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Ricordare la Shoah in Italia

di Michela Beatrice Ferri

La risoluzione 60/7 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 1º novembre 2005, durante la 42ª riunione plenaria, ha designato il “Giorno della Memoria” come ricorrenza internazionale che viene celebrata ogni anno – a partire dal 2001 in Italia – il 27 Gennaio per ricordare, per commemorare, le vittime della Shoah.

Il 27 Gennaio del 1945 le truppe dell’Armata Rossa, impegnate nella offensiva Vistola-Oder in direzione della Germania, liberarono il campo di concentramento di Auschwitz.

Per quanto riguarda la Repubblica Italiana, gli articoli 1 e 2 della legge 20 luglio 2000 n. 211 definiscono così le finalità e le celebrazioni del Giorno della Memoria:

«La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.

In occasione del “Giorno della Memoria” di cui all’articolo 1, sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano mai più accadere».

Commemorare significa fare memoria assieme, fare memoria affinchè chi non ha visto, chi non ha conosciuto, possa sapere, possa essere educato alla Storia e quindi ai suoi errori, ai suoi drammi.

In Italia, le pubblicazioni e gli eventi dedicati al Giorno della Memoria sono un valido supporto allo studio, perchè è lo studio – l’osservazione, l’ascolto dei Testimoni – ad aiutare le nuove generazioni a capire, a essere consapevoli, a distinguere i vari momenti della Storia.

Vi è un evento di particolare importanza che va indicato: Domenica 27 gennaio, alle ore 15.00, in via Eupili (all’angolo Abbondio San Giorgio) verrà apposta una targa commemorativa per ricordare la Scuola Ebraica di via Eupili che accolse bambini, ragazzi, docenti, personale espulsi dalle scuole del Regno d’Italia per volere del regime fascista : una scuola nata dalle leggi razziali. Questo evento è parte del progetto “Milano è memoria”, che contribuisce a coltivare la memoria storica e critica delle istituzioni e degli avvenimenti della città. Nel caso della ex Scuola Ebraica di via Eupili il Comune assieme alla Comunità ebraica di Milano e alla Fondazione CDEC, hanno preso l’iniziativa di apporre una targa a ottant’anni dalla emanazione della prima norma antiebraica del fascismo che riguardò la scuola (L 5 gennaio 1939, n. 94, Conversione in legge del Regio decreto-legge 23 settembre 1938-XVI, n. 1630, concernente l’istituzione di scuole elementari per fanciulli di razza ebraica – GU n. 31, 7 febbraio 1939).

Vi sono state, e continuano a avere luogo, le testimonianze dei sopravvissuti, di chi conserva ancora la forza per raccontare – instancabili testimoni della Storia: Liliana Segre, Goti Bauer, Sami Modiano, e altre figure quali Pietro Terracina e Nedo Fiano. Ricordiamo i testi: di Nedo Fiano “A5405” (Edizioni San Paolo, 2018), di Sami Modiano, “Per questo ho vissuto. La mia vita ad Auschwitz-Birkenau e altri esili” (Rizzoli, 2014), di Liliana Segre con Enrico Mentana, “La memoria rende liberi” (Rizzoli, 2015), di Liliana Segre con Daniela Palumbo “Scolpitelo nel vostro cuore. Dal Binario 21 ad Auschwitz e ritorno: un viaggio nella memoria” (Piemme, 2018), di Liliana Segre con Emanuela Zuccalà, “Sopravvissuta ad Auschwitz. Liliana Segre, una delle ultime testimoni della Shoah” (Paoline, 2013), di Alberto Mieli con Ester Mieli, “Eravamo Ebrei” (Marsilio, 2016).

La testimonianza di Liliana Segre ci riporta ad un significativo anniversario: 75 anni fa, il 30 Gennaio 1944, la partenza dal Binario 21 dei sotterranei della Stazione Centrale di Milano di quel convoglio diretto ad Auschwitz, su cui la tredicenne Liliana e suo padre Alberto Segre furono caricati a calci e pugni – fu il treno merci su cui vissero il viaggio della deportazione. All’ingresso di quel luogo che oggi è il Memoriale della Shoah, ecco il grande muro grigio con l’enorme scritta «Indifferenza», suggerita e voluta da Liliana Segre.

È il coraggio dei testimoni della Shoah di raccontare, di rivivere ciò che hanno vissuto nei Lager nazisti, il fondamento e il senso di queste Giornate della Memoria. Dopo le testimonianze di Liliana Segre a Milano, del giorno 15 Gennaio 2019 presso il Teatro degli Arcimboldi e del 22 Gennaio 2019 presso il Teatro alla Scala, sarà Sami Modiano a parlare agli studenti italiani della Shoah – Martedì 11 Febbraio 2019, presso il Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano.

A questo proposito voglio ricordare le parole di Elie Wiesel (1928-2016), pronunciate a Boston nel 1998 in occasione della costituzione della “Associazione Figli della Shoah”: «Ci chiediamo che cosa succederà alla memoria della Shoah quando scomparirà anche l’ultimo sopravvissuto: i suoi figli saranno qui per continuare a testimoniare».

A raccogliere le voci dei testimoni della Shoah è il prezioso documentario “Memoria”, direct-to-video di “Forma International”, del 1997, diretto dal regista Ruggero Gabbai su soggetto di Marcello Pezzetti e di Liliana Picciotto – tra i massimi studiosi italiani della Shoah; una pellicola della Fondazione “Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea” di Milano.

Nel film sono raccontate le testimonianze di circa 90 ebrei sopravvissuti ai campi di sterminio, tra cui quella di Shlomo Venezia, di Rubino Romeo Salmonì, di Nedo Fiano, di Ida Marcheria, di Leone Sabatello, di Liliana Segre, di Alberto Mieli, di Goti Herskovits Bauer, di Settimia Spizzichino, di Piero Terracina, di Sabatino Finzi, di Elisa Springer, di Alberto Sed, di Mario Spizzichino, di Lina Navarro, di Virginia Gattegno, di Dora Venezia, di Raimondo Di Neris, di Matilde Beniacar, di Alessandro Kroo, di Dora Klein, di Luigi Sagi, di Elena Kugler. Il documentario tratta delle diverse fasi della Shoah italiana: dall’applicazione delle leggi antiebraiche del 1938, allo scoppio della guerra, dagli arresti nel 1943 alla deportazione ad Auschwitz, fino alla liberazione e al ritorno a casa. Il documentario “Memoria” verrà proiettato alle ore 19.00 di Lunedì 28 Gennaio 2019, presso l’Aula Magna dell’Università degli Studi di Milano.

Studiosi di storia della Shoah hanno proseguito le loro ricerche dando vita a testi che costituiscono strumenti utili per conoscere la Shoah, per capire la questione storica e le sue conseguenze. A questo proposito, voglio indicare: di Liliana Picciotto, “Salvarsi. Gli ebrei d’Italia sfuggiti alla Shoah. 1943-1945” (Einaudi, 2017), di Michele Sarfatti, “Gli ebrei nell’Italia fascista. Vicende, identità, persecuzione” (Einaudi, 2018), di Marcello Pezzetti, “Il libro della Shoah Italiana” (Einaudi, 2009), di Sergio Luzzatto, “I bambini di Moshe. Gli orfani della Shoah e la nascita di Israele” (Einaudi, 2018), di Anna Vera Sullam Calimani, “I nomi dello sterminio” (Einaudi, 2001), di Francesca Costantini, “I luoghi della memoria ebraica di Milano” (Mimesis, 2016), di Stefania Consenti, “Il futuro della memoria. Conversazioni con Nedo Fiano, Liliana Segre, e Piero Terracina, testimoni della Shoah” (Paoline, 2011), di Stefania Consenti, “Binario 21. Un treno per Auschwitz” (Paoline, 2010), di Frediano Sessi e Carlo Saletti, “Visitare Auschwitz” (Marsilio, 2011).

Dal Memoriale della Shoah di Milano alla Sciesopoli di Selvino in provincia di Bergamo: diversi sono i luoghi in cui in questi giorni ci si appresta a fare memoria, a ricordare ciò che è stata la Shoah e ciò che sono state le sue conseguenze. La Memoria è ravvivata anche attraverso i segni, i monumenti: la posa delle “Pietre di inciampo”; le “Stolpersteine”, così come le ha chiamate il suo artista creatore Gunter Demnig, per depositare, nel tessuto urbanistico e sociale delle città europee, una memoria diffusa dei cittadini deportati nei campi di sterminio nazisti. L’opera consiste nell’incorporare, nel selciato stradale delle città, davanti alle ultime abitazioni delle vittime di deportazioni, piccoli quadrati blocchi in pietra ricoperti da una piastra di ottone posta sulla faccia superiore. Un movimento – oltre che un’opera d’arte diffusa – che si pone come reazione ad ogni forma di negazionismo e di oblio, per ricordare tutte le vittime del Nazional-Socialismo, che per qualsiasi motivo siano state perseguitate: religione, razza, idee politiche, orientamenti sessuali. Anche quest’anno, in questi giorni, nella città di Milano avverrà la posa di altre “Stolpersteine”.

Pubblicato 26 Gennaio 2019
Articolo originale
da Frontiere

grazie a Leonardo Servadio

Rinascimento psichedelico: incredibili potenzialità, enormi pericoli

  •  di Galliano Maria Speri –

    Verso la metà del 2015 il giovane e brillante ricercatore Robin Carhart-Harris realizza un esperimento in cui dimostra che l’Lsd, una delle più note sostanze allucinogene, riesce ad attivare nel cervello umano connessioni del tutto inedite e questo schiude nuove possibilità alle neuroscienze e alla neurofarmacologia.

     Questo potente strumento ci permetterà di indagare, da un punto di vista mai tentato prima, il funzionamento e le potenzialità del cervello ma anche di iniziare un percorso rivoluzionario nelle cure psichiatriche. Non si può però sottovalutare il rischio terribile che una sostanza così potente possa essere usata politicamente per il controllo sociale. L’argomento è riproposto da un libro di recente pubblicazione, “LSD. Da Albert Hoffmann a Steve Jobs, da Timothy Leary a Robin Carhart-Harris: storia di una sostanza stupefacente“, di Agnese Codignola.

    Robin Carhart-Harris, ricercatore inglese presso l’Imperial College di Londra dove dirige la ricerca sugli psichedelici del Dipartimento di neuropsicofarmacologia.

    L’Lsd, un allucinogeno che tutti conoscono o pensano di conoscere, viene sintetizzato per la prima volta il 16 novembre 1938 da Albert Hoffman, un chimico svizzero che lavorava alla Sandoz di Basilea. Cinque anni dopo, Hoffman ingerisce la nuova sostanza, la dietilammide dell’acido lisergico, e gli effetti complessivi sono così impressionanti da indurlo a una serie di accurate sperimentazioni su di sé e sui suoi collaboratori. Il chimico svizzero ritiene che la sua creatura sia uno strumento utilissimo, non solo per mettere a punto terapie farmacologiche da usare in psichiatria, ma anche per promuovere una nuova empatia tra gli esseri umani. Sfortunatamente, le cose sono andate in modo molto diverso, l’Lsd è uscito presto dai laboratori ed è finito sulle strade, imprimendo il suo marchio su un’intera epoca, tra progetti utopistici e sogni deliranti che finiranno con la messa fuori legge della sostanza e la fine delle sperimentazioni scientifiche. Negli ultimi anni, seppure con difficoltà, molti ricercatori hanno ripreso gli studi raggiungendo risultati estremamente interessanti nel campo della lotta alla depressione e all’alcolismo. Il “bambino difficile”, come Hoffman definì la sua creazione, passato da farmaco a droga, ha iniziato il percorso contrario, tanto che si comincia a parlare di “Rinascimento psichedelico”. Questo è l’argomento di un libro avvincente e ben documentato scritto dalla giornalista scientifica Agnese Codignola.

    Clare Boothe Luce e l’Lsd

    Quando si parla di Lsd di solito vengono evocate immagini di “figli dei fiori”, di comunità alternative che rifiutano il capitalismo e la società dei consumi, di guru che esplorano i recessi più insondabili della mente umana. Non si pensa certamente a una signora di mezza età, appartenente all’alta borghesia cattolica americana e con un ruolo importante nella guerra fredda come ambasciatrice USA in Italia, il Paese con il più grande partito comunista dell’Occidente. Eppure, Clare Boothe, è di lei che stiamo parlando, ha avuto un ruolo cruciale per la diffusione dell’Lsd negli Stati Uniti. Sia lei che suo marito Henry Luce, il potente editore di Life e Time, colgono ogni occasione per propagandare l’Lsd e cercare nuovi proseliti. È proprio un articolo di Time del 1954, intitolato Dream Stuff (La sostanza dei sogni), che apre la campagna in favore dell’Lsd, seguito da innumerevoli altri articoli che ospitano racconti di divi cinematografici e persone famose che lo avevano sperimentato. Il 10 giugno 1957 Life pubblica un lungo reportage di quindici pagine intitolato Cercando i funghi magici e firmato da Robert Gordon Wasson che ha viaggiato lungamente con sua moglie in Messico dove ha approfondito la conoscenza dei funghi magici usati dagli stregoni locali nelle loro cerimonie religiose per entrare in contatto con la divinità.

    Una foto del 1954 di Clare Boothe, ambasciatrice degli Stati Uniti in Italia, insieme a suo marito Henry Luce, influente editore di popolari testate come Time, Life, Sports Illustrated e Fortune.

    Nel descrivere gli effetti dei funghi, Wasson parla di “eliminazione delle barriere tra sé e il mondo” e di “fissione dello spirito”, ma non si limita soltanto a questo perché vuole capire la natura delle sostanze che provocano le visioni e quindi riporta negli Stati Uniti diverse varietà di funghi che vengono analizzati da esperti micologi. Il risultato è una spedizione scientifica in Messico che identifica diverse specie di funghi appartenenti alla famiglia delle Strophariacae e, in particolare, al genere Psilocybe. Poco dopo, proprio da questi funghi, verrà isolata la psilocibina, un allucinogeno con una struttura molto simile a quella dell’Lsd. Si rimane sorpresi dall’apprendere che Wasson non è un avventuroso giornalista con la passione per i viaggi e le scoperte, ma un banchiere anzi, è il vicepresidente della potente banca d’affari JP Morgan, sposato a una pediatra russa con una passione contagiosa per l’etnobotanica e i funghi in particolare. Un ulteriore contributo alla popolarità della nuova sostanza con effetti mirabolanti viene poi dato da famosi personaggi di Hollywood, notoriamente affetti da vari problemi psicologici e in cura da psichiatri e psicoanalisti. Il caso più eclatante è quello del popolare attore Cary Grant che non perderà occasione per lodare gli effetti benefici dell’allucinogeno che lo ha aiutato a conquistare una nuova e più equilibrata personalità. Nel 1966, il senatore Robert Kennedy difende di fronte alla Food and Drug Administration (l’ente americano che si occupa del controllo su medicinali e cibi) l’uso terapeutico dell’Lsd a cui sua moglie Ethel si sta sottoponendo ma, ormai, l’allucinogeno ha invaso università e città, causando diverse morti per cui l’allarme sociale ha raggiunto un punto tale che la sostanza verrà bandita negli USA l’anno successivo e, progressivamente, in tutto il mondo.

    Il programma MKUltra della CIA

    Quando gli americani entrano nel campo di concentramento di Dachau nel 1945 scoprono che i medici nazisti avevano somministrato mescalina a trenta prigionieri e ne acquisiscono la documentazione. Il responsabile degli studi sulla mescalina e l’Lsd nel campo era Hubertus Strughold, riuscito a fuggire negli USA dove era entrato nel programma spaziale statunitense e si era fatto apprezzare talmente tanto dalla NASA da essere definito “padre della medicina spaziale”. Qualche anno dopo, però, il suo nome compare nella lista dei criminali di guerra nazisti riusciti a fuggire negli Stati Uniti messa a punto dal Dipartimento per l’immigrazione. La neonata CIA capisce subito le enormi potenzialità delle droghe psicoattive e inizia immediatamente a studiarne l’uso. Il caso più sinistro è quello del carcere di Lexington, nel Kentucky, dove nel 1959 il dott. Harris Isbell sperimenta sui detenuti oltre ottocento droghe diverse, incluso Lsd, ecstasy e allucinogeni vari. In un esperimento, ai “volontari”, tutti neri, vengono somministrate per settantacinque giorni consecutivi dosi di Lsd con l’ordine preciso di “raddoppiare, triplicare e quadruplicare le dosi”. La CIA mette a punto anche un altro progetto per il controllo della mente denominato inizialmente Bluebird, poi Artichoke e, infine, MKUltra. Tra il 1954 e il 1963 l’Agenzia distribuisce Lsd a migliaia di cittadini scelti a caso, inserendolo in alimenti e bevande. Il progetto verrà chiuso nel 1967, dopo un ridimensionamento nel 1964, alcuni anni dopo la morte di Frank Olson, un ricercatore della CIA a cui era stato somministrato Lsd a sua insaputa e che, sconvolto dagli effetti, si era gettato dal decimo piano di un edificio. L’utilizzo dell’Lsd è stato oggetto di programmi specifici anche da parte del MI6, il servizio segreto britannico.

    La “ego dissolution”

    Secondo molti studi riportati dal libro, l’Lsd si è rivelato efficace nel trattamento dei malati terminali di cancro ed è stato sperimentato da molti specialisti in diversi periodi e contesti culturali perché consente a pazienti, che hanno pochi mesi o poche settimane di vita, di avere una esperienza così profonda da riorientare completamente le proprie emozioni. Un caso importante verso la fine degli anni ’60 è quello di Gloria, membro del gruppo di ricerca del dott. Stanislav Grof, che scopre di avere un tumore metastatico al seno e cade in uno stato di ansia e depressione molto gravi. Gloria accetta di essere sottoposta a un protocollo che prevede alcune sessioni di psicoterapia seguite dalla somministrazione di 200 microgrammi di Lsd, la stessa dose che viene utilizzata in pazienti psichiatrici. I risultati sono stupefacenti perché dopo una sola seduta nella paziente “paura, ansia e depressione sembrano dissolte, sostituite da un sentimento di empatia e di amore verso ciò che è stata tutta la sua vita e verso i suoi affetti più cari; la morte a quel punto, le appare come un passaggio a uno stato diverso, e come tale accettata”.

    Risultati analoghi vengono ottenuti molti anni più tardi dal dott. Peter Gasser in Svizzera nel 2007, per cui un nutrito gruppo di psichiatri di fama lancia un appello per eliminare il bando contro l’Lsd e consentire la ripresa della ricerca sugli usi di questa sostanza in tutti i settori medici in cui si è rivelata utile. Usato in modo rigoroso e sotto controllo medico, l’Lsd riesce ad attivare aree prima inutilizzate del cervello che si mettono in comunicazione tra di loro, aprendo prospettive inimmaginabili che distruggono la vecchia identità e creano una “mente bambina” che guarda il mondo con occhi totalmente nuovi in un processo che è stato definito “ego dissolution”.

    La copertina del libro che raccoglie i saggi dedicati dallo scrittore britannico Aldous Huxley alle sue esperienze con l’Lsd di cui era un grande sostenitore. Il testo fu pubblicato postumo nel 1977.

    Distruggere l’attaccamento alla bottiglia dell’alcolista e aprirgli le porte di un mondo nuovo, come pure placare le ansie terribili dei malati terminali, è certamente uno splendido risultato ma, proprio sulla base dell’esperienza degli anni ’60, ci dovrebbe essere un’attenzione rigorosa e minuziosa affinché sostanze così potenti vengano usate in modo rigorosamente controllato per gli scopi medici per cui sono state create.

    Se è vero che Steve Jobs ha dichiarato che l’uso dell’Lsd è stata una delle esperienze fondamentali della sua vita (ma affermazioni simili sono state fatte anche da scienziati e premi Nobel), questo non significa che chiunque provi gli allucinogeni diventi ipso facto un nuovo Steve Jobs o uno scienziato da premio Nobel.

    Il libro di Agnese Codignola è molto ottimista sulle nuove prospettive che l’Lsd e le sostanze simili possono dischiudere alla mente umana e alle cure psichiatriche, ma trascura il pericolo molto concreto di un uso manipolativo degli allucinogeni, come avviene nel romanzo Il mondo nuovo di Aldous Huxley dove una droga ottimale e senza effetti collaterali chiamata soma placa problemi personali e rivolte politiche, lasciando tranquilli al potere i governanti del mondo

    A proposito, Huxley non è uno “scrittore statunitense”, come viene definito a pagina 35, ma una delle colonne portanti dell’establishment britannico, nipote del grande biologo Thomas Huxley e pronipote, per parte di madre, di Matthew Arnold, uno dei principali poeti e critici letterari del periodo vittoriano.

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    Agnese Codignola

    LSD Da Albert Hoffman a Steve Jobs, da Timothy Leary a Robin Carhart-Harris: storia di una sostanza stupefacente

    (UTET pag. 270 € 19,00)

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  • Pubblicato il 10 luglio 2018
    su Frontiere
    Articolo originale

L’Occidente, Putin e l’effetto domino

    • di Axel Famiglini –

 

Le elezioni politiche italiane e la formazione del nuovo governo nazionale a guida “giallo-verde” rappresentano un chiaro esempio di come lo scenario geopolitico mondiale stia mutando nella direzione della costituzione di nuovi equilibri internazionali. La crisi economica e l’incapacità della compagine politica di stampo moderato di fare fronte alle problematiche più impellenti di una società democratica in grave affanno sociale, economico e culturale quale è quella italiana hanno favorito la scalata verso il potere delle principali formazioni politiche di stampo populista, le quali sono infine riuscite a raggiungere i vertici dei palazzi istituzionali romani. L’utilizzo spregiudicato dei media sociali ha rappresentato l’elemento trainante di una propaganda “anti-sistema” che si è dimostrata a tal punto abile a manipolare ai propri fini la rete di internet da riuscire a fornire un supporto determinante ed indispensabile per la creazione di un inedito e vasto consenso elettorale a favore dei partiti che sostengono l’attuale maggioranza di governo. Non deve altresì sorprendere che sia la Lega che il Movimento Cinque Stelle si ricolleghino a vario modo ad una più ampia galassia di formazioni populiste di stampo “euro-asiatico” quali, ad esempio, quella di Marine Le Pen in Francia, Viktor Orban in Ungheria e Nigel Farage nel Regno Unito le quali, a loro volta e su vari livelli, sono riconducibili al più vasto sforzo politico-militare e mediatico della Russia di Putin, finalizzato primariamente ad accrescere la sfera di influenza russa sia sul continente europeo che in altre aree di crisi come il Medioriente.

L’esito delle elezioni italiane, tuttavia, non può non essere correlato con l’evento politico che ha rappresentato lo spartiacque fondamentale relativo alle più recenti relazioni in essere tra Occidente e Russia ovvero l’elezione alla Casa Bianca di Donald Trump. Il presidente Trump ed i suoi sostenitori, come noto, sono portatori di una subcultura fortemente “anti-establishment”, il che, a mano  a mano che questi soggetti politici si sono infiltrati attraverso la società civile e hanno occupato i principali gangli del potere, li ha condotti in modo naturale a scontrarsi con quelle che erano le “casematte” degli apparati burocratici e governativi tradizionali. Non ci si deve pertanto stupire che Mosca abbia, al momento opportuno, colto l’opportunità di avvicinare i membri più influenti dell’entourage di Donald Trump in modo tale da favorire un candidato che avrebbe indotto gli Stati Uniti a compiere scelte politiche che con ottime probabilità sarebbero risultate assai vantaggiose per gli interessi domestici ed internazionali del Cremlino. In tal senso è noto quanto il controverso Steve Bannon abbia supportato l’affermazione dell’attuale compagine di governo italiana e quanta influenza Bannon possieda ancora in seno all’estrema destra americana, a tal punto da poter essere quasi considerato, nonostante i rapporti assai tesi nonché controversi con Trump, una sorta di agente provocatore itinerante dell’estrema destra “a stelle e a strisce”. La convergenza di interessi tra ultradestra americana, partiti populisti europei e l’agenda del Cremlino è fin troppo palese per essere posta seriamente in dubbio e la recente defenestrazione dal governo del presidente Usa di Rex Tillerson e H.R. McMaster rappresenta purtroppo la cartina di tornasole di quanto gli apparati burocratici tradizionali “a stelle e a strisce” ormai non siano più in grado di tenere a freno un Trump che si sta emancipando dalla tutela impostagli dagli apparati statali stessi e dalla classe politica americana più moderata all’indomani della sua elezione alla Casa Bianca. Lo strappo nel recente G7 in Canada con i principali alleati euro-atlantici e la quasi commovente “corrispondenza d’amorosi sensi” con il giovane dittatore nordcoreano Kim Jong-un testimoniano una volta di più la predilezione del presidente Usa per una gestione verticistica, autoritaria, istintuale nonché familistica della cosa pubblica. Donald Trump ha dimostrato di apprezzare in misura assai maggiore relazioni istituzionali ed umane con quella porzione di globo che l’Occidente ha sempre collocato fra i “paria” della comunità internazionale e questo nonostante il presidente stesso, coltivando tali sconvenienti simpatie, sia più volte caduto nel ridicolo a causa di relazioni interpersonali palesemente sbilanciate a favore della controparte di turno. Purtroppo il presidente degli Stati Uniti non sembrerebbe essere connotato solo da una mera disarmante ingenuità, al contrario appare così profondo il proprio risentimento nei confronti di un “establishment” che non ha affatto sentito il sacro dovere di esprimere il proprio costante apprezzamento nei suoi confronti così come lui si sarebbe aspettato e così come avrebbe ritenuto assolutamente doveroso da parte altrui, che Trump stesso parrebbe piuttosto pronto a buttare alle ortiche decenni di consuetudini politiche collaudate e di relazioni internazionali di capitale importanza pur di continuare ad ottenere facili lusinghe da parte dei suoi sostenitori domestici ed internazionali e pur di danneggiare, al contrario, la vasta massa di critici che, oltretutto, hanno osato ostacolarlo in tutti i modi fin dall’inizio della sua presidenza, financo attraverso l’istituzione di una commissione di inchiesta sulle possibili interferenze russe nel corso delle elezioni presidenziali Usa. L’intera vicenda potrebbe sembrare quasi grottesca se non fosse per il fatto che gli Stati Uniti rappresentano il perno principale attorno al quale è stato edificato l’intero ordine mondiale del secondo dopoguerra e che il presidente Trump si stia prestando ad essere una sorta di (inconsapevole?) demolitore dell’ordine euro-atlantico, seminando discordia e producendo contrasti fra gli stessi alleati occidentali, il tutto a pieno beneficio di Russia, Cina ed alleati, i quali, dopo aver raccolto le macerie lasciate alle proprie spalle da Trump stesso e dai suoi “compagni di merende”, riplasmeranno nuove alleanze a loro uso esclusivo. Ripercorrere, pur per sommi capi, la vicenda politica dell’estrema destra americana degli ultimi anni è fondamentale al fine di analizzare il gravissimo stato di sofferenza geopolitica in cui versano sia gli Stati Uniti che l’intero mondo occidentale da questi dipendente. La crisi economica mondiale del 2007-2008, originatasi, non a caso, negli Usa, ha toccato l’intimo del cuore della società americana, la quale si trovava già da anni all’interno di una grave crisi sociale e culturale nonché identitaria. La stessa economia americana, fin dagli anni ’90 del secolo scorso, aveva iniziato a poggiare le sue fondamenta sulle sabbie mobili prodotte dalla globalizzazione e la tempesta finanziaria scatenata dai mutui subprime non ha fatto altro che mettere in luce tale stato di cose. Il neoeletto presidente Barack Obama, dopo aver cavalcato il malcontento della gente ed aver promesso una svolta radicale per il Paese, ha in realtà promosso una politica meramente volta alla gestione di quello che ormai sembrava essere l’ineluttabile declino degli Stati Uniti d’America. Tuttavia se da un lato la Casa Bianca ha ideologicamente preteso di mostrare con “eccessiva ostentazione” la debolezza degli Usa nel mondo, dall’altro Obama ha fortemente indisposto tutti coloro che si sentivano in qualche modo minacciati dalle politiche spiccatamente ideologiche di Obama stesso. La destra americana, alla disperata ricerca di un uomo forte al comando che la salvasse dal “mondo alla rovescia” proposto da Barack Obama, ha infine riconosciuto nella figura del presidente russo Putin una guida ideale a cui ispirarsi e da cui ripartire per ricostruire il Paese dopo otto anni di governo “castrista” del primo presidente americano di colore. Le politiche divisive e radicali di Obama unite agli effetti sociali della crisi economica hanno creato i presupposti affinché nella destra americana ci potessero essere le condizioni per un impensato avvicinamento ideale tra Mosca e Washington. Pur di evitare che ad Obama succedesse la “liberal” Hillary Clinton, le frange più estreme del partito repubblicano hanno avvallato non solo la candidatura di Donald Trump ma hanno addirittura accettato che l’aiuto di Mosca fosse determinante nell’elezione del presidente degli Stati Uniti. Appare evidente che una situazione di tal fatta risulti globalmente destabilizzante nonché fondamentalmente fatale per l’impalcatura sulla quale si regge l’intera costruzione geostrategica del mondo occidentale, soprattutto se consideriamo il fatto che lo stesso presidente americano e gli apparati burocratici tradizionali si trovano sovente su due linee di condotta palesemente opposte e complessivamente autodistruttive e paralizzanti. Si veda ad esempio il caso siriano, nel quale l’effimero attacco anglo-franco-americano contro gli ormai vuoti depositi di armi chimiche del regime di Assad è stato viziato da ogni genere di contraddittorietà: dalle remore di Mattis per un possibile conflitto con la Russia, alla necessità di Trump di creare una cortina fumogena mediatica finalizzata ad oscurare i numerosi scandali che lo affliggono. Appare evidente che gli unici beneficiari di una America ormai completamente alle deriva siano Russia e Cina, le quali, sfruttando i continui sbandamenti della Casa Bianca, stanno via via erodendo il terreno sotto i piedi del mondo occidentale.

L’insana politica dei dazi promossa dalla presidenza Trump nei confronti di alleati storici come l’Europa ed il Canada rappresenta il più grande regalo che la Casa Bianca potesse mai conferire a Mosca sia in termini politici che militari. Da un punto di vista della storia della politica internazionale, Donald Trump sta riuscendo laddove neppure l’Unione Sovietica aveva mai osato arrivare, ovvero sta iniziando a scolpire la pietra tombale sia della Nato che dei più vasti rapporti transatlantici oggi ancora in essere. Indubbiamente la crisi dell’Alleanza Atlantica possiede radici ben più antiche di quelle della presidenza Trump, tuttavia la contraddittoria politica dell’ “America First”, naturalmente benedetta dal Cremlino, sta fornendo il colpo di grazia ad un sistema di potere politico-militare che ha garantito settant’anni di pace in Europa ed ha allontanato lo spettro globale della guerra nucleare.

Nel caso della Corea del Nord, il regime di Pyongyang ha, a sua volta, ben compreso quali fossero la natura e le esigenze del nuovo inquilino della Casa Bianca e ha sfruttato la situazione a proprio vantaggio per ottenere un’insperata legittimazione internazionale da parte del Paese più potente ed influente del mondo. Da alcuni mesi la Corea del Sud, temendo che “crazy horse” Donald Trump, alla disperata ricerca di un qualche genere di successo sul piano internazionale da sbandierare ad uso domestico,  sferrasse un attacco militare contro il Nord, ha cercato di forzare la mano della riappacificazione fra le due Coree rafforzando indirettamente l’ala più “aperturista” ed “anti-sistema” della amministrazione americana, alla fine ottenendo però in cambio il repentino consolidamento del regime del Nord della penisola, l’inquietante promessa formulata dallo stesso Donald Trump tesa ad un progressivo disimpegno Usa dalla regione (con grande soddisfazione della Cina) ed un fumoso impegno “bipartisan” per la denuclearizzazione dell’intera penisola coreana su cui francamente non si sa ancora assolutamente nulla (in tal senso Mike Pompeo non avrà gioco facile a convincere gli alleati asiatici degli Americani, come il Giappone e la stessa Corea del Sud, che Trump non intendesse affermare esattamente quello che ha promesso pubblicamente al dittatore nordcoreano). La politica della sanzioni alla Corea del Nord, per quanto possa aver avuto alcuni effetti positivi al fine di ammorbidire gli elementi più intransigenti del regime e di portarli al tavolo delle trattative, apparentemente non ha sortito gli effetti voluti perché se da un lato Russia e Cina hanno continuato a tenere in vita  Pyongyang attraverso rifornimenti occorsi in mare in maniera semi-clandestina, dall’altro Mosca e Pechino hanno incoraggiato la Corea del Nord ad assecondare il peculiare modus operandi del presidente Trump, dato che a “The Donald”, in fin dei conti, sarebbe solamente bastato sbandierare ai media il presunto successo ottenuto a Singapore, non essendo in realtà questi minimamente interessato ad ottenere risultati concreti e politicamente impegnativi che siano in aperta contraddizione con l’imperativo categorico espresso dallo slogan elettorale  “America First”. Alla fine dei giochi   il regime di Pyongyang riuscirà probabilmente a conservare il proprio arsenale nucleare e missilistico con la benedizione sia di Pechino che del Cremlino.

Nel caso iraniano, il ritiro americano dall’accordo sul nucleare di Teheran rappresenta un’ulteriore degenerazione della politica americana, ormai, per l’appunto, caratterizzata più che altro solo da distruttivi messaggi mediatici o da poco altro. Le critiche della destra americana sull’accordo sul nucleare iraniano sono condivisibili nel loro impianto generale, tuttavia il ritiro unilaterale di Washington da tale intesa da un lato non produrrà alcun effetto sugli atteggiamenti iraniani in Medioriente dato che Trump, dopo aver estromesso la fazione più interventista del suo governo, ha confermato di volersi disimpegnare dallo scenario siriano una volta debellata completamente l’ISIS, dall’altro ha già generato un’ulteriore spaccatura tra Europa e Stati Uniti, il tutto a vantaggio sia della Russia che dell’Iran oltreché, da un punto di vista più globale, della Cina. Il ritiro americano dall’accordo sul nucleare iraniano, oltreché squalificare del tutto la credibilità diplomatica di Washington, non ha fatto altro che rafforzare la destra iraniana conservatrice, minando in questo modo l’autorevolezza politica faticosamente conquistata dell’ala riformista del Paese e mettendo in difficoltà coloro che, a cavallo tra il 2017 e il 2018, in buona fede (c’è chi sospetta che le manifestazioni di protesta contro il governo di Rouhani siano state in primo luogo opera degli ayatollah), sono scesi nelle strade delle maggiori città dell’Iran per esprimere il proprio dissenso nei confronti di un regime che drena le risorse nazionali per alimentare un insano avventurismo politico e militare nel Medioriente. Certamente la rinnovata crisi con l’Iran ha contribuito al rialzo del prezzo del petrolio, fatto forse non del tutto secondario per i gruppi di potere che sostengono il presidente Trump e che devono supportare opportunamente lo sviluppo dello shale oil americano attraverso un prezzo del barile adeguato.

Il teorema di Mosca formulato sul presidente Trump si è dimostrato corretto e sicuramente Trump rappresenta il miglior investimento politico che la Russia abbia mai fatto, perlomeno in tempi relativamente recenti. Certamente Trump non ha ancora il potere e la libertà di azione tali da riuscire a  bloccare con un atto di imperio gli estremi tentativi degli apparati tradizionali americani di imporre sanzioni a Mosca, ciononostante, nel medio periodo, se le cose andranno come previsto dal Cremlino, l’intero edificio su cui si basa la politica sanzionatoria occidentale potrebbe andare in frantumi. Appare infatti evidente che mano a mano che Trump saprà prendere in mano in maniera sempre più efficacie e diretta le redini del potere, la sua influenza sugli apparati politici Usa e sui governi politicamente a lui affini si potrebbe accrescere con modalità forse oggi imprevedibili. In tal senso, come si è già visto nel corso dell’ultimo sorprendente G7, il trumpismo, smentendo senza remore le stesse politiche ufficiali della Casa Bianca, potrebbe trovare il modo di riportare la Russia fuori dall’angolo in cui l’Occidente stesso ha provato a porla senza nei fatti riuscirci. Inoltre questo calamitoso “trait d’union” in essere tra trumpismo, sovranismo e putinismo a poco a poco potrebbe sovvertire tutte le democrazie in crisi di identità del continente europeo, corrodendo passo dopo passo la già fragile opposizione alle politiche di Putin espressa da parte dell’Unione Europea. In questo contesto la prossima vittima di questa sorta di danza macabra tra gli Usa di Trump, la Russia di Putin e la Cina potrebbe essere proprio il “vecchio continente”. Lo scenario europeo appare in effetti assai sconfortante, già di per sé viziato da interessi economici nei confronti della Russia assolutamente dirompenti e divisivi. Il Regno Unito non riesce a trovare la quadra su una “Brexit” (una vera manna dal cielo per Mosca) ricolma di lati oscuri e si sta ritrovando sempre più isolato sia in Europa che nei confronti dei sempre più lontani partner americani, gli stessi su cui Londra sperava ingenuamente di appoggiarsi per supportare la Brexit sul piano internazionale nonostante la deriva “anti-establishment” di Trump stesso. Theresa May oltretutto è politicamente in difficoltà sia in Patria che all’estero ed i rapporti con Trump sono ai minimi storici dato che Trump non intende in nessun modo farsi dettare l’agenda politica dal numero dieci di Downing Street. A fatica il Regno Unito è riuscito a trovare adeguata solidarietà nel presidente degli Stati Uniti a seguito del caso Skripal e se altri partiti filorussi dovessero emergere vincitori dalle elezioni di importanti Paesi europei, Londra potrebbe trovare sempre più arduo supportare sui tavoli della diplomazia le proprie istanze internazionali contro Mosca. A riprova di quanto siano tese le relazioni tra Mosca e Londra basti ricordare che la Russia addirittura è recentemente arrivata ad accusare Londra di aver inscenato l’attacco chimico di Douma al fine di provocare l’intervento militare occidentale in Siria.  La Francia di Macron ha tentato di svolgere un’azione di mediazione sia con Washington che con Mosca ma senza alcun successo sia sul caso siriano che su quello iraniano. Iniziative quali quelle del cosiddetto “Small Group”, tese a rivitalizzare una leadership americana sulla crisi siriana che però non trova supporto ai più alti vertici presidenziali, pur ben congegnate per buona parte degli intenti strategici proposti già contengono al loro interno i limiti di un’azione che non può essere sostenuta ai massimi livelli dell’organizzazione statale americana vista la politica trumpiana tesa ad un accomodamento con la Russia e a ribadire ad ogni occasione il mantra dell’ “America First”. In tale ottica non è chiaro in che modo Macron voglia farsi portavoce presso il presidente Putin di un organismo nato “morto” fin dalla nascita, avendo Trump “licenziato” Rex Tillerson, il quale sosteneva la necessità della permanenza dei militari americani in Siria in sinergia con i Curdi (causando tuttavia le ire dei Turchi) ai fini di garantire all’Occidente una credibile e realmente influente presenza strategica in terra damascena. Come se ciò non bastasse, continuare ad affermare da parte di Francia e Regno Unito che  esista solo una soluzione politica alla crisi siriana appare più che altro come un sintomo di estrema debolezza visto che sia la Russia che l’Iran stanno imponendo la propria soluzione militare sul terreno la quale sta a sua volta plasmando in maniera inappellabile l’intero scenario geopolitico della regione.  Parigi, principale sponsor della caduta del regime di Gheddafi, sta altresì guidando l’ennesima iniziativa di pacificazione in Libia, cercando di porre sotto la propria tutela il multiforme generale Haftar. L’attivismo francese non piace però all’Italia ed indubbiamente tutto ciò pesa e peserà nel rapporto fra i due Paesi, soprattutto ora che l’Italia si sta ponendo in contrapposizione ideologica con Macron anche a causa del problema degli immigrati clandestini che premono sul nostro Paese. Sia la Francia che il Regno Unito potrebbero a breve subire ulteriori contraccolpi geopolitici negativi relativi al fallimento totale della rivoluzione siriana, i cui ultimi brandelli superstiti potrebbero avere ormai le ore contate nel sud della Siria mentre probabilmente sopravviveranno in parte nel nord del Paese solo grazie alla spregiudicata politica di una Turchia ormai giocatrice libera alle prese sia con il deflagrante problema curdo lungo la propria frontiera meridionale che con il destabilizzante dilagare russo-iraniano nella regione. L’Europa oltretutto paga il prezzo delle sue contraddizioni nei confronti dell’Iran, avendo coltivato l’assurda e folle speranza di poter combattere “a basso prezzo” Teheran in Siria e contemporaneamente fare affari tranquillamente con essa in territorio iraniano, come se ciò non comportasse nessuna conseguenza sullo scenario internazionale. Appare certamente incredibile che l’Europa, a causa dei suoi numerosi interessi economici in Iran, sostenga, in piena contrapposizione politica con gli Usa, la conservazione dell’accordo sul nucleare di Teheran e che contemporaneamente l’Iran e la Russia, cerchino da un lato di fare fronte comune con l’Europa sulla questione dell’intesa sul nucleare iraniano mentre tentino allo stesso tempo dall’altro di scalzare l’Europa e l’Occidente nei rimanenti ambiti globali. Indubbiamente, però, i dazi americani all’Europa non stanno aiutando a pervenire ad una convergenza politica tra UE ed USA sulla questione iraniana. Nel mondo arabo le cose non vanno certamente meglio ed anzi la perdurante spaccatura tra Arabia Saudita e Qatar sta rafforzando il fronte iraniano ai danni sia delle sorti dello scenario geopolitico siriano che di quello libanese. I recenti dissapori in territorio yemenita tra le fazioni sostenute dall’Arabia Saudita e quelle supportate dagli Emirati Arabi Uniti rappresentano un ulteriore elemento di contrasto all’interno di una coalizione che con fatica sta cercando di contenere l’influenza iraniana in seno alla penisola arabica. Israele dal canto suo si rende ben conto che la situazione in Medioriente sia già sfuggita di mano agli Americani  e se da un lato plaude al ritiro americano dall’accordo sul nucleare iraniano e al possibile ripristino delle sanzioni economiche dall’altro cerca di seminare zizzania tra Iraniani e Russi sperando che Mosca freni le pulsioni espansionistiche di  Teheran. Il recente “viaggio della speranza” di Netanyahu a Mosca va certamente letto nella direzione di un sostegno israeliano al Cremlino in funzione anti-iraniana. La corresponsabilità israeliana nella decisione di Trump (deliberazione in primo luogo volta a soddisfare la destra americana filo-israeliana, la stessa che già ha preteso il ritiro americano dall’accordo sul nucleare iraniano) di spostare l’ambasciata americana a Gerusalemme non contribuirà al miglioramento della stabilità nell’area anche se la sostanziale accondiscendenza dei Paesi arabi sulla questione testimonia più che altro la maggiore preoccupazione dei Paesi del Golfo per l’inarrestabile dilagare iraniano rispetto a quella per le sorti dei Palestinesi, già di per sé abbastanza “collusi”, tramite Hamas, con i desiderata di Teheran. Certamente l’aver accresciuto i motivi di insoddisfazione dei Palestinesi e l’aver incrementato i punti di convergenza tra essi e l’Iran possono non essere considerati un’abile mossa da parte di Tel Aviv. Parimenti gli accordi che Israele, Russia e regime siriano starebbero realizzando “sottobanco” ai danni dei resti dell’opposizione siriana ubicata nel sud della Siria a ridosso del confine ed inerenti il controllo dello stesso a favore del regime stesso (ma ai danni dell’Iran) non fanno particolare onore agli statisti dello stato di Israele dato  che se da un lato gli Israeliani forse stanno riponendo eccessiva fiducia rispetto alle proprie forze difensive e alle promesse di aiuto dell’alleato Trump, dall’altro Tel Aviv sta dimostrando una spregiudicatezza ed una doppiezza tale da lasciare alquanto perplessi per quanto tale situazione non susciti particolare stupore visto il clima da “si salvi chi può” in atto. I sempre più frequenti attacchi preventivi israeliani in territorio siriano contro postazioni di Iraniani ed alleati  di Hezbollah potrebbero in realtà risultare complessivamente inefficaci sul piano strategico ed ulteriormente destabilizzanti per la regione, accrescendo la probabilità di un nuovo conflitto regionale che veda questa volta coinvolto Israele stesso. L’Iran, dal canto suo, non accenna a voler allentare la propria presa sulla Siria ed in Iraq non sembra aver particolarmente gradito l’esito delle ultime elezioni politiche.

Lo scenario che si prospetta è indubbiamente assai preoccupante. In Estremo Oriente Donald Trump ha appena sdoganato il regime nordcoreano, nei fatti contribuendo ad accrescere ulteriormente il determinante ruolo politico, diplomatico, economico e militare della Cina e della Russia sullo scacchiere internazionale. Il presidente degli Stati Uniti, pur inizialmente pavoneggiandosi dietro a toni bellicosi caratterizzati da elevata immaturità politica e personale, a fronte di un atteggiamento nordcoreano quasi di carattere adolescenziale, ha stabilito un surreale legame di reciproca comprensione filiale con  Kim Jong-un (quasi da “paria” a “paria”), aprendo nei fatti la strada per lo sviluppo di relazioni similari (nel caso fosse Putin la controparte diplomatica, si presume che questi potrebbe impersonare, agli occhi del “piccolo” Donald, il ruolo del “Piccolo Padre” di zarista memoria) nelle quali nei fatti si potrebbe addivenire, a pieno vantaggio di Mosca e Pechino, ad una sostanziale legittimazione delle istanze geopolitiche russo-cinesi in seno alle maggiori aree di crisi internazionali, ovviamente ai danni sia dell’Occidente che dei suoi alleati. Naturalmente se tali considerazioni avranno effettivamente un seguito di carattere pratico, la stessa “diatriba” iraniana potrebbe infine concludersi, dopo alcune tonanti dichiarazioni di “rito” della Casa Bianca, con una sostanziale accettazione dello status quo imposto dall’Iran e sponsorizzato dalla Russia, ove però sarebbe Israele questa volta a subire i più pesanti contraccolpi causati da una mal riposta fiducia nel presidente Trump. Parimenti la crisi ucraina potrebbe conoscere il suo più triste epilogo con la fine del governo filo-occidentale di Kiev, fra l’altro finora incapace di far decollare una proposta politica concretamente alternativa rispetto a quella del precedente regime filo-russo. Il governo ucraino, sostenuto in maniera insufficiente dall’Occidente,  è purtroppo dilaniato da destabilizzanti personalismi, da una endemica corruzione e dalla sostanziale incapacità di risolvere la crisi in corso con la Russia sia nel Donbass e nella Crimea. Tornando all’area del Pacifico, i dazi americani alla Cina appaiono più che altro come una sorta di mera foglia di fico di una più vasta “battaglia del grano” in salsa trumpiana contro i presunti nemici e sfruttatori globali dell’economia americana, quasi come se la sola egemonia mondiale del dollaro ottenuta “manu militari” non bastasse per formulare un’accusa di ampia e reiterata slealtà economica e commerciale degli Usa nei confronti di gran parte dei partner mondiali. I dazi promossi da Washington sono del tutto insufficienti per “spezzare le reni” a Pechino, anche perché l’economia “a stelle e a strisce” e quella “del dragone” sono da anni fortemente interdipendenti e questo a causa proprio delle errate politiche di delocalizzazione promosse dagli Usa stessi alla fine della guerra fredda. Oltretutto la politica dei dazi americani alla Cina collide con la richiesta di Washington di una collaborazione con Pechino per la denuclearizzazione della penisola coreana. Allo stesso modo i pattugliamenti per la tutela della libertà di navigazione promossi in larga misura dalla marina americana non stanno ottenendo nulla di concreto al fine di “sloggiare” la Cina dalle postazioni avanzate occupate in maniera illegittima nei mari dell’Estremo Oriente. In Medioriente Russia ed Iran stanno dettando l’agenda politico-militare mentre l’Europa, da settant’anni dipendente dalla macchina militare americana, è ormai politicamente bloccata a causa del drastico mutamento di rotta della stessa amministrazione statunitense e dell’insufficienza di adeguati mezzi logistici e militari che i Paesi europei ancora non hanno ritenuto di dover in qualche modo colmare nonostante i mutamenti geopolitici in corso. La scommessa di Cameron e Sarkozy, risalente al 2011 con l’avventura in Libia, finalizzata ad indurre gli Americani in crisi di leadership a condurre conflitti laddove le proprie politiche nazionali lo richiedessero o dove l’ordine internazionale lo esigesse, è stata tragicamente persa e lo si è visto chiaramente nel recente attacco condotto contro i già svuotati arsenali chimici di Assad, azione minimale che a stento è riuscita a concretizzarsi dato che gli Americani (il Pentagono) sono stati riluttanti fino all’ultimo nel condurre questo genere di operazione militare (lasciando fra l’altro tutto il tempo a Russi ed Iraniani di sgomberare completamente il campo) mentre May e Macron cercavano in tutti modi – ironia della sorte – di supportare Trump per non fare l’ennesima figuraccia come accaduto nel 2013.

L’Europa rimane pertanto sola in uno scenario di grave crisi della politica, dello stato di diritto e dell’ordine internazionale. L’Unione Europea possiede indubbiamente le sue colpe per l’attuale stato di cose. Le politiche del rigore “a tutti i costi” e della pervicace sordità alle esigenze dei Paesi più deboli dell’Unione hanno prodotto inenarrabili disastri come accaduto in Grecia dove tutt’ora non vi sono concrete speranze per un vero miglioramento delle condizioni di vita delle persone maggiormente in difficoltà. Intere classi dirigenti sono state spazzate via dalla crisi economica e dalle politiche di austerità di Bruxelles e nel vuoto creatosi sono penetrati movimenti di ispirazione populistica che traggono i propri riferimenti ideali non dai principi propri delle liberal-democrazie ma dai dettami dell’autoritarismo custoditi dalle gelide mura del Cremlino. In Polonia è insediato un governo di stampo autoritario che tuttavia teme l’aggressiva ascesa della Russia e mantiene pertanto una posizione filo-occidentale anche se fortemente trumpiana. In Ungheria l’autoritarismo di Orban, assai vicino a Mosca, è già ben noto. Sia la Repubblica Ceca che l’Austria sono guidati da governi che già da tempo salutano con fin troppo calore l’ormai eterno inquilino del Cremlino. La stessa Grecia viene considerata da alcuni come una sorta di centrale d’ascolto moscovita e certamente Mosca sta osservando con interesse la rinnovata rivalità fra Atene ed Ankara sul mare Egeo, in particolare ora che gli Americani appaiono abbastanza assenti anche da questo scenario. L’Italia ha scelto la strada “russa” nelle recenti elezioni e già se ne vedono alcuni effetti nei rapporti con la Francia nel merito della questione degli immigrati clandestini e, più in generale, sul tema della gestione della crisi libica. La consonanza con Trump del governo Conte, subito rimarcata nel corso dell’ultimo G7 in riferimento ai rapporti con la Russia, può trasformare l’Italia in un curioso laboratorio politico, ovvero il “Bel Paese” potrebbe tramutarsi nella spina nel fianco perfetta sia di Berlino che di Parigi anche se laddove in Europa Trump trova consensi è poi Putin a raccogliere un nuovo alleato mentre l’Occidente “guadagna” semplicemente un altro “cavallo di Troia” del Cremlino dentro casa propria. A fronte di tale situazione ciò che rimane di più genuino in Europa delle vecchie democrazie liberali risiede proprio in seno ai Paesi ubicati nella parte occidentale e  settentrionale del “vecchio continente”, ovvero in quell’area vagamente identificabile con il mai completamente riuscito asse “carolingio-germanico” di nazionalità franco-tedesca il quale possiede quale unico e poderoso elemento persuasivo nientepopodimeno che la nostra moneta unica ovvero l’euro. Dato che nessun Paese aderente alla moneta unica per ora si è proposto seriamente di abbandonare l’euro, l’unione monetaria rimane al momento salva e con essa anche quel sufficiente peso politico ed economico che l’Europa con sede a Bruxelles può utilizzare per sopravvivere da un lato alle insidie della Russia e dall’altro alle politiche aggressive dell’America di Trump. Potremmo domandarci se oggi un’ Unione Europea forte convenga sia a Mosca che a Washington e probabilmente la risposta che saremmo costretti a darci appare negativa. D’altra parte il sostegno ideale che Donald Trump offrì alla Brexit fu orientato contro l’idea di Unione Europea stessa, non certamente per una sua personale simpatia nei confronti del Regno Unito come qualcuno oltremanica aveva voluto credere per via delle sue ascendenze scozzesi. A voler analizzare con estrema sincerità gli ultimi eventi della politica sia nazionale che estera, il vero pericolo che si sta insinuando in Europa e nel mondo è il lento riaffermarsi dell’autoritarismo e ciò ha potuto avere luogo in prima istanza a causa di classi politiche che da un lato non hanno saputo rispondere con solerzia e comprensione alle necessità reali delle popolazioni da queste amministrate e che dall’altro non sono state in grado né di incarnare né di promuovere la necessaria educazione politica che una società democratica necessita per poter perdurare con profitto lungo il percorso a volte accidentato della storia. L’attuale crisi del mondo occidentale trae origine primariamente da una crisi delle istituzioni democratiche e da una grave sofferenza sociale direttamente connessa alla crisi della classe media. In tal senso non possiamo certamente incolpare la Russia di tutti i mali relativi al nostro sistema elettorale, tuttavia Putin non ha fatto altro che osservarci con distaccata attenzione e colpirci laddove eravamo più fragili. Se pertanto vogliamo evitare che l’Europa naufraghi fra i flutti dell’autoritarismo putiniano e della volgarità trumpiana dovranno essere i governi europei ancora ispirati dai principi di libertà e tolleranza  a trovare la strada per fermare questa deriva catastrofica sia per il “vecchio continente” che per il più generale ordine internazionale.

Se questa opera di recupero dei valori fondanti della civiltà occidentale non venisse effettuata con urgenza e con adeguata determinazione, temo che nessun Paese europeo, Germania inclusa, potrà  considerarsi immune dalle ammalianti  e dilaganti sirene del trumpismo e del putinismo ormai attestate con successo in mezza Europa e pronte ad insediarsi al governo di quei Paesi nei quali la politica tradizionale non risultasse in grado di resistere alla devastante tempesta geopolitica attualmente in corso.

su Frontiere
del 15 giugno 2018
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Syria Crisis- Giochi pericolosi

Talune forze, negli Stati Uniti, proprio non accettano le sconfitte e come dei bambini, in preda al peggiore dei capricci, iniziano a scalciare per ripicca ora a destra ora a sinistra. Se non fosse un film già visto ci si dovrebbe veramente preoccupare e vivere queste ultime ore che mancano all’ecatombe planetaria come se fossero gli ultimi istanti della nostra esistenza e quindi facendo tutto ciò che non ci è stato possibile fare fin’ora, ma fortunatamente non siamo ancora all’Armageddon.

Infatti, esattamente un anno fa, Trump, come oggi, era fortemente assediato per il cosiddetto Russiagate e per smorzare i toni in madre patria, verso la sua presunta russofilia, non trovò niente di meglio da fare che attaccare, nella provincia di Homs, alle 03:45 (ora di Damasco) del 07 aprile 2017, con 59 missili “Tomahawks”, la base aerea di Shayrat da cui sarebbe partito, il 04 aprile dello stesso anno, il presunto raid chimico del regime di Assad verso gli inermi civili di Khan Shaykhun. Raid che, è bene ricordarlo, allora come oggi, sarebbe avvenuto in una fase in cui l’Esercito Arabo Siriano era nettamente in vantaggio, perciò, cui prodest? Ai siriani lealisti di sicuro no!

Comunque sia, a fine operazione, gli americani avevano distrutto solo 6 vecchi Mig-23 e causato poco più di dieci vittime. Un attacco, insomma, a bassissima intensità, infatti solo 23 missili, dei 59 “Tomahawks” lanciati, raggiunsero il bersaglio, ma ciò fu sufficiente al Tycoon per avere un po’ d’ossigeno.

Nell’immediato i rapporti tra le due superpotenze sembrarono essere peggiorati di molto tuttavia – dopo che in un sol colpo il Presidente Putin è riuscito a costruire un asse tra la Turchia di Erdogan e l’Iran, chiudendo così positivamente anche la partita in Siria – gli Stati Uniti avevano annunciato, in data 07 aprile 2018, che si sarebbero ritirati dalla Siria a meno che l’Arabia Saudita  (Paese che mal vede più di chiunque altro il proseguo del regime di Assad in quell’area) non si fosse sobbarcata totalmente il costo del mantenimento delle truppe americane in Medio Oriente. In altri termini Washington sembrava aver riconosciuto ed accettato, la vittoria di Mosca e dei suoi alleati, in quella porzione di mondo, ma mentre accadeva ciò altre tegole stavano per cadere sulla testa di Trump:

  • In primis con il cosiddetto “datagate” che vede coinvolti: Steve Bannon, ex Capo stratega della Casa Bianca nonché ex VicePresidente della società Cambridge Analytica; la Cambridge Analytica, società che combina il data mining, l’intermediazione dei dati e l’analisi dei dati con la comunicazione strategica per la campagna elettorale; e Facebook, uno dei maggiori social network mondiali, in quanto responsabili dell’aver influenzato e falsato il risultato delle ultime elezioni presidenziali americane;
  • Secondariamente con il “Sexgate” che vede coinvolti, in un giro di relazioni di fuoco: la pornostar Stormy Daniels; l’ex modella di Playboy Karen McDougal; e l’avvocato Michael Cohen. Quest’ultimo avrebbe provveduto a comprare il silenzio delle due signore pocanzi nominate per conto di Donald Trump.

Ora, questi due eventi, in un America così puritana e russofobica, alle soglie delle elezioni di medio termine, potrebbero seriamente mettere nei guai il Presidente Trump ed allora cosa mai potrebbe fare il Tycoon per distrarre l’opinione pubblica, assecondare le lobby militari ed i nemici interni al Partito Repubblicano, se non organizzare un attacco in grande stile verso i “cattivoni” siriani rei nuovamente di aver usato delle armi di distruzione di massa contro la popolazione inerme?

Detta così potrebbe sembrare anche un’idea geniale, degna di Niccolò Machiavelli, ma, si sa, non è cosa saggia giocare con il fuoco perché, pur non volendo, l’incendio potrebbe pur sempre divampare e, in quel caso, chi potrà mai fermarlo?In fondo, Putin, per quanto sia un uomo dai nervi d’acciaio, è pur sempre un essere umano e, in quanto tale, anche la sua pazienza ha un limite. Pazienza che è già stata fortemente messa alla prova a seguito delle false accuse mosse dal Governo britannico, nei confronti del Cremlino, riguardo l’avvelenamento di Serghej Skripall e di sua figlia Yulia, a Londra, per mano di alcuni agenti russi. 

In questo frangente la risposta di Putin a tanta infamia ed alle espulsioni dei propri diplomatici, fu perfettamente simmetrica e 150 diplomatici occidentali furono costretti ad abbandonare il territorio della Federazione Russa. Se in tal modo a volare furono solo le “Feluche” ora rischiamo concretamente che a librarsi nell’aria siano oggetti ben più pericolosi. E tutto questo potrebbe avvenire solo ed esclusivamente perché il Presidente degli Stati Uniti, chiunque esso sia, è prigioniero:

  • del proprio ruolo;
  • di fortissimi gruppi d’interesse;
  • delle lobby degli armamenti. 

Tutte questioni che, a noi italiani poco interessano o meglio, dalle quali, per la nostra posizione geografica e per la nostra storia, non possiamo che avere solo influssi negativi. Di conseguenza ci conviene continuare ad essere alleati degli Stati Uniti? La risposta, a questo punto, è chiaramente no! E, a tal riguardo, venuto a sapere della domanda del reggente del PD, Maurizio Martina, rivolta al leader del Carroccio in merito al fatto se: << Salvini vuole cambiare le alleanze internazionali del nostro Paese? Se è così, lo dica chiaramente >> mi sento in dovere – pur non essendo il leader della Lega, ne legato a quest’ultimo in nessun modo e ne conoscendo il suo pensiero più recondito – di rispondergli in qualità di puro sovranista con un’altra semplice domanda: << Caro Martina, ma se non ora, quando? … Cosa e quanto, dovremo ancora aspettare per comprendere che continuando a seguire l’Europa, l’Euro e la Nato ben presto ci ritroveremo nel baratro più profondo? >> 

Persino un euro/atlantista convinto come il Senatore forzista Paolo Romani si è reso conto dell’inconsistenza delle accuse americane tanto da dichiarare che: “nel momento in cui i ribelli jihadisti di Duma si stanno per arrendere, immaginare che Assad abbia utilizzato armi chimiche, che avrebbero scatenato di sicuro la reazione internazionale, oltre a essere inutile sarebbe un’idea stupida >> e c’è chi, come Lei, crede ancora a queste fandonie? In tal caso le questioni sono due: o chi sostiene posizioni filoatlantiste è in mala fede o non è in grado di leggere la realtà che lo circonda, e, in entrambi i casi, ciò può denotare solo una cosa: una grave incompatibilità con il ruolo che riveste, ergo non è degno di sedere in Parlamento. 

Pertanto il mio appello – come semplice cittadino, rivolto a tutto l’arco costituzionale – è quello che si uniscano tutte le forze di buona volontà affinché, nell’immediatezza della crisi, l’Italia non partecipi in alcun modo a nessuna azione militare in Siria, ne inviando truppe o mezzi, ne mettendo a disposizione le proprie basi. 

Anzi il nostro Paese, anche attraverso l’ausilio della diplomazia vaticana, dovrebbe farsi carico di una Conferenza di Pace per tentare di risolvere la Guerra Civile Siriana.

12 aprile 2018
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su Frontiere

 

Flat Tax aumenta le disparità: lo dimostra la Russia di Putin

 

di Mario Lettieri e Paolo Raimondi

La flat tax, di cui tanto si parla in questa campagna elettorale, non è la parola magica per la giustizia fiscale del nostro paese. Anche se non è la cattiva parola da demonizzare tout court. I limiti e gli obblighi costituzionali non si possono ignorare. Nel caso, quindi, di una sua eventuale e deprecabile introduzione, sarà necessario individuare meccanismi di deducibilità che rendano effettivo il principio della progressività.

È doveroso prima di ogni decisione valutare quanto è accaduto e accade nei paesi in cui la flat tax è stata introdotta. Il caso emblematico ci sembra quello russo, dove le famiglie povere e quelle indigenti sono fortemente aumentate tanto da spingere le masse delle periferie urbane e i residenti nei territori rurali a chiedere di rivedere il sistema fiscale, introducendo forme di progressività nella tassazione.

In Russia, com’è noto, nel 2001 Putin, al suo primo mandato, introdusse la tassa fissa del 13% per tutti, ricchi e poveri, singoli e imprese, aziende produttive e società dubbie. Egli aveva raccolto un paese in ginocchio, devastato dalla corruzione del periodo di Eltsin, dalla penetrazione della finanza speculativa internazionale, dalla svendita delle ricchezze nazionali alle grandi corporation e dal sostanziale fallimento dello Stato del 1998.

E quel che era più grave, c’era una generale sfiducia. Nessuno aveva fiducia nel rublo, nessuno pagava le tasse, o per corruzione o per indigenza. I cosiddetti oligarchi «spostavano» centinaia di miliardi di dollari a Londra o nei paradisi fiscali. Perciò la tassa del 13% servì anzitutto a riportare un certo ordine e un po’ di razionalità nel sistema economico. Fu il modo per garantire un minimo di stabilità politica e un minimo di entrate fiscali.

Pertanto il vero motore della ripresa russa, più che la flat tax, è stato lo sfruttamento delle risorse energetiche, del petrolio e del gas, le cui riserve, insieme alle altre ricchezze naturali, sono enormi.

Per anni, la Russia ha incassato elevate fatture dalla vendita di crescenti quantità di risorse energetiche. Nel frattempo si è frenata in qualche modo sia la corruzione sia la fuga dei capitali. Si ricordi che in questi anni la differenza tra il costo di produzione e il prezzo di vendita di petrolio e gas ha garantito entrate davvero eccezionali. Tanto che nel 2008 il classico barile di petrolio ha toccato la vetta di 150 dollari!

L’andamento della diseguaglianza. Il 10 percento della popolazione arriva a detenere il 56 percento degli introiti nazionali per anno in India; in Canada, USA e Russia detiene circa il 45 percento degli introiti annui. Nei Paesi dell’Unione Europea la diseguaglianza è relativamente più contenuta.

Oggi, però, la Russia, come altri paesi, sta vivendo una crescente e pericolosa ineguaglianza economica e sociale. Soprattutto dopo le sanzioni economiche e il crollo del prezzo del petrolio. C’è un recente studio del Credit Suisse in cui si dimostra come la Russia sia uno dei più «disuguali» paesi del mondo: il 10% della popolazione detiene l’87% della ricchezza della nazione. L’1% della popolazione detiene il 46% dei depositi bancari.

Anche la situazione della tanto decantata Ungheria merita un’attenta disamina. Il paese, si ricordi, è entrato nell’Unione europea nel 2004 mantenendo però la sua moneta nazionale, il fiorino.

Con una popolazione di 10 milioni di persone, nel 2008 aveva un pil di 157 miliardi di dollari a prezzi correnti. A seguito della crisi globale, nel 2011 il prodotto interno scese a 140 miliardi e nel 2012 a 125.

Nell’ultimo periodo ci sono stati dei miglioramenti nell’economia magiara, trainata dalla piccola ripresa europea e soprattutto dall’attivismo industriale della vicina Germania.

Non sembra che l’introduzione della flat tax del 16%, avvenuta nell’anno 2001, abbia aiutato la ripresa e le crescita in Ungheria. Ciò che ha invece veramente aiutato Budapest a mantenere una certa stabilità sono stati gli aiuti rilevanti da parte dell’Unione europea e la sua partecipazione al mercato unico europeo.

Gli aiuti sono stati riconfermati anche recentemente: dal 2004 al 2020 l’Ungheria riceverà da Bruxelles sovvenzioni per complessivi 22 miliardi di euro, cioè oltre 3,5 miliardi l’anno. Sono soldi che provengono anche dall’Italia, nonostante la forsennata propaganda magiara anti euro e anti Unione europea.

Si ricordi che l’Italia contribuisce al bilancio dell’Ue con ben 20 miliardi di euro e ne riceve 12. Gli 8 miliardi rappresentano il contributo netto dell’Italia. Se fossimo trattati come l’Ungheria dovremmo ricevere, in proporzione alla popolazione italiana che è 6 volte quella magiara, aiuti da Bruxelles per 22 miliardi di euro ogni anno. Altro che flat tax!

(Questo articolo è pubblicato in Italia Oggi del 16-02-2018)

Pubblicato il 17 febbraio 2018

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