
Dal 12 al 25 giugno 2026 Villa Altieri – Palazzo della Cultura e della Memoria Storica di Roma ospita Un tempo, due tempi e la metà di un tempo, il nuovo progetto espositivo di Claudia Bellocchi, promosso dalla Fondazione MAGIS ETS in collaborazione con Artisti Oltre i Confini.
Il titolo scelto dall’artista, tratto dall’Apocalisse, introduce immediatamente il visitatore in una dimensione sospesa e simbolica: un tempo non misurabile secondo la cronologia ordinaria, ma percepito interiormente, spiritualmente, come esperienza dell’anima. È in questo spazio di soglia che si sviluppa l’intero percorso espositivo, costruito attorno al dialogo costante tra luce e ombra, visibile e invisibile, corpo e trascendenza.
La mostra nasce dall’incontro tra le Scritture — in particolare l’Apocalisse e il Qoèlet — e il pensiero della filosofa e teologa Antonietta Potente, autrice che interpreta il sacro come presenza concreta e quotidiana, capace di attraversare le fragilità e le contraddizioni del presente. Bellocchi accoglie questa tensione e la traduce in una pittura profondamente intima e simbolica, dove la spiritualità non appare mai distante o astratta, ma incarnata nella materia, nel gesto e nella vulnerabilità umana.
Il percorso presenta circa venti opere su cartoncino Arches realizzate in tecnica mista — acquerello, china, tempera e biro — accanto a tele di grande formato e a una serie di acquerelli dedicati agli uccelli e alle figure femminili. Le opere costruiscono una cosmologia poetica abitata da archetipi, presenze angeliche e immagini della tradizione cristiana reinterpretate attraverso un linguaggio contemporaneo.
L’universo visivo di Bellocchi si nutre infatti di molteplici riferimenti iconografici. La tradizione bizantina e rinascimentale dialoga con suggestioni afro-caraibiche e latinoamericane, dando vita a un immaginario spirituale aperto e inclusivo, dove il Cristo può assumere tratti indigeni e la Maestà medievale può convivere con figure appartenenti al pantheon Yoruba. Non si tratta di semplice contaminazione stilistica, ma di una ricerca che riconosce il sacro come forza universale, capace di manifestarsi nelle culture, nei corpi e nella memoria collettiva.
Tra le opere centrali della mostra emerge Misericordia, olio su tela di intensa forza simbolica. Una figura femminile avvolta in un manto dorato apre le braccia in un gesto di accoglienza e protezione. Il volto, lasciato privo di lineamenti, annulla ogni individualità trasformandosi in immagine universale della compassione e della cura. I fondi scuri e le bordature dorate richiamano la pittura sacra medievale e bizantina, mentre la densità della pennellata restituisce all’opera una presenza profondamente contemporanea. Misericordia diventa così non soltanto un’immagine da osservare, ma uno spazio di contemplazione e appartenenza.
Anche La Maddalena rivela la capacità dell’artista di intrecciare tradizioni differenti. Ispirata agli affreschi del Monastero di Sant’Antonio in Polesine a Ferrara, l’opera unisce la memoria iconografica italiana a richiami sincretici e afro-spirituali. La lunga cascata di capelli rosso-oro, simbolo di amore e penitenza, si accompagna alla scritta “Obone y Amor” e ai raggi verdi della luce divina, trasformando la santa in una figura cosmica e universale.
Nelle opere Sulla Croce e Hermano Bellocchi affronta invece il tema dell’incarnazione. In Sulla Croce il corpo del Cristo sembra dissolversi in una trama ornamentale fatta di motivi floreali e segni pittorici, evocando più una traccia spirituale che una presenza trionfante. In Hermano, al contrario, il Cristo riacquista piena corporeità: il volto e i tratti rimandano ai popoli indigeni latinoamericani, mentre il verde intenso della vegetazione tropicale restituisce all’immagine una dimensione terrestre e viva. Il tema dell’incarnazione assume così un valore politico e umano, riaffermando la centralità delle culture e dei corpi storicamente marginalizzati.
Anche opere come La Natività e La Maternità si allontanano dalla tradizione narrativa per assumere una dimensione archetipica e cosmica. La nascita non è più soltanto evento religioso, ma principio originario che lega corpo, terra e spiritualità. Figure angeliche, simboli liturgici, fiori e bagliori luminosi trasformano il grembo materno in uno spazio universale di generazione e cura.
In questo stesso ambito di ricerca si inserisce Angelo, opera di forte intensità materica nella quale la figura emerge attraverso stratificazioni cromatiche e gesti pittorici ampi, più evocata che descritta. Le tonalità terrose — bruni, ocra e rossi profondi — radicano l’immagine in una fisicità primordiale, mentre abrasioni e sovrapposizioni restituiscono alla superficie una vibrazione continua. L’angelo di Bellocchi non appartiene a una dimensione astratta: è presenza incarnata, soglia tra visibile e invisibile.
Ad arricchire il percorso espositivo vi è infine una serie di acquerelli dedicati agli uccelli, e in particolare al corvo, figura archetipica presente in numerose tradizioni spirituali. Nei lavori dell’artista il corvo non è mai semplice elemento naturalistico: è messaggero, custode del mistero, presenza silenziosa che accompagna la riflessione sul tempo, sulla memoria e sulla conoscenza.
La tecnica dell’acquerello, fatta di velature, trasparenze e dissolvenze, accompagna perfettamente questa dimensione visionaria. Il segno dell’inchiostro emerge improvvisamente dalla morbidezza cromatica, creando immagini sospese tra sogno e contemplazione. In opere come Uccello in testa o Donna che prega il rapporto tra donna e animale assume il carattere di un dialogo interiore, mentre lavori come Il corvo e la gente e Il volo del Corvo ampliano lo sguardo verso una dimensione collettiva e simbolica.
La pittura di Claudia Bellocchi si configura così come un percorso mistico contemporaneo, capace di intrecciare immaginari cristiani, animisti e onirici senza perdere coerenza e autenticità. In un tempo segnato dalla perdita di empatia, dall’individualismo e dalle silenziose apocalissi dell’incuria verso l’altro e verso la natura, l’artista oppone la forza quieta della contemplazione.
Le sue figure — madri, angeli, maddalene e cristi — non impongono verità né proclamano dogmi. Custodiscono piuttosto uno spazio di ascolto e di possibilità. Invitano il pubblico a rallentare, a sostare e a riconoscere nel quotidiano una dimensione sacra, fragile e profondamente umana.
La mostra è a cura di Gianleonardo Latini.
