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Tik-Tok War

La guerra fra Russia e Ucraina dura da un anno e ha cambiato il nostro modo di vedere la realtà. Intanto, nessuno aveva previsto che a distanza di ottanta anni dalla seconda Guerra Mondiale e a trenta dalla fine della Guerra Fredda fosse possibile e conveniente una terza guerra in Europa. Cultura, commercio, conoscenza tra i popoli avrebbero dovuto sviluppare una nuova coscienza politica in un mondo globalizzato. La stessa interconnessione fra economie diverse – basti pensare al gas russo – avrebbe dovuto garantire stabilità, mentre l’interscambio culturale e il benessere sarebbero stati lo stimolo per maggiori riforme democratiche e servizi sociali. Ebbene, questi argomenti erano correnti anche nel 1914, come leggo ne La grande storia della prima Guerra Mondiale dello storico inglese Martin Gilbert (Mondadori, 1998). Se nella dinamica delle guerre in Europa entrano in gioco parametri diversi dalla quelli della razionalità, quali sono? Sicuramente la componente primordiale del potere assoluto e la pretesa di considerare i vicini una proprietà privata, ma anche la scarsa capacità di gestire le minoranze o di non saper condurre l’azione politica con mezzi adeguati. La guerra è un’espressione della politica, lo dice Karl von Clausewitz nel suo testo Della Guerra che è la bibbia delle scuole militari. Solo che lui scriveva al tempo di Napoleone, quando la guerra ancora costava meno di quello che potevi ricavarne. Oggi, a distanza di un anno dall’Operazione speciale di Putin il fronte sembra quello della prima Guerra Mondiale: invece del movimento si vedono solo trincee nelle quali mio nonno non si troverebbe troppo spaesato.

Ma un aspetto nuovo c’è, a parte la tecnologia dei droni o delle armi ipersoniche o la migliore copertura delle comunicazioni. Parlo della visione del conflitto attraverso non tanto i media, quanto l’elettronica di consumo. Le guerre recenti le abbiamo viste quasi in diretta attraverso reportage giornalistici o riprese fatte dagli eserciti stessi, ma finora non s’era vista la continua proiezione di micro sequenze che rimbalza ogni giorno su Facebook, Tik-tok e altri social. Anche il soldato semplice o il partigiano possono usare mezzi che ancora pochi anni fa erano costosi e ingombranti mentre ora sono tutti miniaturizzati, né sembra esista un forte controllo su immagini che se condivise possono però anche dare informazioni al nemico, ed è successo. Queste immagini c’è chi se le studia per capire le operazioni sul terreno – parlo dei militari – ma la maggior parte dell’utenza è composta da gente normale, in genere giovani o giovanissimi, per i quali la guerra è un’astrazione o un videogame, e non per niente alla maggior parte di questi brevi filmati viene unita una musica rock o da effetti speciali, aumentando il senso di straniamento in chi la segue. Ma c’è di più: se le riprese documentarie sono presentate come in un videogame, i veri videogame si possono scambiare per riprese reali, specie se uno vede tutto nello schermo di un Iphone. Alludo a un videogame chiamato Arma3. In realtà è la versione ridotta e commerciale di un sistema di simulazione militare prodotto per le scuole militari e venduto solo in quel mercato. Si possono scegliere mezzi, terreni e tattiche a volontà e il realismo è massimo e il sistema si compra per 30 euro; posso dire che, vista la sua destinazione originaria, il prodotto è realistico, non è il solito sparatutto. Se posso distinguere il filmato vero dal videogame è perché nella versione commerciale restano dei limiti inavvertibili da chi ne fa un uso ludico. Faccio un esempio: se mi apposto con un’arma controcarro aspettando la colonna dei mezzi nemici, una volta colpito il primo carro e forse il secondo io prendo e scappo, mentre nel videogame continuo a sparare sempre dalla stessa posizione, il che è assurdo. Ma giuro che è difficile distinguere la ricognizione delle trincee russe fatte da un drone da cento euro dalle sequenze di un videogame ad alta definizione come Arma3. La differenza è che i soldati non si rialzano più.

La guerra è una parola

Immagino i futuri libri di scuola: “Dopo oltre 70 anni di pace in Europa garantita dall’equilibrio tra le nazioni, dal benessere sociale, dalla ricchezza dei commerci e dai trattati internazionali, nel 2022 l’invasione russa dell’Ucraina fu l’inizio della Terza Guerra Mondiale, che rimise in gioco equilibri e conquiste civili consolidate”. Ma guai a chiamare le cose con il loro nome: la guerra è fatta anche di parole che negano la sua stessa realtà: è un’ “azione speciale”, anche se dura da quattro mesi invece che quattro giorni, mentre il nemico è privo di identità: “l’Ucraina è Russia”, che ricorda “Trst je nas” <Trieste è nostra> del Maresciallo Tito. Cito dal convegno “Guerra e Pace”, democraticamente svolto a Montecitorio il 29 giugno 2022:

«A oltre quattro mesi dall’inizio dell’operazione speciale militare in Ucraina secondo la versione russa o invasione secondo la speculare versione euroatlantica cominciano a emergere le prime avvisaglie di una frattura all’interno del cosiddetto fronte occidentale che si riflette nelle società civili dei vari paesi europei»

Ma come ci ha insegnato il linguista Noam Chomsky, con la parola la politica non descrive il mondo: lo crea. Sono proprio le parole a marcare i cambiamenti. Ricordo Balkan Express di Slavenka Drakulic’, un libro uscito al tempo della guerra civile jugoslava (anni ’90 del secolo scorso); ma oggi citerei la scrittrice  e sceneggiatrice di Kharkiv (per i russi: Kharkov) Marina Višneveckaja, la quale  nel suo Dizionario dei cambiamenti (è una comunità Facebook) traccia dal 2011 il modo come la lingua cambia nel tempo, soprattutto nei suoi aspetti socio-politici. Il tempo di osservazione deve essere piuttosto lungo; i cambiamenti sono significativi se diventano stabili nel tempo, quindi il Dizionario dei cambiamenti esce ogni 2 o 3 anni. Lo scorso aprile è stata presentata l’edizione del 2022, relativa al periodo 2017-2018. Parole che scompaiono e altre che assumono nuovi significati (vetera verba novata significatione , direbbero gli antichi manuali di retorica). Ebbene, guarda caso il lessico politico russo inizia a cambiare dal 2014, anno dell’invasione della Crimea, l’ operazione speciale”, che riuniva alla Russia il porto militare di Sebastopoli e costituisce di fatto l’inizio della nuova politica estera di Putin.

La ‘Parola dell’anno’ fu non a caso il neologismo Krymnash, cioè ‘La-Crimea-è-nostra’: sulla bocca di alcuni era un’esclamazione di giubilo, sulla bocca di altri era un soprannome per i patrioti sciovinisti. Bene, il nostro dizionario include parole come Krymnashist (un sostenitore dell’annessione della Crimea alla Russia) e Krymnashism (l’ideologia dei krymnashist). Contemporaneamente, compariva nella nostra lingua l’espressione “Guerra civile fredda”, che descrive la spaccatura avvenuta nella società” (citato da un articolo su Il Foglio del 3 giugno 2022)

E se posso dare un consiglio, leggetevi con cura le fonti russe e/o “collaborazioniste”.  Un italiano si firma p.es. “Angelo Vendicatore” e riempie con i suoi interventi il sito di discussione Quora (https://it.quora.com/ ). A parte qualche grossolano falso storico e ideologico, fornisce un quadro preciso non tanto della macchina del consenso, ma rende leggibili alcuni concetti che noi “occidentali” tardiamo a capire. Già, perché una cosa sono i comunicati per l’opinione interna russa, altro è quanto riservato ai media occidentali, si suppone siano più informati e meno controllati di quelli russi. Cito ad esempio un articolato contributo del colonnello Jacques Baud, un ex-ufficiale di stato maggiore svizzero che aveva avuto anche incarichi di alto livello. S’intitola “La vera storia della guerra in Ucraina: parla un ex colonnello di ONU e NATO” e ne cito la versione pubblicata su www.renovatio21.com (ne circolano varie traduzioni, quindi è un documento ufficiale). Un punto mi ha colpito in modo particolare:

“Molti commentatori occidentali si sono meravigliati del fatto che i russi abbiano continuato a cercare una soluzione negoziata mentre conducevano operazioni militari. La spiegazione è nella concezione strategica russa, fin dall’epoca sovietica. Per gli occidentali, la guerra inizia quando cessa la politica.  Tuttavia, l’approccio russo segue un’ispirazione clausewitziana: la guerra è la continuità della politica e si può passare fluidamente dall’una all’altra, anche durante il combattimento. Questo crea pressione sull’avversario e lo spinge a negoziare.  Da un punto di vista operativo, l’offensiva russa <iniziata il 24 febbraio 2022, ndr.> fu un esempio nel suo genere: in sei giorni i russi si impadronirono di un territorio vasto quanto il Regno Unito, con una velocità di avanzamento maggiore di quella che fece la Wehrmacht nel 1940”

A parte il sinistro e controproducente riferimento alla Wehrmacht, c’è l’ammissione ufficiale della Guerra come Valore, la vera discriminante fra l’Europa democratica e la Russia di Putin. Che la guerra sia la continuazione dell’azione politica lo aveva teorizzato Carl von Clausewitz dopo le guerre napoleoniche e il suo trattato Della Guerra è la bibbia delle scuole militari. Solo che dopo la seconda G.M. la nazioni europee hanno rinunciato alla guerra come strumento di pressione politica e l’Italia addirittura l’ha inserito nella Costituzione. La Russia no. La questione è tutta qui.

Mali d’Africa

Illustrazione Gianleonardo Latini

I Francesi sono stati estromessi dal Mali; persino l’ambasciatore è stato cacciato e d’ora in poi la lingua ufficiale del Mali sarà soltanto il Bambara, parlata da circa due milioni e mezzo di abitanti ma facilmente compresa da altri tre. Non sappiamo se sarà anche abolita la valuta CFA (Franco centro-africano), diffuso nell’Africa francofona:  vale un decimo del Franco francese ma è ancorato alla Banca di Francia. In ogni caso il posto dei soldati francesi sarà occupato da almeno 500 miliziani del Gruppo Wagner, quella specie di Legione Straniera russa già presente in Libia e forse ora anche in Ucraina. Quale sia il loro reale valore sul campo piuttosto che come pretoriani di regime è tutto da verificare, ma per la Francia di Macron è uno smacco: il Mali, come il Burkina Faso, era parte delle colonie africane e come tale manteneva forti legami politici e commerciali con la sua antica potenza di riferimento. Nel contratto di assistenza al locale governo era prevista la protezione militare contro attacchi esterni, in questo caso i guerriglieri Jahidisti che premono dal nord del paese. Per chi non conoscesse il Mali consiglio di dare un’occhiata alla carta geografica: è il classico stato africano disegnato con squadra e compasso in maniera assolutamente irrazionale: la parte a sud dei fiumi Niger e Senegal gravita sulla savana ed è la più popolata e coltivata, mentre la parte nord è un’enorme parte del Sahara sagomata geometricamente; è abitata da nomadi Tuareg ed è ricca di risorse minerarie. Ma difficile parlare di confini, di frontiere difendibili: il Mali è per molti versi un’astrazione geografica, come anche altri stati africani derivati dalla decolonizzazione. E come tanti stati africani, non riesce ad avere una dirigenza adeguata alla situazione. Quella attuale, capeggiata da Assimi Goïta, non fa eccezione.

Ora, sono stati fatti facili confronti fra  la disfatta statunitense in Afghanistan e quella francese in Mali, ma la realtà è diversa: l’esercito francese, coadiuvato dalla ben nota Legione Straniera, conosceva da oltre un secolo il terreno e nel corso del tempo aveva ottenuto anche reali successi militari, pur penalizzati dalla vastità del territorio e soprattutto da problemi politici nel rapporto con il governo del Mali. In regime coloniale la potenza occupante gestisce direttamente tutto, laddove ora può solo garantire assistenza alle fragili strutture statuali e ai deboli eserciti delle sue ex-colonie. Di fronte a una minaccia strutturale dovuta essenzialmente a una scarsa coesione sociale e statuale, addestrare le truppe locali non basta e in più un’eccessiva ingerenza esterna da parte di una ex-potenza coloniale viene malvista dalla gente. Esattamente quello che è successo in Mali.

Ma andiamo per ordine: dopo il colpo di stato del 2012 di soldati ammutinati guidati dal capitano Amadou Haya Sanogo e la sospensione della Costituzione, dall’aprile 2012 all’agosto 2013 è presidente ad interim Dioncounda Traoré, designato dalla giunta militare, e Cheick Modibo Diarra Primo Ministro ad interim il 17 aprile 2012 per aiutare il processo democratico fino alle elezioni del dicembre 2013. Nel frattempo riprende la guerra civile che ha portato l’etnia Tuareg (laica) del Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad, ad allearsi con alcune frazioni fondamentaliste, (gli Ansar Dine) che aderiscono al Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento, alias al-Qa’ida nel Maghreb islamico, e a prendere il controllo della regione settentrionale del Paese, l’Azawad, regione che comunque nulla ha che spartire con la parte del Mali a sud dei grandi fiumi. Il 10 gennaio 2013 il presidente Dioncounda Traoré‚ in un discorso alla nazione, comunica di aver chiesto e ottenuto un intervento aereo della Francia, in accordo con l’Ecowas, la comunità economica dei paesi dell’Africa occidentale, contro i ribelli dell’Azawad (il nord del Paese). L’intervento francese in effetti libera i centri abitati dell’’Azawad cadute in mano ai fondamentalisti islamici, dove le truppe sono accolte con esultanza dalla popolazione. Nei quasi dieci anni successivi la guerriglia continua e i francesi contano alla fine 53 perdite, quante noi italiani in dieci anni in Afghanistan. Senonché il 18 agosto 2020 il presidente Ibrahim Boubacar Keïta assieme al primo ministro vengono tratti in arresto mediante colpo di Stato di una giunta militare. Prende il potere il Comitato nazionale per la salvezza del popolo che nomina il triumvirato Assimi Goïta, Malick Diaw e Sadio Camara fino a nuove elezioni politiche. Goita ha studiato a Mosca, parla russo e sobilla l’ostilità verso i francesi, i quali comunque da giugno di quest’anno avevano deciso di ridurre il loro impegno militare per il costo rispetto ai benefici, portando il proprio contingente da 5000 a 2000 uomini. A meno di non ricolonizzare l’Africa da capo, questo è un problema che assilla tutti gli eserciti occidentali. Ma soprattutto rimane il problema registrato in Afghanistan: non si può gestire una strategia di lungo termine con le risorse locali e i chiari di luna dei colpi di Stato e dei gruppi dirigenti locali, i quali alla fine sono capaci di venire a patti col nemico pur di salvare almeno parte del potere e del territorio. Solo negli ultimi dieci anni l’Africa ha visto una dozzina di colpi di Stato. In più gli eserciti europei alla fine se ne vanno, mentre il nemico è endemico e abita nel paese tuo, quindi meglio parlarci. Quanto a Russi e Cinesi, chiedono la licenza di estrazione delle risorse minerali, ma sono disposti ad aiutarti senza chiederti quelle noiosissime clausole che comprendono un parlamento eletto, l’indipendenza della magistratura, la libertà di stampa e il rispetto dei diritti umani. Ma alla fine per gli africani significa passare solo da una potenza post-coloniale all’altra.

Ucrainazisti: Perché i russi…

Ucrainazisti: Perché i russi…

Putin giustifica l’intervento militare in Ucraina per “denazificarla”. Ora, in guerra la realtà è sempre filtrata attraverso la propaganda, ma in effetti sul campo è attiva una formazione paramilitare neonazista – il Battaglione Azov – alle strette dipendenze dell’esercito regolare ucraino. Formato da volontari ucraini e stranieri con esperienza militare, ha ormai raggiunto l’organico di 3.000 uomini, al punto da cambiar nome in Reggimento operazioni speciali Azov. Dislocato nell’area del Mar nero, ostenta effettivamente simboli nazisti e finora ha dato filo da torcere agli schematici reggimenti russi. Meno numeroso è (o era) invece il 24° Battaglione d’Assalto Separato “Aidar”, che con 400 uomini operava nel Dombass contro i separatisti russi. Difficile avere su questi reparti informazioni attendibili e aggiornate: anche se posti sotto il comando dell’esercito regolare, tendono naturalmente ad essere autonomi, a seguire i loro capi e non sempre rispettano delle leggi di guerra. In più, tendono ad aumentare la loro fama con atteggiamenti esibizionistici a uso dei mass-media. Questo non significa che non sappiano combattere; il problema è che una gestione meno superficiale di queste compagnie di ventura gioverebbe innanzitutto al governo ucraino, il quale appoggia ed esalta reparti da cui dovrebbe invece prendere le distanze.

Andando però indietro negli anni, scopriamo però che c’è qualcosa di già visto. Parlo della 14° Divisione Waffen SS “Galizien”. Reclutata fra gli Ucraini d Galizia (una regione fra Polonia e Ucraina, da non confondere con l’omonima regione iberica) ma anche fra Slovacchi e altre minoranze ostili ai Sovietici e al Comunismo. Da un bacino di 80.000 volontari fu addestrato nel 1943 un contingente di 14.000 uomini, dove gli ufficiali tedeschi mantenevano i gradi più alti. La divisione fu mandata a combattere nel 1944 sul fronte orientale, dove fu pesantemente impegnata nell’area di Brody, distretto di Leopoli, Ucraina occidentale. Dal 19 luglio, dopo feroci battaglie, la divisione, assieme ad alcune unità tedesche, fu accerchiata e sconfitta dall’Armata Rossa. A dispetto della difficoltà del combattimento, la divisione seppe mantenere la disciplina e molti dei suoi membri furono capaci di infrangere l’accerchiamento. Dei 10.400 impegnati in combattimento se ne salvarono 7.000, che ripiegarono in buon ordine. Poco tempo dopo il reparto fu ricostituito attingendo alle riserve. Il 17 marzo 1945 emigrati ucraini crearono il Comitato Ucraino Nazionale per far valere gli interessi ucraini presso la Germania, ottenendo che la Galizien diventasse la 1° Divisione Ucraina. Nel frattempo l’Armata Rossa avanzava e la disfatta era solo questione di tempo. Fu a questo punto che la Divisione si arrese non ai Sovietici, ma agli Anglo-Americani. Fu la salvezza: gli stessi Inglesi che avevano consegnato ai Sovietici la Divisione del generale Vlasov (fanteria di linea ucraina armata dai tedeschi) e i Cosacchi stanziati in Carnia, stavolta non accolse le richieste sovietiche. 8000 prigionieri furono esfiltrati dall’Austria e internati in un campo di prigionia a Bellaria – Igea Marina, vicino Rimini e poi, su interessamento del Vaticano e dei governi Statunitense e Canadese, si favorì la loro emigrazione in Canada e in altri paesi sicuri. Diciamolo pure: gli andò bene. Anche se non furono mai trovate neanche da parte sovietica prove di crimini di guerra di cui si macchiarono altri reparti SS, non fu mai organizzato nessun processo serio sui membri di una formazione militare comunque armata dai Nazisti. Va detto che la Galizien fu impiegata tardi e come reparto militare sul campo, in difesa del territorio piuttosto che come polizia di occupazione, ma è indubbio che per una volta gli Alleati chiusero un occhio e il Vaticano discretamente fece la sua parte. In fondo, anche se peccatori, erano “buoni cattolici e ferventi anticomunisti”. Così li raccomandò il loro vescovo Ivan Buchko.

Negli ultimi anni le insegne della Galizien si sono viste in alcuni cortei in Ucraina, fin quando un tribunale ha ufficialmente stabilito con una sentenza che quei simboli sono nazisti e pertanto sono vietati.

Ucraina tra Sparta e Atene

Tutti mi chiedono che faranno ora i Russi, che nel frattempo hanno ampliato la loro offensiva militare in Ucraina e puntano alle grandi città. Se lo sapessi non starei qui ma al NATO College o consulente ben pagato di qualche istituto di ricerca, anche se va detto che proprio molti analisti di professione hanno sottovalutato la situazione e non certo da ora. Per il resto ho le stesse informazioni che hanno gli altri: frammentarie, parziali e partigiane, mentre i giorni precedenti all’attacco sapevamo tutto sullo schieramento di terra e di mare, ripreso dai satelliti e divulgato in rete. Davamo per scontato che i Russi avrebbero occupato e annesso il Donbass e forse qualcos’altro in Crimea, ma lasciando l’armata ai confini come deterrente e strumento di pressione politica, con reali risultati sul medio e lungo periodo. Ha sconcertato tutti dunque la decisione di scatenare un’invasione su larga scala di un paese che gravita da sempre fra due culture diverse ma che è fondamentalmente europeo. Il problema è culturale: nella nostra mentalità non ritenevamo più praticabile una guerra su larga scala; al massimo era prevedibile l’annessione delle due zone dove la minoranza russa aveva proclamato l’indipendenza dall’Ucraina, superando gli Accordi di Minsk in realtà mai applicati per la resistenza anche proprio del governo ucraino, restio a concedere un’autonomia alle zone del Donbass. Governo che si direbbe difficile da inquadrare in uno schema preciso: per Putin l’Ucraina non esiste, va liberata e denazificata, mentre per noi è un paese sovrano libero di scegliere da che parte stare, anche se non è chiaro quanto abbiano pesato nel 2014 le offerte e le pressioni statunitensi ed europee per quello che ancora oggi viene descritto più come un colpo di stato che un vero processo democratico. Tutto infatti parte da qui: dal momento in cui l’Ucraina non ha firmato l’accordo doganale con la Russia e si è invece orientata verso l’Unione Europea, sganciandosi dunque dalla tradizionale area di influenza russa, ma senza immaginare che gli statunitensi non erano disposti a impegnarsi in profondità. Biden poi come presidente si è visto di che pasta è fatto: Afghanistan docet.

E parliamo della NATO. Una volta caduto il Muro di Berlino (novembre 1989) i paesi prima aderenti al Patto di Varsavia si sono man mano smarcati con la fine dell’Unione Sovietica (1991) e all’inizio del nuovo secolo sono entrati nella NATO. C’era un accordo non scritto per evitare l’espansione a Est di un’alleanza nata proprio per contenere l’URSS, ma questo non è stato rispettato, col risultato di frustrare i Russi e proiettarli nella classica sindrome di accerchiamento. Fino all’ascesa di Putin la Russia e il suo esercito stavano comunque a pezzi e il presidente Eltsin era debole. Da parte statunitense si è quindi fatto l’errore di confondere l’Unione Sovietica con la Russia e non prevedere la futura rinascita di una nazione fortemente coesa, Ora, si dirà: ma un paese che occupa undici meridiani può sentirsi accerchiato solo perché la terra è tonda?  Ebbene, chi ritiene Putin un uomo misterioso e la politica estera russa ambigua, bene farebbe a studiare storia moderna. Dai tempi di Pietro il Grande (regnò dal 1682 al 1725) la strategia russa è sempre la stessa: sbocco al mare (Baltico e Mar Nero), colonizzazione e sfruttamento della Siberia, contenimento dell’Islam (all’epoca incarnato dall’Impero Ottomano) e creazione in Europa di una fascia di sicurezza a spese degli altri (baltici, polacchi, ucraini, tedeschi, etc.). La popolazione russa è concentrata verso l’Europa e la Russia è un paese europeo, invaso ora dagli Svedesi, ora da Napoleone, ora da Hitler. Niente di strano che da sempre venga tenuta frapposta una zona di stati cuscinetto neutrali o vassalli. Esattamente quello che l’espansione della NATO ha Est ha distrutto, creando solo frustrazione. Resta casomai da capire perché una faccenda così importante non sia stata mai messa per iscritto e affidata solo a promesse verbali o a note di ambasciata. Lo stesso Putin, se voleva negoziare o rinegoziare con la NATO, ha avuto vent’anni di tempo, né gli mancavano certo gli strumenti di pressione diplomatica per frenare l’aggressività statunitense da Bush in poi. In fondo, l’autodeterminazione dei popoli non vale solo per il Kosovo e la NATO aveva mantenuto il carattere di un’alleanza esclusiva, concettualmente ferma alla divisione tra Est e Ovest. Integrare la Russia nel sistema economico e politico europeo si è visto che non è facile, vista la sua struttura di potere, ma c’è stato comunque un periodo in cui si poteva fare certamente di più.

Torniamo dunque un passo indietro. Dopo la Caduta del Muro (1989) l’Unione Sovietica si dissolve e al suo posto rinasce la Russia, mentre i paesi legati al Patto di Varsavia si rendono indipendenti dall’alleanza nata nel dopoguerra per contrastare la NATO. Tutto questo avviene negli anni ’90 del secolo scorso, in un momento di particolare debolezza per la Russia e la CSI (Confederazione di Stati Indipendenti) intorno al nucleo centrale. In questo contesto molti paesi dell’Europa Orientale chiedono di aderire sia all’Unione Europea (che a tutt’oggi conta 27 membri) che alla NATO (attualmente 30 membri, di cui 22 nella UE). Ma se la UE è un’unione politica ed economica, la NATO ha funzioni essenzialmente militari e l’articolo 5 prevede l’aiuto reciproco fra paesi membri in caso di attacco anche a uno solo di essi. E’ chiaro a questo punto perché le tre Repubbliche Baltiche o la Polonia hanno aderito alla NATO: non per invadere la Russia, ma per difendersi dai Russi. Neanche strano che Putin non voglia l’ingresso dell’Ucraina nella NATO: finché ne resta fuori essa deve difendersi da sola, né c’è proporzione tra i due eserciti, come si è visto in queste ultime settimane. La Russia negli ultimi quindici anni ha investito molto sul rinnovamento e lo sviluppo delle sue forze armate, e soprattutto ha reagito nei tempi lunghi alla situazione di inferiorità in cui gli statunitensi l’avevano costretta. Non si può dunque comprendere la situazione attuale senza capire che la graduale estensione della NATO è stata sentita dalla Russia come una minaccia alle proprie frontiere, non più separate dall’Europa occidentale da una zona di stati-cuscinetto, di fatto vassalli. Ma se l’Unione Sovietica era finita, la Russia aveva invece le forze per rinascere, era solo questione di tempo. Sicuramente meglio sarebbe stato garantire una fascia neutrale, inserita nell’UE ma non nella NATO, oppure trasformare la NATO in un’Alleanza per la Sicurezza, inclusiva invece che esclusiva. Questo avrebbe meglio indirizzato gli sforzi, p.es., contro il pericolo islamista, con il quale i Russi devono confrontarsi sul terreno delle repubbliche asiatiche ex-sovietiche.

E passiamo ora all’Ucraina. Negoziati o meno, i Russi stanno distruggendo un paese con cui dovranno comunque convivere, non fosse altro perché metà delle famiglie ucraine ha parenti russi. Sicuramente pensavano di fare una guerra lampo, ma – come scrive Remarque in Niente di nuovo sul fronte occidentale (1928) “Non si aspettavano di trovare tanta resistenza”. Sempre la stessa storia: a Budapest (1956) o a Praga (1968) i carri armati russi entrarono da liberatori, salvo accorgersi che buona parte della gente la pensava diversamente. E se vogliono entrare in Kharkiv (già Kharkov: nella seconda GM ci hanno combattuto quattro battaglie!) o in Kiev (o Kjiv?) i soldati sanno che combattere strada per strada in città con uno o due milioni di abitanti è una rogna che può durare mesi e si traduce in una snervante guerriglia urbana. L’esercito ucraino è molto inferiore per qualità e quantità a quello russo, ma l’Ucraina è enorme e capace di resistenza diffusa. Si è anche parlato molto di guerra partigiana, ma su quello esprimo qualche dubbio: organizzarla richiede capacità superiori a quelle di un esercito regolare e infatti ha funzionato dove un forte partito nazionalista o comunista stava già sul terreno, o dove – penso alla Jugoslavia di Tito – una parte della difesa territoriale era stata organizzata per tempo decentrando i depositi di armi e carburante in luoghi meno accessibili e addestrando sistematicamente i riservisti su base locale. Distribuire armi o tenerle nei depositi di caserma da sola non basta se la gente non sa usarle o se i Russi sanno già dove cercarle. E sicuramente agiscono da mesi agenti infiltrati o collaboratori fidati.

Detto questo, un’ultima considerazione. Si può vincere sul piano militare, ma perdere sul piano strategico. Putin non può permettersi una guerra prolungata: la Russia ha un PIL inferiore a quello dell’Italia e la colonna di mezzi corazzati e logistici lunga 60-65 km che sta puntando su Kiev in tre giorni di autonomia consuma da sola qualcosa come 2 milioni di litri di carburante, più olii lubrificanti, viveri e munizioni. I russi che manifestano per la pace in quaranta città sanno bene che presto dovranno rifare le file per il pane come ai tempi sovietici e anche per questo stanno in piazza. Dico “anche” perché nessun russo percepisce gli ucraini come stranieri, mica sono ceceni o abkhazi. Quindi tutti hanno interesse al negoziato, anche se ci si poteva arrivare con meno spesa, lacrime e sangue. Tutti hanno bisogno di una soluzione onorevole. E se Putin cadrà (magari per la rivolta degli oligarchi), è perché l’Unione Europea ha dimostrato maggiore compattezza e sa diversificare le armi e gli strumenti di pressione. Nessuno se lo aspettava, ma sottovalutare le democrazie è un classico dei regimi monocratici.

Infine, una parola sui profughi. L’Italia è il paese europeo dove vive la più estesa comunità ucraina, in maggioranza lavoratori e lavoratrici di basso rango (le donne sono l’80%). Si spera che saremo capaci di accogliere degnamente le migliaia di profughi che fuggono realmente da una guerra. Finora si è registrata una grande empatia con il popolo ucraino, ora è il momento di passare ai fatti.