Tutti gli articoli di Gianleonardo Latini

Cristiani a metà: fede selettiva e responsabilità dimenticata

Esiste una forma di religiosità sempre più diffusa e trasversale, che non riguarda solo il cristianesimo ma molte fedi: è quella di chi sceglie cosa credere e cosa no, cosa vivere e cosa evitare. Una fede “a metà”, comoda, adattata alle proprie convinzioni più che capace di trasformarle. Anche tra i cristiani questo fenomeno è evidente, al punto da poter parlare senza esitazione di “cristiani a metà”.

Si tratta di persone che si riconoscono nella religione, ne rivendicano l’identità, ma ne riducono l’impegno. Accolgono ciò che non disturba, che non chiede rinunce, che non mette in discussione privilegi o abitudini. Scartano invece ciò che implica sacrificio, condivisione, apertura verso l’altro. Il risultato è una fede frammentata, selettiva, spesso più identitaria che autenticamente evangelica.

Emerge così un paradosso: talvolta si incontrano non credenti o agnostici capaci di empatia, solidarietà e misericordia più di chi si proclama cristiano. Non perché siano “più religiosi”, ma perché incarnano quei valori umani universali che il Vangelo pone al centro. Questo non è un giudizio, ma una constatazione che interroga profondamente il senso stesso dell’essere cristiani.

Accade anche qualcosa di più sottile e inquietante: alcuni cristiani finiscono per essere astiosi verso l’umanità non per ciò che fa, ma per ciò che è. Uno sguardo disilluso, a tratti sprezzante, che tradisce una distanza profonda dal cuore del messaggio evangelico. Non è più la persona al centro, ma il giudizio su di essa.

Il problema non è la fragilità della fede – che è umana e comprensibile – ma la sua strumentalizzazione. Quando la religione diventa un rifugio identitario o, peggio, un’arma ideologica, si svuota del suo significato originario. Si può arrivare così a giustificare atteggiamenti di esclusione, superiorità o chiusura, in aperto contrasto con il messaggio di accoglienza e amore verso il prossimo.

In questo contesto, anche gli appelli più chiari rischiano di cadere nel vuoto. È emblematico il caso di richiami forti alla giustizia sociale, come quello lanciato da Papa Leone in luoghi simbolo della ricchezza come Montecarlo, dove si è ribadito che “la ricchezza non sia trattenuta ma ridistribuita”. Parole nette, difficili da fraintendere, eppure spesso ignorate. Di fatto, le persone tendono ad ascoltare ciò che vogliono ascoltare e a seguire l’esempio di chi più le aggrada, anche quando questo significa contraddire apertamente i principi che dichiarano di professare.

In alcuni contesti, questo fenomeno assume forme ancora più evidenti: leader religiosi o mediatici, televangelisti capaci di costruire vere e proprie “chiese” funzionali al profitto, che si intrecciano con interessi opachi, guerrafondai o intrallazzatori; fedeli che sostengono posizioni dure verso gli altri in nome di Dio; movimenti che utilizzano simboli religiosi per promuovere iniziative che poco hanno a che fare con la misericordia cristiana. È una deriva che confonde fede e ideologia, spiritualità e appartenenza.

Papa Francesco ha più volte messo in guardia da questa tentazione, parlando esplicitamente di “cristiani a metà”. Non basta dirsi credenti, né limitarsi a una pratica esteriore: il cuore del cristianesimo è l’incontro con l’altro, soprattutto con chi è lontano, fragile, escluso. Non si può amare “a distanza”, senza sporcarsi le mani, senza correre il rischio dell’incontro.

Il cristianesimo, nella sua essenza, non è una religione della comodità ma della relazione. Non invita a sentirsi migliori, ma a farsi prossimi. Non giustifica il giudizio, ma chiama alla misericordia. Per questo è così evidente la contraddizione di chi usa la fede per erigere muri invece che costruire ponti.

Il tema dei “cristiani a metà” può essere letto anche in chiave storica e culturale. Le divisioni tra le diverse confessioni cristiane, le eresie, gli abbandoni della fede o le sue reinterpretazioni hanno sempre accompagnato la storia del cristianesimo. Ma oggi il problema non è tanto la diversità, quanto la superficialità: una fede ridotta a simbolo, a tradizione, a etichetta.

Essere cristiani, allora, non è una questione di appartenenza formale, ma di coerenza. Non significa essere perfetti, ma essere in cammino. Non vuol dire avere tutte le risposte, ma lasciarsi interrogare dal Vangelo ogni giorno.

Forse la vera domanda non è quanti cristiani ci siano, ma quanti siano disposti a non esserlo “a metà”.

Libri di Pace e di Guerra

Viviamo in un tempo in cui la guerra non è un’eccezione, ma una condizione diffusa. Oggi si contano decine di conflitti attivi nel mondo: dall’aggressione russa all’Ucraina alla persistente occupazione dei territori palestinesi, dalle tensioni tra India e Pakistan fino alle crisi meno raccontate in Africa e in Asia. Conflitti diversi per storia e contesto, ma spesso uniti da una matrice comune: interessi geopolitici, economici e strategici che si nascondono dietro parole come sicurezza, difesa, identità.

In questo scenario, anche il quotidiano Avvenire ha scelto di ampliare lo spazio dedicato alle guerre, con particolare attenzione a quelle dimenticate. Perché raccontare non è mai un gesto neutrale.

Il linguaggio non è un semplice strumento descrittivo: è una forza generativa. Le parole non si limitano a raccontare il mondo, ma contribuiscono a costruirlo. Termini come guerra, nemico, conquista o supremazia non sono etichette innocue: sono cornici mentali che rendono la violenza pensabile — e quindi possibile.

Allo stesso modo, parole come avidità, egoismo e prepotenza non descrivono soltanto comportamenti individuali, ma riflettono modelli culturali spesso accettati, talvolta persino premiati.

In questo senso, interrogarsi sul linguaggio significa interrogarsi sulla realtà che stiamo contribuendo a creare.

Un contributo significativo arriva dal libro I tamburi di guerra mi fanno tremare. L’infanzia in Ucraina di Bruno Maida (Laterza, 2026). Attraverso gli occhi dei bambini, la guerra perde ogni retorica e si rivela per ciò che è: paura, perdita, disorientamento.

I “tamburi di guerra” evocati nel titolo non sono metafora astratta, ma esperienza concreta, sensoriale. Il conflitto entra nei corpi, nelle case, nelle notti insonni. Il libro diventa così un antidoto alla normalizzazione della guerra, riportandola alla sua dimensione più autentica: quella umana.

Anche Trame di guerra di Lorenzo Tondo (Mondadori, 2026)  smonta l’idea dei conflitti come episodi isolati. Dall’Ucraina a Gaza, dalla Siria all’Iran, emerge un’unica trama globale: le stesse armi, gli stessi interessi, le stesse logiche.

Le vite non valgono tutte allo stesso modo. Ci sono profughi accolti e altri respinti, civili invisibili, giornalisti sotto tiro. Dopo questa lettura, la domanda non è più se esista una terza guerra mondiale, ma se non sia già iniziata — diffusa, frammentata, senza un unico fronte.

Il racconto si fa ancora più diretto e urgente nelle testimonianze di chi opera nei teatri di crisi. In E ancora chiediamo perdono, Loris De Filippi (Mondadori, 2026) restituisce la realtà di Gaza: ospedali al collasso, vite sospese, bambini senza nome.

Dopo trent’anni di lavoro umanitario con organizzazioni come Medici Senza Frontiere e UNICEF, De Filippi sceglie di raccontare. Perché, questa volta, il silenzio sarebbe complicità.

Il suo è un linguaggio essenziale, ma capace di restituire dignità alle vittime e responsabilità a chi legge. E ricorda una verità scomoda: una pace senza giustizia non è pace, ma una tregua imposta.

Questa riflessione attraversa anche il libro collettivo Da vicino. Raccontare la guerra oggi, curato da Paolo Giordano (Einaudi 2026) con contributi di giornalisti come Nello Scavo, Cecilia Sala e Annalisa Camilli.

Il volume si interroga su cosa significhi oggi raccontare la guerra: quale linguaggio usare, quale distanza mantenere, quale responsabilità assumersi. Perché ogni narrazione è una scelta — e ogni scelta ha conseguenze.

Le testimonianze da Gaza — medici, infermieri, civili — restituiscono una verità difficile da sostenere. Fame, mancanza di cure, distruzione sistematica del sistema sanitario. Voci come quella del medico palestinese Ezzideen raccontano ,nel Diary of a Young Doctor: Notes from the Genocide in Gaza Shehab (Scribe Publications, 2026), non solo la violenza del conflitto, ma anche il senso di abbandono, di tradimento, di impotenza.

“La sofferenza esige di essere testimoniata”. Non è solo una frase: è una responsabilità.

Proporre il superamento di certe parole non significa cancellare la memoria o censurare il pensiero critico. Significa, piuttosto, immaginare un mondo in cui quei concetti non siano più necessari.

Quando una parola scompare, non è perché è vietata, ma perché la realtà che descrive non esiste più. È accaduto con pratiche oggi impensabili: non le nominiamo più perché non fanno più parte del nostro orizzonte morale.

Forse la sfida più grande è proprio questa: costruire una cultura in cui parole come guerra e nemico diventino obsolete. Non per rimozione, ma per trasformazione.

I libri di guerra non parlano solo di conflitti. Parlano di noi: di ciò che accettiamo, di ciò che giustifichiamo, di ciò che scegliamo di vedere — o di ignorare.

Ma, soprattutto, ci ricordano che ogni parola è una scelta. E che scegliere le parole giuste può essere, già, un primo passo verso la pace.

Oltre la deterrenza: immaginare la Pace

Degli estremisti attaccano per distruggere altri estremisti, e la via è spianata ai conflitti tra sovranisti. A rimetterci, ancora una volta, sono le persone che cercano spazi di dialogo, mentre israelo-statunitense attaccano l’Iran, alimentando un clima globale di polarizzazione e paura. In questo gioco di specchi, la radicalizzazione reciproca diventa il motore stesso del conflitto: ogni violenza giustifica la successiva, e il centro — lo spazio della mediazione — si restringe fino quasi a scomparire.

È difficile parlare di Pace mentre in Europa si discute apertamente di riconversione delle strutture produttive civili in produzione militare e di adeguamento della rete stradale e ferroviaria al transito di mezzi e truppe. In pochi dichiarano di volere la guerra, eppure quasi nessuno compie un passo autenticamente distensivo.

La parola Pace sembra diventata impronunciabile, quasi sconveniente: evocarla appare un segno di debolezza, ingenuità o anacronismo. Nel lessico del potere globale, oggi, la Pace non è più un obiettivo politico. È una pausa tattica, un’ipotesi rinviata, talvolta un fastidio.

Presentata come un tema neutro e tecnico, la cosiddetta mobilità militare è in realtà una scelta profondamente politica. Adeguare infrastrutture civili al passaggio di truppe significa assumere che lo scenario di riferimento dell’Europa non sia la prevenzione del conflitto, ma la sua preparazione strutturale. La logistica diventa strategia, come affermano esplicitamente i documenti di Unione Europea e NATO: senza mobilità non esiste deterrenza credibile.

Qui emerge l’ambiguità del paradigma attuale. Mentre ufficialmente “nessuno vuole la guerra”, le politiche pubbliche convergono verso la sua normalizzazione come possibilità permanente. La Pace scompare dal lessico strategico, sostituita da concetti come readiness, resilience, deterrence (prontezza, resilienza, deterrenza). Non è più un orizzonte da costruire, ma una tregua contingente.

Questo ripensamento delle infrastrutture avviene in parallelo alla conversione industriale, alla penetrazione della cultura della difesa nei sistemi educativi e alla crescente accettazione sociale della spesa militare come necessità inevitabile. In questo senso, la mobilità militare non è solo un tema di trasporti: è un indicatore di mutamento culturale e antropologico.

Lo dimostra l’ossessione per i simboli e per le narrazioni. Donald Trump si è detto offeso per non aver ricevuto il Nobel per la Pace, come se la Pace fosse un trofeo personale e non una responsabilità collettiva. Dall’altra parte, il cinema intercetta e amplifica questo clima: nel progetto tratto dal romanzo Il mago del Cremlino di Giuliano da Empoli, un Vladimir Putin interpretato da Jude Law afferma senza ambiguità: «Non mi interessa vincere il Nobel per la Pace, io voglio una guerra».

Una battuta che colpisce perché rompe l’ipocrisia. Rivendica il conflitto come linguaggio politico. Non la Pace come processo, ma la guerra come strumento di potere. Non il consenso, ma il controllo.

Dietro questa logica si nasconde spesso una patologia della grandezza. Il mito della Grande Nazione — declinato di volta in volta come Grande Russia, Grande Serbia, Grande Israele, Grande Turchia o Grande America — è il carburante simbolico di molti conflitti contemporanei. La grandezza promessa è sempre per pochi; il prezzo lo pagano intere popolazioni.

Mentre l’Occidente discute, la Cina osserva e pianifica, mentre l’attenzione resta puntata su possibili scenari come Taiwan. Il mondo viene nuovamente sezionato come una mappa coloniale: Ucraina, Groenlandia, Medio Oriente. Ognuno con la propria “conquista” da rivendicare.

In questo scenario si muovono i popoli senza patria: curdi, palestinesi, rohingya. Ma l’apolidia non è un’anomalia della storia. Anche gli ebrei per secoli non ebbero una terra, così come gli armeni dopo il genocidio. E la stessa Italia, prima dell’Unità, era un mosaico di Stati. La patria non è un fatto naturale: è una costruzione politica, spesso nata nel sangue.

Dietro le retoriche della sicurezza si nascondono interessi materiali: risorse, rotte, zone di influenza. Solo una minima parte dei conflitti nasce davvero dall’autodeterminazione. Molto più spesso si muore per il controllo.

Anche l’educazione non è più neutrale. Roberto Cingolani, direttore generale di Leonardo, ha parlato della necessità di investire in sistemi che incutano timore a chi aggredisce. I venti di guerra soffiano già nelle scuole.

La domanda ritorna allora: perché la guerra?
Se la posero anche Albert Einstein e Sigmund Freud, interrogandosi sulle radici profonde della violenza.

Oggi quella domanda torna mentre la guerra riappare come possibilità concreta anche in Europa occidentale.

Papa Francesco ha parlato di una “terza guerra mondiale a pezzi”, indicando la necessità del disarmo e del dialogo. Nella stessa direzione si è mosso anche Papa Leone XIV, Robert Francis Prevost, con l’invocazione di una “Pace disarmata e disarmante”.

A raccontare questa realtà è anche Trame di guerra di Lorenzo Tondo, che mostra la continuità delle logiche belliche tra diversi fronti. Sul piano concreto, organizzazioni come Emergency e le mobilitazioni dei lavoratori portuali ricordano che la guerra ha sempre conseguenze umane tangibili.

Resta allora la domanda finale: come evitare la guerra se il potere continua a essere misurato in territori, armi e dominio?

Finché nessuno sarà disposto a rinunciare davvero ai miti, agli interessi e ai simboli che la rendono possibile, la Pace resterà una parola fragile, pronunciata nei discorsi e tradita nelle decisioni.

Il problema non è che nessuno voglia la guerra. È che troppo pochi sono disposti a rinunciare a ciò che la rende inevitabile.

Claudia Bellocchi: La distopia del presente

La recente personale di Claudia Bellocchi si configura come un percorso coerente e stratificato che indaga le molteplici forme della violenza — simbolica, culturale e tecnologica — attraverso cui il corpo e l’identità vengono progressivamente erosi. La mostra, concepita anche come omaggio ai vent’anni del Museo de la Mujer di Buenos Aires CABA (2006-2026), trova il suo fulcro nel video “¿La Follia è Donna?”, realizzato con l’ausilio dell’intelligenza artificiale. Quest’opera non è solo un dispositivo narrativo, ma una lente attraverso cui leggere l’intera produzione esposta: un racconto visivo che proietta nel presente una distopia inquietante, dove tecnologia senza etica e cultura patriarcale convergono in un processo di oggettivazione sistemica.

Il percorso si apre con “Il pianto di elicriso”, che introduce immediatamente il tono elegiaco e perturbante della mostra. La natura non appare più come luogo di rifugio, ma come vittima sacrificale di un’esistenza frammentata. L’elicriso che piange diventa emblema di un’armonia perduta, mentre la figura umana — deformata e dolorosa — allude a un’identità ridotta a merce, barattata e spezzata. In questa visione, la ferita ecologica coincide con quella esistenziale: la violenza sull’ambiente e quella sul corpo si rispecchiano fino a confondersi.

Con “Ronzio in testa”, Bellocchi affronta il tema della scienza priva di coscienza etica. Il volto, dominato da tonalità fredde e da una frammentazione nervosa, non è più ritratto ma campo di interferenze. L’asimmetria dello sguardo — uno vitreo e quasi meccanico, l’altro ancora umano — visualizza la tensione tra controllo tecnologico e residuo di coscienza.

Il riferimento implicito alla creatura di Mary Shelley e al mito di Frankenstein emerge come metafora della creazione che sfugge al suo creatore: una “figlia oscura” della modernità, generata da una scienza incapace di interrogarsi sulle proprie responsabilità.

In “Ragione e sentimento” si compie il collasso dell’individuo. Figure urlanti e cromie violente restituiscono la percezione di una scissione insanabile, dove la razionalità imposta da una logica di dominio soffoca la dimensione emotiva. L’identità si dissolve: nome, voce e memoria sembrano svanire in un ambiente saturo, dove l’essere umano perde i propri confini fino a diventare parte del sistema che lo consuma.

L’intero corpus espositivo può essere letto come una progressiva perdita di forma e di coscienza, per inserie nel lungo dialogo con il Museo de la Mujer e prosegue la riflessione avviata nei cicli precedenti, tra cui Tanaliberatutti, dedicato alla violenza di genere, agli abusi e al rapporto tra identità e libertà.

La deformazione del volto diventa simbolo della dissoluzione del sé, con cromie fredde e tratti convulsi che evocano un’umanità anestetizzata.

La carnalità negata, evidente nei contrasti cromatici e nelle ferite visive, riflette la mercificazione del corpo e la manipolazione biologica.

L’urlo silenzioso della scissione culmina nell’astrazione, dove individuo e ambiente si fondono in un unico campo di tensione.

La distopia di Bellocchi non appartiene a un futuro remoto: è radicata in un “vivere scisso” contemporaneo, in cui tecnologia e strutture di potere agiscono come agenti trasformativi dell’identità. Il video conclusivo suggella questa visione con un avvertimento che risuona come eco lungo tutto il percorso: la perdita della voce e del nome segna l’inizio di una condizione post-umana dalla quale, forse, è già troppo tardi per tornare indietro.


Claudia Bellocchi
¿La Follia è Donna?
Dall’8 al 21 marzo 2026

Storie Contemporanee
Studio Ricerca Documentazione

via Alessandro Poerio 16/b
Roma

A cura di Anna Cochetti

Inaugurazione:
l’8 marzo 2026 dalle 11,30 alle 13,30

Finissage: ore

Orari:
dal martedì al venerdì
dalle 17.30 alle 19.30
(su appuntamento)
al 3288698229


Ariela Böhm: La Memoria attraverso il ricordo

Dal 27 gennaio 2026, in occasione della Giornata della Memoria, la Casa della Memoria e della Storia di Roma ospita Attraversare il ricordo, la mostra di Ariela Böhm che affronta in modo diretto e non conciliatorio il tema della Shoah e delle sue modalità di trasmissione nel presente. L’esposizione, visitabile fino al 13 febbraio 2026, propone un percorso artistico che interroga il ruolo dell’arte come strumento di conoscenza, capace di affiancare – senza sostituirla – la ricostruzione storica e documentale.

Il progetto nasce da una riflessione profondamente personale. Ariela Böhm, donna ebrea della diaspora e nipote di nonni assassinati dai nazisti, affronta la Shoah non solo come evento storico ma come sistema razionale di pianificazione, controllo e annientamento dell’individuo. La memoria, in questo lavoro, non è mai distante o neutra: è attraversata dal vissuto, dalle emozioni e da ferite che continuano a interrogare il presente.

Elemento centrale della mostra è il simbolo della “fila”, intesa come dispositivo di obbedienza, selezione e discriminazione. L’artista costruisce un percorso di accesso ai luoghi della memoria che impone al visitatore regole arbitrarie, invitandolo a sperimentare, seppur in forma simbolica e temporanea, una condizione di esclusione e sottomissione. L’esperienza estetica si trasforma così in esperienza corporea, rendendo tangibile ciò che spesso resta confinato nella dimensione astratta del racconto storico.

Durante l’incontro inaugurale il confronto si è concentrato sull’efficacia dell’arte come linguaggio evocativo, capace di agire non solo sul piano cognitivo ma anche su quello emotivo. L’immedesimazione, pur sollevando interrogativi etici e psicologici, può lasciare una traccia profonda e duratura, soprattutto nelle generazioni più giovani. In questo senso Attraversare il ricordo si propone come un modello di partecipazione attiva, necessario per trasmettere la portata della sopraffazione vissuta dai deportati.

Gran parte delle opere esposte è successiva al trauma del 7 ottobre e riflette un tempo segnato da paura, frattura e smarrimento, ma anche da un ostinato desiderio di pace. In Nodi frattali un groviglio sempre più fitto incombe nel cielo come una minaccia costante; Shalom e Give Peace a Chance cercano, con linguaggi diversi, di riattivare parole e gesti di riconciliazione dopo l’orrore. Frattura (2025) mette in scena la spaccatura tra società e posizioni inconciliabili, ma anche una lacerazione interiore, intima.

Particolarmente significativa è l’opera Senza parole, evoluzione del lavoro Che la memoria di ciò che è stato si fonda con la materia che ospita il nostro pensiero (1999–2004). Qui i neuroni, un tempo fusi con immagini dell’orrore, appaiono avvizziti e in fase di distacco, evocando il rischio dell’oblio. Un oblio che non dipende solo dal trascorrere del tempo, ma anche dalle distorsioni del linguaggio e dagli slittamenti semantici che minacciano di svuotare la memoria del suo fondamento storico.

Il secolo scorso è stato attraversato da numerosi massacri: dai pogrom russi alle marce forzate imposte agli armeni dall’Impero ottomano, dalla Shoah alla mattanza in Ruanda, fino ai conflitti nell’ex Jugoslavia e alle persecuzioni contro i curdi. Eppure quanto accaduto il 7 ottobre si distingue anche rispetto ai ripetuti attentati contro le comunità ebraiche nel mondo, come quello avvenuto a Bondi Beach, in Australia, lo scorso dicembre durante una celebrazione. In molti casi la violenza è maturata attraverso conflitti o progressive escalation; il 7 ottobre, invece, l’irruzione è stata improvvisa, mettendo in discussione l’idea stessa di luogo sicuro e generando una catena di tragedie che continua a produrre morte e smarrimento.

Tra le opere in mostra figurano anche tre elaborazioni fotografiche in cui nodi su nodi si sovrappongono a macerie su macerie. Ne emerge una visione distopica del futuro: un mondo ridotto a rovine, privo di umanità, in cui l’accumulo delle distruzioni diventa metafora dell’incapacità collettiva di interrompere la ripetizione della violenza.

Come sottolinea la stessa Ariela Böhm, si tratta di opere “di parte”, perché radicate in un’esperienza personale. È però proprio attraverso l’ascolto e la condivisione delle storie individuali che può svilupparsi l’empatia, alternativa alla contrapposizione violenta. Attraversare il ricordo non offre risposte definitive, ma apre uno spazio di attraversamento della storia, delle emozioni e delle responsabilità del presente: un percorso necessario, soprattutto oggi, per continuare a interrogare il senso della memoria e il suo ruolo nel nostro tempo.