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Ariela Böhm: La Memoria attraverso il ricordo

Dal 27 gennaio 2026, in occasione della Giornata della Memoria, la Casa della Memoria e della Storia di Roma ospita Attraversare il ricordo, la mostra di Ariela Böhm che affronta in modo diretto e non conciliatorio il tema della Shoah e delle sue modalità di trasmissione nel presente. L’esposizione, visitabile fino al 13 febbraio 2026, propone un percorso artistico che interroga il ruolo dell’arte come strumento di conoscenza, capace di affiancare – senza sostituirla – la ricostruzione storica e documentale.

Il progetto nasce da una riflessione profondamente personale. Ariela Böhm, donna ebrea della diaspora e nipote di nonni assassinati dai nazisti, affronta la Shoah non solo come evento storico ma come sistema razionale di pianificazione, controllo e annientamento dell’individuo. La memoria, in questo lavoro, non è mai distante o neutra: è attraversata dal vissuto, dalle emozioni e da ferite che continuano a interrogare il presente.

Elemento centrale della mostra è il simbolo della “fila”, intesa come dispositivo di obbedienza, selezione e discriminazione. L’artista costruisce un percorso di accesso ai luoghi della memoria che impone al visitatore regole arbitrarie, invitandolo a sperimentare, seppur in forma simbolica e temporanea, una condizione di esclusione e sottomissione. L’esperienza estetica si trasforma così in esperienza corporea, rendendo tangibile ciò che spesso resta confinato nella dimensione astratta del racconto storico.

Durante l’incontro inaugurale il confronto si è concentrato sull’efficacia dell’arte come linguaggio evocativo, capace di agire non solo sul piano cognitivo ma anche su quello emotivo. L’immedesimazione, pur sollevando interrogativi etici e psicologici, può lasciare una traccia profonda e duratura, soprattutto nelle generazioni più giovani. In questo senso Attraversare il ricordo si propone come un modello di partecipazione attiva, necessario per trasmettere la portata della sopraffazione vissuta dai deportati.

Gran parte delle opere esposte è successiva al trauma del 7 ottobre e riflette un tempo segnato da paura, frattura e smarrimento, ma anche da un ostinato desiderio di pace. In Nodi frattali un groviglio sempre più fitto incombe nel cielo come una minaccia costante; Shalom e Give Peace a Chance cercano, con linguaggi diversi, di riattivare parole e gesti di riconciliazione dopo l’orrore. Frattura (2025) mette in scena la spaccatura tra società e posizioni inconciliabili, ma anche una lacerazione interiore, intima.

Particolarmente significativa è l’opera Senza parole, evoluzione del lavoro Che la memoria di ciò che è stato si fonda con la materia che ospita il nostro pensiero (1999–2004). Qui i neuroni, un tempo fusi con immagini dell’orrore, appaiono avvizziti e in fase di distacco, evocando il rischio dell’oblio. Un oblio che non dipende solo dal trascorrere del tempo, ma anche dalle distorsioni del linguaggio e dagli slittamenti semantici che minacciano di svuotare la memoria del suo fondamento storico.

Il secolo scorso è stato attraversato da numerosi massacri: dai pogrom russi alle marce forzate imposte agli armeni dall’Impero ottomano, dalla Shoah alla mattanza in Ruanda, fino ai conflitti nell’ex Jugoslavia e alle persecuzioni contro i curdi. Eppure quanto accaduto il 7 ottobre si distingue anche rispetto ai ripetuti attentati contro le comunità ebraiche nel mondo, come quello avvenuto a Bondi Beach, in Australia, lo scorso dicembre durante una celebrazione. In molti casi la violenza è maturata attraverso conflitti o progressive escalation; il 7 ottobre, invece, l’irruzione è stata improvvisa, mettendo in discussione l’idea stessa di luogo sicuro e generando una catena di tragedie che continua a produrre morte e smarrimento.

Tra le opere in mostra figurano anche tre elaborazioni fotografiche in cui nodi su nodi si sovrappongono a macerie su macerie. Ne emerge una visione distopica del futuro: un mondo ridotto a rovine, privo di umanità, in cui l’accumulo delle distruzioni diventa metafora dell’incapacità collettiva di interrompere la ripetizione della violenza.

Come sottolinea la stessa Ariela Böhm, si tratta di opere “di parte”, perché radicate in un’esperienza personale. È però proprio attraverso l’ascolto e la condivisione delle storie individuali che può svilupparsi l’empatia, alternativa alla contrapposizione violenta. Attraversare il ricordo non offre risposte definitive, ma apre uno spazio di attraversamento della storia, delle emozioni e delle responsabilità del presente: un percorso necessario, soprattutto oggi, per continuare a interrogare il senso della memoria e il suo ruolo nel nostro tempo.

Ariela Böhm: La Memoria attraverso il Ricordo

Il 27 gennaio 2026, in occasione della Giornata della Memoria, la Casa della Memoria e della Storia di Roma ospita la mostra Attraversare il ricordo di Ariela Böhm, un progetto artistico e di riflessione che interroga in profondità le modalità contemporanee di trasmissione della Shoah e il ruolo dell’arte nel mantenere viva la memoria storica.

L’inaugurazione, prevista alle ore 17.00, sarà preceduta da un incontro pubblico di presentazione del progetto e dalla proiezione del video Attraversare il ricordo, cui prenderanno parte, insieme all’artista, autorevoli studiosi e intellettuali: Fiorella Bassan (Sapienza Università di Roma), Dario Evola (Accademia di Belle Arti di Roma), Gadi Luzzatto Voghera (Direttore Fondazione CDEC), David Meghnagi (Università Roma Tre, Psicoanalista SPI, Editor in Chief Trauma and Memory). Coordina l’incontro Bianca Cimiotta Lami, vicepresidente della FIAP – Federazione Italiana Associazioni Partigiane.

La mostra resterà visitabile fino al 4 febbraio 2026.

Il cuore della proposta nasce da una riflessione profondamente personale di Ariela Böhm, che, partendo dalla propria storia familiare – in quanto donna ebrea della diaspora e nipote di nonni assassinati dai nazisti – indaga la Shoah non solo come evento storico, ma come sistema di pianificazione, controllo e annientamento dell’individuo. In questo percorso, la memoria non è mai neutra né distante: è attraversata dal vissuto, dalle emozioni e dalle ferite che ancora interrogano il presente.

Elemento centrale del progetto è il simbolo della “fila”, intesa come dispositivo di obbedienza e discriminazione. L’artista immagina un percorso di accesso ai luoghi della memoria che sottopone il visitatore a regole arbitrarie, invitandolo a sperimentare, seppur in forma simbolica e temporanea, una condizione di esclusione e sottomissione. L’esperienza artistica diventa così uno strumento di conoscenza che affianca – senza sostituirla – la conoscenza storica e documentale, stimolando una comprensione più profonda e incarnata.

Il dialogo proposto durante l’incontro inaugurale si concentra proprio sull’efficacia dell’arte come linguaggio evocativo, capace di agire a un livello non solo cognitivo ma emotivo. L’immedesimazione, sostengono i relatori, può lasciare una traccia indelebile nel vissuto delle persone, pur ponendo interrogativi etici e psicologici che meritano un’attenta riflessione. In questo senso, Attraversare il ricordo si configura come un invito a sperimentare nuove forme di partecipazione attiva, fondamentali per trasmettere alle generazioni future la portata della sopraffazione vissuta dai deportati.

Le opere esposte nelle sale della Casa della Memoria sono quasi tutte successive al trauma del 7 ottobre, e riflettono un tempo segnato da paura, frattura e smarrimento, ma anche da un ostinato desiderio di pace. In Nodi frattali un groviglio sempre più denso incombe nel cielo come una minaccia costante; Shalom e Give peace a chance cercano, ciascuna a suo modo, di far nascere parole e gesti di riconciliazione dopo l’orrore. Frattura (2025) mette in scena la spaccatura tra società e opinioni divergenti, ma anche una frattura interiore, intima.

Particolarmente significativa è l’opera Senza parole, evoluzione di Che la memoria di ciò che è stato si fonda con la materia che ospita il nostro pensiero (1999–2004): qui i neuroni, un tempo fusi con le immagini dell’orrore, appaiono avvizziti e in via di distacco, evocando il rischio dell’oblio. Un oblio non solo legato al passare del tempo, ma anche agli slittamenti semantici e alle distorsioni del linguaggio che minacciano di svuotare la memoria del suo ancoraggio storico.

Come afferma la stessa Ariela Böhm, si tratta di opere “di parte”, perché nate da un vissuto personale. Ma è proprio attraverso l’ascolto e la condivisione delle storie individuali che può svilupparsi l’empatia, alternativa alla contrapposizione violenta. La memoria, pur frammentata e talvolta conflittuale, può diventare una via per il dialogo e per la costruzione di un futuro fondato sul reciproco riconoscimento.

Attraversare il ricordo non offre risposte definitive, ma apre uno spazio di attraversamento: della storia, delle emozioni, delle responsabilità del presente. Un percorso necessario, soprattutto oggi, per continuare a interrogare il senso della memoria e il suo ruolo nel nostro tempo.

Shoah: Una Memoria d’immagini tra passato e presente

La mostra è un progetto in progress che nasce da una riflessione su come l’Arte, oggi più che mai, possa esprimersi attraversando la Storia e la sua Memoria, per poi restituirla rinnovata e nello specifico attraverso la Fotografia e la Grafica d’Arte. Già presentata alla Casa della Memoria e della Storia di Roma e a Civita Castellana.

Un’iniziativa per raccontare la memoria della Shoah attraverso le opere di artisti contemporanei con un accento di tipo interpretativo più che storico o celebrativo e vuole riflettere su come i linguaggi del contemporaneo possano percepire, leggere e interpretare le vite e gli avvenimenti di un periodo storico difficile da dimenticare, che riguarda le vittime, i luoghi e gli accadimenti relativi alla persecuzione antiebraica fra il 1939 e il 1945, cercando così di cogliere ciò che rimane vivo del passato alla memoria.

Le immagini in esposizione provengono da racconti incontrati ma anche cercati, sono frutto di esperienze personali e di straordinarie storie di vita, sono i luoghi simbolo del pianto e dell’orrore, sono i ricordi della memoria che tramandata da generazione a generazione, da nonno a nipote getta uno sguardo anche nell’ottimismo e nella forza della rinascita: sono visioni della memoria.

Provenienti da percorsi diversi e con mezzi espressivi comuni, gli artisti sono chiamati a fermare il tempo, e attraverso la sensibilità delle personali visioni ci regalano una riflessione e una domanda su come, oggi, la Memoria della Shoah possa essere raccontata e rappresentata.

Questa mostra vuole indicare una strada, ampliando lo sguardo che oltre a cogliere il racconto della storia, colga il particolare dell’orrore attraverso un’azione artistica che poggi i suoi motivi sullo stesso principio attivo di trasmissione per far nascere un nuovo impulso affinché la memoria oltre che essere una dimensione privata possa sempre più divenire una condizione pubblica, un bene comune e una condizione condivisa e collettiva.

Molti di noi si interrogano come sia possibile affrontare questo tema scottante e pieno di dolore non essendone stati i protagonisti diretti, e quale possa essere la giusta modalità.

Questo è la domanda che oggi ci poniamo affinché la memoria non diventi un concetto astratto tantomeno scomodo per non affrontarlo affinché le nuove generazioni trovino una strada aperta da percorrere anche attraverso gli strumenti dell’arte che come medium trasversale può sorreggere la storia con quello sguardo e quella percezione sottile capace di sostenere tanto orrore e disperazione del ricordo.

E come ci ricorda Pietro Terracina “La memoria è ciò che lega il passato con il presente”.

E proprio per non dimenticare con questa mostra e con i suoi artisti, oggi in occasione della Settimana della Memoria , ricordiamo la SHOAH, quella tempesta devastante, quella catastrofe.

Pensiamo che questa possa essere la funzione dell’Arte nei confronti della Memoria, quella di raccontare, raccoglierne i frammenti per poi restituirli, rendendoli vitali per il ricordo.

Un’esperienza che fino ad oggi ha coinvolto 29 artisti di diversa natura e biografia, molti dei quali di rilevanza internazionale, chiamati ad interpretare attraverso il mezzo della fotografia e della grafica d’arte, la memoria della Shoah.

Con questa esperienza si è potuto osservare come i linguaggi del contemporaneo elaborano, interpretano gli avvenimenti, le vittime, i luoghi e gli accadimenti relativi al periodo che si è svolto tra il 1939 e il 1945.

L’iniziativa si completa con un progetto indirizzato agli studenti che parteciperanno attivamente prendendo a pretesto la nostra mostra per realizzare un lavoro o in forma letterale o in forma visiva che sarà presentato nel mese di maggio ed ad un ampliamento della partecipazione di artisti del territorio.


Shoah. La percezione e lo sguardo del contemporaneo
Dal 25 gennaio al 23 febbraio 2020

Centro culturale Leonardo Da Vinci
San Donà di Piave (Venezia)

Presenti in mostra per la fotografia :
Andy Alpern, Dario Bellini, Marzia Corteggiani, Edoardo Cuzzolin, Valerio De Berardinis, Gian Luca Eulisse Francesco Finotto, Gerri Gambino, Toni Garbasso, Teresa Mancini, Simone Manzato, Cristina Omenetto, Peter Quell, Francesco Radino, George Tatge.

Per la grafica d’arte:
Luisa Baciarlini, Livio Ceschin, Alessia Consiglio, Susanna Doccioli, Elisabetta Diamanti, Marcello Fraietta, Valeria Gasparrini, Cesco Magnolato, Elio Mazzali, Laura Peres, Giorgia Pilozzi, Usama Saad, Gianluca Tedaldi.

A cura di:
Toni Garbasso, Bianca Cimiotta Lami e Giorgia Pilozzi

Promossa da FIAP (Federazione Italiana Associazioni Partigiane)

Il catalogo realizzato per l’occasione riunisce i testi di: Bianca Cimiotta Lami, di Vittorio Calimani, di Aldo Pavia, di Pupa Garriba e del Sindaco e dell’Assessore alla Cultura che con la loro sensibilità ci hanno consentito di trasmettere la memoria attraverso un linguaggio contemporaneo.


Ricordare la Shoah in Italia

di Michela Beatrice Ferri

La risoluzione 60/7 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 1º novembre 2005, durante la 42ª riunione plenaria, ha designato il “Giorno della Memoria” come ricorrenza internazionale che viene celebrata ogni anno – a partire dal 2001 in Italia – il 27 Gennaio per ricordare, per commemorare, le vittime della Shoah.

Il 27 Gennaio del 1945 le truppe dell’Armata Rossa, impegnate nella offensiva Vistola-Oder in direzione della Germania, liberarono il campo di concentramento di Auschwitz.

Per quanto riguarda la Repubblica Italiana, gli articoli 1 e 2 della legge 20 luglio 2000 n. 211 definiscono così le finalità e le celebrazioni del Giorno della Memoria:

«La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.

In occasione del “Giorno della Memoria” di cui all’articolo 1, sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano mai più accadere».

Commemorare significa fare memoria assieme, fare memoria affinchè chi non ha visto, chi non ha conosciuto, possa sapere, possa essere educato alla Storia e quindi ai suoi errori, ai suoi drammi.

In Italia, le pubblicazioni e gli eventi dedicati al Giorno della Memoria sono un valido supporto allo studio, perchè è lo studio – l’osservazione, l’ascolto dei Testimoni – ad aiutare le nuove generazioni a capire, a essere consapevoli, a distinguere i vari momenti della Storia.

Vi è un evento di particolare importanza che va indicato: Domenica 27 gennaio, alle ore 15.00, in via Eupili (all’angolo Abbondio San Giorgio) verrà apposta una targa commemorativa per ricordare la Scuola Ebraica di via Eupili che accolse bambini, ragazzi, docenti, personale espulsi dalle scuole del Regno d’Italia per volere del regime fascista : una scuola nata dalle leggi razziali. Questo evento è parte del progetto “Milano è memoria”, che contribuisce a coltivare la memoria storica e critica delle istituzioni e degli avvenimenti della città. Nel caso della ex Scuola Ebraica di via Eupili il Comune assieme alla Comunità ebraica di Milano e alla Fondazione CDEC, hanno preso l’iniziativa di apporre una targa a ottant’anni dalla emanazione della prima norma antiebraica del fascismo che riguardò la scuola (L 5 gennaio 1939, n. 94, Conversione in legge del Regio decreto-legge 23 settembre 1938-XVI, n. 1630, concernente l’istituzione di scuole elementari per fanciulli di razza ebraica – GU n. 31, 7 febbraio 1939).

Vi sono state, e continuano a avere luogo, le testimonianze dei sopravvissuti, di chi conserva ancora la forza per raccontare – instancabili testimoni della Storia: Liliana Segre, Goti Bauer, Sami Modiano, e altre figure quali Pietro Terracina e Nedo Fiano. Ricordiamo i testi: di Nedo Fiano “A5405” (Edizioni San Paolo, 2018), di Sami Modiano, “Per questo ho vissuto. La mia vita ad Auschwitz-Birkenau e altri esili” (Rizzoli, 2014), di Liliana Segre con Enrico Mentana, “La memoria rende liberi” (Rizzoli, 2015), di Liliana Segre con Daniela Palumbo “Scolpitelo nel vostro cuore. Dal Binario 21 ad Auschwitz e ritorno: un viaggio nella memoria” (Piemme, 2018), di Liliana Segre con Emanuela Zuccalà, “Sopravvissuta ad Auschwitz. Liliana Segre, una delle ultime testimoni della Shoah” (Paoline, 2013), di Alberto Mieli con Ester Mieli, “Eravamo Ebrei” (Marsilio, 2016).

La testimonianza di Liliana Segre ci riporta ad un significativo anniversario: 75 anni fa, il 30 Gennaio 1944, la partenza dal Binario 21 dei sotterranei della Stazione Centrale di Milano di quel convoglio diretto ad Auschwitz, su cui la tredicenne Liliana e suo padre Alberto Segre furono caricati a calci e pugni – fu il treno merci su cui vissero il viaggio della deportazione. All’ingresso di quel luogo che oggi è il Memoriale della Shoah, ecco il grande muro grigio con l’enorme scritta «Indifferenza», suggerita e voluta da Liliana Segre.

È il coraggio dei testimoni della Shoah di raccontare, di rivivere ciò che hanno vissuto nei Lager nazisti, il fondamento e il senso di queste Giornate della Memoria. Dopo le testimonianze di Liliana Segre a Milano, del giorno 15 Gennaio 2019 presso il Teatro degli Arcimboldi e del 22 Gennaio 2019 presso il Teatro alla Scala, sarà Sami Modiano a parlare agli studenti italiani della Shoah – Martedì 11 Febbraio 2019, presso il Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano.

A questo proposito voglio ricordare le parole di Elie Wiesel (1928-2016), pronunciate a Boston nel 1998 in occasione della costituzione della “Associazione Figli della Shoah”: «Ci chiediamo che cosa succederà alla memoria della Shoah quando scomparirà anche l’ultimo sopravvissuto: i suoi figli saranno qui per continuare a testimoniare».

A raccogliere le voci dei testimoni della Shoah è il prezioso documentario “Memoria”, direct-to-video di “Forma International”, del 1997, diretto dal regista Ruggero Gabbai su soggetto di Marcello Pezzetti e di Liliana Picciotto – tra i massimi studiosi italiani della Shoah; una pellicola della Fondazione “Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea” di Milano.

Nel film sono raccontate le testimonianze di circa 90 ebrei sopravvissuti ai campi di sterminio, tra cui quella di Shlomo Venezia, di Rubino Romeo Salmonì, di Nedo Fiano, di Ida Marcheria, di Leone Sabatello, di Liliana Segre, di Alberto Mieli, di Goti Herskovits Bauer, di Settimia Spizzichino, di Piero Terracina, di Sabatino Finzi, di Elisa Springer, di Alberto Sed, di Mario Spizzichino, di Lina Navarro, di Virginia Gattegno, di Dora Venezia, di Raimondo Di Neris, di Matilde Beniacar, di Alessandro Kroo, di Dora Klein, di Luigi Sagi, di Elena Kugler. Il documentario tratta delle diverse fasi della Shoah italiana: dall’applicazione delle leggi antiebraiche del 1938, allo scoppio della guerra, dagli arresti nel 1943 alla deportazione ad Auschwitz, fino alla liberazione e al ritorno a casa. Il documentario “Memoria” verrà proiettato alle ore 19.00 di Lunedì 28 Gennaio 2019, presso l’Aula Magna dell’Università degli Studi di Milano.

Studiosi di storia della Shoah hanno proseguito le loro ricerche dando vita a testi che costituiscono strumenti utili per conoscere la Shoah, per capire la questione storica e le sue conseguenze. A questo proposito, voglio indicare: di Liliana Picciotto, “Salvarsi. Gli ebrei d’Italia sfuggiti alla Shoah. 1943-1945” (Einaudi, 2017), di Michele Sarfatti, “Gli ebrei nell’Italia fascista. Vicende, identità, persecuzione” (Einaudi, 2018), di Marcello Pezzetti, “Il libro della Shoah Italiana” (Einaudi, 2009), di Sergio Luzzatto, “I bambini di Moshe. Gli orfani della Shoah e la nascita di Israele” (Einaudi, 2018), di Anna Vera Sullam Calimani, “I nomi dello sterminio” (Einaudi, 2001), di Francesca Costantini, “I luoghi della memoria ebraica di Milano” (Mimesis, 2016), di Stefania Consenti, “Il futuro della memoria. Conversazioni con Nedo Fiano, Liliana Segre, e Piero Terracina, testimoni della Shoah” (Paoline, 2011), di Stefania Consenti, “Binario 21. Un treno per Auschwitz” (Paoline, 2010), di Frediano Sessi e Carlo Saletti, “Visitare Auschwitz” (Marsilio, 2011).

Dal Memoriale della Shoah di Milano alla Sciesopoli di Selvino in provincia di Bergamo: diversi sono i luoghi in cui in questi giorni ci si appresta a fare memoria, a ricordare ciò che è stata la Shoah e ciò che sono state le sue conseguenze. La Memoria è ravvivata anche attraverso i segni, i monumenti: la posa delle “Pietre di inciampo”; le “Stolpersteine”, così come le ha chiamate il suo artista creatore Gunter Demnig, per depositare, nel tessuto urbanistico e sociale delle città europee, una memoria diffusa dei cittadini deportati nei campi di sterminio nazisti. L’opera consiste nell’incorporare, nel selciato stradale delle città, davanti alle ultime abitazioni delle vittime di deportazioni, piccoli quadrati blocchi in pietra ricoperti da una piastra di ottone posta sulla faccia superiore. Un movimento – oltre che un’opera d’arte diffusa – che si pone come reazione ad ogni forma di negazionismo e di oblio, per ricordare tutte le vittime del Nazional-Socialismo, che per qualsiasi motivo siano state perseguitate: religione, razza, idee politiche, orientamenti sessuali. Anche quest’anno, in questi giorni, nella città di Milano avverrà la posa di altre “Stolpersteine”.

Pubblicato 26 Gennaio 2019
Articolo originale
da Frontiere

grazie a Leonardo Servadio

Il Giorno della Memoria: Una speranza tra tanto odio

Nella grande Storia sono tessuti i racconti di persone che cercano di scivolare tra le trame degli eventi, per sopravvivere ed aiutare, silenziosamente, a sopravvivere.

È sopravvivere quello che una comunità circense cerca di fare, mentre le persecuzioni si trasformano in assassinii, trasformando un circo in un rifugio per l’umanità sgradita alla Germania nazista.

È il circo l’ambientazione scelta dalla scrittrice statunitense Pam Jenoff per il suo “La ragazza della neve” dove Noa viene accolta da Herr Neuhoff e dove Astrid la introduce, per sopravvivere, all’arte del trapezio. La storia delle due donne, Noa e Astrid, che imparano a fidarsi, prende ispirazione dai fatti realmente accaduti.

Noa, una giovane olandese cacciata di casa dopo la scoperta dei genitori del suo essere rimasta incita da un soldato tedesco, nella sua continua fuga salva un neonato ebreo, tra i tanti lasciati morire in un vagone nel freddo dell’inverno. Ad Astrid, ebrea virtuosa del trapezio e ripudiata dal marito ufficiale nazista, Noa non dirà della sua maternità e la rinuncia del figlio appena nato in una struttura per ragazze madri.

Un libro sui buoni sentimenti in un periodo dove si discriminavano le singole persone per la loro appartenenza ad una cultura o piuttosto che ad un’altra, distraendo il popolo da ben altri eventi.

Sono passati 80 anni dalla “Notte dei Cristalli”, passando da una strisciante vessazione ad una aperta persecuzione, prendendo a pretesto, come se i nazisti ne potevano avere bisogno, l’uccisione di un diplomatico tedesco a Parigi e farsi scudo dell’indignazione del popolo per bruciare abitazioni e negozi di ebrei e le loro sinagoghe.

E poi vennero le Leggi Razziali fasciste in gran parte dell’Europa, per rendere dei cittadini che hanno contribuito alle singole nazioni di crescere di essere declassati, emarginati, esclusi dai diritti di ogni altro cittadino.

80 anni non sono bastati per non far emergere tanto odio per i propri simili, ma per fortuna, come 80 anni fa, c’è sempre chi si adopera per salvare anche una sola persona, anche sino al sacrificio.

Un libro romanzato su storie reali che si incrociano nella tessitura dell’autrice, lasciando ancora qualche speranza in un periodo impegnato ad incolpare gli altri della propria insoddisfazione, dove lo sdoganamento dell’odio manifestato pubblicamente, ha portato ad un esondazione di cinismo e cattiveria, in una società incline all’individualismo ed all’ egoismo, facilmente mutabili in razzismo.

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La ragazza della neve
di Pam Jenoff
Traduttore: Tullia Raspini
Editore: Newton Compton, 2017, pp. 351
Prezzo: € 10.00

EAN: 9788822707727
ISBN: 8822707729

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