Archivi tag: Claudia Bellocchi

Volontariato in Brasile: ecco perché parto

Claudia Bellocchi (a sinistra) con Juscelio Mendonça (ex coordinatore CAC) e Adriana Di Nicola (Fondazione MAGIS)

Reportage
Belém (Brasile)
Prologo
27 luglio 2026

Cosa spinge a lasciare il proprio ambiente per dedicare un periodo di volontariato all’estero?
Claudia Bellocchi, artista solidale, pittrice e scrittrice, ha deciso di andare a Belém, in Brasile, presso il Centro Alternativo di Cultura (CAC), partner della Fondazione MAGIS presso le popolazioni native amazzoniche. Cosa l’ha spinta?
Ho viaggiato negli ultimi vent’anni in America Latina per turismo, per impegni espositivi e per amore di un luogo — o forse di un popolo — quello argentino. Devo la mia maturazione come persona all’America Latina. Non so perché, ma lì cominciavo a conoscere e a capire la vita.
Io, italiana, mi sono sempre sentita incastrata in un sistema in cui marcavo rapidamente le tappe dell’autonomia e dell’indipendenza (a ventitré anni ero già laureata e inserita nel mondo del lavoro) ma in cui non riuscivo a sentire, neppure in famiglia, quella dimensione di amore e solidarietà, quell’umanità che mi avrebbe nutrita e fatta crescere.
Sotto la scorza dell’adulta c’era ancora una bambina romantica, drammatica, indifesa, che aveva illusioni e pretese infantili. Forse proprio per proteggermi da un mondo che mi feriva, e che non riuscivo a comprendere, me ne ero costruito uno tutto mio in cui restavo ripiegata su me stessa, con una creatività incapsulata che ancora stentava a sbocciare.
Nella ricerca d’amore e di un rifugio mi sono accostata in Italia alla religione cattolica, in cui ho visto le luci ma anche le ombre. Mi sono fermata finché è vissuto padre Giorgianni SJ, un sacerdote gesuita di grande cultura, levatura intellettuale e profondo conoscitore di anime, che ha accettato di essere il mio direttore spirituale. Fu lui a scoprire anche la mia capacità di esprimermi con la scrittura, le poesie e via dicendo, vedendo in me una scrittrice precoce.
Padre Giorgianni mi trasmetteva l’amore di Dio e quella profondità sostanziale che ti ancora al bene. Forse non sono queste le parole precise per descrivere che grande dono mi abbia fatto: un dono che mi ha permesso di far sbocciare in pieno la scrittura e, in seguito, la pittura, facendo emergere la mia vera me stessa e con essa la voglia di vivere, di conoscere, di scoprire e anche la forza — nonostante le ferite della vita — di andare avanti e lottare per un bene che sentivo dentro e che volevo portare fuori.
Mi sono allontanata dalla Chiesa dopo la morte di padre Giorgianni SJ. Vi ho incontrato persone illuminate ma, poiché la mia rigidità all’epoca era terribile, non ho accettato le ombre che vi continuavo a trovare e ho deciso di fuggire, rifiutandola per un bel pezzo.
Pregavo solo nelle difficoltà e spesso chiedevo aiuto a padre Giorgianni SJ, sapendo che mi aveva voluto bene in Dio come una figlia. Quando ho scoperto la realtà del Magis, non ho potuto stare lontana dalla Fondazione: era come se in qualche modo volessi ringraziare o mantenere vivo il dialogo con lui, offrendo il mio contributo artistico e la mia presenza per iniziative che servivano a finanziare le missioni. Nel frattempo, grazie a un incontro altrettanto illuminante con i domenicani, sono poi ritornata in Chiesa, approfondendo la spiritualità come dimensione esistenziale, scoprendo in me un’attitudine al servizio, per cui mi sono prestata come volontaria per iniziative in cui la mia presenza poteva essere utile.
Ecco: la crescita e la maturazione tramite i viaggi che facevo in America Latina, e la necessità di collaborare con il Magis ricordando sempre padre Giorgianni SJ, mi stanno portando qui a Belém.
Ho conosciuto il CAC — il Centro Alternativo di Cultura fondato dai Gesuiti — grazie ad Adriana di Nicola, che opera nel team di cooperazione internazionale a Roma, e a Juscélio Mendonça, allora coordinatore dei progetti sociali del Centro a Belém. Ho incontrato Juscélio durante i suoi ultimi due viaggi a Roma, dove parlava della situazione di Belém e della recente COP30, e ricordo ancora una sua frase, detta quasi di passaggio ma che mi si è fissata dentro: “Donne, bambini, soggetti vulnerabili sono i più colpiti; se non si mettono loro al centro non ci sarà vero cambiamento.”
Da allora ho cominciato a immaginare e a informarmi su questo posto — Belém, la “Porta dell’Amazzonia” — prima ancora di vederlo: una terra che porta in sé, nel suo popolo, una saggezza ancestrale e un’umanità fatta di comunità, condivisione, radicamento nella terra.
So che la rete del CAC si estende, oltre alla capitale, a Colares e Barcarena, due isole di fronte alla città, e ad Ananindeua; che lavora nelle periferie, dove vivono le popolazioni ribeirinhas, legate alla pesca lungo i fiumi, e le comunità quilombola, afro-discendenti. So anche, perché Juscélio me lo ha raccontato con la voce di chi lo vive ogni giorno, che dietro l’espansione urbana di Belém — nata dallo sfruttamento del territorio e dall’espulsione delle popolazioni dalle campagne — ci sono periferie enormi, infrastrutture fragili, e tutto ciò che ne consegue: violenza, disoccupazione, analfabetismo, mortalità infantile, sfruttamento dei bambini.
È in questo contesto che si muove la Fondazione MAGIS, sostenendo il lavoro del CAC sull’educazione ambientale, la giustizia socio-ambientale, l’ecologia integrale — ispirandosi anche alla Laudato si’. L’idea di fondo, quella che mi ha convinta a partire, è di dare anch’io il mio piccolo contributo per rafforzare bambini, adolescenti e donne di queste quattro città amazzoniche perché diventino loro stessi agenti di cambiamento.
Perché l’Amazzonia che sto per attraversare è una terra ferita — dalle estrazioni intensive, dai megaprogetti, dalla deforestazione, dalla migrazione forzata verso le città. Le comunità, urbane e rurali, si disgregano economicamente e culturalmente; i diritti fondamentali vengono sistematicamente negati, l’istruzione pubblica arretra, il lavoro si fa più precario, le politiche a tutela dei popoli indigeni — ribeirinhas e quilombolas in testa — vengono smantellate. E come sempre, a pagare il prezzo più alto sono i bambini e le donne.
È con questo bagaglio — di storia personale, di fede ritrovata e persa e ritrovata ancora, e ora di consapevolezza su ciò che mi aspetta — che parto per Belém.
L’idea è di inserirmi nei lavori già in corso come artista, per lavorare con le donne e i bambini — a Belém e nelle altre comunità di cui ho già detto, tra periferie, popolazioni ribeirinhas e quilombolas.
Sono molto emozionata. La mia permanenza sarà di soli ventidue giorni – quelli che sono riuscita a rendere disponibili dal lavoro. So che la prima beneficiaria di questo incontro sarò io, come mi è successo sempre nelle attività di volontariato, ma spero che lo scambio sia utile anche a loro.
Un’ultima cosa, prima di chiudere.
La sincronicità ha voluto che arrivassi proprio il 31 luglio, giorno in cui si festeggia la solennità di Sant’Ignazio. Quando me ne sono accorta ho alzato gli occhi al cielo e ho sorriso. Ho pensato a padre Giorgianni SJ e ho detto: comincio ringraziando!

Vai al progetto

“Noi su tela”: l’arte come specchio dell’anima

Il 19 giugno, la Galleria Vittoria ha ospitato l’esposizione “Noi su tela”. Il titolo fa riferimento alle opere di otto straordinari giovani, di età compresa tra i 13 e i 18 anni — Aya, Julia, Ivan, Mahem, Micol, Prottoy, Shamith e Yonas — ospiti della Casa Famiglia “Ain Karim” dell’omonima associazione.

I ragazzi si sono interrogati sui propri sogni, paure, dubbi e desideri, dialogando con se stessi attraverso il linguaggio dell’arte. Il percorso ha stimolato non solo la memoria, ma anche la capacità di riflettere sul proprio futuro, alimentato dall’immaginazione e dai desideri.

In “Noi su tela”, ogni emozione ha trovato il proprio spazio, libera di esistere senza dover essere “giusta”, ordinata o spiegata. Le opere esplorano temi profondi: la paura del futuro e l’amore; il saper abitare il tempo e il concetto di famiglia — vissuta come un insieme di isole separate o come un nucleo allargato di affetti, uniti dal legame dell’amore. Si cammina tra abbandoni e rinascite, dove, passo dopo passo, per andare avanti si ha bisogno di ripetersi che “va tutto bene” per tranquillizzarsi. Alcune opere raccontano le ferite che lasciano segni sulla pelle, ma rivelano anche la forza gigantesca che può scaturire da esse; descrivono la fatica di trovare se stessi, riconoscendo le proprie maschere e la difficoltà nel definire la propria vera identità, tra echi e rimandi interiori.

Che l’arte permetta di esprimersi e possieda una valenza terapeutica è ormai un dato accreditato da istituzioni scientifiche, pubbliche e private. Tuttavia, vedere questo strumento operare tra questi giovani artisti e i visitatori resta sempre un’esperienza profonda. Il progetto dell’Associazione Ain Karim dimostra, infatti, come la creatività possa diventare uno strumento privilegiato per conoscersi, raccontarsi e condividersi.

Personalmente, mi sono riconosciuta in ognuno di loro, ritrovando in essi me stessa a quell’età. Per questo, il “Noi” del titolo non è limitato agli artisti, ma si estende a tutti. Attraverso l’arte, nessuno è estraneo al percorso: poiché esso tocca le corde più profonde dell’essere umano, arriva dritto a chiunque. Mai nome fu più azzeccato.

Come dichiara Stefano Desideri, operatore della Casa Famiglia “Ain Karim” e ideatore del progetto: “Questo progetto nasce dalla mia esperienza personale, che mi ha permesso di scoprire le potenzialità della pittura come mezzo di autoconsapevolezza, scoperta di sé e regolazione emotiva. Tutto ciò mi ha permesso di elaborare questo percorso e di integrarlo nel mio lavoro, grazie alla partecipazione attiva di otto meravigliosi ragazzi”.

“Noi su tela” non si esaurisce nelle sale della Galleria Vittoria: resta, per chi l’ha visitata, un invito a fermarsi e ad ascoltarsi, restituendo all’arte il suo ruolo più autentico, quello di linguaggio universale capace di unire generazioni e storie diverse. Aya, Julia, Ivan, Mahem, Micol, Prottoy, Shamith e Yonas hanno trasformato fragilità e desideri in colore, regalando a chi guarda non solo le loro storie, ma anche un frammento della propria. Ed è forse questo il merito più grande di un progetto capace di dimostrare che, quando l’arte diventa specchio, nessuno guarda davvero da solo.

Claudia Bellocchi. Il sacro come esperienza del presente

Dal 12 al 25 giugno 2026 Villa Altieri – Palazzo della Cultura e della Memoria Storica di Roma ospita Un tempo, due tempi e la metà di un tempo, il nuovo progetto espositivo di Claudia Bellocchi, promosso dalla Fondazione MAGIS ETS in collaborazione con Artisti Oltre i Confini.

Il titolo scelto dall’artista, tratto dall’Apocalisse, introduce immediatamente il visitatore in una dimensione sospesa e simbolica: un tempo non misurabile secondo la cronologia ordinaria, ma percepito interiormente, spiritualmente, come esperienza dell’anima. È in questo spazio di soglia che si sviluppa l’intero percorso espositivo, costruito attorno al dialogo costante tra luce e ombra, visibile e invisibile, corpo e trascendenza.

La mostra nasce dall’incontro tra le Scritture — in particolare l’Apocalisse e il Qoèlet — e il pensiero della filosofa e teologa Antonietta Potente, autrice che interpreta il sacro come presenza concreta e quotidiana, capace di attraversare le fragilità e le contraddizioni del presente. Bellocchi accoglie questa tensione e la traduce in una pittura profondamente intima e simbolica, dove la spiritualità non appare mai distante o astratta, ma incarnata nella materia, nel gesto e nella vulnerabilità umana.

Il percorso presenta circa venti opere su cartoncino Arches realizzate in tecnica mista — acquerello, china, tempera e biro — accanto a tele di grande formato e a una serie di acquerelli dedicati agli uccelli e alle figure femminili. Le opere costruiscono una cosmologia poetica abitata da archetipi, presenze angeliche e immagini della tradizione cristiana reinterpretate attraverso un linguaggio contemporaneo.

L’universo visivo di Bellocchi si nutre infatti di molteplici riferimenti iconografici. La tradizione bizantina e rinascimentale dialoga con suggestioni afro-caraibiche e latinoamericane, dando vita a un immaginario spirituale aperto e inclusivo, dove il Cristo può assumere tratti indigeni e la Maestà medievale può convivere con figure appartenenti al pantheon Yoruba. Non si tratta di semplice contaminazione stilistica, ma di una ricerca che riconosce il sacro come forza universale, capace di manifestarsi nelle culture, nei corpi e nella memoria collettiva.

Tra le opere centrali della mostra emerge Misericordia, olio su tela di intensa forza simbolica. Una figura femminile avvolta in un manto dorato apre le braccia in un gesto di accoglienza e protezione. Il volto, lasciato privo di lineamenti, annulla ogni individualità trasformandosi in immagine universale della compassione e della cura. I fondi scuri e le bordature dorate richiamano la pittura sacra medievale e bizantina, mentre la densità della pennellata restituisce all’opera una presenza profondamente contemporanea. Misericordia diventa così non soltanto un’immagine da osservare, ma uno spazio di contemplazione e appartenenza.

Anche La Maddalena rivela la capacità dell’artista di intrecciare tradizioni differenti. Ispirata agli affreschi del Monastero di Sant’Antonio in Polesine a Ferrara, l’opera unisce la memoria iconografica italiana a richiami sincretici e afro-spirituali. La lunga cascata di capelli rosso-oro, simbolo di amore e penitenza, si accompagna alla scritta “Obone y Amor” e ai raggi verdi della luce divina, trasformando la santa in una figura cosmica e universale.

Nelle opere Sulla Croce e Hermano Bellocchi affronta invece il tema dell’incarnazione. In Sulla Croce il corpo del Cristo sembra dissolversi in una trama ornamentale fatta di motivi floreali e segni pittorici, evocando più una traccia spirituale che una presenza trionfante. In Hermano, al contrario, il Cristo riacquista piena corporeità: il volto e i tratti rimandano ai popoli indigeni latinoamericani, mentre il verde intenso della vegetazione tropicale restituisce all’immagine una dimensione terrestre e viva. Il tema dell’incarnazione assume così un valore politico e umano, riaffermando la centralità delle culture e dei corpi storicamente marginalizzati.

Anche opere come La Natività e La Maternità si allontanano dalla tradizione narrativa per assumere una dimensione archetipica e cosmica. La nascita non è più soltanto evento religioso, ma principio originario che lega corpo, terra e spiritualità. Figure angeliche, simboli liturgici, fiori e bagliori luminosi trasformano il grembo materno in uno spazio universale di generazione e cura.

In questo stesso ambito di ricerca si inserisce Angelo, opera di forte intensità materica nella quale la figura emerge attraverso stratificazioni cromatiche e gesti pittorici ampi, più evocata che descritta. Le tonalità terrose — bruni, ocra e rossi profondi — radicano l’immagine in una fisicità primordiale, mentre abrasioni e sovrapposizioni restituiscono alla superficie una vibrazione continua. L’angelo di Bellocchi non appartiene a una dimensione astratta: è presenza incarnata, soglia tra visibile e invisibile.

Ad arricchire il percorso espositivo vi è infine una serie di acquerelli dedicati agli uccelli, e in particolare al corvo, figura archetipica presente in numerose tradizioni spirituali. Nei lavori dell’artista il corvo non è mai semplice elemento naturalistico: è messaggero, custode del mistero, presenza silenziosa che accompagna la riflessione sul tempo, sulla memoria e sulla conoscenza.

La tecnica dell’acquerello, fatta di velature, trasparenze e dissolvenze, accompagna perfettamente questa dimensione visionaria. Il segno dell’inchiostro emerge improvvisamente dalla morbidezza cromatica, creando immagini sospese tra sogno e contemplazione. In opere come Uccello in testa o Donna che prega il rapporto tra donna e animale assume il carattere di un dialogo interiore, mentre lavori come Il corvo e la gente e Il volo del Corvo ampliano lo sguardo verso una dimensione collettiva e simbolica.

La pittura di Claudia Bellocchi si configura così come un percorso mistico contemporaneo, capace di intrecciare immaginari cristiani, animisti e onirici senza perdere coerenza e autenticità. In un tempo segnato dalla perdita di empatia, dall’individualismo e dalle silenziose apocalissi dell’incuria verso l’altro e verso la natura, l’artista oppone la forza quieta della contemplazione.

Le sue figure — madri, angeli, maddalene e cristi — non impongono verità né proclamano dogmi. Custodiscono piuttosto uno spazio di ascolto e di possibilità. Invitano il pubblico a rallentare, a sostare e a riconoscere nel quotidiano una dimensione sacra, fragile e profondamente umana.

La mostra è a cura di Gianleonardo Latini.

Claudia Bellocchi: La distopia del presente

La recente personale di Claudia Bellocchi si configura come un percorso coerente e stratificato che indaga le molteplici forme della violenza — simbolica, culturale e tecnologica — attraverso cui il corpo e l’identità vengono progressivamente erosi. La mostra, concepita anche come omaggio ai vent’anni del Museo de la Mujer di Buenos Aires CABA (2006-2026), trova il suo fulcro nel video “¿La Follia è Donna?”, realizzato con l’ausilio dell’intelligenza artificiale. Quest’opera non è solo un dispositivo narrativo, ma una lente attraverso cui leggere l’intera produzione esposta: un racconto visivo che proietta nel presente una distopia inquietante, dove tecnologia senza etica e cultura patriarcale convergono in un processo di oggettivazione sistemica.

Il percorso si apre con “Il pianto di elicriso”, che introduce immediatamente il tono elegiaco e perturbante della mostra. La natura non appare più come luogo di rifugio, ma come vittima sacrificale di un’esistenza frammentata. L’elicriso che piange diventa emblema di un’armonia perduta, mentre la figura umana — deformata e dolorosa — allude a un’identità ridotta a merce, barattata e spezzata. In questa visione, la ferita ecologica coincide con quella esistenziale: la violenza sull’ambiente e quella sul corpo si rispecchiano fino a confondersi.

Con “Ronzio in testa”, Bellocchi affronta il tema della scienza priva di coscienza etica. Il volto, dominato da tonalità fredde e da una frammentazione nervosa, non è più ritratto ma campo di interferenze. L’asimmetria dello sguardo — uno vitreo e quasi meccanico, l’altro ancora umano — visualizza la tensione tra controllo tecnologico e residuo di coscienza.

Il riferimento implicito alla creatura di Mary Shelley e al mito di Frankenstein emerge come metafora della creazione che sfugge al suo creatore: una “figlia oscura” della modernità, generata da una scienza incapace di interrogarsi sulle proprie responsabilità.

In “Ragione e sentimento” si compie il collasso dell’individuo. Figure urlanti e cromie violente restituiscono la percezione di una scissione insanabile, dove la razionalità imposta da una logica di dominio soffoca la dimensione emotiva. L’identità si dissolve: nome, voce e memoria sembrano svanire in un ambiente saturo, dove l’essere umano perde i propri confini fino a diventare parte del sistema che lo consuma.

L’intero corpus espositivo può essere letto come una progressiva perdita di forma e di coscienza, per inserie nel lungo dialogo con il Museo de la Mujer e prosegue la riflessione avviata nei cicli precedenti, tra cui Tanaliberatutti, dedicato alla violenza di genere, agli abusi e al rapporto tra identità e libertà.

La deformazione del volto diventa simbolo della dissoluzione del sé, con cromie fredde e tratti convulsi che evocano un’umanità anestetizzata.

La carnalità negata, evidente nei contrasti cromatici e nelle ferite visive, riflette la mercificazione del corpo e la manipolazione biologica.

L’urlo silenzioso della scissione culmina nell’astrazione, dove individuo e ambiente si fondono in un unico campo di tensione.

La distopia di Bellocchi non appartiene a un futuro remoto: è radicata in un “vivere scisso” contemporaneo, in cui tecnologia e strutture di potere agiscono come agenti trasformativi dell’identità. Il video conclusivo suggella questa visione con un avvertimento che risuona come eco lungo tutto il percorso: la perdita della voce e del nome segna l’inizio di una condizione post-umana dalla quale, forse, è già troppo tardi per tornare indietro.


Claudia Bellocchi
¿La Follia è Donna?
Dall’8 al 21 marzo 2026

Storie Contemporanee
Studio Ricerca Documentazione

via Alessandro Poerio 16/b
Roma

A cura di Anna Cochetti

Inaugurazione:
l’8 marzo 2026 dalle 11,30 alle 13,30

Finissage: ore

Orari:
dal martedì al venerdì
dalle 17.30 alle 19.30
(su appuntamento)
al 3288698229


Abitare: Le Dimensioni Umane

Il filosofo Edgar Morin sostiene che l’essere umano separa una parte del mondo per modellarlo secondo la propria creatività, per costruire un rifugio protettivo permanente. Mentre il bisogno di possedere una dimora è permanente, è mutevole lo stile con cui ognuno, ogni gruppo la costruisce rendendola abitabile.

Il “fare casa” richiama non solo il bisogno del singolo individuo ma anche quello della comunità e diviene valore di accoglienza, di ascolto e dialogo con ogni diversità.

La necessità di “fare casa” si incontra con l’etica e a volte può persino sfuggire al linguaggio normativo della morale e delle istituzioni.

La mostra fotografica “Abitare: non solo casa” va dunque oltre la semplice definizione di casa come spazio fisico.

Attraverso una selezione di scatti di fotografi contemporanei, l’esposizione invita a riflettere sulle molteplici forme che l’abitare assume nella società contemporanea, dal rifugio intimo alla dimensione collettiva della città, fino ai territori del nomadismo e della precarietà.

Il percorso espositivo si snoda tra immagini che ritraggono interni domestici vissuti e personalizzati, paesaggi urbani in trasformazione e situazioni di marginalità, offrendo una visione ampia e articolata di cosa significhi avere (o non avere) un luogo da chiamare casa. Le fotografie non solo documentano, ma interpretano la realtà con un linguaggio visivo potente, capace di trasmettere emozioni e sollecitare interrogativi sul nostro rapporto con lo spazio abitativo.

Uno degli aspetti centrali della mostra è il confronto tra la stabilità della casa tradizionale e le nuove forme di abitare dettate da esigenze economiche, sociali e ambientali. Dai micro-appartamenti metropolitani agli spazi condivisi, dalle case mobili alle abitazioni di fortuna, la fotografia diventa un mezzo per raccontare la mutevolezza del vivere contemporaneo.

Parallelamente, l’esposizione si sofferma sull’abitare come esperienza personale e intima, rivelando storie di individui e famiglie attraverso ritratti ambientati che esprimono identità, appartenenza e memoria. Ogni scatto è un frammento di vita, un’indagine visiva sul modo in cui costruiamo e trasformiamo gli spazi che ci circondano.

“Abitare: non solo casa” si configura quindi come una mostra che va oltre la semplice rappresentazione di edifici e interni, per diventare un racconto corale sulla condizione umana e sulle molteplici modalità di abitare il mondo. Un’occasione per riscoprire, attraverso la fotografia, il valore simbolico e sociale del luogo in cui viviamo.

La mostra non si limita a esporre fotografie, ma offre anche l’occasione di riflettere su dove si abita


Abitare: non solo casa
Dal 18 marzo al 10 aprile 2025

Inaugurazione il 18 marzo dalle 16 alle 19

Città Metropolitana – Roma Capitale
Villa Altieri – Palazzo della Cultura e della Memoria Storica
Viale Manzoni, 47
Roma

Dal lunedì al giovedì 8-18 il venerdì 8 – 14
Se il cancello è chiuso, suonare al citofono

Sono presenti le fotografie di: Monica Barberini, Michele Biondi, Eleonora Del Brocco, Silvana Di Stefano, Marco Gianinazzi, István Stefan Gyalai, Gianleonardo Latini, Luigia Martelloni, Maria Pia Michieletto, Maria Luisa Paolillo, Olivier Paravel, Maria Luisa Passeri, Daniela Passi, Graziella Reggio, Barbara Schaefer, Arianna Tedesco, Victoria Thomen.

La foto dell’iniziativa è di Daniela Passi

Promossa dalla Fondazione MAGIS ETS
in collaborazione con Artisti Oltre i Confini
A cura di Gianleonardo Latini

Come arrivare:
Raggiungibile con Linea Metro A – Fermata Manzoni
Linee Autobus e Tram 3, 360, 590

Per informazioni e su appuntamento:
tel. + 39 06 69 700 32 – 3396656075