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Vincenzo Scolamiero: la pittura come spazio interiore

Presso l’Ex Mattatoio, nel Padiglione 9a, è in corso fino al 17 maggio 2026 la mostra Con qualche parte della terra, dedicata a Vincenzo Scolamiero. L’ingresso gratuito e gli orari accessibili (dal martedì alla domenica, dalle 11.00 alle 20.00) rendono questa esposizione un’occasione preziosa per avvicinarsi a una delle ricerche pittoriche più raffinate del panorama italiano contemporaneo.

Fin dal primo impatto, gli spazi pittorici di Scolamiero si rivelano come territori sospesi, in cui l’astrazione non esclude ma anzi accoglie la figurazione. Pagine leggere sembrano sollevarsi nell’aria, rametti e fioriture emergono come tracce naturali, mentre lettere e note si intrecciano in una sorta di danza silenziosa. In questo apparente sfarfallio pittorico si percepisce tuttavia una struttura profonda, un ordine che tiene insieme paesaggi urbani accennati, libri aperti e fondi scuri che evocano superfici ceramiche, quasi a suggerire una memoria materica.

Il progetto espositivo attraversa quindici anni di ricerca dell’artista, docente presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, città in cui vive e lavora. Un arco temporale significativo che consente di cogliere l’evoluzione di un linguaggio complesso, dalle prime esperienze fino alle opere più recenti. In mostra sono raccolti oltre trenta lavori tra tele, tavole, carte e libri d’artista, restituendo una visione ampia e articolata della sua produzione.

Al centro della poetica di Scolamiero si colloca una tensione continua tra arti visive, poesia e musica. La pittura diventa così luogo di riflessione e di ascolto interiore, uno spazio in cui si depositano le tracce minime del quotidiano. Non è un caso che il titolo della mostra derivi da un verso della poetessa Louise Glück: Con qualche parte della terra allude a un legame profondo e totalizzante con il mondo, che si manifesta nelle opere attraverso segni discreti, allusivi, spesso fragili, ma carichi di significato.

Il percorso espositivo è costruito come una progressiva immersione. Le prime sale accolgono lavori essenziali, caratterizzati da un equilibrio compositivo fondato su pochi elementi e su una sospensione quasi meditativa dello spazio. Procedendo, la pittura si fa più densa e articolata: cresce la complessità tonale e strutturale, riflesso di un dialogo sempre più intenso con la musica e la poesia. I titoli delle opere dichiarano apertamente queste relazioni, evocando figure come Piero Bigongiari, Harrison Birtwistle e Luigi Nono.

Un elemento centrale della mostra è anche l’attenzione alla dimensione tecnica. L’allestimento valorizza la continua sperimentazione dell’artista: pigmenti, oli, inchiostri e acrilici convivono in superfici in cui la materia pittorica si stratifica con leggerezza. Le velature morbide, i trapassi luminosi e la varietà dei segni rivelano un processo creativo profondamente fisico, in cui il corpo dell’artista – mano, respiro, gesto – diventa parte integrante dell’opera.

Ne emerge una pittura dinamica, attraversata da tensioni sottili tra pieno e vuoto. Proprio il vuoto, lungi dall’essere assenza, si configura come elemento costruttivo fondamentale: uno spazio attivo, generativo, che accoglie e mette in relazione le forme.

Ad accompagnare la mostra, un catalogo bilingue edito da De Luca Editori d’Arte, con testi critici di Francesca Bottari e Maria Vittoria Pinotti, approfondisce i nuclei teorici e poetici della ricerca di Scolamiero.

Con qualche parte della terra non è soltanto una retrospettiva, ma un invito a sostare in uno spazio pittorico che si offre come esperienza sensibile e meditativa, dove ogni traccia – per quanto minima – diventa segno di una relazione profonda con il mondo e con il tempo.

Dominique Pasquet: l’identità contemporanea nello sguardo fotografico

Domenica 12 aprile 2026, negli spazi di Storie Contemporanee Studio Ricerca Documentazione, si inaugura la prima mostra personale romana di Dominique Pasquet, dal titolo “Elle pourrait s’appeler Mona”. L’esposizione, a cura di Anna Cochetti, si inserisce nel progetto STORIECONTEMPORANEE e propone una riflessione intensa e attuale sull’identità individuale e collettiva.

La mostra raccoglie una selezione di circa dieci fotografie tratte dall’omonimo volume Elle pourrait s’appeler Mona, articolato in sei serie di ritratti. L’opera di Pasquet si muove sul confine tra fotografia documentaria e indagine esistenziale: una vera e propria “sociologia in atto”, capace di restituire il volto della Francia di oggi attraverso una pluralità di soggetti.

Tra questi, giovani estetiste in formazione, famiglie omogenitoriali che hanno fatto ricorso alla procreazione assistita, ciclisti veterani, persone transgender, individui che hanno scelto di modificare permanentemente il proprio corpo. Un mosaico umano che sfida stereotipi e invita a interrogarsi su identità, rappresentazione e appartenenza.

Le immagini di Pasquet superano il semplice dato documentario: ogni scatto è il risultato di un incontro. Si crea così un triplice movimento — tra fotografo, soggetto e osservatore — che trasforma il ritratto in uno spazio di relazione e riflessione.

Le domande emergono silenziosamente ma con forza: Chi sono? Chi siamo? Che immagine diamo? Quale vorremmo offrire di noi stessi? È in questa tensione che la fotografia si fa strumento di comprensione profonda dell’esistenza contemporanea.

Il lavoro fotografico si espande oltre l’immagine, diventando anche un progetto letterario. Pasquet ha coinvolto numerosi intellettuali francesi, invitandoli a scrivere testi ispirati ai ritratti. Tra questi figurano Pierre Assouline, Axel Kahn, Marie-Dominique Lelièvre e Nicolas Domenach.

Il volume è arricchito dalla prefazione di Thierry Grillet e da contributi critici di Dominique Baqué, con introduzione di Alain Genestar. Il libro sarà presentato durante la mostra, sottolineando il dialogo tra immagine e parola.

Dominique Pasquet vive e lavora a Rouen. Direttore artistico del gruppo Claude Perdriel da oltre trent’anni, ha firmato l’identità visiva di importanti riviste francesi come Challenges, Sciences et Avenir, La Recherche e Le Nouvel Observateur. La sua ricerca fotografica si distingue per la capacità di coniugare estetica editoriale e profondità umana.


Questa mostra rappresenta un’occasione preziosa per confrontarsi con uno sguardo lucido e sensibile sulla contemporaneità, dove il ritratto diventa specchio delle trasformazioni sociali e delle infinite possibilità dell’identità.


Dominique Pasquet
Elle pourrait s’appeler Mona
Dal 12 al 23 aprile 2026

Storie Contemporanee
Studio Ricerca Documentazione
via Alessandro Poerio 16/b
Roma

A cura di Anna Cochetti

Orari:
dal martedì al venerdì
dalle 17.30 alle 19.30
(su appuntamento)
al 3288698229

Inaugurazione:
Domenica 12 aprile 2026, ore 11.30 – 13.30

Finissage
Giovedì 23 aprile 2026, ore 17.30 – 19.30

Evento speciale
Sabato 18 aprile 2026, apertura straordinaria nell’ambito di Strade dell’Arte, progetto di Art Sharing Roma
Orari: 11.00 – 14.00 / 18.00 – 21.00

Orari di apertura
Martedì – Venerdì, ore 17.30 – 19.30
Su appuntamento: 328 8698229


Claudia Bellocchi: La distopia del presente

La recente personale di Claudia Bellocchi si configura come un percorso coerente e stratificato che indaga le molteplici forme della violenza — simbolica, culturale e tecnologica — attraverso cui il corpo e l’identità vengono progressivamente erosi. La mostra, concepita anche come omaggio ai vent’anni del Museo de la Mujer di Buenos Aires CABA (2006-2026), trova il suo fulcro nel video “¿La Follia è Donna?”, realizzato con l’ausilio dell’intelligenza artificiale. Quest’opera non è solo un dispositivo narrativo, ma una lente attraverso cui leggere l’intera produzione esposta: un racconto visivo che proietta nel presente una distopia inquietante, dove tecnologia senza etica e cultura patriarcale convergono in un processo di oggettivazione sistemica.

Il percorso si apre con “Il pianto di elicriso”, che introduce immediatamente il tono elegiaco e perturbante della mostra. La natura non appare più come luogo di rifugio, ma come vittima sacrificale di un’esistenza frammentata. L’elicriso che piange diventa emblema di un’armonia perduta, mentre la figura umana — deformata e dolorosa — allude a un’identità ridotta a merce, barattata e spezzata. In questa visione, la ferita ecologica coincide con quella esistenziale: la violenza sull’ambiente e quella sul corpo si rispecchiano fino a confondersi.

Con “Ronzio in testa”, Bellocchi affronta il tema della scienza priva di coscienza etica. Il volto, dominato da tonalità fredde e da una frammentazione nervosa, non è più ritratto ma campo di interferenze. L’asimmetria dello sguardo — uno vitreo e quasi meccanico, l’altro ancora umano — visualizza la tensione tra controllo tecnologico e residuo di coscienza.

Il riferimento implicito alla creatura di Mary Shelley e al mito di Frankenstein emerge come metafora della creazione che sfugge al suo creatore: una “figlia oscura” della modernità, generata da una scienza incapace di interrogarsi sulle proprie responsabilità.

In “Ragione e sentimento” si compie il collasso dell’individuo. Figure urlanti e cromie violente restituiscono la percezione di una scissione insanabile, dove la razionalità imposta da una logica di dominio soffoca la dimensione emotiva. L’identità si dissolve: nome, voce e memoria sembrano svanire in un ambiente saturo, dove l’essere umano perde i propri confini fino a diventare parte del sistema che lo consuma.

L’intero corpus espositivo può essere letto come una progressiva perdita di forma e di coscienza, per inserie nel lungo dialogo con il Museo de la Mujer e prosegue la riflessione avviata nei cicli precedenti, tra cui Tanaliberatutti, dedicato alla violenza di genere, agli abusi e al rapporto tra identità e libertà.

La deformazione del volto diventa simbolo della dissoluzione del sé, con cromie fredde e tratti convulsi che evocano un’umanità anestetizzata.

La carnalità negata, evidente nei contrasti cromatici e nelle ferite visive, riflette la mercificazione del corpo e la manipolazione biologica.

L’urlo silenzioso della scissione culmina nell’astrazione, dove individuo e ambiente si fondono in un unico campo di tensione.

La distopia di Bellocchi non appartiene a un futuro remoto: è radicata in un “vivere scisso” contemporaneo, in cui tecnologia e strutture di potere agiscono come agenti trasformativi dell’identità. Il video conclusivo suggella questa visione con un avvertimento che risuona come eco lungo tutto il percorso: la perdita della voce e del nome segna l’inizio di una condizione post-umana dalla quale, forse, è già troppo tardi per tornare indietro.


Claudia Bellocchi
¿La Follia è Donna?
Dall’8 al 21 marzo 2026

Storie Contemporanee
Studio Ricerca Documentazione

via Alessandro Poerio 16/b
Roma

A cura di Anna Cochetti

Inaugurazione:
l’8 marzo 2026 dalle 11,30 alle 13,30

Finissage: ore

Orari:
dal martedì al venerdì
dalle 17.30 alle 19.30
(su appuntamento)
al 3288698229


Ariela Böhm: La Memoria attraverso il ricordo

Dal 27 gennaio 2026, in occasione della Giornata della Memoria, la Casa della Memoria e della Storia di Roma ospita Attraversare il ricordo, la mostra di Ariela Böhm che affronta in modo diretto e non conciliatorio il tema della Shoah e delle sue modalità di trasmissione nel presente. L’esposizione, visitabile fino al 13 febbraio 2026, propone un percorso artistico che interroga il ruolo dell’arte come strumento di conoscenza, capace di affiancare – senza sostituirla – la ricostruzione storica e documentale.

Il progetto nasce da una riflessione profondamente personale. Ariela Böhm, donna ebrea della diaspora e nipote di nonni assassinati dai nazisti, affronta la Shoah non solo come evento storico ma come sistema razionale di pianificazione, controllo e annientamento dell’individuo. La memoria, in questo lavoro, non è mai distante o neutra: è attraversata dal vissuto, dalle emozioni e da ferite che continuano a interrogare il presente.

Elemento centrale della mostra è il simbolo della “fila”, intesa come dispositivo di obbedienza, selezione e discriminazione. L’artista costruisce un percorso di accesso ai luoghi della memoria che impone al visitatore regole arbitrarie, invitandolo a sperimentare, seppur in forma simbolica e temporanea, una condizione di esclusione e sottomissione. L’esperienza estetica si trasforma così in esperienza corporea, rendendo tangibile ciò che spesso resta confinato nella dimensione astratta del racconto storico.

Durante l’incontro inaugurale il confronto si è concentrato sull’efficacia dell’arte come linguaggio evocativo, capace di agire non solo sul piano cognitivo ma anche su quello emotivo. L’immedesimazione, pur sollevando interrogativi etici e psicologici, può lasciare una traccia profonda e duratura, soprattutto nelle generazioni più giovani. In questo senso Attraversare il ricordo si propone come un modello di partecipazione attiva, necessario per trasmettere la portata della sopraffazione vissuta dai deportati.

Gran parte delle opere esposte è successiva al trauma del 7 ottobre e riflette un tempo segnato da paura, frattura e smarrimento, ma anche da un ostinato desiderio di pace. In Nodi frattali un groviglio sempre più fitto incombe nel cielo come una minaccia costante; Shalom e Give Peace a Chance cercano, con linguaggi diversi, di riattivare parole e gesti di riconciliazione dopo l’orrore. Frattura (2025) mette in scena la spaccatura tra società e posizioni inconciliabili, ma anche una lacerazione interiore, intima.

Particolarmente significativa è l’opera Senza parole, evoluzione del lavoro Che la memoria di ciò che è stato si fonda con la materia che ospita il nostro pensiero (1999–2004). Qui i neuroni, un tempo fusi con immagini dell’orrore, appaiono avvizziti e in fase di distacco, evocando il rischio dell’oblio. Un oblio che non dipende solo dal trascorrere del tempo, ma anche dalle distorsioni del linguaggio e dagli slittamenti semantici che minacciano di svuotare la memoria del suo fondamento storico.

Il secolo scorso è stato attraversato da numerosi massacri: dai pogrom russi alle marce forzate imposte agli armeni dall’Impero ottomano, dalla Shoah alla mattanza in Ruanda, fino ai conflitti nell’ex Jugoslavia e alle persecuzioni contro i curdi. Eppure quanto accaduto il 7 ottobre si distingue anche rispetto ai ripetuti attentati contro le comunità ebraiche nel mondo, come quello avvenuto a Bondi Beach, in Australia, lo scorso dicembre durante una celebrazione. In molti casi la violenza è maturata attraverso conflitti o progressive escalation; il 7 ottobre, invece, l’irruzione è stata improvvisa, mettendo in discussione l’idea stessa di luogo sicuro e generando una catena di tragedie che continua a produrre morte e smarrimento.

Tra le opere in mostra figurano anche tre elaborazioni fotografiche in cui nodi su nodi si sovrappongono a macerie su macerie. Ne emerge una visione distopica del futuro: un mondo ridotto a rovine, privo di umanità, in cui l’accumulo delle distruzioni diventa metafora dell’incapacità collettiva di interrompere la ripetizione della violenza.

Come sottolinea la stessa Ariela Böhm, si tratta di opere “di parte”, perché radicate in un’esperienza personale. È però proprio attraverso l’ascolto e la condivisione delle storie individuali che può svilupparsi l’empatia, alternativa alla contrapposizione violenta. Attraversare il ricordo non offre risposte definitive, ma apre uno spazio di attraversamento della storia, delle emozioni e delle responsabilità del presente: un percorso necessario, soprattutto oggi, per continuare a interrogare il senso della memoria e il suo ruolo nel nostro tempo.

Ariela Böhm: La Memoria attraverso il Ricordo

Il 27 gennaio 2026, in occasione della Giornata della Memoria, la Casa della Memoria e della Storia di Roma ospita la mostra Attraversare il ricordo di Ariela Böhm, un progetto artistico e di riflessione che interroga in profondità le modalità contemporanee di trasmissione della Shoah e il ruolo dell’arte nel mantenere viva la memoria storica.

L’inaugurazione, prevista alle ore 17.00, sarà preceduta da un incontro pubblico di presentazione del progetto e dalla proiezione del video Attraversare il ricordo, cui prenderanno parte, insieme all’artista, autorevoli studiosi e intellettuali: Fiorella Bassan (Sapienza Università di Roma), Dario Evola (Accademia di Belle Arti di Roma), Gadi Luzzatto Voghera (Direttore Fondazione CDEC), David Meghnagi (Università Roma Tre, Psicoanalista SPI, Editor in Chief Trauma and Memory). Coordina l’incontro Bianca Cimiotta Lami, vicepresidente della FIAP – Federazione Italiana Associazioni Partigiane.

La mostra resterà visitabile fino al 4 febbraio 2026.

Il cuore della proposta nasce da una riflessione profondamente personale di Ariela Böhm, che, partendo dalla propria storia familiare – in quanto donna ebrea della diaspora e nipote di nonni assassinati dai nazisti – indaga la Shoah non solo come evento storico, ma come sistema di pianificazione, controllo e annientamento dell’individuo. In questo percorso, la memoria non è mai neutra né distante: è attraversata dal vissuto, dalle emozioni e dalle ferite che ancora interrogano il presente.

Elemento centrale del progetto è il simbolo della “fila”, intesa come dispositivo di obbedienza e discriminazione. L’artista immagina un percorso di accesso ai luoghi della memoria che sottopone il visitatore a regole arbitrarie, invitandolo a sperimentare, seppur in forma simbolica e temporanea, una condizione di esclusione e sottomissione. L’esperienza artistica diventa così uno strumento di conoscenza che affianca – senza sostituirla – la conoscenza storica e documentale, stimolando una comprensione più profonda e incarnata.

Il dialogo proposto durante l’incontro inaugurale si concentra proprio sull’efficacia dell’arte come linguaggio evocativo, capace di agire a un livello non solo cognitivo ma emotivo. L’immedesimazione, sostengono i relatori, può lasciare una traccia indelebile nel vissuto delle persone, pur ponendo interrogativi etici e psicologici che meritano un’attenta riflessione. In questo senso, Attraversare il ricordo si configura come un invito a sperimentare nuove forme di partecipazione attiva, fondamentali per trasmettere alle generazioni future la portata della sopraffazione vissuta dai deportati.

Le opere esposte nelle sale della Casa della Memoria sono quasi tutte successive al trauma del 7 ottobre, e riflettono un tempo segnato da paura, frattura e smarrimento, ma anche da un ostinato desiderio di pace. In Nodi frattali un groviglio sempre più denso incombe nel cielo come una minaccia costante; Shalom e Give peace a chance cercano, ciascuna a suo modo, di far nascere parole e gesti di riconciliazione dopo l’orrore. Frattura (2025) mette in scena la spaccatura tra società e opinioni divergenti, ma anche una frattura interiore, intima.

Particolarmente significativa è l’opera Senza parole, evoluzione di Che la memoria di ciò che è stato si fonda con la materia che ospita il nostro pensiero (1999–2004): qui i neuroni, un tempo fusi con le immagini dell’orrore, appaiono avvizziti e in via di distacco, evocando il rischio dell’oblio. Un oblio non solo legato al passare del tempo, ma anche agli slittamenti semantici e alle distorsioni del linguaggio che minacciano di svuotare la memoria del suo ancoraggio storico.

Come afferma la stessa Ariela Böhm, si tratta di opere “di parte”, perché nate da un vissuto personale. Ma è proprio attraverso l’ascolto e la condivisione delle storie individuali che può svilupparsi l’empatia, alternativa alla contrapposizione violenta. La memoria, pur frammentata e talvolta conflittuale, può diventare una via per il dialogo e per la costruzione di un futuro fondato sul reciproco riconoscimento.

Attraversare il ricordo non offre risposte definitive, ma apre uno spazio di attraversamento: della storia, delle emozioni, delle responsabilità del presente. Un percorso necessario, soprattutto oggi, per continuare a interrogare il senso della memoria e il suo ruolo nel nostro tempo.