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Oltre la deterrenza: immaginare la Pace

Degli estremisti attaccano per distruggere altri estremisti, e la via è spianata ai conflitti tra sovranisti. A rimetterci, ancora una volta, sono le persone che cercano spazi di dialogo, mentre israelo-statunitense attaccano l’Iran, alimentando un clima globale di polarizzazione e paura. In questo gioco di specchi, la radicalizzazione reciproca diventa il motore stesso del conflitto: ogni violenza giustifica la successiva, e il centro — lo spazio della mediazione — si restringe fino quasi a scomparire.

È difficile parlare di Pace mentre in Europa si discute apertamente di riconversione delle strutture produttive civili in produzione militare e di adeguamento della rete stradale e ferroviaria al transito di mezzi e truppe. In pochi dichiarano di volere la guerra, eppure quasi nessuno compie un passo autenticamente distensivo.

La parola Pace sembra diventata impronunciabile, quasi sconveniente: evocarla appare un segno di debolezza, ingenuità o anacronismo. Nel lessico del potere globale, oggi, la Pace non è più un obiettivo politico. È una pausa tattica, un’ipotesi rinviata, talvolta un fastidio.

Presentata come un tema neutro e tecnico, la cosiddetta mobilità militare è in realtà una scelta profondamente politica. Adeguare infrastrutture civili al passaggio di truppe significa assumere che lo scenario di riferimento dell’Europa non sia la prevenzione del conflitto, ma la sua preparazione strutturale. La logistica diventa strategia, come affermano esplicitamente i documenti di Unione Europea e NATO: senza mobilità non esiste deterrenza credibile.

Qui emerge l’ambiguità del paradigma attuale. Mentre ufficialmente “nessuno vuole la guerra”, le politiche pubbliche convergono verso la sua normalizzazione come possibilità permanente. La Pace scompare dal lessico strategico, sostituita da concetti come readiness, resilience, deterrence (prontezza, resilienza, deterrenza). Non è più un orizzonte da costruire, ma una tregua contingente.

Questo ripensamento delle infrastrutture avviene in parallelo alla conversione industriale, alla penetrazione della cultura della difesa nei sistemi educativi e alla crescente accettazione sociale della spesa militare come necessità inevitabile. In questo senso, la mobilità militare non è solo un tema di trasporti: è un indicatore di mutamento culturale e antropologico.

Lo dimostra l’ossessione per i simboli e per le narrazioni. Donald Trump si è detto offeso per non aver ricevuto il Nobel per la Pace, come se la Pace fosse un trofeo personale e non una responsabilità collettiva. Dall’altra parte, il cinema intercetta e amplifica questo clima: nel progetto tratto dal romanzo Il mago del Cremlino di Giuliano da Empoli, un Vladimir Putin interpretato da Jude Law afferma senza ambiguità: «Non mi interessa vincere il Nobel per la Pace, io voglio una guerra».

Una battuta che colpisce perché rompe l’ipocrisia. Rivendica il conflitto come linguaggio politico. Non la Pace come processo, ma la guerra come strumento di potere. Non il consenso, ma il controllo.

Dietro questa logica si nasconde spesso una patologia della grandezza. Il mito della Grande Nazione — declinato di volta in volta come Grande Russia, Grande Serbia, Grande Israele, Grande Turchia o Grande America — è il carburante simbolico di molti conflitti contemporanei. La grandezza promessa è sempre per pochi; il prezzo lo pagano intere popolazioni.

Mentre l’Occidente discute, la Cina osserva e pianifica, mentre l’attenzione resta puntata su possibili scenari come Taiwan. Il mondo viene nuovamente sezionato come una mappa coloniale: Ucraina, Groenlandia, Medio Oriente. Ognuno con la propria “conquista” da rivendicare.

In questo scenario si muovono i popoli senza patria: curdi, palestinesi, rohingya. Ma l’apolidia non è un’anomalia della storia. Anche gli ebrei per secoli non ebbero una terra, così come gli armeni dopo il genocidio. E la stessa Italia, prima dell’Unità, era un mosaico di Stati. La patria non è un fatto naturale: è una costruzione politica, spesso nata nel sangue.

Dietro le retoriche della sicurezza si nascondono interessi materiali: risorse, rotte, zone di influenza. Solo una minima parte dei conflitti nasce davvero dall’autodeterminazione. Molto più spesso si muore per il controllo.

Anche l’educazione non è più neutrale. Roberto Cingolani, direttore generale di Leonardo, ha parlato della necessità di investire in sistemi che incutano timore a chi aggredisce. I venti di guerra soffiano già nelle scuole.

La domanda ritorna allora: perché la guerra?
Se la posero anche Albert Einstein e Sigmund Freud, interrogandosi sulle radici profonde della violenza.

Oggi quella domanda torna mentre la guerra riappare come possibilità concreta anche in Europa occidentale.

Papa Francesco ha parlato di una “terza guerra mondiale a pezzi”, indicando la necessità del disarmo e del dialogo. Nella stessa direzione si è mosso anche Papa Leone XIV, Robert Francis Prevost, con l’invocazione di una “Pace disarmata e disarmante”.

A raccontare questa realtà è anche Trame di guerra di Lorenzo Tondo, che mostra la continuità delle logiche belliche tra diversi fronti. Sul piano concreto, organizzazioni come Emergency e le mobilitazioni dei lavoratori portuali ricordano che la guerra ha sempre conseguenze umane tangibili.

Resta allora la domanda finale: come evitare la guerra se il potere continua a essere misurato in territori, armi e dominio?

Finché nessuno sarà disposto a rinunciare davvero ai miti, agli interessi e ai simboli che la rendono possibile, la Pace resterà una parola fragile, pronunciata nei discorsi e tradita nelle decisioni.

Il problema non è che nessuno voglia la guerra. È che troppo pochi sono disposti a rinunciare a ciò che la rende inevitabile.

2026 Parole che non aiutano la Pace

«La pace non è l’assenza di guerra, ma l’assenza di dominio violento»

(Hannah Arendt)

Basti pensare alla sessantina di conflitti attualmente in atto nel mondo: dall’aggressione russa all’Ucraina, alla persistente occupazione dei territori palestinesi da parte di Israele; dal coinvolgimento del Ruanda nel sostegno a milizie attive nella Repubblica Democratica del Congo, alle dispute sui confini tra Thailandia e Cambogia o tra India e Pakistan, e così via. Conflitti diversi per storia e contesto, ma spesso accomunati da interessi geopolitici, economici o strategici, mascherati da esigenze di sicurezza, difesa o identità nazionale.

Il linguaggio non è un semplice strumento descrittivo: è una forza generativa. Le parole non si limitano a raccontare il mondo, ma contribuiscono a costruirlo. Ogni vocabolo porta con sé una visione della realtà, un sistema di valori, una giustificazione implicita di ciò che viene considerato normale, inevitabile, accettabile.

Termini come guerra, nemico, conquista, dominio, supremazia non sono semplici etichette: sono cornici mentali che rendono la violenza pensabile e, quindi, praticabile. Allo stesso modo, parole come avidità, egoismo e prepotenza non descrivono soltanto difetti individuali, ma rappresentano vere e proprie logiche culturali, spesso normalizzate e talvolta persino premiate.

  • L’avidità trasforma il bisogno in accumulo infinito.
  • L’egoismo riduce il mondo a un’estensione del proprio interesse.
  • La prepotenza legittima l’idea che chi possiede più forza — economica, politica o militare — abbia anche più diritto.

Quando questi concetti diventano strutturali, generano conflitto. Non solo tra Stati, ma anche tra gruppi sociali, comunità e individui. La guerra, in questo senso, è spesso l’espressione estrema di dinamiche già presenti nella vita quotidiana: competizione senza limiti, incapacità di riconoscere l’altro, rifiuto della vulnerabilità condivisa.

La storia dimostra che ogni grande conflitto è stato preceduto da una narrazione. Prima ancora delle armi, arrivano le parole. Deumanizzare l’altro, ridurlo a minaccia, a ostacolo o a oggetto da controllare, è sempre un atto linguistico prima che militare. È il linguaggio che prepara il terreno all’annientamento, rendendolo moralmente giustificabile.

Proporre il superamento di certe parole non significa cancellare la memoria storica né censurare il pensiero critico. Al contrario, significa superare la necessità stessa di quei concetti.

Quando una parola diventa inutile, non è perché è stata proibita, ma perché la realtà che descrive non esiste più. Nessuno oggi utilizza con naturalezza termini legati a pratiche socialmente superate — come alcune forme di schiavitù o punizioni rituali — non per censura, ma perché la coscienza collettiva è cambiata.

Immaginare un mondo in cui guerra sia un termine confinato nei libri di storia — come monito, non come opzione — significa immaginare un’umanità che ha imparato a gestire il conflitto senza distruggere l’altro. Allo stesso modo, immaginare una società in cui avidità, egoismo e prepotenza perdano centralità significa immaginare relazioni fondate su limiti condivisi, responsabilità reciproca e rispetto.

Molti conflitti contemporanei non nascono solo da interessi materiali, ma da identità irrigidite e da linguaggi assoluti: noi/loro, vincenti/perdenti, giusto/sbagliato, forte/debole. In questo schema, l’egoismo diventa virtù, l’avidità strategia, la prepotenza segno di successo. È qui che il fanatismo trova terreno fertile.

Superare il fanatismo non significa eliminare le differenze, ma rinunciare all’idea che una sola visione debba imporsi sulle altre. È un passaggio fondamentale: dalla logica della vittoria a quella della convivenza, dalla sopraffazione al riconoscimento.

In questo senso, il vero disarmo non è soltanto nucleare o militare, ma semantico. Finché il linguaggio rimane impregnato di aggressività, anche la politica, l’economia e le relazioni umane continueranno a riprodurre modelli di conflitto. Un mondo che parla costantemente di competizione totale finirà per considerare normale escludere, schiacciare, dominare.

Se le guerre nascono nelle menti — come affermava l’UNESCO — è lì che deve essere costruita la pace.

L’educazione del 2026 non dovrebbe limitarsi a trasmettere informazioni, ma insegnare come nominare il mondo:

  • sostituire la retorica dello scontro con quella del confronto
  • parlare di sicurezza come benessere condiviso, non come minaccia da neutralizzare
  • descrivere la Terra non come risorsa da sfruttare, ma come sistema da custodire
  • riconoscere il limite non come fallimento, ma come forma di intelligenza collettiva

Ogni parola scelta è una presa di posizione etica.

Questo testo non propone un vuoto linguistico, ma un vocabolario rinnovato. Parole come cura, equilibrio, responsabilità, interdipendenza, sobrietà non sono ingenue: sono concetti complessi e maturi, che richiedono disciplina, consapevolezza e un profondo cambiamento culturale.

In una civiltà realmente evoluta:

  • la forza non è dominio, ma capacità di proteggere
  • il successo non è accumulo, ma sostenibilità
  • la libertà non è sopraffazione, ma coesistenza
  • il progresso non è velocità cieca, ma direzione condivisa

Forse non assisteremo mai alla completa scomparsa di parole come guerra, avidità o egoismo. Ma il loro progressivo svuotamento di potere è già una forma di vittoria.

Ogni volta che una società sceglie la cooperazione invece della rapina, la responsabilità invece dell’indifferenza, il dialogo invece della violenza, quei vocaboli diventano meno centrali, meno necessari, meno vivi.

Come buon proposito per il 2026, l’umanità potrebbe iniziare proprio da qui: dal linguaggio che usa per pensarsi.

Perché forse il vero progresso non sarà misurato dalle tecnologie o dalle conquiste spaziali, ma dal giorno in cui potremo dire, con onestà, che certi concetti non ci rappresentano più e che, semplicemente, non abbiamo più bisogno delle parole che li sostenevano.

Descrivere la guerra

L’anno ora chiuso ha visto solo guerre: fra Russia e Ucraina, fra Israele ed Hamas ed Hezbollah, in Sudan, e a fine anno il crollo del regime siriano di Assad e una serie di effetti collaterali dal futuro incerto e di difficile analisi. Una situazione generale dove ognuno ha fatto quello gli pareva e le Nazioni Unite e le loro agenzie (Unifil per prima) hanno dimostrato la loro assoluta inutilità, non essendo capaci non dico di tenere separati gli avversari o scortare i convogli umanitari, ma neanche di proteggere i propri funzionari e soldati dai proiettili di chi dovevano controllare. Ma, soprattutto, le Nazioni Unite si sono dimostrate per quello che sono: una sovrastruttura, incapace di modificare nel profondo la politica e i rapporti fra le nazioni. Ma quello che voglio qui proporre è una breve analisi del modo in cui queste guerre vengono descritte da alcuni mass-media. Naturalmente prevale sempre la narrazione che svilisce il nemico ed esalta il proprio esercito, ma possiamo avere anche sorprese.

La stampa svizzera, p.es., non è mai di parte essendo la Svizzera neutrale da sempre. Sono consultabili in linea in lingua italiana sia il sito della Radiotelevisione Svizzera Italiana (RSI), sia il Corriere del Ticino (CDT) (siti: www.rsi.ch e www.cdt.ch ). Gli articoli sono molto equilibrati e dimostrano di avere cronisti e analisti indipendenti. Ovviamente di parte è invece la stampa quella ucraina, il cui sito ufficiale è solo in russo e ucraino (www.unian.ua), mentre altri notiziari sono in inglese. Comunque si può ricorrere ai traduttori automatici per avere una discreta resa in italiano. Facebook invece è piena di brevi video girati più o meno artigianalmente dai soldati, spesso con sottofondo di musica rock o canti popolari, mentre non esiste materiale russo nella stessa quantità. Difficile comunque distinguere le divise, quasi uguali per chi non è pratico; lo stesso vale per alcuni mezzi e armi. I brevi video russi hanno la sigla “Ruslan Rus”, quelli ucraini la bandiera gialloblu o il tridente bizantino simbolo nazionale. Video più politici si vedono scorrendo VK.com (la FB russa), con lunghi titoli come: “In poche settimane la situazione è cambiata ed è peggiorata notevolmente. I russi hanno notevolmente accelerato la loro offensiva, stanno riconquistando molti territori nella regione di Kursk che occupavano gli ucraini, e stanno avanzando ogni giorno”. Le traduzioni sono decenti, mentre molto meno lo sono quelle del sito “Recensione Militare”, versione italiana dell’agenzia militare ufficiale russa (https://it.topwar.ru/ ), il quale però ha il pregio immenso di dare ogni giorno una cartina con le postazioni e i movimenti dei due eserciti, anche se dovremmo sentire anche l’altra campana. Molti italiani che hanno avuto un parente che ha combattuto con l’ARMIR nella seconda Guerra Mondiale troveranno familiari alcuni toponimi, ma per i più restano solo nomi slavi dispersi in una landa piatta (a parte il saliente di Kursk, dove si è combattuto anche allora). Quello che distingue invece i brevi filmati di fonte ucraina è l’apparente mancanza di censura: si vedono i soldati quarantenni che in trincea fanno la vita del topo come mio nonno nel 15-18, mezzi che arrancano nel fango o nella neve, mortaisti e artiglieri all’opera, carristi chiusi nel ristretto spazio interno del loro mezzo, ma spesso si vedono droni che vanno in caccia libera di mezzi nemici, trincee o soldati isolati. Ogni dieci filmati ce n’è poi  sempre uno dove i soldati e le soldatesse ballano, scherzano e buffoneggiano, sicuramente per attenuare lo stress. Buffi siparietti introvabili nei video russi.

E passiamo ora su un altro fronte: Gaza e il Libano. Seguo ogni giorno JBN, Jewish Breaking News (https://jewishbreakingnews.com/), presente anche sui canali Whatsapp e Telegram. Le fonti giornalistiche israeliane sono molto aperte, non c’è una censura stretta e soprattutto non vengono diffuse notizie false, anzi sconcerta la brutale chiarezza con cui vengono proposti brevi filmati dove si vedono palazzi di dieci piani buttati giù in pochi secondi dai bombardamenti aerei o dalle cariche esplosive piazzate dai genieri, o la pericolosa esplorazione di chilometri di gallerie. Gaza e alcune zone di Beirut sono ridotte a un cumulo di macerie e loro lo mostrano senza nessuna limitazione. Non mancano mappe con l’allarme per i razzi nemici o immagini esplicite dei danni da loro provocati. Non mancano appelli per famiglie in difficoltà, e in più ogni tanto c’è la scheda e la foto memoria di un soldato morto in azione, e sono tutti molto giovani. Quello però che incuriosisce è ogni tanto l’appello di un reparto militare – formato in genere da specialisti – che chiede apertamente ai civili una sottoscrizione per migliorare il proprio equipaggiamento: chi ha bisogno di stivali nuovi, di medicinali o di giubbetti antiproiettile, di elmetti o addirittura di razioni di cibo. Anche se è un esercito formato in gran parte da riservisti, a tutto ciò non dovrebbe provvedere l’intendenza? Un amico ebreo m’ha dato la spiegazione: è un modo per rinsaldare i legami fra un reparto e la comunità che lo sostiene.

GUERRA… fino a quando?

Opera di Daniela Passi per la mostra “Bandiera per la Pace”

iamo a giugno e due guerre in corso sono tuttora senza una soluzione a breve termine. Parliamo ovviamente del conflitto in Ucraina e quello a Gaza. Il primo ormai dura da oltre due anni, l’altro “solo” da otto mesi. Si tratta di guerre diverse una dall’altra e diversamente sentite. Geograficamente è più vicina a noi quella che si combatte in Ucraina, ma stranamente la mobilitazione giovanile si concentra piuttosto sulla striscia di Gaza. Eppure se un giorno dovremo andare al fronte, non sarà certo al valico di Rafah. Era dalla Guerra Fredda che non si parlava più di deterrenza, riarmo, ripristino della leva, costose esercitazioni militari in grande scala. La NATO se non fosse stato per l’azzardo di Putin aveva da tempo perso la sua funzione originaria, che era appunto difendere l’Europa da un’invasione sovietica. Europa ambigua come al solito: tutti vogliono aiutare l’Ucraina, ma lo fanno in ordine sparso, senza un vero coordinamento. Forse l’immagine simbolica dell’Europa è proprio Nemo, il cantante che ha vinto l’Eurofestival, metafora del mutante in bilico. Questo mentre a Karkiv (Karchov per i russi) si combatte come nella seconda G.M. (storicamente sarebbe la quarta battaglia) e quasi con le stesse tattiche: droni e missili a parte, i russi hanno solo da poco scoperto l’infiltrazione e continuano a combattere come nelle due guerre mondiali, mandando avanti carri e fanteria su tutto il fronte dopo aver sparato migliaia di colpi di artiglieria. Difficile capire fin dove possono arrivare, i progressi sul campo sono molto lenti e probabilmente cercano di saldare i vuoti nello sparso schieramento tra il Donbass e Odessa. Come ho già scritto, in una guerra di logoramento conta più la capacità di rifornire il fronte di uomini e mezzi rispetto all’arte della guerra vera e propria, dove i russi hanno dimostrato di avere scarso coordinamento fra le armi e una scuola di guerra antiquata. Ma hanno dalla loro parte risorse demografiche e industriali quasi infinite e questo alla lunga conta. Le varie iniziative di alcuni stati europei di reintrodurre il servizio di leva o di potenziare la produzione di armamenti richiedono tempo e risorse. In più, c’è una generazione per motivi storici totalmente estranea all’idea stessa di guerra in casa, e se gli ucraini stessi faticano a convincere i loro giovani ad andare al fronte, figurarsi gli altri. Nel frattempo anche a Gaza si continua a morire e ci si chiede che fine abbia fatto l’ONU.

Resta inoltre un problema di non poco momento: come analizzare i dati di una guerra. E’ chiaro che ogni parte tira l’acqua al proprio mulino, la propaganda e la disinformazione sono sempre esistite e adesso sono amplificate dai social e dai nuovi mass media. In genere io capisco se la fonte è russa o ucraina dalla grafia con cui sono scritti i nomi delle città e dei villaggi e seguo in genere più fonti insieme cercando di avere anche mappe aggiornate del terreno di scontro, ma foto e documenti vanno sempre vagliati con attenzione. Molti giornalisti vengono cacciati o perseguitati, quindi è difficile avere un quadro realistico del fronte, sia quello ucraino che quello palestinese. L’importante è controllare le fonti e non credere mai troppo neanche alle foto o ai brevi video (commentati sempre con musica rock, ndr.): ormai con l’IA è possibile anche creare dei falsi perfetti. Il vecchio metodo della storiografia – raccogliere documenti originali e analizzarli – si deve aggiornare ai tempi nuovi. E propone nuove sfide agli analisti.

Segni di Guerra

Ai Balcani e alle atrocità della guerra tra ex iugoslavi sono stati dedicati diversi libri, scritti da differenti angolazioni e sensibilità.

Nello scritto di Demetrio Volcic (Sarajevo, Nuova Eri-Mondadori, pp. 230, £. 29.000) emerge la natura bellicosa del popolo balcanico, l’odio profondo che “unisce” nella quotidianità i serbi e croati e i piani Nato per ristabilire l’ordine a Sarajevo e nella Bosnia, ma anche l’impotenza davanti a questa carneficina d’innocenti.

Quello di Chiara Valentini (L’arma dello stupro, ed. Luna) è di prossima uscita. Nel libro di Anna Cataldi Sarajevo. Voci di un assedio (Baldini & Castoldi, pp. 169, £. 20.000) sono raccolte una settantina di lettere di genitori ai figli, di ragazzi ai loro amici, di gente rimasta nella capitale bosniaca ai conoscenti diventati profughi. Con Cieli di piombo di Mimmo Lombezzi (ed. e/o, pp. 130, £. 12.OOO) si passa alla ricerca della “riproducibilità” dei rumori e delle sensazioni di guerra di tutti contro tutti. E inoltre di Slavenka Drakulic Balkan Express, di L. Lusenti e L.Miamì, Profugbi, ed. Comedit, G. Riva e M. Ventura, Iugoslavia, il nuovo medioevo, ed. Mursia. Iugoslavia. Dentro la guerra, di Fulvio Molinari e Antonio Sama (ed. Goriziana, pp; 207, £. 40.000). Non solo all’ex Iugoslavia, ma a tutte le secessioni e agli integralismi è dedicato il libro a più mani Delle guerre civili (ed. Manifestolibri, pp. 91, £. 10.000). In molti di questi scritti appaiono anche i bambini e il loro essere tra la paure e assuefazione, con l’unica colpa di trovarsi in una terra martoriata.

Una terra in guerra civile, un conflitto dilagante, uno scontro tribale che ogni giorno sembra quello della non guerra, ma che in realtà è solo un:ennesima promessa mancata. Un conflitto del “sospetto” e originato dalla mentalità balcanica, dall’estrema diffidenza verso il vicino e quindi colpire per primi, prima di essere le vittime.

… un mondo dove la sopravvivenza è violenza, la libertà è un sogno e la giustizia è un imbroglio, …” Oriana Fallaci, 1975.

da EcoTipo – L’Evasione Possibile
del settembre 1993