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Melissa colpisce ancora

Melissa la seguo dal suo primo libro, scritto ormai molti anni fa. Nel frattempo anche come scrittrice è cresciuta e questo suo nuovo romanzo, stavolta sulla maternità, rappresenta un punto fermo nella maturità di una scrittrice che s’impose a 17 anni e ora ne ha il doppio e sarà madre come i suoi personaggi. Leggendo Il primo dolore ho provato disagio: come uomo ammetto di non capir niente di parto e gravidanza, né di aver mai pensato che il processo naturale è segnato dal dolore, che qui invece viene eviscerato nelle sue profonde implicazioni, che vanno ben oltre la fisicità. Nel libro abbiamo due coppie diverse ma unite dall’attesa di un figlio. Sono due storie parallele narrate in soggettiva dalle due donne, entrambe al nono mese avanzato. La prima donna, Rosa, poco più che quarantenne, è redattrice di una rivista e convive con Andrea – un simpatico musicista – in un villino nella periferia residenziale romana. Lui suona e compone tra una “canna” e l’altra; potrebbe anche far di meglio, ma non ha più ambizioni e ormai lavora per i pubblicitari. Lei invece ha con gli anni superato – o almeno così crede – un difficile rapporto con la madre, da cui si è definitivamente separata al momento di venir a studiare a Roma. Determinata come tante ragazze che scappano dal paese, si è laureata e ha trovato lavoro nell’editoria periodica. Ha avuto una prima relazione con un uomo più grande di lei, per poi passare al nostro musicista, di sicuro meno ingombrante. Altri amori giovanili – pochi – saranno ricordati nel corso della memoria, sceverando la quale esce fuori una vita condizionata da un padre debole e da una madre anaffettiva e persino in competizione con una figlia forse non voluta.

Agata invece è una gracile ragazza di bassa estrazione sociale e lavora come parrucchiera. L’hanno fatta sposare poco più che adolescente con Matteo, un classico “flanellone”, termine che a Roma usiamo per descrivere l’uomo abitudinario e privo di fantasia, protetto più che protettivo, campione dell’italica classe media. Lui e lei si sono sposati per obbligo sociale dopo una “fuitina”, lei giovanissima e poco scolarizzata, lui figlio di mamma. La coppia entra in scena scendendo a valle in macchina da un paese di cintura dell’Etna, di notte verso l’ospedale, dove Agata deve partorire e dove il servizio sanitario lascia a desiderare: verrà affidata a due inesperti laureandi in medicina, gli unici medici disponibili in quel momento tra un parto e l’altro. C’è la fila, ma di notte manca il personale, e forse anche di giorno. A parte il dolore fisico, Agata sprofonda in uno stato di semi incoscienza, dove i ricordi emergono dal fondo e si stagliano come in un film. Purtroppo il neonato nasce morto, soffocato: i due laureandi hanno sbagliato i tempi e l’aiuto di un mezzo infermiere ha peggiorato tutto. E qui interviene Matteo, che prende insolitamente l’iniziativa: una ragazza ha appena partorito ma non vuole tenere il bambino. Non sapremo mai chi è, ma il neonato può essere immediatamente adottato, e così tutto si sistema. Agata, stremata, acconsente.

 Rosa invece ha deciso di partorire in casa come sua nonna, attirandosi gli strali della suocera. Che dire? L’ambiente qui è familiare, meno asettico di quello di un ospedale, ma il dolore non cambia. E soprattutto, la memoria corre indietro in uno stato di dormiveglia. Entrambe le donne, sia pur così diverse per età, storia e classe sociale, sono quasi due parti della stessa persona, o almeno provano la stessa sofferenza fisica e non possono contare troppo sul proprio uomo. Arrivano a odiarlo, ma pare sia un classico. In realtà Andrea, anche se tenuto fuori dal “traffico”, è uomo responsabile, e ha l’idea di far venire di corsa la madre di Rosa pagandole il viaggio. L’incontro fra madre e figlia è un colpo di scena: non si vedevano da dodici anni e sul volto della madre sono visibili i segni del tempo. Ne sappiamo ora la storia successiva: rimasta sola, si è avvicinata a una ricca comunità evangelica, dove ha trovato lavoro come domestica e quell’integrazione finora negata. Diventa però anche l’amante del Grande Capo, che evidentemente predica bene ma razzola male, col risultato di tornare a fare la badante. Tutto questo lo sappiamo dal colloquio con la figlia, che ora vedrà la madre in un’ottica totalmente diversa e crede di conoscerla. Ma lasciamo al lettore il piacere della lettura. Il bambino comunque in questo caso nasce vivo e vegeto.

Infine, una nota di cinema. Costruito com’è in montaggio alternato, il romanzo ben si presta a diventare un film. Ebbene, a memoria d’uomo i film dove viene ripreso realmente un parto sono pochissimi: Helga (1967), Nove mesi (1976), Il dottor T. e le donne (2000). Ma andiamo per ordine. Helgalo sviluppo della vita umana era un documentario didattico distribuito nelle sale. Helga era il vero nome della donna che si prestò come (f)attrice e il film sbancò il botteghino, vista l’ignoranza della mia generazione in materia (avevo 14 anni). Nove mesi (Kilenc hònap) invece è un film ungherese di Marta Meszàros, all’epoca una delle poche donne alla regia (le altre erano Agnès Varda e Lina Wertmuller). In Italia è nota per Diario per i miei figli (1982). In Nove mesi una studentessa decide di avere un figlio contro la volontà del partner, e per la prima volta si riprende in diretta un parto in una scena di forte valenza drammatica. Il dottor T. e le donne è invece una commedia di Robert Altman con Richard Gere nei panni del ginecologo, il quale nell’avventurosa scena finale dovrà intervenire per far partorire una donna messicana. Detto questo, Il primo dolore ha tutte le carte in regola per una trasposizione cinematografica, e Melissa stessa ce ne parlava durante una presentazione del suo libro.


Il primo dolore
Melissa Panarello
Editore: La nave di Teseo, 2019, pp. 217

EAN: 9788893448413

Prezzo: € 17,00


Forza Panino!

Dovrete perdonarmi ma non posso evitare di mettere questa recensione un po’ sul piano personale. Questo perché uno degli autori del libro è un certo Elio, meglio conosciuto per la sua militanza in qualità di leader della band “Elio e le Storie Tese”, di cui sono grande estimatore.
Parto con il chiedere scusa per il titolo che non c’entra praticamente nulla con il romanzo ma, essendo scritto da un componente del gruppo, non mi veniva in mente altro modo di titolare la recensione.
Detto questo, che conosciate la sua musica o meno è ininfluente, perché Elio è comunque noto per il suo essere un poco bizzarro, bizzarria che si ritrova abbondantemente tra le pagine del suo romanzo.
Franco Losi, l’altro autore, vanta anni di esperienza nel settore delle nuove tecnologie e dell’evoluzione digitale, competenze queste, messe a disposizione dell’amico Elio per dare vita a questa storia fantascientifica.
Il titolo “Uaired” è un chiaro riferimento alla rivista statunitense “Wired”, nota come una delle migliori, se non la migliore, tra le riviste che trattano temi di carattere tecnologico. Questo perché la trama, a modo suo, ha molto di tecnologico.
Ma andiamo con ordine. Gec e il fedele amico Toni sono i protagonisti di questa storia ambientata nel pavese, dove entrambi si godono una vita spensierata a suon di serate alcoliche e di donne (queste ultime soprattutto per Toni). Una di queste serate costa però cara al povero Gec che, di ritorno a casa, si becca un fulmine a pochi metri dalla sua macchina, e tanto basta per risvegliare nella sua testa un coro di voci che gli parlano. Risvegliare perché già in passato era stato vittima di una cosa simile ma, a differenza di allora, ora le sente in modo chiaro e diretto. Ma chi è che gli parla?
Per Gec si tratta di una scoperta poco entusiasmante, che lo mette a contatto con il mondo Uaired: alieni super evoluti atterrati sulla Terra tantissimi anni addietro e custodi di tecnologie futuristiche che per gli umani sono ben lontane. Perché proprio lui? Niente spoiler per questo, visto che si tratta un po’ del fulcro del romanzo.
La storia è leggera e scorrevole, a volte anche un poco scontata, ma forse non è sulla prevedibilità della trama che i due autori hanno voluto concentrarsi, quanto forse sul mondo odierno fatto di luoghi comuni, teorie complottiste, di un linguaggio ormai inglesizzato e di una tecnologia sempre più padrona delle nostre menti. Il tutto servito ovviamente con molta, moltissima ironia, e in questo il personaggio di Toni è fondamentale.
Possibile che Gec da umile proprietario di una ferramenta, amante delle api e di una vita da ragazzo di provincia, si ritrovi di colpo ad avere in mano il destino dell’umanità? No, o forse sì, ma questa potrebbe essere un’altra storia ancora da scrivere.
Per concludere, se siete amanti veri degli E.e.l.S.T. godetevi il piacere di individuare alcuni chiari riferimenti a qualche bella canzoncina della band, secondo me qualcosina si trova tipo un… “Parco Sempione, verde e marrone, dentro la mia città”.

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Titolo: Uaired
Autori: Elio, Franco Losi
Editore: La Nave di Teseo (Collana Oceani), 2018, pp. 270
Prezzo: € 17,00
EAN: 9788893446334

Disponibile anche in ebook

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Il pianista di Yarmouk in un libro

di Enrico Campofreda –

Il pianista di Yarmouk in un libro

Cosa serve Mozart a noi palestinesi?” chiedeva Aeham al padre mentre questi lo spronava a ripetere qualche cavatina. Erano i primi passi da pianista, il bambino era curioso, il padre un violinista appassionato, il luogo dove si svolgevano le lezioni aveva acquisito solide pareti in muratura. Quando il padre era anche lui un bambino le pareti erano fragili o di lamiera. Ai tempi del nonno non esistevano, si dormiva sotto le tende. Yarmouk è l’immenso campo palestinese a otto chilometri dalla periferia meridionale di Damasco. Lì il padre del padre di Aeham ebbe l’autorizzazione di piantare la tenda nel 1957, assieme a migliaia di palestinesi diventati profughi nove anni prima, a seguito della Nakba. Le autorità siriane acconsentirono alla creazione d’un accampamento non ufficiale che nel tempo è stato gestito dalle Nazioni Unite. In quel posto sono nate almeno due generazioni, palestinesi di Siria che non hanno mai visto la Palestina. Dopo le rivolte della primavera 2011 Aeham ha visto scenari che mai avrebbe voluto conoscere: la scomparsa di amici e familiari, la guerra civile, quella per procura, il fanatismo dei jihadisti, il cinismo dei lealisti di Asad. Un’altra catastrofe. E loro profughi, in mezzo, come tanti altri civili. Non solo Yarmouk è stata sbriciolata dai missili, assediata dalla fame, ma quel che Aeham Ahmad, diventato il celebre “Pianista di Yarmouk”, narra nell’omonimo libro pubblicato in Italia da “La nave di Teseo” è la storia dei mesi d’assedio e della sua visionaria follìa di suonare fra bombe e macerie.

Il rischio di morte si ripeteva in ogni ora di giornate rese drammaticamente uguali dal fanatismo di chi combatteva per la propria supremazia: i fondamentalisti islamici che avevano occupato il campo e le truppe governative che cannoneggiavano per farli sgomberare. Fra i due fuochi una popolazione prigioniera, disperatamente aggrappata alla speranza che l’incubo terminasse. Ai più piccini ossessionati dalle bombe, una mattina in cui il cielo era intensamente azzurro e lindo dal pulviscolo della calce frantumata dalle esplosioni, Aeham regalò la soavità di note classiche. Eseguì brani di Beethoven, e ripensava a quanto utile ai profughi palestinesi potesse diventare Mozart. Dopo la domanda rivolta al papà, il bambino aveva compreso l’importanza di musica e cultura per chi è privato di tutto, e negli attimi in cui la morte s’aggirava per i vicoli di Yarmouk le melodie dolci o frenetiche avrebbero aiutato quella sfortunata grande famiglia di assediati. Quando un amico muscoloso trascinò per via il pianoforte che Aeham aveva in casa, potendo ancora conservare l’uno e l’altra, la gente rimase ipnotizzata dalle note. Dopo vari “concerti” i jihadisti vollero punire il gesto e bruciarono lo strumento. Ma indomiti ragazzi avevano immortalato le esibizioni di Aeham con un video finito sul web, così il mondo conobbe il ragazzo che sfidava bombe con le melodie. Poi, con l’esodo di massa dal campo, anch’egli scappò. Dal 2015 è rifugiato in Germania, vive a Wiesbaden, suona in diversi Paesi sebbene non possegga un passaporto. Glielo consentono la notorietà e l’arte che lo aiuta a vivere. Altri profughi, anche fra i familiari, non hanno questo privilegio e devono sperare che la politica di accoglienza del mondo fortunato non chiuda i battenti.

Pubblicato 11 maggio 2018
Articolo originale

Risultati immagini per l pianista di Yarmouk******************

Il pianista di Yarmouk
di Ahmad Aeham
Traduttori:Lucia Ferrantini
Editore: La nave di Teseo, 2018, pp. 348

Prezzo: € 20,00

EAN:9788893444903

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