
In Corso Garibaldi 91, a Milano, si trova un luogo intimo e prezioso: lo Studio Museo Bianca Orsi, nato nel 2016 per volontà della famiglia con lo scopo di preservare l’eredità artistica di una delle scultrici più autentiche e coraggiose del Novecento italiano.
Bianca Orsi (1915–2016), scultrice, pittrice, partigiana e testimone degli anni d’oro dell’Accademia di Brera, ha lavorato instancabilmente fino a 99 anni, lasciando una produzione vastissima: statue monumentali, busti, bozzetti, arazzi, incisioni, mosaici, disegni. La sua è un’arte viscerale, che racconta soprattutto la condizione femminile, la maternità e i sacrifici, ma anche la forza e la dignità delle donne, filtrate attraverso l’esperienza della guerra e della Resistenza.
Lo studio–museo si sviluppa in un ambiente di soli 40 metri quadrati, dove sono esposte una trentina di sculture a grandezza naturale, alcune terrecotte, dipinti e arazzi. È uno spazio raccolto ma vibrante, in cui ogni opera sembra dialogare con le altre, creando un’atmosfera densa di energia. Le numerose opere di medie e piccole dimensioni, tra cui busti, vasi e disegni, sono conservate altrove ma possono essere visionate su richiesta.
La visita è possibile solo su appuntamento, contattando il figlio dell’artista, Alessandro Balducci (Tel. 338 8302412), che accompagna i visitatori con racconti e aneddoti, trasformando la visita in un incontro vivo con l’eredità materna.
Nata a Salsomaggiore Terme, Bianca Orsi si formò all’Accademia di Brera, dove ebbe maestri come Aldo Carpi, Achille Funi, Marino Marini e Giacomo Manzù. Amica e compagna di corso di Dario Fo, frequentò i caffè milanesi degli artisti, condividendo esperienze con figure come Lucio Fontana e Filippo De Pisis.
La sua carriera fu segnata dal dramma della guerra. Partigiana attiva nella Resistenza, portava armi nascoste nella bicicletta o sotto la tavolozza dei colori. Ricevette una medaglia al valore, ma le sue opere, più di ogni onorificenza, raccontano la durezza di quegli anni: corpi feriti, legni che sporgono come schegge, simboli di sacrifici e dolori femminili.
Nonostante fosse apprezzata in Germania e in Svizzera, dove espose in mostre personali, in Italia Bianca Orsi rimase spesso ai margini del grande sistema dell’arte, scegliendo l’integrità e la coerenza civile anche a costo di rinunce. Rifiutò, ad esempio, un miliardario accordo che le avrebbe imposto di firmare un falso atto di donazione per vendere tutte le sue opere a un vescovo.
Oggi, grazie allo studio–museo, la sua voce artistica non si è dispersa. Il luogo è parte dell’itinerario culturale milanese “Incontri con donne straordinarie”, insieme all’Archivio Rachele Bianchi, alla Fondazione Federica Galli e all’Atelier Mazot Milano.
Il lavoro era il motore della vita di Bianca Orsi, che consigliava ai giovani: «Non smettete mai di produrre: se si lavora, si vive a lungo, perché il lavoro aiuta a crescere». Un messaggio che lo Studio Museo oggi custodisce e rilancia, trasformando l’opera e la memoria dell’artista in un patrimonio collettivo.
