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Campo de’ Fiori: La Movida (2)

Una sera a casa di amici, ormai quasi tutti in età di pensione. Ognuno di noi abita all’altro capo di Roma – ma è ancora Roma? – e ogni tanto si organizza una rimpatriata; ormai i figli son grandi e vanno per conto loro. Stasera anche gente nuova, un paio di amiche di un’amica di mia moglie. Si chiacchiera, si commenta la cronaca. Si parla anche dei due carabinieri coglioni che a Firenze si sono approfittati delle due studentesse americane ubriache. Questa signora si ricorda pure di aver sentito da un’amica la storia di due ragazze canadesi che trent’anni anni prima si erano fatte sbattere a una festa da qualche parte a Campo de’ Fiori. E qui drizzo le orecchie: al Campo ci ho vissuto per anni prima di sposarmi. In più, sapendo bene l’inglese, ho spesso lavorato proprio con studenti americani. Brutta storia: le avevano fatte bere o molto probabilmente quelle avevano alzato il gomito da sole, ma c’era pure qualche canna di mezzo. La voce narrante quella serata se la ricordava benissimo: sul tardi era sconfinata in un “mezzo” stupro. Anche lei aveva bevuto, ma certo meno delle due straniere. Tanto per capirci, in genere sono brave ragazze, spesso figlie di professionisti, ma quando arrivano in Italia scoprono che possono bere tutto l’alcool che vogliono a qualsiasi ora e in qualsiasi quantità, col risultato di mettersi spesso nei guai.

E quella sera da Jane si era bevuto: sangrìa per la precisione, ma fatta in casa sul momento, quindi mescolando senza controllo. Jane era una brava giornalista inglese che viveva dietro ai Giubbonari, in un appartamento a stanzoni dove transitava di tutto: ospiti, amanti, più i colleghi della stampa estera. Di quella sera ricordo anche un paio di canne: se le passava un gruppo sbracato sul divano, mentre uno di noi cambiava i dischi. Quanto alle due canadesi, una delle due di certo si era già appartata con il fico di turno, li avevamo visti andare verso un’altra stanza. Ma l’amico non aveva perso tempo: afferrata per un braccio l’altra ragazza mentre era seduta a chiacchierare con uno studente italiano, la invitava a seguirlo. Quella non oppose resistenza, sia perché mezza ubriaca, sia per non lasciare l’amica da sola. Sparirono quindi nella stanza di cui sopra e chiusero la porta. Si sentivano voci e rumori, ma nessuno ci badava, complice anche un disco dei Led Zeppelin a volume alto. Chi raccontava questa storia ancora ricordava la faccia dell’italiano rimasto di merda quando gli avevano soffiato la “sua” canadese. Si ricordava persino i nomi. Anne era quella salita per prima, Juliette era invece quella sfilata sotto il naso allo studente. I due compari erano rimorchiatori navigati, lui sapeva parlar francese ma era troppo timido per farcela. Ovvero, forse gli poteva pure andar bene se non fosse salita altra gente, il che era improbabile: all’epoca gli stranieri residenti al Campo e a Trastevere – soprattutto americani, inglesi e australiani – il dollaro era alto – ma anche tedeschi, olandesi e qualche sudamericano – avevano casa sempre aperta, era normale sentir suonare alla porta alle ore più disparate: amici di passaggio, italiani in caccia, cinematografari, mezzi giornalisti e scrittori, gente che andava a cena con gli amici o ne ritornava. A questa fauna si aggiungevano mezzi artisti e morti di fame vari, spesso fidanzati con straniere, chi per un mese, chi da anni. Quelli che avevano suonato alla porta erano i classici italiani che piacciono alle straniere: belli (per loro), simpatici e un po’ mascalzoni. Né sfuggiva a un osservatore esterno la profonda attrazione che certe ragazze provavano per quel tipo di uomini.

Quella storia e soprattutto i dettagli non li avevo mai raccontati a nessuno: il timido studente rimasto in bianco ovviamente ero io. Ormai non lego più con le americane, forse proprio perché ci ho lavorato per anni: sono superficiali e trovo insopportabile il loro modo di parlare sguaiato e tanto simile ai cartoni animati. Ma all’epoca stavo dietro alle straniere mie coetanee, senza badare al passaporto: erano più libere delle compagne di scuola, non è come adesso. Ma torniamo indietro: una volta sentite le urla al piano di sopra e il trambusto che ne seguiva – più che altro una gran piazzata – me la filai all’inglese, temendo che un vicino chiamasse la polizia o che le due ragazze denunciassero tutti quanti. Ricordo ancora la frase idiota di una che stava in salotto: “che vai via?”. Che se la vedessero tra di loro: ero più deluso che incazzato e ormai la cosa non mi riguardava. La mia uscita di scena non la notò nessuno: nel frattempo chi si era accoppiato, chi sentiva la musica, chi fumava. Del resto a quei tempi era normale che i gruppi fossero molto mobili, stavo per dire liquidi, anche se poi qualcuno metteva pure su famiglia, come un calabrese che tenacemente otteneva dal governo danese l’ennesima borsa di studio. Era regolarmente fidanzato con una ragazzona bionda e anche simpatica e so che in seguito hanno avuto due figli. Ma da quel giorno divenni prudente: evitai per qualche tempo quella casa né parlai mai con alcuno di quella serata. Juliette poi che andasse aff.. : con me faceva la sostenuta e poi si era fatta sbattere da un altro. Neanche mi venne in mente che quella sera era stata violentata. Per tanti anni ho anche cercato di immaginare il giorno in cui qualcuno avrebbe rievocato quella storia, e quella persona ora stava davanti a me. Quella notte dunque era presente pure lei ma ora non mi aveva riconosciuto: col tempo un uomo perde i capelli e si veste in modo diverso. Ma neanche lei era riconoscibile, salvo far caso al tono della voce e a certe sue movenze ormai fuori moda, ma tipiche dei nostri bei tempi. Delle due canadesi aveva perso anche lei le tracce: erano poi ripartite, si erano scritte un paio di lettere e poi basta, nessun contatto.

A questo punto incrocio lo sguardo di mia moglie: capisce che le avevo nascosto qualcosa. A casa faremo i conti, anzi già in macchina.

Campo de’ Fiori: Errori di gioventù

Dopo tanti anni, rischiavo lo scandalo. Da giovane avevo scritto un romanzo molto trasgressivo, cercando di farlo pubblicare. All’epoca non c’erano ancora i blog, quindi facevo le fotocopie della stampata e le inviavo ai vari editori con una lettera d’accompagno. Mi firmavo con uno pseudonimo, allegando un indirizzo di comodo per il contatto. Poi mi sono fidanzato e in seguito ho messo su famiglia. Mai avevo parlato alla futura moglie della mia attività di scrittore notturno, né tantomeno querelai un editore che aveva nel frattempo pubblicato il mio manoscritto col nome di un altro. Fossi rimasto singolo, non ci avrei pensato due volte a passare alle vie legali, ma con una brava moglie non era il caso di alzare il sipario sul passato remoto. E’ vero che Foquet de Marseille, prima di diventare vescovo aveva da giovane scritto versi di amor cortese, ma nel suo ambiente erano considerati errori di gioventù su cui si sorvolava. Mia moglie invece sapeva al massimo che mi ero fatta qualche canna e che avevo avuto un paio di fidanzatine, ma se solo avesse ritenuto vero il 10% di quanto narravo in quel libro, sarebbe scappata. Ed ora il fulmine a ciel sereno: in una tesi di dottorato in storia della letteratura italiana degli anni ’70 un giovane studioso metteva seriamente in dubbio l’attribuzione all’autore di quel romanzo, diventato nel frattempo un best-seller, e la cosa era rimbalzata anche su Espresso e Panorama. Ineccepibili gli argomenti del giovane ricercatore: il romanzo era stato scritto da un romano e non da un bolognese, come si desumeva dall’analisi del testo: sintassi e lessico erano più vicini al romanesco che alle parlate emiliane, e alcune informazioni peraltro assai precise su luoghi e avvenimenti potevano invece esser state copiate da qualche fonte giornalistica. Fin qui niente di strano: lo fanno anche gli autori miliardari di best seller; solo che pagano chi lo fa per loro, mentre io ero invece solo un modesto artigiano. E da vero principiante, lasciavo tracce dappertutto, un po’ per sfida, ma anche per ingenuità. Facile sarebbe stato all’epoca risalire a me o almeno al mio ambiente attraverso una serie di dettagli assai precisi di cui si era ormai persa memoria, ma nessuno ci aveva pensato; del resto il romanzo era stato riscoperto dalla critica solo trent’anni dopo. E adesso, dopo tanto tempo, un ricercatore universitario ansioso di farsi notare riapriva il caso letterario.

Rilessi freneticamente il romanzo, di cui comunque tenevo ancora una copia da qualche parte. Non ci avrei dormito la notte, e a ragione. Se qualcuno avesse capito che di Roma si parlava, anzi di Campo de’ Fiori, il problema non era identificare chi all’epoca si portava a letto le studentesse americane dopo un paio di canne o mezzo litro di gin, o dove abitava la figlia del pittore cubano, o chi fosse la cicciona del mercato. C’era invece ben altro: la testimonianza di un omicidio archiviato. Nel romanzo si parlava di uno spacciatore che non era morto per overdose, ma per una dose intenzionalmente mortale. Chi spacciava all’epoca magari tagliava la roba da vendere con polvere di marmo o stricnina, ma per sé teneva eroina pura. Ma uno di loro doveva morire: aveva iniziato alla droga uno del mio palazzo e da un anno trovavo solo siringhe per le scale. Quando quel ragazzo con cui ero cresciuto insieme morì di overdose, tutti noi decidemmo di farla finita con loro. “Noi” eravamo gli altri giovani del palazzo, “loro” erano tutti quelli che continuamente salivano e scendevano le scale: tossici, spacciatori, ladruncoli, puttanelle varie, una fauna che impediva la vita normale agli altri a tutte le ore, notte compresa, tant’è vero che la sera staccavamo i citofoni. Ma quando il pusher morto finì sui giornali, ecco la sorpresa: lo stronzo che avevamo spedito all’inferno era figlio di un costruttore edile pugliese pieno di soldi e terre. Perché allora spacciava, pur non avendo bisogno di soldi? Forse per sentirsi potente e rispettato, o semplicemente per scoparsi tutte le ragazze che voleva, italiane o straniere che fossero. Ma quella notte fu tramortito per le scale con una spranga di ferro, solo per farsi iniettare in vena una pera, lui che non se ne era mai fatta una. Collasso cardiocircolatorio, così la relazione del medico legale. E la botta? Era caduto per le scale mal illuminate. Uno di meno. Questi i fatti di tanti anni prima. Ma se saltavano fuori testimonianze tardive – eravamo in gruppo – il caso si sarebbe arricchito di dettagli all’epoca ignoti. Ma del gruppo chi era rimasto? Dei tossici pochi, sicuramente erano tutti morti negli anni successivi, magari di epatite B o di Aids. E di noi? Tutti avevano da anni messo su famiglia e cambiato casa, ormai il Campo era troppo caro e incasinato. Testimoni capaci di parlare o interessati a farlo quindi non ve n’erano più. Ma nel romanzo si parlava anche di una polaroid scattata durante l’azione e conservata gelosamente da uno del gruppo. Se ne descrivevano anche i dettagli. Bei coglioni che eravamo! Ma era anche l’epoca in cui le BR si facevano la foto ricordo mentre sparavano al fratello di Peci e le prime coppie scoperecce compravano la polaroid per la rubrica “autoscatto” su Le Ore, quindi stavamo in buona compagnia. E poi, quella foto chissà che fine aveva fatto. E invece eccola che salta fuori. Non proprio quella, ma una molto simile. Una galleria d’arte ti presenta in esclusiva un’antologica di quartiere, “Scatti & Riscatti”, dove sono esposte foto in bianconero fatte negli anni Settanta e ritrovate qua e là, con qualche sconfinamento nel decennio dopo. Ingrandite, ecco tante immagini rigorosamente inedite che davano il quadro della vita sociale al Campo quando ero giovane. All’epoca i banchi del mercato erano almeno quattro volte quelli di adesso e ancora c’erano le stadère, abolite dagli euroscemi di Bruxelles. C’era la monumentale Marisona, pittoresca usuraia figlia di mignotta. C’erano sprazzi di cortei e manifestazioni dell’epoca. C’era Maria di Gaetano, la cassiera del cinema Farnese. C’era la sorella di Fabrizi, non la sora Lella ma l’altra, quella del banco prima del cinema Farnese. E poi le scene di bar: in una si riconosceva Cavallo Pazzo, al secolo Guido Appignani, artista e provocatore sempre ubriaco. Me lo ricordo benissimo quando era ospite di Eva, la madre di Toni lo Svedese, uno spacciatore in realtà finlandese. Ed ecco ora la foto che non volevo vedere: a un tavolino dell’Om Shanti, il bar che bucava i cucchiaini per non farseli fregare dai tossici, noi tre sediamo accanto alla vittima in atteggiamento cordiale. Questa era la prova che ci conoscevamo, mentre all’epoca noi tutti negavano di aver mai parlato con quel fetido individuo. Fottuti! Che fare a questo punto? Levar di mezzo la foto era improponibile, l’unica era sperare che nessuno la notasse o – peggio – ricollegasse uomini e cose.  Per ora i critici letterari stanno ancora litigando se quel mio libro sia ambientato a Roma o a Bologna e se l’autore sia ancora vivo. Qualcuno lo identifica con un noto giornalista ormai morto, altri con un funzionario di Polizia in pensione. Il dibattito è veramente interessante. L’importante è che non arrivino mai a Campo de’ Fiori.

 

Confessioni metropolitane

C’era una volta un povero uccelletto spiaccicato per terra, il suo piccolo cadavere era sul marciapiede forse calpestato da un passante.
Uscendo trafelata di casa come molte altre persone per affrontare una giornata qualunque, lo notai camminando, come un qualcosa di strano, già che per fretta o miopia, non lo mettevo bene a fuoco. Il povero cadavere rimase almeno un giorno sull’asfalto perché, ritornando a casa per rinchiudermi e isolarmi dal mondo dopo una lunga giornata qualunque, stava ancora lì. Questa volta mi fermai: ero curiosa di capire cosa avevo intercettato la mattina.
Appena lo vidi rimasi turbata per quell’esserino, ma la mia insensibilità urbana prevalse: lo fotografai pensando che potevo utilizzare l’immagine in un opera pittorica o in una scultura, successivamente mi chiesi se dovevo dargli sepoltura, poi decisi di lasciare il compito agli animali del quartiere o a chi era preposto alla pulizia delle strade.
Solo la settimana successiva mi accorsi che l’uccelletto spiaccicato mi aveva turbato molto. Ritornando infatti dalla rosticceria con uno dei miei cibi preferiti, il pollo alla diavola e rifugiatami in cucina in preda alla solita fame compulsivo-consolatoria, dopo aver passato una giornata qualunque, mi accorsi che ero incapace di consumare quel croccante e profumato pasto: mi ricordava troppo il povero cadaverino! Dopo un soggiorno di un paio di giorni nel mio frigorifero, il pollo finì tra la spazzatura.
Non ho avuto una conversione al Veganesimo simile a quella di San Paolo sulla via di Damasco, e non so neppure se potrei sopportare fisicamente una dieta vegetariana considerate le mie intolleranze al latte, al glutine, alla soja e ad un’altra dozzina di alimenti che mettono il mio colon in subbuglio etc. Sindrome questa (del colon irritabile) che non mi vergogno di ammettere, già che è ormai diffusa tra noi della comunità dei sedentari. Al momento, comunque, non riesco a mangiare più pollo ed in generale ho grossi conflitti con la carne, eccetto che sia cucinata in modo che non sia riconoscibile la sua origine animale e spero soprattutto di non incontrare dei poveri pesci spiaccicati sul marciapiede!
Nel susseguirsi interminabile di giornate qualunque, nonostante continuassi la mia inutile frenesia, non so se per il caldo africano o per i forti effluvi che fuoriuscivano dai contenitori della spazzatura, i miei sensi che generalmente erano concentrati nelle nevrosi del quotidiano, cominciarono a risvegliarsi facendomi notare indizi di un differente paesaggio, piccoli segnali lasciati apparentemente senza senso: un avviso a noi naviganti del cemento, come ad esempio una cassetta mangianastri appesa ad un cancello.
Anche in questo caso mi fermai per cercare di capire cosa stavo vedendo e fotografai incredula. Certo, la cassetta era stata posta così sul cancello da mano umana, eccetto che il figlio di King Kong non abbia voluto partecipare ad una performance urbana.
Mi chiesi e continuo a chiedermi, chi e perché qualcuno avesse avuto la necessità di appendere una cassetta da mangianastri su un cancello: un messaggio ad un amore perduto, un ricordo spazzato via dalle memoria ma esibito o semplicemente una persona che si trovava là per caso, con una cassetta mangianastri, filo e scotch adesivo?? Era già rotta o era stata rotta in segno di sfregio, protesta o disappunto?
Il piccolo segnale l’ho colto, ma non mi sono sentita di citofonare a tutti gli abitanti opportunamente protetti da quel cancello.

Racconti Confessioni metropolitane Foto unite

Ballerina Inglese

Infatti la Ballerina inglese è un tipo di barca da diporto diffusa dagli anni ’50 ai primi anni ’60, e se per questo c’è pure la Passera istriana (1). Ormai ci vivo da tre mesi: sfrattato, ho accettato la proposta di un mio amico: mi permette di vivere fino a maggio dentro il suo cabinato, ormeggiato in quel di Fiumicino, con l’impegno di fargli da guardiano e curare la manutenzione dello scafo. A fine settembre, in Italia, la maggior parte delle barche – bianche, tutte uguali, stampate in vetroresina – finisce ormeggiata e lì resta fino a marzo, quando la gente ricomincia a uscir per mare, e molti sono gli skipper che d’inverno campano tenendo in ordine le barche degli altri. Nessuna legge vieta di vivere in barca, anche se lo fanno in pochi: dove si atterra ci si registra alla Capitaneria di Porto mantenendo comunque residenza e domicilio da qualche parte (2). Ho comunque una patente nautica entro le sei miglia, anche se navigo poco, e con la mia esperienza so anche come mantenere una barca di legno nei mesi invernali. Per chi non abbia chiaro come si vive a bordo, dirò subito che lo spazio non è molto. Ho letto di professionisti che abitano realmente in una barca ormeggiata in porto, ma parliamo di scafi dai 12 metri in su, non di un 6 metri dove dovresti far entrar tutto. Anche se per diporto ci vanno in giro famiglie intere, spesso si litiga. C’è un vano triangolare chiuso a prora – il gavone di prora – e lì possono dormire anche un paio di persone, quando non è occupato dai sacchi delle vele e allora si chiama cala di prora. Il resto dello spazio interno va diviso tra due cuccette-divani lungo i lati di uno spazio oblungo, dove ci devono entrare anche il cucinotto, il tavolo di carteggio, un ripostiglio e almeno un armadietto o qualche mensola. In più, il bagno (3). Il resto è coperta, ed è proprio lo spazio esterno a permettere la vita di bordo: ci si sfoga vivendo in mare e non certo stando chiusi in una scatola. Quando stai in barca vivi poco sottocoperta e molto invece sopra: la vela ti tiene sempre impegnato, preso come sei da drizze e manovre e turni al timone Il tempo che si passa sottocoperta è dunque tollerabile perché breve. Tutto questo lo dico per illustrare la mia nuova, strana situazione: io ero un naufrago in porto, ma la rinuncia a tutto ciò che avevo in casa alla fine l’ho vissuta come una liberazione e non come un sacrificio. Dimenticate guardaroba, mobili e soprammobili, stoviglie ed elettrodomestici; vendetevi i libri che non leggete. Ricordatevi della naia, quando nell’armadietto di metallo doveva entrarci tutto. E sappiate che se una barca è vissuta, gli interni non somigliano mai a quelli delle riviste di nautica: ci si muove, si occupa spazio; un oggetto fuori posto si nota subito e nessuna barca è pulita come al Salone nautico. L’umidità poi va tenuta continuamente a bada. Così infatti scriveva Patrick Ellam, mentre il suo sloop “Sopranino” di sei metri usciva dalla Manica diretto a Plymouth, alla partenza della regata di Santander:

· “Due buone cuccette asciutte, due stufe, un gabinetto, una tavola per carteggiare, provviste abbondanti. Cosa può desiderare di più un marinaio?” (4)

· Ma chi pensa che io abbia rotto i ponti con la civiltà è un ingenuo: intanto sono ormeggiato a Fiumara Grande e non sull’isola deserta (5). Stodavanti all’ Isola Sacra, formata dal delta del fiume Tevere durante i secoli ed ora ampiamente (e abusivamente) urbanizzata. A parte una cassetta di metallo dove tengo i documenti e i ricordi personali (6), ho un cellulare e un portatile con chiavetta, in più da qualche parte verso il porto canale dev’esserci un internet point. Qui è pieno di antenne Gomex per vedere la tv a bordo, ma io me la vedo al bar. Ho invece una buona radio e chi mi conosce sa che io l’ascolto anche di notte. In più c’è la radio VHF di bordo per le comunicazioni in mare, e solo a tenerla accesa si passa la serata. Ma non sono un eremita, anche se per ora mi sono semplificato la vita. Al limite, dovrei cercarmi un lavoro. Ma cosa? Troppo bello sarebbe lavorare in un cantiere nautico, ma finirò per fare il cameriere in un ristorante. Posso comunque sperare di lavorare come traduttore o interprete per qualche ditta, ma ancora non conosco nessuno, le giornate sono piovose e non mi va certo di star sempre a bordo a riparare gli stralli e il timone. Controllo sempre il livello degli accumulatori, ma per il resto il lavoro è poco. La mattina presto quindi mi metto in tuta e corro sulla spiaggia dopo il Faro, dopo aver fatto colazione. Il cantiere per il nuovo porto turistico con la buona stagione diventerà un vivaio di zanzare, ma siamo a febbraio. A quell’ora non c’è nessuno, mi sento libero. La sera invece il tempo lo passo leggendo, scrivendo, cucinando. E’ bello leggere libri di viaggio stando in barca, anche se è ormeggiata.

· Già, i libri. A bordo la solita roba: il Portolano del Mediterraneo, il Libro dei fari, un manuale per velisti e quello di Mursia sulla manutenzione della barca (7), l’unico per ora da studiare sul serio. Gli altri – una dozzina – li ho portati io, alcuni sono normali romanzi, ma a bordo il mio libro preferito resta la Storia della navigazione di Hendrik van Loon, uno scrittore olandese una volta molto popolare in Italia. In più, sono un fan di Larsson e della sua Saggezza del Mare (8). Lui e sua moglie hanno navigato per mari dove un italiano neanche si azzarda: le Ebridi esterne e il Mare del Nord coi suoi stretti. E soprattutto, vivevano in barca. Ma una barca dove si voglia vivere dovrà presentare precise qualità, caratteristiche adatte per la vita a bordo. Per quanta passione si possa avere, non credo sia umanamente accettabile pensare di vivere in un barchino a vela di 6 metri. Io lo faccio, ma per necessità. In barca, per ogni metro di lunghezza in più si acquista un volume abitativo di almeno 2.5 volte tanto, e questo conta molto. Ora, la “mia” barca basta appena per le mie esigenze, eppure girano ancora minuscoli cabinati chiamati pivieri, dal nome di un simpatico uccellino. Sono un residuo della nautica per tutti, del sogno di poter armare un proprio piccolo cabinato da diporto, di poterci navigare durante l’anno, di portarci gli amici, la famiglia, i figli. Un sogno che, se non è già finito, ha le ore contate: per undici mesi di terra ed uno di “boa” si spendono 1500 euro. Se poi si pretende un posto barca in una marina decente, con qualche servizio in più rispetto al nulla, con bagni e doccia (utile proprio per armatori di barchette), con un posto dove mangiare, si spende almeno il doppio. Ed in questo conto non si include la carena, l’ordinaria manutenzione, e tutto quello che ne consegue. In nautica tutto costa caro, dai materiali alla manodopera specializzata. Non è dunque il costo della barca in sé: al prezzo di una macchina usata si compra un cabinato di otto metri; il problema è il costo per mantenerlo, senza gravare troppo sul bilancio familiare, senza pentirsi di questa sana passione, senza litigare con la moglie, con i figli, con i genitori, con se stessi. Ma se il costo per mantenere un cabinato di sei metri è più o meno lo stesso di quello per uno di dieci, dove sta la convenienza? Perché allora affrontare il mare con sei metri, stando scomodi, senza spazio a bordo dove stivare la roba? Perché non poter portare in crociera la famiglia al completo o gli amici? Cosa rimane, tolta la filosofia? Forse la bellezza dell’andare per mare a vela? Ma allora comprati una deriva, oppure iscriviti a un circolo nautico o frequenta gli amici con la barca, oppure pensa a un charter; insomma esistono tante occasioni che permettono di vivere il mare senza pensieri.

· A un paio di chilometri verso il mare aperto c’è il vecchio Faro, e ne ho anche una cartolina: costruito nel 1953 e alto 30 metri, con una portata di 28,5 miglia. Ormai è da molti anni in stato d’abbandono, ma nella cartolina c’è addirittura la dicitura “Nuovo Faro”. Una decina d’anni fa fu pure occupato per protesta, come riporto da un giornale d’epoca: 2005 Venerdì 23 settembre, alle ore 14 il Comitato Cittadino di Fiumicino ha proceduto all’occupazione simbolica del faro. Il Comitato intende richiamare l’attenzione delle autorità e forzarle ad intervenire per la riqualificazione del luogo storico oggi lasciato al degrado, e alla mercé di tossicodipendenti. Ecco il comunicato emesso in serata: Venerdì 23/09/05 il comitato Salvaguardia di Fiumicinoha occupato simbolicamente il vecchio faro. Il comitato formato da numerosi giovani del litorale, denuncia lo stato di abbandono e di degrado nel quale e’ stato lasciato quello che possiamo definire il simbolo del comune di Fiumicino. Dopo una faticosa trattativa con P.S. C.C. e particolarmente con la Capitaneria di porto (proprietaria dello stabile, i quali si sono presentati con tanto di motovedetta, elicottero,e fanti di marina in tuta mimetica) i ragazzi l’hanno spuntata, montate le tende issati i tricolori ci si e’ preparati alla notte.. Inutile dire che poi dei vari progetti non se ne è fatto niente. (Nota folcloristica: alcuni fanti di marina accorsi per sgombrare il faro erano tatuati con lo stemma della Decima MAS, e sono tornati la notte per scusarsi).

· Ma dal Faro in giù che c’è? Seguendo Fiumara Grande, solo case basse e abusive, recinti e steccati dappertutto. Un paio di buoni ristoranti: Lilly a via del Passo della Sentinella e Gina a via Costalunga, presso il Porto Romano Yacht Club Tevere, ma il resto è squallido. Dalla barca almeno si vedono i cantieri navali, i circoli nautici, le imbarcazioni ormeggiate. Quando poi a febbraio ha diluviato sul serio, sappiamo bene com’è andata: tanto valeva davvero vivere in barca, anche se è frustrante vivere in una nave che deve star ferma in porto anche se è capace di andar per mare, mentre c’è gran traffico di natanti a vela e motore che entrano ed escono in mare. Posso divertirmi ad ascoltare alla radio le comunicazioni con la capitaneria di porto o fra skipper, ma resto sempre ormeggiato al solito palo. Provo a immaginare il contrario:

· “Corto assaporava il salmastro dell’Oceano e lasciava che il suo sguardo si perdesse in quel livido orizzonte dove c’era posto per tante vite e per tanti sogni diversi. Amava quei lunghi silenzi e le immense distanze: non c’erano confini segnati, e i porti servivano solo per riposarsi prima di riprendere il Viaggio…” (Hugo Pratt, Una Ballata del Mare salato)

· Anche se non posso prendere il largo, lo faccio dunque con la fantasia. Se vuoi costruire una nave, non radunare gli uomini per raccogliere il legno e distribuire i compiti, ma insegna loro la nostalgia del mare ampio e infinito. Lo ha scritto Antoine de Saint-Exupéry, l’autore del Il piccolo principe. E’ per questo che Ulisse non riesce mai a star fermo, né sull’isola di Calypso, né a casa propria. E’ per questo che ho accettato volentieri l’offerta del mio amico quando ho perso casa. Ma posso sognare qualcosa soltanto quando il mare è agitato. A quel punto posso immaginare di stare in mezzo ai flutti, sballottato nella tempesta, in attesa di un calo del vento o delle onde. Ma si può viaggiare da fermi? Sicuro: l’hanno fatto decine di scrittori, l’hanno fatto decine di registi. Penso al grande regista portoghese Manoel de Oliveira e alle sue creazioni cinematografiche, penso ad Emilio Salgari che non ha mai navigato. Penso anche ai libri di viaggio inventati, che circolavano assieme a quelli realmente frutto di esperienza… si tratta solo di saper scrivere in modo lirico ed epico allo stesso modo. E saper evocare. Ecco per esempio un brano che ho rubato da un blog:

· Quel viaggio era il sogno della mia vita, fin da quando il capitano Carlos de Casso, uomo di mare che aveva preso il largo a soli quattordici anni, una volta doppiato Capo Horn in rotta per le Galapagos, mi aveva parlato con tale entusiasmo dell’isola del Morto, all’imboccatura del golfo di Guayaquil, che ero rimasto ammaliato dal suo racconto. De Casso morì mentre revisionava il telaio di poppa della goletta che si stava facendo costruire a Valparaiso, probabilmente con l’abituale passione che lo contraddistingueva. La sua improvvisa scomparsa avrebbe lasciato in sospeso per sempre il viaggio alle isole che progettavamo di compiere insieme… Che dire? C’è tutto: un viaggio fatto, uno progettato, un’interruzione nel percorso di una vita.

· Guardando il mondo da un oblò, mi annoio un po’… già, ma cosa fanno la sera sulle altre barche? Nel porto di Traiano c’è un po’ di vita soprattutto sui motoscafi d’altura, ma per il resto il porto canale si anima solo il sabato e la domenica. I pescherecci sono altra cosa, ma quelli tornano al tramonto e nessuno resta a dormire a bordo se non un guardiano o qualche immigrato che fa parte dell’equipaggio. Delle barche abitate si vede solo la luce dall’oblò o il colore delle luci di posizione. Nessuno sta in coperta con questo tempo, a meno che non debba sistemare uno strallo allentato o controllare che non entri acqua da un boccaporto mal chiuso. Si sente solo il tintinnare delle parti metalliche delle varie imbarcazioni. Quando tornerò a vivere sulla terraferma può darsi che non prenderò sonno per la mancanza di onde.

· Tra i problemi che il Tevere qui pone ai naviganti c’è il fenomeno della barra. Esattamente all’altezza dell’uscita del fiume a mare si forma un basso fondale di sabbia profondo poco più di 2 metri, ai lati spesso tra 1 e 2 metri. Il suo effetto è quello di generare uno sbarramento, specie se sommato allo scontro tra la corrente del fiume in uscita ed al mare in entrata quando soffiano venti dal mare, in particolare quelli di Ponente (W) e Libeccio (SW), onde molto alte e verticali con frangenti pericolosi verso terra che impediscono il transito, la cosiddetta Barra, appunto. Quando le condizioni non sono proibitive, sono comunque impegnative; la forza delle onde spesso può afferrare la barca e intraversarla, ponendola in una situazione critica e pericolosa, anche perché nell’immediato non ti permette nessun tipo di manovra. In certi periodi il transito di barche in quel punto è intenso e non è semplice accodarsi e aspettare il proprio turno perché c’è corrente e ci può essere onda e la strettoia costituita dai fanali può forse rappresentare una difficoltà in più. Senza parlare dei casi, -molti – in cui a volte barche con elevato pescaggio s’incagliano sul fondale melmos. Quasi sempre in questi casi uno se la cava da solo o con l’aiuto di altre barche, facendosi tirar fuori o inclinando gli alberi in modo da diminuire il pescaggio. Magari dragassero regolarmente il fiume nel passaggio tra i fanali! In realtà il fiume non è stato quasi mai dragato negli ultimi anni, almeno in quel punto, anche se il fondale si muove continuamente.

· Prima parlavamo di manutenzione. Intanto, un’occhiata al timone, controllando se non ci sia acqua infiltrata tra le lamelle (9). Un’ispezione agli accumulatori e all’impianto elettrico (10). Il controllo del serbatoio dell’acqua dolce. E passiamo allo scafo: per le barche di plastica, problemi pochi, a parte l’osmosi, che crea delle vesciche piene di liquido nello scafo. Con il legno, ben altra storia, e questa barca ha più di vent’anni ed è abbastanza rovinata. Per ora poco male, visto che sta ormeggiata. Ma andrebbe alata e messa in secco per la manutenzione dello scafo e della chiglia. Visto che non si fa, posso soltanto pensare alla sovrastruttura, come il pavimento di legno tek del ponte. Tre le operazioni da eseguire: sverniciatura completa dei residui di vecchia vernice, carteggiatura fino ad arrivare a legno nudo, pitturazione con la nuova vernice. Ma è inverno, per cui meglio lavorare su piccole zone per volta. Per i materiali, al porto ci sono negozi di articoli nautici: vernici, solventi, antivegetativa, pezzi di ricambio.. Il vero problema è che questa barca il mio amico l’ha comprata d’occasione per soli 3000 euro, ma finora l’ha usata poco. Risale al 1970, lunga 7 e larga 2, tutta in mogano. Tre cuccette, randa steccata, timone e albero, carena rifatta nel 2013, cuscini nuovi (lo dice lui), motore applicabile (ma non c’è). Il legno negli interni è bello e caldo, anche se in qualche punto si è rovinato.

· D’inverno una barca va riscaldata, altrimenti è invivibile. In realtà lo spazio da riscaldare è poco, ma è sempre importante evitare la dispersione di calore. Questo dipende dalla coibentazione del fasciame: le barche nordiche sono sicuramente meglio isolate delle nostre, mentre le barche da regata hanno paratie e fasciame molto sottili. La mia non è certo una barca da regata, ma neanche una norvegese.

· Vorrei farmi più spesso una doccia decente. Vorrei alzarmi in piedi senza chinarmi per non sbattere la testa. Vorrei mangiare meglio. Non conosco nessuno e le famiglie che abitano le case basse si fanno i fatti loro. La sera fumo la pipa passeggiando verso il Faro o al porto canale. Di giorno lavoro all’internet point anche se ho un portatile, non fosse altro per uscire. Altri che girano intorno: gente comune, operai immigrati, meccanici di motori marini, skipper disoccupati che d’inverno controllano e curano la manutenzione delle barche degli altri, lavoratori dei negozi e non solo quelli per chi naviga, pensionati.

· Alcune grandi scoperte geografiche sono state fatte con navi – le caravelle – poco più grandi di un buon peschereccio d’altura. E’ vero che non tutti tornavano a casa, ma il fascino dell’Odissea è proprio quello. Nessuno andava per mare se non per necessità, ma chi navigava aveva fegato. Ho sempre sognato, passeggiando a Ostia d’inverno, di costruirmi una barca con tutti i pezzi di legname – tronchi, tavole, residui vari – lasciati dal mare sulla spiaggia. Non so quanto lontano andrebbe una barca simile, ma sicuramente gli antichi stavano sempre a sgottar acqua ogni volta che le onde facevano il mare grosso. Eppure navigavano lo stesso.

· Il viaggio di Magellano è stato narrato da Enrico Pigafetta, che non era un marinaio, ma un gentiluomo italiano che volle seguire l’impresa volontariamente. A quell’epoca i marinai erano analfabeti e a scrivere il diario di bordo ci pensava lo scritturale. Ma i libri di viaggi erano avidamente letti sia da armatori e mercanti, che dalla gente comune. In un’epoca in cui il pubblico era formato da gente che si muoveva poco, i libri di viaggio erano la televisione. Anche nell’internet “si naviga”. I media erano diversi, le emozioni le stesse.

· Per dormire mi sdraio sul divano della parte centrale. Nelle barche chigliate si dorme bene, al contrario dei motoscafi d’altura che galleggiano come tappi. La lampada la spengo tardi. Nei porti turistici ci sono gli allacci a terra per corrente e telefono, ma il mio amico non vuole spendere. Comunque a bordo bastano le lampade alogene alimentate dalle batterie. Ma la sera mi fa piacere accendere il lume, un vecchio Stenton in acciaio inox a kerosene: sviluppa 40 lumen, ma riscalda per 700 calorie. Una lampada come quella fa pure da stufa. Il problema a bordo infatti non è tanto il freddo – almeno da noi – ma l’umidità, favorita anche dalla salsedine, e lampade simili asciugano tutto. Non è solo questione di vivibilità, ma è per il bene stesso della barca. Un buon riscaldamento tiene a freno l’umidità, e in tal modo la barca si mantiene più in salute. Così la sera chiudo bene il boccaporto e mi cucino la cena sul fornelletto di bordo, ad alcool. Le pentole sono impilabili, ma perché non fare lo stesso in casa? Bella domanda. Quanto alla voce cambusa i manuali di navigazione raccomandano una serie di alimenti poco deperibili, ma qui il problema non sussiste. Casomai il vero problema è l’aver pochi soldi per fare la spesa. Ma dopo cena mi metto a leggere; ora è il turno di un libro che vorrei tradurre: Alone at the Ocean, di Hannes Lindemann. E qui apro una parentesi. La lista dei grandi navigatori in piccole barche è lunga, a cominciare da Joshua Slocum e il suo Spray, per continuare con Capitan Voss e il suo Tilukum (11) . Ma Hannes Lindemann (1922, ancora vivo) ha superato tutti: ha attraversato nel 1958 l’Atlantico dalle Canarie ai Caraibi (3000 miglia nautiche) con una canoa smontabile Klepper, oggi esposta al Deutsches Museum di Monaco. Le sue memorie, Alone at the Ocean non sono mai state tradotte in italiano ed ora ci sto provando io (12). Era un medico, quindi è riuscito a non morire durante le dieci settimane trascorse in mare aperto su un’imbarcazione buona per il campeggio nautico. Tra l’altro è uno dei fondatori del training autogeno e voleva sperimentare le capacità di resistenza del corpo umano in circostanze estreme e c’è riuscito. Aveva a bordo 70 kg. di provviste ma integrava pescando e raccogliendo acqua piovana. Ha sofferto anche di allucinazioni dovute allo stress, alla mancanza di sonno, alla solitudine. Però ce l’ha fatta e vive tuttora – novantenne – in quel di Amburgo. E quando tornerò a terra in una casa nuova, la mia traduzione sarà pronta.

· NOTE:

· (1) La passera istriana è una barca da pesca piatta e pontata, lunga e robusta, mentre la Ballerina (si allude alle scarpe basse) è uno sloop di sei metri sviluppato dal disegnatore e progettista inglese Robert Tucker negli anni ’50 del secolo scorso. Agile barca da diporto, si vide spesso anche nelle regate. E’ stata costruita in centinaia di esemplari sia da cantieri industriali che da costruttori dilettanti, e può alloggiare fino a tre persone.

· (2) Non fissare la residenza o registrarsi “senza fissa dimora” significa perdere alcuni diritti fondamentali. Per esempio, il diritto (riconosciuto dalla Costituzione a tutti i cittadini) alla salute. Un lavoratore dipendente con una residenza fissa può andare dal proprio medico di base, ma chi andasse a zonzo nel Mediterraneo, può andare in una guardia medica, ma solo dopo le otto della sera o nei fine settimana. Oppure in un pronto soccorso, intasandolo. E pagando anche un ticket, se non si tratta di urgenze. Tutti noi abbiamo una tessera sanitaria con un chip che registra (o dovrebbe registrare) la nostra storia medica. Basterebbe andare da un qualunque medico e lui, inserendo la tessera in un lettore, saprebbe chi ha davanti. Troppo facile!

· (3) Il tavolo da carteggio è una specie di scrivania molto comoda, a ribalta. Nell’alloggiamento si ripongono comodamente le carte nautiche, mentre il ripiano è adatto per scrivere e far carteggio. La radio di bordo in genere sta sopra, in modo che chi sta al tavolo controlla anche quella. Chi parla alla radio in genere cerca informazioni o le comunica alla Capitaneria di Porto o ad altre imbarcazioni, oppure chiacchiera sui canali non di emergenza. E siccome ti sentono tutti, quindi non si parla mai di argomenti riservati.

· (4) Il cabinato da regata Sopranino fu disegnato da John Laurent Giles (1901-1969) per i velisti Patrick Ellam e Colin Mudie, sviluppando il concetto – nuovo per il 1950 – di dislocamento leggero (ULD, Ultra Light Displacement). Con questa barca i due traversarono nel 1951 l’Atlantico, macinando 10.000 miglia e dimostrando che con un buon equipaggio poteva farcela benissimo anche un cabinato di sei metri.

· (5) Fiumara Grande, a sud-est di Fiumicino, è la foce del fiume Tevere e per farsene un’idea basta cercarla su Google Maps o Google Earth. Sulla riva sinistra si trova la darsena privata della Canados International, mentre sulla riva destra c’è la darsena dei Cantieri Netter e quella del Porto Romano. Lungo entrambe le rive sono state costruite molte banchine in legno dai numerosi cantieri e circoli nautici che offrono assistenza e rimessaggio. La navigazione all’interno della fiumara va effettuata con la massima attenzione a causa delle correntie dei bassi fondali creati dalla risacca.

· (6) Di mio ho portato poco: di vestiti e scarpe e qualche attrezzo. In più un pacco di foto, qualche cd pieno di documenti, il crest del reggimento, un portatile, carta e penna (una stilografica Pelikan, per la precisione), pipa e tabacco, il cellulare, una macchina fotografica digitale e una radio con cuffia. Il resto – mobili, lavatrice, frigo, impianto stereo e televisore – li ho regalati alla parrocchia. Ma non mi sono separato da una cassettina di metallo che contiene la mia storia: documenti di identità, distintivi, foto, taccuini e lettere personali, carte di credito e tessere scadute e una scatoletta di soldatini di piombo piatti. In più, due pen-drive per i documenti digitali o scansiti, un dvd con le foto e i filmetti di famiglia. In altri tempi avrei dovuto portarmi dietro una valigia di roba, ma ormai l’informatica permette di stivare tanto in poco e così sono riuscito a non perdere il mio archivio personale. In attesa di tempi migliori

· (7) Consigli e materiali per la manutenzione della barca / Diego e Fabio Parodi ; Mursia editore, (Biblioteca del mare), 2009. 104 p. , ill. , prezzo euro 13.

· (8) Storia della navigazione : dal 5000 avanti Cristo ai nostri giorni / Hendrik Willem Van Loon. In antiquariato le vecchie edizioni Bompiani (dal 1935 al 1961), ma ora c’è una bella ristampa (2007 2 2009) della casa editrice Magenes di Milano. In commercio invece La saggezza del mare : da Capo dell’Ira alla fine del mondo / Bjorn Larsson, stampato da Iperborea (2003 e ristampa 2008)

· (9) Nella maggior parte dei casi il timone è realizzato mediante assemblaggio di due semi-gusci di vetroresina sigillati con stuoie e resina. Il profilo posteriore della pala è esposto a piccoli urti, abrasioni da parte delle cime sommerse, e sfregamenti di altra natura che possono causare il distacco delle due guance di vetroresina che costituiscono la pala. Nel punto in cui le due guance del timone si separano, si creano delle vie d’acqua tali da causare infiltrazioni all’interno della pala.

· (10) Tutte le attività umane richiedono energia e anche una barca dovrà essere alimentata da diversi dispositivi che ne garantiscono l’efficienza energetica. Quando la barca è ormeggiata, essa si comporta esattamente come una casa, essendo allacciata alla rete energetica cittadina. Bisogna sempre concordare col marina la quantità di Kw messi a disposizione al proprio ormeggio, 1 o 2 Kw spesso neanche bastano ad alimentare il caricabatterie della barca, il boiler, eventuale riscaldamento elettrico e altri dispositivi come un banale fon. Ma bisogna sempre pensare all’autosufficienza energetica. Utili i pannelli solari (2 da 80 W ciascuno), che erogano in estate una ricarica assai soddisfacente (intorno ai 4 A) e in inverno riescono a tenere sempre le batterie caricate, tamponando gli eventuali abbassamenti di carica. Utili ma rumorose le ventole dei generatori eolici. Le batterie – tre o quattro – sono da 100 A e di solito una è dedicata all’accensione del motore.. Come avviene in tutte le barche, nel caso di inefficienza della batteria dedicata al motore, si può selezionare con una chiavetta l’accensione tramite le altre batterie. Chi può permetterselo compri anche un generatore diesel: consuma poco ed eroga 3 Kw a 220 V. E’ sempre bene fare i calcoli dei consumi in maniera precisa, in modo tale da poter ottenere una perfetta economia dei consumi. Per fortuna ora esistono le luci a LED.

· (11) Su Joshua Slocum c’è una ricca letteratura, su Capitan Voss assai meno. Per le loro biografie potete consultare anche Wikipedia. In italiano del libro di Slocum esiste una buona ristampa di Mursia del 2010: Solo intorno al mondo e Viaggio della Libertade, mentre non è più stato ristampato il libro del capitano John Claus Voss: Gli incredibili viaggi. Seguiti da venti consigli sul come governare una piccola imbarcazione in condizioni di mare difficili, non escluso il tifone : considerazioni sui maggiori disastri navali. Milano, Longanesi, 1958.– E mentre lo Spray è finito in fondo al mare con il suo comandante, il Tilikum è conservato in un museo canadese.

· (12) Alone at Sea. A Doctor’s Survival experiments During Two Atlantic Crossings in a Dugout Canoe and a Folding Kayak / Hannes Lindemann: Pollner Verlag, 1958 e ristampa 1998.

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04 Racconti Ballerina on the boat, LevAtamanov 1969 17 minuti

Hai troppi nomi

Ieri sera a Campo de’ Fiori ti sei voltata dall’altra parte. Mi hai fissato per un attimo, ma solo per voltarti subito dopo. Il mio volto lo conoscevi, di mie foto in jpg nei hai almeno tre, scaricabili dal mio blog. Tu invece sempre a far la misteriosa, solo ora ti ho visto in faccia. Ma quello sguardo ti ha tradito: era paura. Potevo trattenerti, ma non l’ho fatto. Non ti ho chiamato per nome perché non sapevo quale scegliere: Pennie_Lane, Lucy sognatrice, Giulia, Isabelle… ed è come Isabelle che hai interrotto il contatto.

Kveta, hai imparato l’italiano per non scrivermi più? Buffa che sei, mi scrivi da Praga per un anno e mezzo in inglese, poi ti segni ai corsi dell’ambasciata italiana. Imparo un po’ di cèco da un mio amico sposato con una di Bratislava, poi ti invito d’estate ma dici di non avere i soldi. Non ti pago il viaggio, né tu mi chiedi denaro ma io ti assicuro di essere solo un amico e di non provarci. Da quel giorno mi scrivevi sempre meno, ora neanche una riga. La tua foto la conservo: è un bel bianco/nero. Te ne ho mandata anch’io una mia, naturalmente in bianco e nero.

So come ti chiami e dove lavori. No, non dove mi hai detto tu: in quell’ufficio non ti conoscono, a Venezia eri solo ospite di Nicolò, tuo padre non fa l’avvocato e quel pub non esiste, né a Roma né a Treviso. Celeste è un bel nome, ma non è il tuo. A Bari tuo padre vende abbigliamento e tua sorella ora ha aperto un nuovo negozio, dove forse darai anche una mano. Come lo so? Lasci tracce dappertutto. Parli sempre da un ricaricabile, ma una sera ti è scappata una chiamata da un fisso di Venezia, forse avevi finito il credito. Non hai quarantadue anni. Quanti? Troppi per amare Nikki Sudden, pochi per amare Rudolf Steiner. In chat mi racconti quaranta storie diverse, sei stata con tutti e con nessuno. Adieu.

Aurora, il tuo nome è stato riassegnato: era così bello che non potevo sciuparlo. Mi hai tempestato di sms per mesi dalla provincia dove vivi. Ti son stato vicino quando l’Etna ha tremato, ed ora mi scrivi dicendo che il tuo nuovo fidanzato – da buon siciliano – è geloso. Con i tuoi lunghi sms potrei riempire un libro e forse lo farò. Al ritmo di una tessera al giorno ho ricostruito un mosaico bizantino ed ora so chi sei: dammi un frammento per volta e ti decoro un’abside,. Ma ormai non ho più voglia di prendere il treno e raggiungerti, non m’interessa più. La tua anima di donna, sensuale e mediterranea emanava amore, ma non aveva corpo.

Nuvoletta, Sissi, … man mano che si entrava nell’intimità mi svelavi un nome diverso, come fossero diversi gradi di iniziazione. Ma non volevi che venissi da te, in paese ti conoscono. Quindi mi hai chiesto subito non solo se ti ospitavo o potevo offrirti l’albergo, ma se potevo pagarti anche il viaggio in treno da Bari: studentessa furbastra con pochi soldi, ma tanta voglia di vivere e di visitar Roma per un lungo week-end. Può darsi. Ho ancora le foto che mi hai mandato: niente male, gli occhi penetrano nel corpo. Ma la terza foto – al mare, nuda di spalle – non era la tua. Mai barare con gli internauti!

Ludovica o Annamaria? Quando ti sei presentata a un party assieme al tuo uomo di turno una mia amica ti ha chiesto perché le avevi negato l’amicizia su Facebook. Fatti vostri, solo che mi ha incuriosito la tua fama: divorziata con un figlio, quando vuoi un uomo non hai problemi ad andarci a letto. Ma su Facebook hai due profili, nomi diversi ma stessa foto al mare. “Quella non sono io”, hai detto a tutti. Ma almeno potevi cambiare bikini e far spostare la barca sullo sfondo.

Tatjana, ma quando la smetti di vendere le tue foto alle agenzie matrimoniali russe e italiane? Sei una fotomodella e ti fai pagare per pubblicare le tue foto. Che dire? Quindici nomi diversi in due anni, due o tre foto in posa in studio da un fotografo, più una in giardino e una sul divano a casa tua, col tappeto al muro alla maniera russa. Belle foto, distribuite in almeno cinque cataloghi in linea. L’età non è aggiornata – ormai dovresti avere trentacinque anni – ma sei sempre sola. Sei carina, laureata, intelligente, sportiva; ti curi nell’abbigliamento e nel trucco. Vivi pure a San Pietroburgo, mica a Krasnoiarsk o a Novosibirsk. Ma allora perché sei sempre sola?