
Non si arrende neppure quando viene martoriata da persone egoiste, crudeli, capaci di trasformare la violenza in una normalità e di trascinare altri esseri umani dentro logiche di branco. Persone che, forse, hanno ricevuto nella loro stessa crescita ferite e deformazioni così profonde da aver smarrito perfino il senso dell’empatia, dell’altro, del limite.
È difficile persino immaginare quale educazione possa produrre uomini capaci di infliggere tanto dolore. E viene da chiedersi quanto della loro umanità sia rimasto, quando la crudeltà diventa appartenenza, quando il branco sembra sostituire la coscienza individuale.
Ma dall’altra parte ci sono i bambini.
E loro, nonostante tutto, continuano a cercare la vita.
Continuano a giocare, a imparare, a sorridere quando possono. Continuano a cercare un futuro anche quando gli adulti hanno cercato di cancellarglielo.
È forse questa la forma più pura di resistenza: non diventare ciò che la violenza vorrebbe trasformarti.
I bambini di Gaza che imparano di nuovo a vivere
Un’immagine racconta tutto questo meglio di molte parole.
A Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza, bambini che hanno perso gambe o braccia a causa della guerra imparano a nuotare grazie all’organizzazione Heal Palestine.
Lo sport viene utilizzato come una forma di terapia per aiutare questi bambini non soltanto ad acquisire una nuova abilità, ma a recuperare fiducia in se stessi e ad affrontare il trauma subito.
Gli istruttori lavorano con gruppi molto piccoli e seguono ogni bambino passo dopo passo. «Tutti possono imparare a nuotare, anche se hanno perso gambe o braccia», spiega il maestro Amjed Tantish.
Per molti di loro, raccontano gli organizzatori, l’acqua rappresenta anche un raro momento nel quale possono sentirsi liberi dalla propria disabilità.
È un’immagine potentissima.
Un bambino che ha perso una gamba entra nell’acqua.
Un bambino che ha perso un braccio impara a muoversi.
Un bambino che ha conosciuto la guerra scopre che il proprio corpo può ancora fare qualcosa che sembrava impossibile.
Non è soltanto imparare a nuotare.
È imparare nuovamente a fidarsi del proprio corpo.
È riappropriarsi di una parte della propria infanzia.
È dire, senza pronunciare una parola: io sono ancora qui.
Ed è proprio qui che la proposta del Nobel ai bambini di Gaza acquista un significato ancora più profondo.
Non perché la sofferenza debba essere premiata.
Ma perché davanti a bambini che, nonostante tutto, continuano a cercare la vita, il mondo adulto dovrebbe sentirsi chiamato alla propria responsabilità.
La vera candidatura è quella alla vita
Forse, allora, la proposta del Nobel ai bambini di Gaza può essere letta anche in un altro modo.
Non come una candidatura a un premio.
Ma come una candidatura alla vita.
Alla possibilità di tornare bambini.
Alla possibilità di imparare senza paura, di giocare senza cercare un rifugio, di crescere senza conoscere il linguaggio della guerra.
Un bambino amputato che impara a nuotare ci ricorda esattamente che cosa dovrebbe significare la parola futuro.
Non una parola astratta.
Ma un corpo che torna a muoversi.
Una lezione di nuoto.
Un gioco.
Una scuola.
Un amico.
Una famiglia.
Un letto sicuro.
La possibilità di svegliarsi il giorno dopo.
Il Nobel sarebbe soltanto il simbolo.
Il vero riconoscimento dovrebbe essere un altro: restituire a quei bambini ciò che la guerra ha loro sottratto.
E forse è proprio questo il senso più autentico dell’appello: non chiedere al mondo di ammirare la capacità dei bambini di sopportare l’insopportabile, ma chiedergli di fare finalmente tutto ciò che è necessario perché non debbano più essere costretti a sopportarlo.
Perché la resilienza di un bambino è commovente.
Ma non dovrebbe mai diventare una scusa per l’inerzia degli adulti.
Ho mantenuto il resto del tuo testo sostanzialmente invariato, perché questa nuova sezione si inserisce bene come ponte tra la riflessione sulla violenza e quella sul significato simbolico del Nobel.
(Avvenire)
petizione.gaza@avvenire.it




