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Portolani d’artista: mappe immaginarie tra mare, memoria e accoglienza

Camogli (Genova) – C’è un mare che si attraversa con le navi e un altro che si percorre con l’immaginazione. È proprio quest’ultimo a prendere forma nella mostra “Portolani d’artista. Atlanti immaginari e racconti fantastici dalla terraferma all’al di là dell’infinito”, a cura di Anna Cochetti, che inaugura sabato 25 luglio 2026, dalle 18.30 alle 20.30, negli spazi di Castel Dragone a Camogli, con il patrocinio del Comune.

Promossa dal progetto Storie Contemporanee – Studio Ricerca Documentazione, la mostra rimarrà aperta fino al 10 agosto 2026, ogni giorno dalle 18.30 alle 20.30, proponendo un itinerario artistico che intreccia la tradizione marinara della città ligure con una riflessione profondamente contemporanea sul viaggio, sull’identità e sull’accoglienza.

Camogli, la “Città dei mille bianchi velieri”, custodisce una memoria strettamente legata al mare, documentata dalle collezioni del Civico Museo Marinaro Gio Bono Ferrari e della Biblioteca cittadina. Da questa eredità prende avvio un dialogo che coinvolge quattordici artisti e autori, chiamati a reinterpretare il tema del portolano, antica carta nautica utilizzata dai naviganti, trasformandolo in una geografia poetica e interiore.

Le opere esposte non tracciano rotte certe, ma aprono percorsi inattesi. Mostri marini, creature fantastiche, isole immaginarie e orizzonti sconosciuti convivono con frammenti di memoria, approdi simbolici e paesaggi dell’anima. Il mare diventa così metafora dell’esistenza: luogo di scoperta, di smarrimento, di incontro e di trasformazione.

In un tempo segnato da migrazioni, attraversamenti e nuovi confini, questi portolani contemporanei suggeriscono una diversa idea di navigazione. Se nelle antiche carte i mostri marini rappresentavano l’ignoto e la paura, oggi essi sembrano trasformarsi nelle paure che accompagnano l’incontro con l’altro. Le mappe immaginate dagli artisti invitano invece a superare quei confini simbolici, indicando l’accoglienza come una delle possibili rotte del nostro presente.

L’allestimento si sviluppa attraverso quattordici grandi opere su carta (50 × 150 cm), realizzate in tecnica libera e presentate nella forma del volumen, che si dispiegano lungo le pareti delle due sale del castello. Ad accogliere i visitatori sono invece quattordici libri d’artista di piccolo formato, introduzione intima a un viaggio che si sviluppa tra racconto visivo e narrazione poetica.

Espongono:

  • Rossana Barone – Immaginate Isole
  • Claudia Bellocchi – Il porto è orizzonte d’immensità
  • Paolo Bielli – Non scompare un volto
  • Michiel Blumenthal – Il sole rimbalza sull’orizzonte
  • Alessandra Bonoli – Sulle rotte dei bucanieri
  • Ferdi Briola – Dulcizia del Campo
  • Gilles Cuomo – Voyage au pays de l’Oubli
  • Michele De Luca – Frammenti
  • Elizabeth Frolet – Arpenteurs des nuages, des présages, des voyages célestes…
  • Andrea Liberni – Linee d’acqua
  • Béatrice Pasquet – Le forme delle carte disegnate nell’universo sottomarino…
  • Egle Reggio – Sono sempre stato qui
  • Graziella Reggio & Dominique Paravel – Fragments
  • Marco Tronci Lepagier – Ciao, Ciao. M/N Oceania, Trieste 1932

Ad accompagnare il percorso espositivo è un testo critico di Anna Cochetti, che guida il visitatore attraverso questi atlanti dell’immaginazione, dove la cartografia si fa racconto e il viaggio diventa esperienza interiore.

Più che una mostra, Portolani d’artista si configura come un invito a ripensare il significato del navigare nel nostro tempo: non soltanto attraversare spazi geografici, ma esplorare territori umani, riconoscere l’altro, accogliere l’ignoto. Perché ogni porto, prima ancora che un luogo di approdo, è uno spazio di incontro.


Orario: Gio-Ven-Sab 18.30 > 20.30
Per appuntamento 3451746735
Castel Dragone
via Isola, 25,
16032 Camogli (GE)


Addio a Franco Durelli, artista, insegnante e protagonista della cultura romana

Con la scomparsa di Franco Durelli, avvenuta dopo un lungo periodo di malattia, il mondo dell’arte, della scuola e dell’impegno sociale perde una figura che ha saputo lasciare un segno profondo nella vita culturale del territorio romano.

Nato a Rosora, in provincia di Ancona, nel 1950, Durelli ha vissuto a Roma fino al 2026, sviluppando un percorso artistico e umano caratterizzato da una continua ricerca espressiva e da una forte attenzione alle tematiche sociali. La sua pittura, libera da schemi e convenzioni, è stata il riflesso di una personalità curiosa, aperta al cambiamento e capace di attraversare linguaggi e sperimentazioni differenti.

La sua formazione prese avvio presso il Liceo Artistico di Via Ripetta, per poi proseguire all’Accademia di Belle Arti e alla Facoltà di Architettura di Roma. Nel corso della sua lunga carriera espositiva, le sue opere sono state accolte in musei e collezioni pubbliche e private, sia in Italia sia all’estero, ottenendo il riconoscimento di critici, giornalisti e istituzioni culturali.

Accanto all’attività artistica, Durelli ha dedicato gran parte della sua vita all’insegnamento. Dal 1978 ha lavorato come docente e, dagli anni Ottanta, è stato tra i pionieri dei laboratori artistici nei centri diurni per persone con disagio psichico. In questo ambito ha collaborato con l’Associazione Franco Basaglia ’84 e con le realtà del Santa Maria della Pietà, contribuendo a promuovere l’arte come strumento di inclusione, emancipazione e dignità.

Profondamente legato ai valori della partecipazione e dell’impegno civile, si è battuto affinché il comprensorio del Santa Maria della Pietà diventasse uno spazio aperto alla cultura e alla cittadinanza, favorendo il dialogo tra associazioni, biblioteca pubblica e territorio del Municipio XIX. Un impegno che si inserì nel clima delle grandi stagioni culturali promosse a Roma da Renato Nicolini.

Negli ultimi anni aveva preso parte anche al progetto “Muracci Nostri – La street art dal basso a Primavalle”, confrontandosi con il linguaggio della pittura murale e realizzando opere come “Primavalle sulla luna” e un omaggio a Mario Schifano. Un’ulteriore testimonianza della sua inesauribile curiosità artistica e della volontà di mettersi sempre in gioco.

Chi lo ha conosciuto ricorda un uomo capace di unire profondità e leggerezza, di far sorridere gli amici con la sua ironia e di trasmettere entusiasmo, passione e umanità a studenti, colleghi e collaboratori.

L’ultimo saluto a Franco Durelli si è svolto giovedì 11 giugno presso la Parrocchia di Villaggio Breda, alla presenza di familiari, amici, allievi e di quanti hanno condiviso con lui percorsi artistici, culturali e umani.

Con la sua scomparsa resta il ricordo di un artista autentico, di un maestro generoso e di un cittadino impegnato, che ha saputo coniugare creatività, cultura e attenzione verso gli altri. La sua eredità continuerà a vivere nelle opere che ha lasciato, nelle persone che ha formato e nelle comunità che ha contribuito a far crescere.

Claudia Bellocchi. Il sacro come esperienza del presente

Dal 12 al 25 giugno 2026 Villa Altieri – Palazzo della Cultura e della Memoria Storica di Roma ospita Un tempo, due tempi e la metà di un tempo, il nuovo progetto espositivo di Claudia Bellocchi, promosso dalla Fondazione MAGIS ETS in collaborazione con Artisti Oltre i Confini.

Il titolo scelto dall’artista, tratto dall’Apocalisse, introduce immediatamente il visitatore in una dimensione sospesa e simbolica: un tempo non misurabile secondo la cronologia ordinaria, ma percepito interiormente, spiritualmente, come esperienza dell’anima. È in questo spazio di soglia che si sviluppa l’intero percorso espositivo, costruito attorno al dialogo costante tra luce e ombra, visibile e invisibile, corpo e trascendenza.

La mostra nasce dall’incontro tra le Scritture — in particolare l’Apocalisse e il Qoèlet — e il pensiero della filosofa e teologa Antonietta Potente, autrice che interpreta il sacro come presenza concreta e quotidiana, capace di attraversare le fragilità e le contraddizioni del presente. Bellocchi accoglie questa tensione e la traduce in una pittura profondamente intima e simbolica, dove la spiritualità non appare mai distante o astratta, ma incarnata nella materia, nel gesto e nella vulnerabilità umana.

Il percorso presenta circa venti opere su cartoncino Arches realizzate in tecnica mista — acquerello, china, tempera e biro — accanto a tele di grande formato e a una serie di acquerelli dedicati agli uccelli e alle figure femminili. Le opere costruiscono una cosmologia poetica abitata da archetipi, presenze angeliche e immagini della tradizione cristiana reinterpretate attraverso un linguaggio contemporaneo.

L’universo visivo di Bellocchi si nutre infatti di molteplici riferimenti iconografici. La tradizione bizantina e rinascimentale dialoga con suggestioni afro-caraibiche e latinoamericane, dando vita a un immaginario spirituale aperto e inclusivo, dove il Cristo può assumere tratti indigeni e la Maestà medievale può convivere con figure appartenenti al pantheon Yoruba. Non si tratta di semplice contaminazione stilistica, ma di una ricerca che riconosce il sacro come forza universale, capace di manifestarsi nelle culture, nei corpi e nella memoria collettiva.

Tra le opere centrali della mostra emerge Misericordia, olio su tela di intensa forza simbolica. Una figura femminile avvolta in un manto dorato apre le braccia in un gesto di accoglienza e protezione. Il volto, lasciato privo di lineamenti, annulla ogni individualità trasformandosi in immagine universale della compassione e della cura. I fondi scuri e le bordature dorate richiamano la pittura sacra medievale e bizantina, mentre la densità della pennellata restituisce all’opera una presenza profondamente contemporanea. Misericordia diventa così non soltanto un’immagine da osservare, ma uno spazio di contemplazione e appartenenza.

Anche La Maddalena rivela la capacità dell’artista di intrecciare tradizioni differenti. Ispirata agli affreschi del Monastero di Sant’Antonio in Polesine a Ferrara, l’opera unisce la memoria iconografica italiana a richiami sincretici e afro-spirituali. La lunga cascata di capelli rosso-oro, simbolo di amore e penitenza, si accompagna alla scritta “Obone y Amor” e ai raggi verdi della luce divina, trasformando la santa in una figura cosmica e universale.

Nelle opere Sulla Croce e Hermano Bellocchi affronta invece il tema dell’incarnazione. In Sulla Croce il corpo del Cristo sembra dissolversi in una trama ornamentale fatta di motivi floreali e segni pittorici, evocando più una traccia spirituale che una presenza trionfante. In Hermano, al contrario, il Cristo riacquista piena corporeità: il volto e i tratti rimandano ai popoli indigeni latinoamericani, mentre il verde intenso della vegetazione tropicale restituisce all’immagine una dimensione terrestre e viva. Il tema dell’incarnazione assume così un valore politico e umano, riaffermando la centralità delle culture e dei corpi storicamente marginalizzati.

Anche opere come La Natività e La Maternità si allontanano dalla tradizione narrativa per assumere una dimensione archetipica e cosmica. La nascita non è più soltanto evento religioso, ma principio originario che lega corpo, terra e spiritualità. Figure angeliche, simboli liturgici, fiori e bagliori luminosi trasformano il grembo materno in uno spazio universale di generazione e cura.

In questo stesso ambito di ricerca si inserisce Angelo, opera di forte intensità materica nella quale la figura emerge attraverso stratificazioni cromatiche e gesti pittorici ampi, più evocata che descritta. Le tonalità terrose — bruni, ocra e rossi profondi — radicano l’immagine in una fisicità primordiale, mentre abrasioni e sovrapposizioni restituiscono alla superficie una vibrazione continua. L’angelo di Bellocchi non appartiene a una dimensione astratta: è presenza incarnata, soglia tra visibile e invisibile.

Ad arricchire il percorso espositivo vi è infine una serie di acquerelli dedicati agli uccelli, e in particolare al corvo, figura archetipica presente in numerose tradizioni spirituali. Nei lavori dell’artista il corvo non è mai semplice elemento naturalistico: è messaggero, custode del mistero, presenza silenziosa che accompagna la riflessione sul tempo, sulla memoria e sulla conoscenza.

La tecnica dell’acquerello, fatta di velature, trasparenze e dissolvenze, accompagna perfettamente questa dimensione visionaria. Il segno dell’inchiostro emerge improvvisamente dalla morbidezza cromatica, creando immagini sospese tra sogno e contemplazione. In opere come Uccello in testa o Donna che prega il rapporto tra donna e animale assume il carattere di un dialogo interiore, mentre lavori come Il corvo e la gente e Il volo del Corvo ampliano lo sguardo verso una dimensione collettiva e simbolica.

La pittura di Claudia Bellocchi si configura così come un percorso mistico contemporaneo, capace di intrecciare immaginari cristiani, animisti e onirici senza perdere coerenza e autenticità. In un tempo segnato dalla perdita di empatia, dall’individualismo e dalle silenziose apocalissi dell’incuria verso l’altro e verso la natura, l’artista oppone la forza quieta della contemplazione.

Le sue figure — madri, angeli, maddalene e cristi — non impongono verità né proclamano dogmi. Custodiscono piuttosto uno spazio di ascolto e di possibilità. Invitano il pubblico a rallentare, a sostare e a riconoscere nel quotidiano una dimensione sacra, fragile e profondamente umana.

La mostra è a cura di Gianleonardo Latini.

La forma del futuro

Dal 28 maggio all’11 giugno 2026 lo spazio Storie Contemporanee – Studio Ricerca Documentazione di Roma ospita Senza UTOPIA non c’è Futuro – Per un Domani sostenibile, una ricognizione documentaria a cura di Anna Cochetti che riporta al centro del dibattito culturale il ruolo dell’utopia come strumento necessario per immaginare il futuro.

La mostra, diretta artisticamente dall’architetto Cesare Rocchi e accompagnata dal progetto grafico e dall’allestimento di PUNTO Studio | Andrea Rosicarelli, propone una rilettura critica di una serie di progetti architettonici sviluppati nei primi anni Duemila all’interno di un’esperienza di ricerca condivisa tra Rocchi, collaboratori e studenti.

L’inaugurazione è prevista per giovedì 28 maggio 2026, dalle ore 18.00 alle 20.00, negli spazi di Via Alessandro Poerio 16/B, nel quartiere Monteverde a Roma.

In un presente segnato da crisi ambientali, disuguaglianze sociali e crescente perdita di visione collettiva, Senza UTOPIA non c’è Futuro si interroga sul significato contemporaneo dell’utopia e sulla possibilità di recuperare una dimensione progettuale capace di guardare oltre l’emergenza.

Attraverso disegni, materiali di studio, documenti progettuali e testimonianze, il percorso espositivo riporta alla luce esperienze elaborate oltre vent’anni fa, dimostrandone oggi la sorprendente attualità.

Più che una semplice mostra retrospettiva, l’esposizione si configura come una riflessione sul ruolo dell’architettura nella costruzione di scenari sostenibili, condivisi e culturalmente responsabili. L’utopia non viene presentata come evasione dalla realtà, ma come strumento critico capace di orientare il presente verso possibilità ancora aperte.

Nel testo che accompagna il progetto, Cesare Rocchi sottolinea proprio questo valore etico e collettivo dell’immaginazione:

“I giovani della mia generazione hanno vissuto un sogno collettivo che li ha resi empatici […] nell’indirizzare la propria vita verso un obiettivo degno. […] Dopo tanti anni il nostro prodotto poteva risultare datato, ma a me appare fortemente attuale… nel riproporre le nostre ‘utopie’, in un momento in cui la cultura occidentale appare decadente perché ha rinunciato ad esse.”

Parole che restituiscono il senso più profondo della mostra: riaffermare il diritto al pensiero progettuale e alla visione come forme di responsabilità culturale.

I lavori esposti furono realizzati nei primi anni del nuovo millennio e presentati all’epoca in mostre e manifestazioni ufficiali. Oggi vengono riproposti in una nuova chiave documentaria che consente di coglierne non soltanto il valore storico, ma anche la capacità di dialogare con le urgenze del presente.

La mostra evidenzia soprattutto il carattere collettivo dell’esperienza didattica promossa da Rocchi: un laboratorio aperto fondato sul confronto continuo tra docente, collaboratori e studenti, nel quale l’architettura veniva interpretata non soltanto come disciplina tecnica, ma come pratica critica e culturale.

Disegni, plastici, appunti e materiali di ricerca restituiscono così il clima di una stagione progettuale che vedeva nell’utopia una concreta possibilità di trasformazione sociale e ambientale.

Accanto a Cesare Rocchi partecipano numerosi collaboratori e architetti che hanno condiviso quel percorso di ricerca: Roberto Mataloni, Filippo Schiavetti Arcangeli, Lidia Desiderio, Alessandro Fucà, Andrea Vanni, Andrea Rosicarelli, Roberto Gregori, Paolo Magrini, Silvana Schipani, David Guidani, Giorgio Dimitriu, Laura Pane, Maria Rita Falleti e molti altri.

Fondamentale è anche la presenza degli allievi che presero parte all’esperienza formativa e progettuale, contribuendo con elaborati, visioni e ricerche che oggi costituiscono il cuore della mostra. La loro partecipazione restituisce l’immagine di una comunità creativa costruita nel tempo attraverso il dialogo, la trasmissione del sapere e la condivisione di ideali comuni.

La mostra si concluderà giovedì 11 giugno 2026 con un finissage previsto dalle ore 18.00 alle 20.00. In quell’occasione sarà presentato anche il Quaderno di documentazione realizzato da Storie Contemporanee, pubblicato in tiratura limitata, numerata e firmata.

Il volume raccoglierà testi, immagini e materiali legati all’esposizione, trasformandosi non soltanto in memoria dell’evento, ma anche in uno strumento di riflessione sul rapporto tra progettazione, cultura e futuro sostenibile.

In un tempo che sembra aver smarrito la capacità di immaginare il domani, *Senza UTOPIA non c’è Futuro* ricorda come il pensiero visionario possa ancora rappresentare una forma concreta di resistenza culturale e di responsabilità verso il presente.

Chantal Spapens Ecstatic Extinction: dopo l’orgia

Il 24 aprile 2026, alle ore 20.00, lo spazio urbano in trasformazione di Via Placido Zurla 63 a Roma diventa il palcoscenico di una riflessione radicale sul presente. Con Ecstatic Extinction. What are we doing after the orgy?, Chantal Spapens inaugura un nuovo ciclo di ricerca all’interno del programma off site di PROSA_contemporanea, sotto la direzione artistica di Colin Ledoux e con la produzione di Amelia Roccatelli.

Lontano dalle mura convenzionali dello spazio espositivo, la performance si inserisce in un luogo in fase di riqualificazione: una scelta che non è solo logistica, ma profondamente simbolica. Il contesto urbano incompiuto diventa metafora di una società sospesa, che ha già attraversato tutte le sue possibilità di espansione e ora si trova a interrogarsi sul “dopo”.

Il sottotitolo dell’opera – What are we doing after the orgy? – richiama direttamente il pensiero di Jean Baudrillard, in particolare il suo testo La Transparence du Mal. Qui l’“orgia” non è da intendersi in senso letterale, ma come condizione culturale: un momento storico in cui tutto è stato liberato, prodotto, consumato e portato all’eccesso.

Spapens raccoglie questa eredità teorica e la traduce in azione performativa. Il corpo diventa il luogo in cui si manifesta una tensione tra saturazione e collasso, tra abitudine e crisi. Non si tratta più solo di indagare la rappresentazione della figura femminile – tema centrale nella sua pratica – ma di inserirla in una prospettiva più ampia, dove le dinamiche di genere si intrecciano con una crisi sistemica globale.

La ricerca di Spapens si sviluppa tra performance, scultura e installazione, utilizzando materiali come corda, cera, argilla e cemento. In Ecstatic Extinction, questi elementi non sono semplici strumenti, ma veri e propri attori. La materia dialoga con il corpo, lo vincola, lo sostiene, lo trasforma.

Il lavoro dell’artista mette in discussione il concetto di “comfort” e di normalità: ciò che appare stabile e rassicurante si rivela spesso una struttura invisibile di controllo. I corpi, in questo sistema, diventano complici inconsapevoli, adattandosi a modelli sociali che perpetuano gerarchie e disuguaglianze.

Come sottolinea Colin Ledoux, questa performance segna un passaggio significativo nel percorso dell’artista. Se in passato l’attenzione era focalizzata sulle costruzioni sociali della femminilità, qui lo sguardo si amplia verso una dimensione quasi apocalittica: una “catastrofe” già in atto, generata proprio da quei meccanismi che regolano le nostre vite quotidiane.

La domanda posta dal titolo resta aperta e urgente: cosa accade quando tutto è già stato fatto, detto, consumato? Quale spazio resta per l’azione, per il cambiamento, per l’immaginazione?

Il progetto di PROSA_contemporanea continua così la sua esplorazione dei confini tra arte, design e spazio urbano. Nato dal recupero di un’ex pasticceria, il collettivo si distingue per la capacità di attivare contesti non convenzionali, trasformandoli in luoghi di ricerca e sperimentazione.

Con questa iniziativa off site, PROSA rafforza la propria vocazione: portare l’arte fuori dai suoi spazi tradizionali, mettendola in dialogo diretto con la città e le sue trasformazioni.

Più che offrire risposte, la performance di Spapens costruisce un’esperienza: un attraversamento fisico e concettuale del nostro presente. E forse, proprio nel disagio che genera, si nasconde la possibilità di immaginare cosa viene dopo.


Informazioni
Ecstatic Extinction. What are we doing after the orgy?
Performance di Chantal Spapens
24 aprile 2026, ore 20.00
Via Placido Zurla 63, Roma
Produzione: Amelia Roccatelli
Direzione artistica: Colin Ledoux