratello di Peci e le prime coppie scoperecce compravano la polaroid per la rubrica “autoscatto” su Le Ore, quindi stavamo in buona compagnia. E poi, quella foto chissà che fine aveva fatto. E invece eccola che salta fuori. Non proprio quella, ma una molto simile. Una galleria d’arte ti presenta in esclusiva un’antologica di quartiere, “Scatti & Riscatti”, dove sono esposte foto in bianconero fatte negli anni Settanta e ritrovate qua e là, con qualche sconfinamento nel decennio dopo. Ingrandite, ecco tante immagini rigorosamente inedite che davano il quadro della vita sociale al Campo quando ero giovane. All’epoca i banchi del mercato erano almeno quattro volte quelli di adesso e ancora c’erano le stadère, abolite dagli euroscemi di Bruxelles. C’era la monumentale Marisona, pittoresca usuraia figlia di mignotta. C’erano sprazzi di cortei e manifestazioni dell’epoca. C’era Maria di Gaetano, la cassiera del cinema Farnese. C’era la sorella di Fabrizi, non la sora Lella ma l’altra, quella del banco prima del cinema Farnese. E poi le scene di bar: in una si riconosceva Cavallo Pazzo, al secolo Guido Appignani, artista e provocatore sempre ubriaco. Me lo ricordo benissimo quando era ospite di Eva, la madre di Toni lo Svedese, uno spacciatore in realtà finlandese. Ed ecco ora la foto che non volevo vedere: a un tavolino dell’Om Shanti, il bar che bucava i cucchiaini per non farseli fregare dai tossici, noi tre sediamo accanto alla vittima in atteggiamento cordiale. Questa era la prova che ci conoscevamo, mentre all’epoca noi tutti negavano di aver mai parlato con quel fetido individuo. Fottuti! Che fare a questo punto? Levar di mezzo la foto era improponibile, l’unica era sperare che nessuno la notasse o – peggio – ricollegasse uomini e cose.  Per ora i critici letterari stanno ancora litigando se quel mio libro sia ambientato a Roma o a Bologna e se l’autore sia ancora vivo. Qualcuno lo identifica con un noto giornalista ormai morto, altri con un funzionario di Polizia in pensione. Il dibattito è veramente interessante. L’importante è che non arrivino mai a Campo de’ Fiori.

 

Confessioni metropolitane

C’era una volta un povero uccelletto spiaccicato per terra, il suo piccolo cadavere era sul marciapiede forse calpestato da un passante.
Uscendo trafelata di casa come molte altre persone per affrontare una giornata qualunque, lo notai camminando, come un qualcosa di strano, già che per fretta o miopia, non lo mettevo bene a fuoco. Il povero cadavere rimase almeno un giorno sull’asfalto perché, ritornando a casa per rinchiudermi e isolarmi dal mondo dopo una lunga giornata qualunque, stava ancora lì. Questa volta mi fermai: ero curiosa di capire cosa avevo intercettato la mattina.
Appena lo vidi rimasi turbata per quell’esserino, ma la mia insensibilità urbana prevalse: lo fotografai pensando che potevo utilizzare l’immagine in un opera pittorica o in una scultura, successivamente mi chiesi se dovevo dargli sepoltura, poi decisi di lasciare il compito agli animali del quartiere o a chi era preposto alla pulizia delle strade.
Solo la settimana successiva mi accorsi che l’uccelletto spiaccicato mi aveva turbato molto. Ritornando infatti dalla rosticceria con uno dei miei cibi preferiti, il pollo alla diavola e rifugiatami in cucina in preda alla solita fame compulsivo-consolatoria, dopo aver passato una giornata qualunque, mi accorsi che ero incapace di consumare quel croccante e profumato pasto: mi ricordava troppo il povero cadaverino! Dopo un soggiorno di un paio di giorni nel mio frigorifero, il pollo finì tra la spazzatura.
Non ho avuto una conversione al Veganesimo simile a quella di San Paolo sulla via di Damasco, e non so neppure se potrei sopportare fisicamente una dieta vegetariana considerate le mie intolleranze al latte, al glutine, alla soja e ad un’altra dozzina di alimenti che mettono il mio colon in subbuglio etc. Sindrome questa (del colon irritabile) che non mi vergogno di ammettere, già che è ormai diffusa tra noi della comunità dei sedentari. Al momento, comunque, non riesco a mangiare più pollo ed in generale ho grossi conflitti con la carne, eccetto che sia cucinata in modo che non sia riconoscibile la sua origine animale e spero soprattutto di non incontrare dei poveri pesci spiaccicati sul marciapiede!
Nel susseguirsi interminabile di giornate qualunque, nonostante continuassi la mia inutile frenesia, non so se per il caldo africano o per i forti effluvi che fuoriuscivano dai contenitori della spazzatura, i miei sensi che generalmente erano concentrati nelle nevrosi del quotidiano, cominciarono a risvegliarsi facendomi notare indizi di un differente paesaggio, piccoli segnali lasciati apparentemente senza senso: un avviso a noi naviganti del cemento, come ad esempio una cassetta mangianastri appesa ad un cancello.
Anche in questo caso mi fermai per cercare di capire cosa stavo vedendo e fotografai incredula. Certo, la cassetta era stata posta così sul cancello da mano umana, eccetto che il figlio di King Kong non abbia voluto partecipare ad una performance urbana.
Mi chiesi e continuo a chiedermi, chi e perché qualcuno avesse avuto la necessità di appendere una cassetta da mangianastri su un cancello: un messaggio ad un amore perduto, un ricordo spazzato via dalle memoria ma esibito o semplicemente una persona che si trovava là per caso, con una cassetta mangianastri, filo e scotch adesivo?? Era già rotta o era stata rotta in segno di sfregio, protesta o disappunto?
Il piccolo segnale l’ho colto, ma non mi sono sentita di citofonare a tutti gli abitanti opportunamente protetti da quel cancello.

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