
Per decenni Roma è stata una città capace di attrarre artisti da tutto il mondo. Via Margutta e il suo Tridente, San Lorenzo, Trastevere e numerosi altri quartieri hanno rappresentato luoghi di sperimentazione, confronto e produzione culturale, dove studi, botteghe e laboratori costituivano parte integrante del tessuto urbano.
Oggi quel patrimonio rischia però di dissolversi sotto il peso dell’aumento degli affitti, della trasformazione del mercato immobiliare e della progressiva gentrificazione del centro storico.
Le cronache degli ultimi anni raccontano storie che non riguardano soltanto singoli artisti, ma descrivono un fenomeno più ampio: l’allontanamento di chi produce cultura dai luoghi che quella stessa cultura ha contribuito a rendere celebri.
Tra i casi più emblematici c’è quello del pittore Carlo Cusatelli, tra gli ultimi artisti residenti nella storica Via Margutta. Nato e cresciuto nello studio del padre, ha visto trasformarsi nel tempo quella che era stata la “strada degli artisti” in un luogo sempre più dominato dal turismo di lusso, dalle grandi proprietà immobiliari e dalle attività commerciali ad alta redditività. La sua vicenda di sfratto, che nel 2022 ha richiamato persino l’attenzione dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, è diventata il simbolo di una crisi abitativa che investe anche il mondo dell’arte.
Ma Cusatelli non rappresenta un caso isolato. Molti artisti della stessa generazione hanno dovuto lasciare il centro di Roma, rinunciando ai propri studi storici per trasferirsi in quartieri periferici o in spazi sempre più piccoli e precari.
Particolarmente significativa è anche la vicenda di Massimo Lorenzo Petrucci, pittore e ricercatore di un personale linguaggio di “pitto-scrittura”. Dopo aver lavorato negli atelier di San Lorenzo, attraversò un periodo di estrema difficoltà economica che lo portò a vivere per un certo tempo in una roulotte parcheggiata nell’area del Verano insieme ad altre persone in condizioni di disagio. Successivamente trovò rifugio in un grande garage, trasformato in laboratorio artistico, fino a trasferirsi in un piccolo locale nel quartiere di San Lorenzo. Per anni ha vissuto quasi esclusivamente grazie all’assegno sociale, destinato in gran parte al pagamento dell’affitto, ricevendo un sostegno fondamentale dalla parrocchia di San Tommaso Moro. Nonostante tutto, non ha mai interrotto la propria ricerca pittorica e filosofica.
Queste vicende raccontano una realtà poco visibile. Molti artisti anziani, pur avendo alle spalle decenni di attività, mostre e ricerca, si trovano oggi privi di tutele economiche adeguate. Chi non ha potuto costruire una carriera nell’insegnamento o non percepisce una pensione sufficiente vive spesso in condizioni di forte precarietà. Le politiche culturali, inevitabilmente orientate verso il sostegno ai giovani creativi e alle nuove imprese culturali, sembrano raramente considerare le esigenze di una generazione che ha contribuito in modo determinante alla storia artistica della città.
Eppure Roma conosce bene un’altra stagione.
Per molti decenni collezionisti, mecenati, istituzioni religiose e amministrazioni pubbliche misero a disposizione edifici destinati ad atelier e laboratori. Via Margutta, il Flaminio e numerosi altri quartieri ospitavano una comunità artistica stabile, fatta di pittori, scultori, restauratori, incisori e artigiani. La presenza quotidiana degli artisti contribuiva alla qualità culturale della città molto più di qualsiasi operazione di marketing territoriale.
La gentrificazione, tuttavia, non riguarda soltanto gli artisti. È un processo che investe la vita quotidiana di migliaia di persone: famiglie, studenti, anziani, lavoratori, associazioni e realtà sociali che vedono restringersi progressivamente gli spazi accessibili in una città sempre più orientata alla valorizzazione immobiliare. Gli artisti rappresentano spesso il volto più visibile di questa trasformazione, ma condividono lo stesso destino di molte altre categorie sociali espulse dai quartieri in cui hanno vissuto e operato per decenni.
La questione riguarda anche il modello di sviluppo urbano che Roma intende perseguire. Negli ultimi anni si è aperto un confronto sul ruolo di operatori immobiliari che dichiarano di agire nell’ambito del social housing e delle politiche di rigenerazione urbana. Un dibattito reso ancora più attuale dalla vicenda relativa al tentativo dell’Assessorato al Patrimonio di Roma Capitale di acquisire l’edificio che ospita la comunità integrata di Spin Time Labs. Al di là degli esiti amministrativi della vicenda, il caso ha riportato al centro dell’attenzione pubblica una domanda fondamentale: quale spazio viene riconosciuto alle esperienze di abitare solidale, alle comunità autogestite e ai luoghi in cui cultura, mutualismo e inclusione sociale convivono? È una domanda che riguarda il futuro della città tanto quanto il destino degli atelier degli artisti.
Con la gentrificazione questo equilibrio si è progressivamente spezzato. La riqualificazione urbana ha certamente migliorato molti quartieri sotto il profilo edilizio e commerciale, ma ha anche provocato un aumento dei valori immobiliari che ha reso impossibile la permanenza non solo di chi produce cultura senza disporre di grandi risorse economiche, ma anche di molte persone che abitavano e animavano quei quartieri. Il risultato è una città sempre più ricca di eventi culturali e di operazioni di valorizzazione urbana, ma sempre meno abitata dagli artisti, dagli artigiani, dalle famiglie e dalle realtà sociali che avevano costruito l’identità di quei luoghi.
Esiste poi una questione ancora poco affrontata: quella degli archivi e delle opere.
Ogni artista custodisce nel proprio studio decenni di dipinti, disegni, documenti, fotografie, taccuini e corrispondenza. Quando questi autori scompariranno, figli ed eredi saranno chiamati a gestire patrimoni culturali spesso enormi, ma difficili da conservare. Solo pochissimi atelier potranno essere trasformati in case-museo, mentre gran parte di questo materiale rischia di andare dispersa.
