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Volontariato in Brasile: ecco perché parto

Claudia Bellocchi (a sinistra) con Juscelio Mendonça (ex coordinatore CAC) e Adriana Di Nicola (Fondazione MAGIS)

Reportage
Belém (Brasile)
Prologo
27 luglio 2026

Cosa spinge a lasciare il proprio ambiente per dedicare un periodo di volontariato all’estero?
Claudia Bellocchi, artista solidale, pittrice e scrittrice, ha deciso di andare a Belém, in Brasile, presso il Centro Alternativo di Cultura (CAC), partner della Fondazione MAGIS presso le popolazioni native amazzoniche. Cosa l’ha spinta?
Ho viaggiato negli ultimi vent’anni in America Latina per turismo, per impegni espositivi e per amore di un luogo — o forse di un popolo — quello argentino. Devo la mia maturazione come persona all’America Latina. Non so perché, ma lì cominciavo a conoscere e a capire la vita.
Io, italiana, mi sono sempre sentita incastrata in un sistema in cui marcavo rapidamente le tappe dell’autonomia e dell’indipendenza (a ventitré anni ero già laureata e inserita nel mondo del lavoro) ma in cui non riuscivo a sentire, neppure in famiglia, quella dimensione di amore e solidarietà, quell’umanità che mi avrebbe nutrita e fatta crescere.
Sotto la scorza dell’adulta c’era ancora una bambina romantica, drammatica, indifesa, che aveva illusioni e pretese infantili. Forse proprio per proteggermi da un mondo che mi feriva, e che non riuscivo a comprendere, me ne ero costruito uno tutto mio in cui restavo ripiegata su me stessa, con una creatività incapsulata che ancora stentava a sbocciare.
Nella ricerca d’amore e di un rifugio mi sono accostata in Italia alla religione cattolica, in cui ho visto le luci ma anche le ombre. Mi sono fermata finché è vissuto padre Giorgianni SJ, un sacerdote gesuita di grande cultura, levatura intellettuale e profondo conoscitore di anime, che ha accettato di essere il mio direttore spirituale. Fu lui a scoprire anche la mia capacità di esprimermi con la scrittura, le poesie e via dicendo, vedendo in me una scrittrice precoce.
Padre Giorgianni mi trasmetteva l’amore di Dio e quella profondità sostanziale che ti ancora al bene. Forse non sono queste le parole precise per descrivere che grande dono mi abbia fatto: un dono che mi ha permesso di far sbocciare in pieno la scrittura e, in seguito, la pittura, facendo emergere la mia vera me stessa e con essa la voglia di vivere, di conoscere, di scoprire e anche la forza — nonostante le ferite della vita — di andare avanti e lottare per un bene che sentivo dentro e che volevo portare fuori.
Mi sono allontanata dalla Chiesa dopo la morte di padre Giorgianni SJ. Vi ho incontrato persone illuminate ma, poiché la mia rigidità all’epoca era terribile, non ho accettato le ombre che vi continuavo a trovare e ho deciso di fuggire, rifiutandola per un bel pezzo.
Pregavo solo nelle difficoltà e spesso chiedevo aiuto a padre Giorgianni SJ, sapendo che mi aveva voluto bene in Dio come una figlia. Quando ho scoperto la realtà del Magis, non ho potuto stare lontana dalla Fondazione: era come se in qualche modo volessi ringraziare o mantenere vivo il dialogo con lui, offrendo il mio contributo artistico e la mia presenza per iniziative che servivano a finanziare le missioni. Nel frattempo, grazie a un incontro altrettanto illuminante con i domenicani, sono poi ritornata in Chiesa, approfondendo la spiritualità come dimensione esistenziale, scoprendo in me un’attitudine al servizio, per cui mi sono prestata come volontaria per iniziative in cui la mia presenza poteva essere utile.
Ecco: la crescita e la maturazione tramite i viaggi che facevo in America Latina, e la necessità di collaborare con il Magis ricordando sempre padre Giorgianni SJ, mi stanno portando qui a Belém.
Ho conosciuto il CAC — il Centro Alternativo di Cultura fondato dai Gesuiti — grazie ad Adriana di Nicola, che opera nel team di cooperazione internazionale a Roma, e a Juscélio Mendonça, allora coordinatore dei progetti sociali del Centro a Belém. Ho incontrato Juscélio durante i suoi ultimi due viaggi a Roma, dove parlava della situazione di Belém e della recente COP30, e ricordo ancora una sua frase, detta quasi di passaggio ma che mi si è fissata dentro: “Donne, bambini, soggetti vulnerabili sono i più colpiti; se non si mettono loro al centro non ci sarà vero cambiamento.”
Da allora ho cominciato a immaginare e a informarmi su questo posto — Belém, la “Porta dell’Amazzonia” — prima ancora di vederlo: una terra che porta in sé, nel suo popolo, una saggezza ancestrale e un’umanità fatta di comunità, condivisione, radicamento nella terra.
So che la rete del CAC si estende, oltre alla capitale, a Colares e Barcarena, due isole di fronte alla città, e ad Ananindeua; che lavora nelle periferie, dove vivono le popolazioni ribeirinhas, legate alla pesca lungo i fiumi, e le comunità quilombola, afro-discendenti. So anche, perché Juscélio me lo ha raccontato con la voce di chi lo vive ogni giorno, che dietro l’espansione urbana di Belém — nata dallo sfruttamento del territorio e dall’espulsione delle popolazioni dalle campagne — ci sono periferie enormi, infrastrutture fragili, e tutto ciò che ne consegue: violenza, disoccupazione, analfabetismo, mortalità infantile, sfruttamento dei bambini.
È in questo contesto che si muove la Fondazione MAGIS, sostenendo il lavoro del CAC sull’educazione ambientale, la giustizia socio-ambientale, l’ecologia integrale — ispirandosi anche alla Laudato si’. L’idea di fondo, quella che mi ha convinta a partire, è di dare anch’io il mio piccolo contributo per rafforzare bambini, adolescenti e donne di queste quattro città amazzoniche perché diventino loro stessi agenti di cambiamento.
Perché l’Amazzonia che sto per attraversare è una terra ferita — dalle estrazioni intensive, dai megaprogetti, dalla deforestazione, dalla migrazione forzata verso le città. Le comunità, urbane e rurali, si disgregano economicamente e culturalmente; i diritti fondamentali vengono sistematicamente negati, l’istruzione pubblica arretra, il lavoro si fa più precario, le politiche a tutela dei popoli indigeni — ribeirinhas e quilombolas in testa — vengono smantellate. E come sempre, a pagare il prezzo più alto sono i bambini e le donne.
È con questo bagaglio — di storia personale, di fede ritrovata e persa e ritrovata ancora, e ora di consapevolezza su ciò che mi aspetta — che parto per Belém.
L’idea è di inserirmi nei lavori già in corso come artista, per lavorare con le donne e i bambini — a Belém e nelle altre comunità di cui ho già detto, tra periferie, popolazioni ribeirinhas e quilombolas.
Sono molto emozionata. La mia permanenza sarà di soli ventidue giorni – quelli che sono riuscita a rendere disponibili dal lavoro. So che la prima beneficiaria di questo incontro sarò io, come mi è successo sempre nelle attività di volontariato, ma spero che lo scambio sia utile anche a loro.
Un’ultima cosa, prima di chiudere.
La sincronicità ha voluto che arrivassi proprio il 31 luglio, giorno in cui si festeggia la solennità di Sant’Ignazio. Quando me ne sono accorta ho alzato gli occhi al cielo e ho sorriso. Ho pensato a padre Giorgianni SJ e ho detto: comincio ringraziando!

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Biennale travolta dalla geopolitica

Immagine generata IA

Più che una mostra, Minor Keys è una geografia dell’inquietudine contemporanea. La 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, ideata da Koyo Kouoh prima della sua scomparsa nel 2025, attraversa guerre, crisi climatica, migrazioni, identità in trasformazione e nuove fragilità, restituendo un percorso che riflette le tensioni e le contraddizioni del nostro tempo.

Nata attorno all’idea delle “tonalità minori” — ascolto, fragilità, spiritualità, memoria, malinconia — la mostra finisce per diventare il ritratto di un mondo attraversato da conflitti permanenti, tensioni geopolitiche e crisi della rappresentazione politica.

Kouoh costruisce il percorso espositivo non come una successione di sezioni rigide, ma come una rete di “risonanze” e convergenze tra pratiche artistiche differenti. I 110 partecipanti — artisti, collettivi e organizzazioni provenienti da contesti geografici molto diversi — danno vita a una geografia relazionale che collega Dakar, Salvador, Beirut, San Juan, Parigi, Nashville e Venezia stessa.

La curatrice parla di una mostra che coinvolge “anima e intelletto” insieme, privilegiando esperienze percettive e spirituali piuttosto che dichiarazioni ideologiche immediate.

Sin dall’apertura, proteste, appelli e tensioni diplomatiche hanno trasformato Giardini e Arsenale in un’estensione simbolica dei conflitti globali contemporanei. I padiglioni nazionali sono diventati immediatamente oggetti politici prima ancora che artistici.

La contestazione del Padiglione Russia, le polemiche sul Padiglione Israele e le accuse di doppi standard hanno riportato al centro una domanda che la Biennale si trascina dietro dalla sua fondazione: può davvero esistere un’arte internazionale organizzata attraverso gli Stati?

Da un lato, l’arte contemporanea parla continuamente di identità fluide, diaspora, decolonizzazione, migrazione, ibridazione culturale e superamento dei confini; dall’altro, il sistema espositivo resta costruito attorno ai padiglioni nazionali, cioè a una forma politica ottocentesca legata alla diplomazia culturale degli Stati moderni.

Il padiglione nazionale nasce infatti nel contesto delle esposizioni universali europee come strumento di competizione simbolica tra potenze. Ancora oggi funziona come dispositivo di soft power: una sorta di ambasciata estetica attraverso cui gli Stati mostrano modernità, influenza culturale e prestigio internazionale. Non parlano davvero i popoli, ma gli apparati culturali e diplomatici.

La Biennale 2026 rende questa tensione particolarmente evidente perché molti artisti presenti incarnano esattamente il contrario della logica nazionale: lavorano tra più continenti, vivono in esilio, appartengono a comunità diasporiche o costruiscono pratiche collettive transnazionali. Eppure vengono comunque ricondotti a una bandiera.

Se negli anni Sessanta l’Arte Povera utilizzava materiali “vili” come gesto anti-borghese e anti-mercato, oggi molti artisti impiegano scarti, plastiche riciclate, legno recuperato, macerie o materiali organici per riflettere sull’Antropocene, sulle economie estrattive e sulla crisi ecologica globale.

Il progetto di Chiara Camoni per il Padiglione Italia, Con te con tutto, si muove in questa direzione: plastiche riciclate, oggetti trovati e residui industriali vengono trasformati in elementi di relazione e memoria collettiva. Il rifiuto non è più soltanto uno scarto, ma una testimonianza storica e affettiva.

Anche il Padiglione India, con Remembering Home, utilizza bambù, terra e materiali riciclati per riflettere su resilienza culturale e sostenibilità, intrecciando pratiche indigene e riflessione ambientale.

Ma il tema ecologico, in molti casi, supera la semplice attenzione al riciclo per assumere una dimensione più inquieta. Diversi artisti sembrano infatti leggere il presente come una fase di transizione critica, sospesa tra guerre, instabilità geopolitica e trasformazione ambientale. In questa prospettiva si inserisce The End of the World (2023-2024) dell’artista cileno Alfredo Jaar, residente e attivo a Lisbona. L’opera può essere letta come una meditazione sul possibile esaurimento di un modello di sviluppo fondato sulla crescita illimitata, evocando una “fine del mondo” che non coincide necessariamente con un’apocalisse improvvisa, ma con il progressivo collasso degli equilibri politici, economici ed ecologici. La crisi climatica, i conflitti internazionali e le profonde trasformazioni richieste dalla transizione energetica alimentano così un immaginario attraversato da incertezza e vulnerabilità.

Parallelamente, la Biennale stessa cerca di presentarsi come istituzione sostenibile. Dal 2023 l’ente ha dichiarato la neutralità carbonica delle proprie attività e molte installazioni vengono progettate per essere smontate e riutilizzate.

Ma anche qui emerge una tensione irrisolta: fino a che punto la sostenibilità può convivere con un sistema globale fatto di trasporti internazionali, allestimenti monumentali, mercato dell’arte e turismo culturale di massa?

Il rischio, denunciato da numerosi osservatori, è che il recupero dei materiali diventi talvolta un’estetica della sostenibilità più che una reale trasformazione delle logiche produttive del sistema artistico. Il riciclo può facilmente trasformarsi in linguaggio decorativo o in greenwashing culturale.

Da una parte emerge la richiesta, sempre più forte, di un’arte capace di prendere posizione contro guerre, occupazioni, disuguaglianze e violenze sistemiche. Dall’altra esiste il rischio opposto: ridurre ogni opera a dichiarazione geopolitica immediata, giudicando artisti e lavori soltanto attraverso il passaporto o il contesto nazionale di provenienza.

È il paradosso centrale di In Minor Keys: una mostra pensata per ascoltare le tonalità minori dell’esperienza umana che finisce invece travolta dal rumore della geopolitica globale.

Il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, ha difeso la scelta di non escludere nessuno, sostenendo che la Biennale debba restare un “giardino di pace” piuttosto che un tribunale morale. Una posizione che evidenzia però un’altra difficoltà fondamentale: nessuna istituzione culturale è davvero neutrale quando decide chi invitare, chi finanziare, chi proteggere e quali conflitti rendere visibili.

Il Padiglione della Santa Sede, dedicato a Ildegarda di Bingen e curato da Hans Ulrich Obrist, ha rappresentato una sorta di controcampo spirituale alla militarizzazione simbolica della Biennale. Nel Giardino dei Carmelitani Scalzi, tra musica, poesia e silenzio, le presenze di Patti Smith, Jim Jarmusch e Brian Eno costruivano uno spazio di sospensione quasi mistica, lontano dalla retorica del conflitto permanente.

Forse è proprio qui il nodo decisivo dell’edizione 2026. L’arte contemporanea continua a oscillare tra due poli: da un lato il desiderio di autonomia critica, dall’altro l’impossibilità di sottrarsi completamente alle strutture del potere — Stati, mercato, fondazioni, media, diplomazie culturali e algoritmi della visibilità globale.

La Biennale Arte 2026 non risolve queste contraddizioni. Le rende visibili e le trasforma in materia di riflessione. È forse questo il suo risultato più significativo: mostrare come oggi l’arte non possa essere separata dai conflitti del mondo, ma neppure ridotta a semplice commento dell’attualità. Tra ricerca spirituale, crisi ecologica, tensioni geopolitiche e identità in trasformazione, In Minor Keys invita a interrogarsi sul ruolo stesso dell’opera d’arte nel XXI secolo.

La domanda resta aperta: l’arte può ancora parlare a nome dell’umano oppure è destinata a riflettere, inevitabilmente, le fratture e gli equilibri del potere globale?

COP 30 a Belém per una mobilitazione popolare

Dopo la deludente chiusura della COP 29 in Azerbaijan – nazione simbolo della dipendenza dall’industria petrolifera – gli occhi del mondo si spostano verso il Brasile, dove il 10 novembre 2025 si terrà la COP 30, nella città amazzonica di Belém. La conferenza internazionale sui cambiamenti climatici arriva in un momento cruciale: il Pianeta è travolto da una nuova ondata di eventi estremi, deforestazione, perdita di biodiversità e profonde ingiustizie sociali. E proprio a Belém, cuore verde dell’Amazzonia, le speranze si riaccendono: può essere la svolta, il luogo in cui i popoli si rialzano in nome della Terra.

La COP 29 si è conclusa senza progressi significativi. Nonostante slogan e appelli all’urgenza, si è assistito ancora una volta a compromessi al ribasso, dichiarazioni vaghe e promesse non vincolanti. Nessun passo decisivo verso una transizione energetica giusta. In questo contesto, la scelta del Brasile – e in particolare di Belém – come sede della COP 30 assume un forte valore simbolico e politico. Qui non si parla solo di cambiamento climatico, ma di giustizia ambientale e sociale. E al centro della scena, stavolta, c’è l’Amazzonia e i suoi popoli.

Ma proprio mentre ci si prepara a ospitare una delle conferenze più attese sul clima, un progetto infrastrutturale sta generando forti preoccupazioni: la costruzione dell’autostrada “Avenida Liberdade”, un’arteria a quattro corsie pensata per collegare meglio Belém al resto del Paese. L’infrastruttura attraverserà decine di migliaia di ettari di foresta amazzonica protetta, causando una nuova ondata di deforestazione. Se da un lato il governo brasiliano afferma che l’opera è pensata per alleggerire il traffico e migliorare la logistica in vista della COP30 – e che includerà attraversamenti per animali e illuminazione con fonti rinnovabili – dall’altro, le immagini satellitari mostrano già i segni devastanti dell’abbattimento della foresta.

Numerosi attivisti e ricercatori sollevano dubbi sulla reale sostenibilità del progetto: la perdita di habitat, la frammentazione degli ecosistemi, l’interruzione dei corridoi ecologici e la difficoltà per molte specie di accedere a fonti d’acqua mettono a rischio la biodiversità. Soprattutto, la decisione di avviare una simile opera proprio nel cuore dell’Amazzonia, a ridosso di una conferenza sul clima, sembra in aperta contraddizione con gli obiettivi ambientali che si vorrebbero promuovere. Secondo alcuni studi, la foresta potrebbe raggiungere un punto di non ritorno entro il 2050: ogni chilometro perso oggi può accelerare quel destino.

La COP 30 non sarà solo un appuntamento diplomatico tra capi di Stato e rappresentanti delle multinazionali. Sarà anche – e soprattutto – una grande occasione di mobilitazione popolare. A Belém si stanno già preparando in migliaia: comunità indigene, movimenti sociali, associazioni ambientaliste, organizzazioni religiose e della società civile. Insieme daranno vita alla “Mobilização dos Povos pela Terra e pelo Clima”, un movimento collettivo che intende portare l’anima dell’Amazzonia al centro del dibattito internazionale.

Questa mobilitazione vuole rompere il silenzio, dare voce a chi da sempre protegge la foresta e viene ignorato nei grandi tavoli decisionali. È un grido che si leva dai territori: senza giustizia territoriale, ogni azione contro la crisi climatica sarà incompleta e inefficace. Senza ascoltare chi vive e custodisce la biodiversità amazzonica, ogni politica ambientale rischia di restare una vetrina, un’altra operazione di greenwashing.

In prima linea nella preparazione a questa mobilitazione c’è il Centro Alternativo de Cultura (CAC) dei gesuiti del Brasile, attivo da anni nel cuore dell’Amazzonia. Fondato nel 1991 a Belém, nello Stato del Parà, il CAC non è solo un centro di resistenza culturale e sociale, ma un laboratorio di umanità. Promuove la difesa delle culture tradizionali, la dignità delle comunità indigene e la costruzione di un modello di sviluppo alternativo, fondato su cooperazione, ecologia integrale e partecipazione attiva.

Il progetto “Far Fiorire la ReEsistenza e l’Autonomia per una giustizia climatica in Amazzonia brasiliana” è uno degli esempi più emblematici dell’impegno del CAC. Gestita dalla Fondazione MAGIS con il sostegno della Conferenza Episcopale Italiana, l’iniziativa promuove identità, autodeterminazione e sviluppo sostenibile per le popolazioni amazzoniche, attraverso educazione, artigianato, economia solidale e formazione comunitaria. Vengono organizzate attività socio-culturali ed educative per bambini e adolescenti, oltre a percorsi di formazione e sostegno per le donne, che ricevono strumenti per creare forme di sostentamento attraverso l’artigianato locale, riscoprendo saperi antichi come risorsa economica e culturale. È una proposta che parte dal basso ma guarda lontano, perché fonda la trasformazione globale sulle radici delle comunità.

Belém non è una scelta casuale. È un crocevia di resistenza e speranza, una città densa di storia e contraddizioni, un porto sul fiume e sulla foresta, punto d’incontro tra le culture indigene e le sfide del mondo contemporaneo. Qui si incrociano le ferite lasciate dall’estrattivismo e le speranze di rinascita. Per questo, la COP 30 non può essere una semplice vetrina diplomatica: deve diventare uno spazio di ascolto, dove le voci locali entrano nei tavoli di trattativa e si traducono in politiche globali.

Il rischio è che, come troppo spesso accade, anche questa conferenza venga cooptata dagli interessi finanziari. Che si parli di clima, ma si agisca per il profitto. Che si esalti la foresta, ma si continui a distruggerla. Per evitarlo, la mobilitazione è fondamentale. La presenza attiva dei movimenti dal basso può fare la differenza, trasformando la COP 30 in un vero momento di svolta.

La crisi climatica non è solo ambientale: è sociale, culturale, politica. È il riflesso di un modello di sviluppo che consuma la vita in nome della crescita. Per questo, la COP 30 deve rappresentare più di un summit: deve essere l’inizio di un nuovo paradigma. Un paradigma che metta al centro la giustizia sociale, il rispetto per le culture ancestrali, la difesa dei beni comuni e il valore delle interdipendenze tra i popoli.

Il Brasile può giocare un ruolo chiave in questa transizione. Non solo perché ospita una delle più vaste aree di biodiversità del mondo, ma perché può proporre – attraverso esperienze come quella del CAC – un’altra visione dell’umanità e della convivenza con la Terra. Un mondo in cui la foresta non è una risorsa da monetizzare, ma una maestra da cui apprendere. Dove lo sviluppo non si misura solo in PIL, ma in relazioni, salute degli ecosistemi, autonomia dei territori e benessere delle comunità.

La scelta è ora. La mobilitazione è già cominciata: nelle scuole, nei villaggi, nei mercati artigianali, nei centri culturali dell’Amazzonia. La COP 30 sarà un banco di prova per tutti: istituzioni, società civile, opinione pubblica globale. Sarà il momento per decidere se continuare a essere spettatori di una crisi annunciata o diventare protagonisti di una rivoluzione ecologica e sociale.

Come ricorda il CAC, “far fiorire l’umanità” non è un’utopia, ma una responsabilità condivisa. A partire da Belém – tra promesse, contraddizioni e resistenze – possiamo seminare un futuro diverso. Sta a noi irrigarlo con partecipazione, coraggio e speranza – prima che sia troppo tardi.

Siria da sempre senza pace

La rapida avanzata dei ribelli islamisti dal confine turco fino a Damasco nel dicembre 2024 ha sorpreso tutti, ma storicamente non è la prima volta che dal confine sud-occidentale della penisola anatolica parte un’operazione militare per la riconquista della ricca provincia siriana, ponte tra l’impero persiano (oggi Iran) e il Mediterraneo. In termini geopolitici, le dinamiche restano costanti: la Turchia, erede territoriale dell’Impero romano medievale d’Oriente (c.d. bizantino), penetra nelle province nord della Siria, mentre la Repubblica islamica dell’Iran perde la congiunzione con Siria e Libano. D’altro canto l’egemonia se la sono giocata per secoli le dinastie islamiche in Siria, Iraq e Iran, alternando Damasco, Baghdad e Teheran come centro di gravitazione politica ed economica. La Siria era stata conquistata dagli Arabi nel VII secolo d.C. in quella che non era più una serie di scorrerie ma l’obiettivo geopolitico di uno stato islamico organizzato. La sconfitta sul fiume Yarmuck (636) lungo l’attuale confine tra Siria e Giordania segna la data del ritiro dei “Romani” – così si definivano – dalla Siria, provincia romana dal 415. La Siria storica era molto più estesa dell’attuale stato, coprendo la parte mediana del bacino dell’Eufrate fino al Mediterraneo ed estendendosi per un ampio tratto di costa da Antiochia a Beirut fino a Gerusalemme. Copriva dunque anche Libano e Palestina, una posizione strategica di tutto rispetto lungo le direttrici est-ovest e nord-sud all’incrocio di tre continenti. Da lì gli Arabi riusciranno a minacciare direttamente quanto restava dell’Impero Romano d’Oriente e ad assediare più volte la capitale fra il 674 ed il 678, e nel 717 e 718. I Romani – li chiameremo così – grazie alla loro flotta, riuscirono sempre a respingere il nemico. Due quasi due secoli dopo, approfittando anche delle divisioni all’interno del mondo arabo, riparte una strategia di recupero delle ricche zone mediorientali. Stranamente questa vittoriosa operazione militare è poco citata, mentre le successive Crociate sono un continuo argomento di studi e polemiche ideologiche, pur essendo anch’esse una reazione di contrasto dinamico a un’occupazione militare. La spiegazione è nella diversità strutturale fra i due eventi: le Crociate sono classificabili come operazioni militari in area esterna gestite da attori geopolitici estranei. Costituiscono una Zeitbruch, una rottura temporale, laddove la riconquista bizantina della Siria rientra nella dinamica interna di un impero già radicato nel territorio. In sostanza, riprendersi quanto è stato sottratto da un’altra potenza è considerato normale, mentre intervenire dall’esterno in aree geopolitiche estranee alla propria area è imperialismo coloniale. Problema tuttora attuale.

Ma andiamo per ordine. L’offensiva romana e nel Mediterraneo si sviluppa dal 961 al 969 e comprende la conquista di Creta, di Cipro, di Antiochia e Aleppo. Dopo un periodo di guerre ai confini lente e non decisive, una serie di vittorie nel tardo X e all’inizio dell’XI secolo permisero a tre imperatori Bizantini, Niceforo II Foca, Giovanni I Tzimiskes e Basilio II Bulgaroctono di riconquistare parte dei territori perduti nel corso delle guerre contro gli Arabi del VII secolo sotto la declinante Dinastia Eracliana. All’inizio dell’XI secolo dunque le truppe bizantine sconfiggono gli arabi e riconquista tutta la Siria. L’esercito imperiale era di fatto l’unica forza armata permanente documentata nel medioevo. Sia pur trasformato nel corso del tempo per adattarsi alle nuove realtà, esso era l’erede delle legioni imperiali: manteneva un’organizzazione centrale, aveva un regolare corpo di ufficiali e sottufficiali, il reclutamento e l’addestramento erano gestiti da strutture collaudate da anni di guerre ai confini. L’uso di mercenari e irregolari ruotava attorno a un nucleo di tagmata, i reggimenti di cavalleria e fanteria metropolitani, integrati nelle campagne dalle truppe dei themata, i distretti militari di confine presidiati da soldati-contadini. Per il periodo che trattiamo vigeva questo sistema misto, frutto di evoluzioni successive. Non elevato l’organico: max 150.000 uomini, in linea con l’epoca. Grazie al comando di Niceforo Focas, le operazioni militari ebbero un’accelerazione col sacco di Aleppo e di Homs e la resa di Antiochia (969), che dopo ntre secoli di dominio musulmano ritorna in ambito romano. Lo stesso imperatore fece redigere un manuale di campagna, i Praecepta Militaria dove in effetti è superata la precedente impostazione difensiva a favore delle possibilità offensive di un esercito di campagna organizzato, equipaggiato ed addestrato con grande rigore. Al comando succederà Giovanni Tzimiskes, altro valente stratega. Alla sua morte (976) il comando viene preso da Basilio II Bulgaroctono, il quale però si troverà impegnato nei Balcani contro i Bulgari. Condurrà comunque nel 995 una campagna in soccorso di Aleppo contro gli arabi Fatimidi già stabili nel Maghrteb. Ma all’orizzonte avanza un nuovo invasore nomade più forte di Arabi e Persiani messi insieme. Nel 1045, solo Antiochia è ancora nelle mani dei Romani, ma cade sotto la pressione dei Turchi nel 1084, la futura potenza regionale musulmana. Come si vede, il dividendo strategico della riconquista della Siria dura poco più di un secolo, ma è importante sapere che nella sua millenaria storia la realtà dell’Impero Romano d’Oriente va ben oltre l’immagine di decadenza alla quale la storiografia europea l’ha relegata.

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Bibliografia:

La grande strategia dell’Impero bizantino / Edward Luttwack. Milano, Rizzoli, 2009. E anche Il Grande Medio Oriente: Viaggio al centro della storia tra impero e anarchia / Robert D. Kaplan, Marsilio, 2024

Boicottare può essere più efficace di alzare i dazi

Boicottare i prodotti statunitensi – e non genericamente “americani” – è una scelta consapevole e mirata, capace di tradurre piccoli gesti quotidiani in una forma efficace di pressione contro una governance aggressiva e regressiva. Così come il boicottaggio contro le aziende inquinanti o che praticano la sperimentazione sugli animali ha indotto cambiamenti reali nel mondo farmaceutico e cosmetico, anche evitare prodotti USA può mandare un messaggio chiaro: il portafoglio è il vero punto debole del potere.

I consumatori non sono più spettatori passivi. In un’epoca di iper-consumo e sovrabbondanza, scegliere consapevolmente cosa acquistare – o decidere di non acquistare – è diventato un atto politico. La Coca-Cola può tranquillamente lasciare il posto al più autentico Chinotto. Gli hamburger, nati in Germania, si reinventano nella nostra piadina. Le Harley-Davidson trovano valide alternative nelle Triumph, come fece già Marlon Brando ne Il selvaggio (1953), salendo in sella a una Triumph Thunderbird 6T. Lo spirito britannico non ha mai smesso di affascinare le leggende del cinema, anche se fu la Harley-Davidson Chopper, in Easy Rider (1969), a diventare il simbolo per eccellenza della libertà.

Lo Scotch può rimpiazzare il bourbon, la birra europea ha poco da invidiare a quella americana, e i dolci casalinghi superano browning e cookie. Perfino la musica può fermarsi gloriosamente agli anni ’80-’90. Quanto ai fumetti, Linus ci ha già regalato il meglio dagli anni ’70.

Il vero scoglio? Amazon. La comodità di Prime è difficile da abbandonare, ma le alternative esistono e stanno crescendo. Anche nel cinema, l’eredità culturale trasmessa dal dopoguerra a oggi è così vasta da non rendere necessario il continuo apporto USA.

Un Boicottaggio che Parla alla Democrazia

Non si tratta solo di prodotti, ma di una linea politica che va respinta. Le recenti politiche dell’amministrazione Trump – come la proposta di smantellamento del Dipartimento dell’Educazione, la sospensione di Voice of America, il blocco dell’accesso alla biblioteca transfrontaliera Haskell, la vendita della cittadinanza statunitense – non sono episodi isolati. Sono tasselli di un disegno autoritario che colpisce cultura, istruzione e libertà d’informazione.

Trump affida la politica economica a Peter Navarro, economista noto anche per citarsi attraverso un curioso alter ego: “Ron Vara”, un nome fittizio ottenuto anagrammando il proprio cognome. Presentato spesso come un autorevole collega, questo personaggio immaginario diventa uno strumento utile a legittimare le sue stesse teorie.

I dazi, promossi come strumenti di difesa dell’economia nazionale, finiscono per destabilizzare interi mercati. Le Borse reagiscono con volatilità, l’economia globale si irrigidisce, mentre le élite vicine al potere continuano ad arricchirsi. Strategie economiche che si affidano persino a figure inventate, come il fantomatico Ron Vara, rivelano un uso tanto ingegnoso quanto rischioso della propaganda e della manipolazione finanziaria.

L’app Trumptax.eu, sviluppata da Alleanza Verdi e Sinistra, consente ai cittadini europei di distinguere i prodotti realmente statunitensi da quelli solo apparentemente “locali” ma prodotti da multinazionali USA. La delocalizzazione, infatti, consente a molti brand americani di mascherarsi dietro etichette italiane o europee. Boicottarli senza consapevolezza può persino danneggiare l’economia nazionale.

Solidarietà e Protezione: Il Ruolo dell’Europa

In Francia e nei Paesi nordici è già in atto un boicottaggio di massa contro Coca-Cola, McDonald’s, junk food e tecnologia made in USA. In Italia, invece, si fa ancora fatica a parlare apertamente di questi temi senza essere tacciati di anti-americanismo. Eppure la solidarietà verso le istituzioni culturali ed educative, oggi sotto tagli e minacce, passa anche dal rifiuto del modello economico statunitense, spesso impacchettato come inevitabile.

I fondi del PNRR non possono essere usati per supportare aziende soggette a dazi USA o per acquistare armamenti: una scelta che va rispettata e rafforzata, promuovendo invece un’economia europea più autonoma, solidale e sostenibile.

Conclusione: Boicottaggi 2.0

In un mondo iperconnesso, il boicottaggio non è più un atto solitario ma condiviso, intelligente, tecnologico. Dalle app che svelano l’origine dei prodotti, ai social network che amplificano la portata di ogni scelta, il consumatore del nuovo millennio può diventare protagonista del cambiamento. La democrazia si protegge anche attraverso il carrello della spesa.

Boicottare oggi non è solo rifiutare un prodotto, ma affermare un’idea: un’economia giusta, un’informazione libera, una cultura accessibile. In fondo, anche con una piadina al posto di un Big Mac, si può difendere il diritto di scegliere il proprio futuro.