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Il lascito degli artisti: una memoria da non disperdere

Nel giro di pochi mesi abbiamo perso Fabrizio Bertuccioli, Franco Durelli, Fausto Delle Chiaie e, più recentemente, Michele De Luca. Ognuno di loro ha lasciato un patrimonio di opere, idee, relazioni e testimonianze che rischia di disperdersi nel tempo.

Ma prima di loro, altri artisti hanno consegnato alla memoria un’eredità altrettanto preziosa: Marcello Silvestri, Giulia Lanza, Serge Umberti, Massimo Lorenzo Petrucci, Emilio Leofreddi, Lydia Predominato, Gabriella Di Trani, Roberta Filippi, Adriano Di Giacomo, Laura Forlani, Laura Rosso, Lucilla Caporilli Ferro, Maria Teresa Verzotto, Claudia Patruno Mimmo Pesce, Pietro La Camera e altri ancora. Nomi conosciuti da alcuni, forse non dal grande pubblico, ma che hanno contribuito in modo autentico alla ricerca artistica e culturale del nostro Paese.

Ogni volta che un artista scompare, riaffiorano inevitabilmente le stesse domande. Che cosa accadrà ai dipinti, alle sculture, ai disegni, agli schizzi? E agli strumenti di lavoro, ai diari, alla corrispondenza, alle fotografie, ai cataloghi, agli inviti alle mostre, ai libri annotati, ai documenti che raccontano una vita dedicata alla creatività?

Molto spesso gli eredi si trovano soli davanti a un patrimonio difficile da gestire. Musei e archivi, per ragioni di spazio e di risorse, non possono accogliere tutto. Allora nasce il dubbio: che cosa è davvero importante conservare? Che cosa può apparire secondario oggi ma rivelarsi fondamentale per gli studiosi di domani? Chi può aiutare a valutare le opere e a stabilire quali debbano essere tutelate? È lecito scartare parte della produzione di un artista? E, se sì, secondo quali criteri?

Sono interrogativi che riguardano non soltanto le famiglie degli artisti, ma l’intera collettività.

L’arte non è fatta solo di capolavori esposti nei grandi musei. È fatta anche di percorsi individuali, di sperimentazioni, di artisti che hanno animato territori, comunità, gallerie, laboratori, scuole e piazze. Figure che forse non hanno raggiunto una notorietà internazionale, ma che hanno contribuito a costruire il tessuto culturale del nostro tempo.

Per questo sarebbe importante immaginare un Luogo della Memoria degli Artisti, diffuso sul territorio, capace di raccogliere e conservare almeno un nucleo rappresentativo dell’opera e della documentazione di ciascun autore. Non necessariamente l’intero archivio, ma un frammento significativo e scientificamente selezionato, sufficiente a raccontarne la ricerca e a renderla accessibile alle future generazioni.

Non tutti gli artisti hanno infatti la possibilità di dare vita a una Fondazione o a un archivio strutturato che ne custodisca e valorizzi l’opera. Per la maggior parte di loro, il Luogo della Memoria degli Artisti rappresenterebbe l’unica concreta possibilità di lasciare una testimonianza duratura del proprio lavoro. Un luogo dove le opere, i documenti e le tracce di una vita dedicata all’arte possano continuare a essere studiati, conosciuti e trasmessi, evitando che un patrimonio culturale costruito in decenni di ricerca venga irrimediabilmente disperso.

Un progetto del genere non avrebbe soltanto un valore conservativo. Sarebbe uno strumento di studio, di educazione e di valorizzazione delle identità culturali locali. Consentirebbe agli studenti, agli studiosi e ai cittadini di conoscere artisti che hanno lasciato un segno nella propria comunità e che meritano di continuare a dialogare con il presente.

Forse sarebbe chiedere troppo al nuovo Direttore Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, Costantino D’Orazio, di farsi carico, da solo, di un’iniziativa così ampia. Ma ogni amministrazione comunale, ogni provincia e ogni regione potrebbero fare la propria parte. Le biblioteche civiche, i musei del territorio, gli archivi comunali e gli spazi espositivi potrebbero diventare custodi di questi lasciti, creando una rete nazionale della memoria artistica.

Molti enti locali, inoltre, dispongono di immobili e spazi pubblici oggi inutilizzati o sottoutilizzati. Recuperarli e destinarli ai Luoghi della Memoria degli Artisti significherebbe non solo salvaguardare un patrimonio culturale destinato altrimenti a disperdersi, ma anche restituire nuova vita a edifici pubblici, trasformandoli in luoghi di studio, incontro, ricerca e partecipazione. Sarebbe un modo concreto per coniugare la rigenerazione del patrimonio pubblico con la tutela della memoria artistica delle comunità.

Non si tratta di celebrare nostalgicamente il passato. Si tratta di impedire che decenni di lavoro, di ricerca e di creatività finiscano dispersi in soffitte, magazzini o, peggio ancora, tra i rifiuti.

Ogni artista lascia una traccia che appartiene anche alla comunità che lo ha visto nascere, vivere e creare. Custodirla non è un gesto di cortesia verso chi non c’è più: è un investimento culturale per chi verrà.

Perché un Paese che dimentica i suoi artisti, soprattutto quelli meno celebrati ma profondamente radicati nel territorio, perde una parte della propria memoria e della propria identità.

«Solo pochi artisti possono permettersi una Fondazione; tutti, invece, hanno diritto a non essere dimenticati.»

Volontariato in Brasile: ecco perché parto

Claudia Bellocchi (a sinistra) con Juscelio Mendonça (ex coordinatore CAC) e Adriana Di Nicola (Fondazione MAGIS)

Reportage
Belém (Brasile)
Prologo
27 luglio 2026

Cosa spinge a lasciare il proprio ambiente per dedicare un periodo di volontariato all’estero?
Claudia Bellocchi, artista solidale, pittrice e scrittrice, ha deciso di andare a Belém, in Brasile, presso il Centro Alternativo di Cultura (CAC), partner della Fondazione MAGIS presso le popolazioni native amazzoniche. Cosa l’ha spinta?
Ho viaggiato negli ultimi vent’anni in America Latina per turismo, per impegni espositivi e per amore di un luogo — o forse di un popolo — quello argentino. Devo la mia maturazione come persona all’America Latina. Non so perché, ma lì cominciavo a conoscere e a capire la vita.
Io, italiana, mi sono sempre sentita incastrata in un sistema in cui marcavo rapidamente le tappe dell’autonomia e dell’indipendenza (a ventitré anni ero già laureata e inserita nel mondo del lavoro) ma in cui non riuscivo a sentire, neppure in famiglia, quella dimensione di amore e solidarietà, quell’umanità che mi avrebbe nutrita e fatta crescere.
Sotto la scorza dell’adulta c’era ancora una bambina romantica, drammatica, indifesa, che aveva illusioni e pretese infantili. Forse proprio per proteggermi da un mondo che mi feriva, e che non riuscivo a comprendere, me ne ero costruito uno tutto mio in cui restavo ripiegata su me stessa, con una creatività incapsulata che ancora stentava a sbocciare.
Nella ricerca d’amore e di un rifugio mi sono accostata in Italia alla religione cattolica, in cui ho visto le luci ma anche le ombre. Mi sono fermata finché è vissuto padre Giorgianni SJ, un sacerdote gesuita di grande cultura, levatura intellettuale e profondo conoscitore di anime, che ha accettato di essere il mio direttore spirituale. Fu lui a scoprire anche la mia capacità di esprimermi con la scrittura, le poesie e via dicendo, vedendo in me una scrittrice precoce.
Padre Giorgianni mi trasmetteva l’amore di Dio e quella profondità sostanziale che ti ancora al bene. Forse non sono queste le parole precise per descrivere che grande dono mi abbia fatto: un dono che mi ha permesso di far sbocciare in pieno la scrittura e, in seguito, la pittura, facendo emergere la mia vera me stessa e con essa la voglia di vivere, di conoscere, di scoprire e anche la forza — nonostante le ferite della vita — di andare avanti e lottare per un bene che sentivo dentro e che volevo portare fuori.
Mi sono allontanata dalla Chiesa dopo la morte di padre Giorgianni SJ. Vi ho incontrato persone illuminate ma, poiché la mia rigidità all’epoca era terribile, non ho accettato le ombre che vi continuavo a trovare e ho deciso di fuggire, rifiutandola per un bel pezzo.
Pregavo solo nelle difficoltà e spesso chiedevo aiuto a padre Giorgianni SJ, sapendo che mi aveva voluto bene in Dio come una figlia. Quando ho scoperto la realtà del Magis, non ho potuto stare lontana dalla Fondazione: era come se in qualche modo volessi ringraziare o mantenere vivo il dialogo con lui, offrendo il mio contributo artistico e la mia presenza per iniziative che servivano a finanziare le missioni. Nel frattempo, grazie a un incontro altrettanto illuminante con i domenicani, sono poi ritornata in Chiesa, approfondendo la spiritualità come dimensione esistenziale, scoprendo in me un’attitudine al servizio, per cui mi sono prestata come volontaria per iniziative in cui la mia presenza poteva essere utile.
Ecco: la crescita e la maturazione tramite i viaggi che facevo in America Latina, e la necessità di collaborare con il Magis ricordando sempre padre Giorgianni SJ, mi stanno portando qui a Belém.
Ho conosciuto il CAC — il Centro Alternativo di Cultura fondato dai Gesuiti — grazie ad Adriana di Nicola, che opera nel team di cooperazione internazionale a Roma, e a Juscélio Mendonça, allora coordinatore dei progetti sociali del Centro a Belém. Ho incontrato Juscélio durante i suoi ultimi due viaggi a Roma, dove parlava della situazione di Belém e della recente COP30, e ricordo ancora una sua frase, detta quasi di passaggio ma che mi si è fissata dentro: “Donne, bambini, soggetti vulnerabili sono i più colpiti; se non si mettono loro al centro non ci sarà vero cambiamento.”
Da allora ho cominciato a immaginare e a informarmi su questo posto — Belém, la “Porta dell’Amazzonia” — prima ancora di vederlo: una terra che porta in sé, nel suo popolo, una saggezza ancestrale e un’umanità fatta di comunità, condivisione, radicamento nella terra.
So che la rete del CAC si estende, oltre alla capitale, a Colares e Barcarena, due isole di fronte alla città, e ad Ananindeua; che lavora nelle periferie, dove vivono le popolazioni ribeirinhas, legate alla pesca lungo i fiumi, e le comunità quilombola, afro-discendenti. So anche, perché Juscélio me lo ha raccontato con la voce di chi lo vive ogni giorno, che dietro l’espansione urbana di Belém — nata dallo sfruttamento del territorio e dall’espulsione delle popolazioni dalle campagne — ci sono periferie enormi, infrastrutture fragili, e tutto ciò che ne consegue: violenza, disoccupazione, analfabetismo, mortalità infantile, sfruttamento dei bambini.
È in questo contesto che si muove la Fondazione MAGIS, sostenendo il lavoro del CAC sull’educazione ambientale, la giustizia socio-ambientale, l’ecologia integrale — ispirandosi anche alla Laudato si’. L’idea di fondo, quella che mi ha convinta a partire, è di dare anch’io il mio piccolo contributo per rafforzare bambini, adolescenti e donne di queste quattro città amazzoniche perché diventino loro stessi agenti di cambiamento.
Perché l’Amazzonia che sto per attraversare è una terra ferita — dalle estrazioni intensive, dai megaprogetti, dalla deforestazione, dalla migrazione forzata verso le città. Le comunità, urbane e rurali, si disgregano economicamente e culturalmente; i diritti fondamentali vengono sistematicamente negati, l’istruzione pubblica arretra, il lavoro si fa più precario, le politiche a tutela dei popoli indigeni — ribeirinhas e quilombolas in testa — vengono smantellate. E come sempre, a pagare il prezzo più alto sono i bambini e le donne.
È con questo bagaglio — di storia personale, di fede ritrovata e persa e ritrovata ancora, e ora di consapevolezza su ciò che mi aspetta — che parto per Belém.
L’idea è di inserirmi nei lavori già in corso come artista, per lavorare con le donne e i bambini — a Belém e nelle altre comunità di cui ho già detto, tra periferie, popolazioni ribeirinhas e quilombolas.
Sono molto emozionata. La mia permanenza sarà di soli ventidue giorni – quelli che sono riuscita a rendere disponibili dal lavoro. So che la prima beneficiaria di questo incontro sarò io, come mi è successo sempre nelle attività di volontariato, ma spero che lo scambio sia utile anche a loro.
Un’ultima cosa, prima di chiudere.
La sincronicità ha voluto che arrivassi proprio il 31 luglio, giorno in cui si festeggia la solennità di Sant’Ignazio. Quando me ne sono accorta ho alzato gli occhi al cielo e ho sorriso. Ho pensato a padre Giorgianni SJ e ho detto: comincio ringraziando!

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L’ombra dell’autore

Spesso si sostiene che l’artista debba essere separato dalla persona. È un principio che tutela la libertà dell’opera di essere interpretata indipendentemente dalla vita privata del suo autore. Tuttavia, conoscere la persona può offrire strumenti utili per comprendere meglio il percorso creativo e il contesto in cui un’opera nasce.

Un ritratto più completo dell’artista permette di domandarsi se le sue immagini, le sue parole o le sue performance siano in continuità con il suo pensiero e con le sue esperienze di vita, oppure se rappresentino una scelta dettata dal desiderio di soddisfare le aspettative della critica, del mercato o del pubblico. In alcuni casi, infatti, l’artista costruisce consapevolmente un personaggio, enfatizzando determinati aspetti della propria identità o adottando atteggiamenti provocatori per suscitare interesse, stimolare il dibattito o distinguersi nel panorama culturale. La figura pubblica può quindi coincidere solo in parte con la persona reale, rendendo ancora più importante distinguere tra immagine, strategia comunicativa e individuo.

Conoscere l’autore può anche aiutare il lettore o lo spettatore a interpretare con maggiore consapevolezza alcuni contenuti. Ci si può chiedere, ad esempio, se dietro determinate narrazioni si nasconda una visione del mondo che normalizza la misoginia, la violenza o altre forme di discriminazione, oppure se tali elementi siano rappresentati con intento critico, narrativo o artistico. La biografia dell’autore può fornire elementi di contesto, ma non costituisce da sola una prova delle sue intenzioni.

Lo stesso principio vale per chi ricopre ruoli pubblici, come i politici: conoscere la persona può aiutare a valutare quanto le sue azioni siano coerenti con le idee che dichiara di sostenere. Anche nel caso degli artisti, è legittimo interrogarsi sul rapporto tra vita, valori e produzione creativa, pur evitando di trasformare questo confronto in un criterio assoluto di giudizio.

È inoltre interessante comprendere se la creatività sia stata influenzata da esperienze difficili, da dipendenze, dall’alcolismo, da traumi o da violenze subite o agite. Questi aspetti possono contribuire a spiegare alcuni temi ricorrenti nelle opere, senza però giustificarne automaticamente i contenuti né ridurre l’intera produzione artistica alla biografia dell’autore.

Occorre anche ricordare che l’arte utilizza frequentemente la finzione, la metafora, l’iperbole e la provocazione. Un’opera può dare voce a personaggi moralmente discutibili o rappresentare comportamenti estremi senza che ciò implichi un’adesione dell’autore a quei valori. Allo stesso tempo, conoscere il contesto personale e storico dell’artista può aiutare a distinguere tra rappresentazione, critica e possibile espressione di convinzioni personali, pur sapendo che raramente è possibile raggiungere una certezza assoluta.

Questa tensione tra il valore dell’opera e le idee dell’autore emerge anche nel dibattito culturale contemporaneo. Antonio Monda, nel dialogo con la scrittrice statunitense Marilynne Robinson, riferisce di aver posto ai numerosi autori intervistati nel corso della sua attività una domanda ricorrente: citare uno scrittore o una scrittrice che ammirassero nonostante le sue idee. Il nome ricorrente è stato quello di Louis-Ferdinand Céline. L’esempio mostra come sia possibile riconoscere l’importanza letteraria di un autore senza necessariamente condividerne le convinzioni politiche o morali, confermando quanto sia complesso il rapporto tra giudizio estetico e giudizio etico.

L’obiettivo non dovrebbe essere quello di giudicare l’artista esclusivamente in base alla sua vita privata, né di ignorarla del tutto, ma di acquisire una conoscenza più completa e critica. L’arte nasce dall’immaginazione, dall’esperienza e dal contesto culturale: comprendere questi elementi può arricchire l’interpretazione dell’opera, purché si evitino conclusioni affrettate e non si identifichi automaticamente la voce narrante con il pensiero personale dell’autore.

In definitiva, distinguere l’artista dalla persona rimane un principio fondamentale per preservare l’autonomia dell’opera. Al tempo stesso, conoscere la biografia, il contesto storico e le convinzioni dell’autore può offrire ulteriori chiavi di lettura, aiutando a comprendere meglio l’origine di temi, simboli e scelte espressive. La sfida consiste nel mantenere in equilibrio queste due prospettive: riconoscere il valore dell’opera senza dimenticare la complessità della persona che l’ha creata e, allo stesso tempo, evitare che la biografia diventi l’unico criterio attraverso cui interpretarla o giudicarla.

Guerra e pace tra i banchi di scuola

Immagine generata IA

In un’epoca segnata da conflitti sempre più vicini ai confini europei, la scuola torna al centro di un dibattito cruciale: deve preparare alla guerra o educare alla pace? La risposta non è univoca. Tra programmi di addestramento militare e percorsi educativi orientati alla nonviolenza, le aule scolastiche si trasformano in uno spazio di tensione tra sicurezza e coscienza civile.

Negli ultimi anni, diversi Paesi dell’Europa orientale hanno introdotto o rafforzato programmi scolastici legati alla difesa nazionale. In Polonia, prendendo esempio dai Paesi Baltici, oltre 240 istituti coinvolgono circa 100.000 studenti dai 14 anni in corsi obbligatori di “educazione alla sicurezza”. Le attività comprendono esercitazioni di tiro con armi ad aria compressa o laser, tecniche di difesa personale, gestione dello stress e primo soccorso.

Questa scelta nasce da un contesto geopolitico percepito come instabile, segnato dalla guerra in Ucraina e dalle tensioni con Russia e Bielorussia. L’obiettivo dichiarato è formare cittadini pronti a reagire in caso di crisi.

Un modello simile è stato adottato anche in Lettonia, dove l’educazione militare è diventata materia obbligatoria nelle scuole secondarie, con 112 ore dedicate a esercitazioni pratiche e orientamento sul territorio. Ancora più radicale è il caso della Crimea, dove programmi di disciplina militare, medicina tattica e uso delle armi vengono introdotti fin dall’infanzia.

Si tratta di una tendenza più ampia: la crescente presenza di forze armate nelle scuole attraverso stage, seminari e percorsi di orientamento, spesso letta come una “militarizzazione soft” dell’istruzione.

A sostenere queste iniziative è anche un sistema europeo più strutturato di formazione alla sicurezza. L’Accademia europea per la sicurezza e la difesa, con sede a Bruxelles, coordina programmi educativi per personale civile e militare, formando ogni anno migliaia di professionisti nei campi della gestione delle crisi, della leadership e della sicurezza internazionale.

L’obiettivo è rafforzare una cultura comune europea della difesa. Ma quando questi principi scendono nelle scuole, il confine tra educazione civica e preparazione militare diventa più sottile.

In Italia, il rapporto tra scuola e mondo militare ha una lunga tradizione. Esistono istituti prestigiosi come la Scuola Militare Nunziatella, la Scuola Navale Militare Francesco Morosini, la Scuola Militare Aeronautica Giulio Douhet e la Scuola Militare Teuliè, che integrano istruzione liceale e formazione militare.

Tuttavia, il servizio di leva obbligatorio è sospeso dal 2005, e il reclutamento si basa oggi sul volontariato. Non mancano però proposte di reintroduzione o di forme ibride di servizio civile e militare.

Emblematico è il caso del sindaco di Capaci, Pietro Puccio, che ha proposto di raccogliere dichiarazioni preventive di obiezione di coscienza tra i giovani. Un’iniziativa simbolica ma significativa, che riporta al centro il diritto di scegliere la nonviolenza anche in caso di leva.

Accanto a queste spinte verso la sicurezza, esiste un movimento educativo che va nella direzione opposta: insegnare la pace come pratica quotidiana.

Organizzazioni come Save the Children ed Emergency promuovono nelle scuole attività didattiche per sviluppare empatia, pensiero critico e consapevolezza dei conflitti. Attraverso laboratori, role playing e teatro, gli studenti imparano a mettersi nei panni degli altri e a comprendere le conseguenze della guerra, soprattutto sui civili.

La Rete Nazionale delle Scuole di Pace propone esercizi concreti per costruire relazioni non violente, mentre realtà come Rondine Cittadella della Pace lavorano sulla trasformazione creativa del conflitto, mettendo insieme giovani provenienti da Paesi in guerra.

Le attività didattiche — come il lavoro di gruppo (cooperative learning), il confronto argomentato (debate), la mediazione dei conflitti tra studenti e il teatro forum — rendono la classe un vero spazio di esercizio della democrazia. In questo contesto, gli studenti non si limitano a studiare concetti teorici, ma imparano attraverso l’esperienza diretta: collaborano, si ascoltano, affrontano i contrasti e cercano soluzioni condivise. In questo modo, la convivenza pacifica non resta un’idea astratta, ma diventa una pratica concreta vissuta ogni giorno.

Come recita il preambolo dell’atto costitutivo dell’UNESCO:

“Poiché le guerre hanno origine nello spirito degli uomini, è nello spirito degli uomini che si devono costruire le difese della pace.”

Oggi più che mai, questa affermazione appare attuale. Di fronte a un mondo che sembra normalizzare il conflitto, la scuola è chiamata a una responsabilità enorme: decidere se formare cittadini pronti a combattere o individui capaci di costruire la pace.

La risposta, probabilmente, non può essere netta. Ma una cosa è certa: la pace, come la guerra, si impara. E spesso, tutto comincia tra i banchi di scuola.

Libertà di stampa al minimo storico

Non basta essere una democrazia per garantire la libertà di stampa. È questo il messaggio più forte che emerge dall’ultimo rapporto pubblicato da Reporters sans frontières, che fotografa un quadro globale sempre più preoccupante per il diritto all’informazione.

Secondo il World Press Freedom Index 2026, la libertà di stampa nel mondo ha raggiunto il livello più basso degli ultimi 25 anni. Per la prima volta, oltre la metà dei Paesi analizzati (52,2%) presenta condizioni “difficili” o “molto gravi” per l’esercizio del giornalismo. Un dato in netto peggioramento rispetto al 2002, quando questa percentuale si fermava al 13,7%.

Uno dei dati più significativi riguarda gli Stati Uniti, che scendono al 64° posto in classifica, perdendo sette posizioni rispetto all’anno precedente. RSF evidenzia un clima sempre più ostile nei confronti dei media, aggravato da attacchi politici e da politiche restrittive rafforzate durante il secondo mandato di Donald Trump.

Emblematico, in questo contesto, è il caso della giornalista del Washington Post Hannah Natanson, premiata con il Pulitzer 2026 per le sue inchieste sulla riorganizzazione delle agenzie federali statunitensi e sugli effetti dei tagli dell’amministrazione Trump. Negli stessi mesi, Natanson è finita al centro di una controversia giudiziaria dopo il sequestro dei suoi dispositivi elettronici da parte dell’FBI, episodio che il Washington Post ha definito un grave attacco alla libertà di stampa e alla tutela delle fonti giornalistiche.

Il caso si inserisce in un quadro più ampio di crescente tensione tra istituzioni e media indipendenti. Le nuove restrizioni introdotte dal Pentagono — dall’obbligo di scorta per i giornalisti accreditati al divieto di pubblicare informazioni non autorizzate — sono state contestate da numerose testate e in parte bloccate dalla magistratura federale, che le ha giudicate incompatibili con il Primo Emendamento della Costituzione americana.

Proprio questi episodi confermano uno degli aspetti centrali evidenziati da RSF: la progressiva erosione delle libertà non riguarda più soltanto regimi autoritari o sistemi apertamente illiberali, ma coinvolge sempre più spesso anche democrazie consolidate. Il rischio, sottolineano osservatori e organizzazioni per i diritti civili, è la normalizzazione di misure emergenziali e securitarie che finiscono per restringere il diritto all’informazione e il ruolo di controllo esercitato dal giornalismo nei confronti del potere politico.

Anche in Europa, pur restando l’area più virtuosa, emergono criticità. L’Italia scivola al 56° posto, penalizzata da minacce della criminalità organizzata, pressioni politiche e il ricorso a querele temerarie (SLAPP) contro i giornalisti.

Il deterioramento non è improvviso, ma il risultato di un processo progressivo. In un quarto di secolo, la percentuale della popolazione mondiale che vive in contesti in cui la libertà di stampa è considerata “buona” è crollata dal 20% a meno dell’1%.

A incidere sono diversi fattori: pressioni politiche, difficoltà economiche, violenze contro i giornalisti e un quadro normativo sempre più restrittivo. Tra i cinque indicatori utilizzati da RSF — economico, legale, politico, sociale e securitario — quello legislativo è il più in crisi. In molti Paesi, leggi legate alla sicurezza nazionale vengono utilizzate per limitare il diritto all’informazione, anche in contesti democratici.

Come sottolinea Anne Bocandé, direttrice editoriale dell’organizzazione, la criminalizzazione del giornalismo è ormai un fenomeno globale: non riguarda più soltanto i regimi autoritari, ma coinvolge anche democrazie consolidate.

Uno dei dati più significativi riguarda gli Stati Uniti, che scendono al 64° posto in classifica, perdendo sette posizioni rispetto all’anno precedente. RSF evidenzia un clima sempre più ostile nei confronti dei media, aggravato da attacchi politici e da politiche restrittive rafforzate durante il secondo mandato di Donald Trump.

Anche in Europa, pur restando l’area più virtuosa, emergono criticità. L’Italia scivola al 56° posto, penalizzata da minacce della criminalità organizzata, pressioni politiche e il ricorso a querele temerarie (SLAPP) contro i giornalisti.

In cima alla classifica si conferma per il decimo anno consecutivo la Norvegia, seguita da altri Paesi del Nord Europa come Paesi Bassi, Estonia, Danimarca e Svezia.

All’estremo opposto si collocano l’Eritrea (ultima), la Corea del Nord e la Cina, dove il controllo statale sull’informazione è pressoché totale.

Tra i dati più sorprendenti, il miglioramento della Siria, che guadagna 36 posizioni dopo i recenti cambiamenti politici, pur restando in una situazione complessivamente molto grave.

Il rapporto evidenzia anche come il giornalismo sia diventato sempre più rischioso, soprattutto nelle aree di conflitto. Regioni come il Medio Oriente e il Nord Africa risultano le più critiche, con numerosi giornalisti uccisi o incarcerati.

Le guerre, la repressione politica e la violenza legata al crimine organizzato continuano a rappresentare minacce concrete per chi esercita la professione. In molti Paesi, fare informazione significa esporsi a intimidazioni, arresti o peggio.

Di fronte a questo scenario, RSF lancia un appello chiaro: l’inazione equivale a complicità. Non basta proclamare i principi della libertà di stampa, ma servono politiche concrete di tutela, garanzie legali efficaci e sanzioni contro chi ostacola il lavoro dei giornalisti.

“La passività diventa una forma di accettazione”, avverte Bocandé. La responsabilità, sottolinea l’organizzazione, ricade anche sulle democrazie e sui cittadini, chiamati a difendere attivamente uno dei pilastri fondamentali delle società libere.