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Piazza Venezia: un cantiere d’Arte

Collocata nel cuore monumentale di Roma, l’installazione non si limita a decorare il cantiere: trasforma un luogo normalmente percepito come transitorio e disagevole in un palcoscenico di arte pubblica. I silos, alti dieci metri, diventano superfici narrative capaci di rendere visibile ciò che di solito rimane nascosto: la forza, la fatica e la maestria delle mani che costruiscono la città.

Il progetto Murales – promosso da Metro C s.c.p.a. e sostenuto da Webuild, Vianini Lavori, Hitachi Rail, CCC e CMB, con il patrocinio di Roma Capitale – incarna una nuova idea di cantiere: non più spazio sottratto alla città, ma occasione di rigenerazione culturale.

Il ciclo di opere, che proseguirà fino a dicembre 2026, porta sugli iconici silos della piazza sei tra i più importanti artisti italiani contemporanei:

C’è una domanda silenziosa che accompagna ogni intervento su quei giganteschi silos: che fine faranno i teloni che per mesi hanno custodito le immagini che abbiamo imparato a riconoscere come parte del paesaggio di Piazza Venezia?

È una domanda che non riguarda solo la loro destinazione materiale, ma tocca il cuore stesso dell’arte urbana: la sua natura transitoria, vulnerabile, destinata a mutare insieme allo spazio che la ospita.

I murales del progetto – enormi, potenti, immersivi – convivono con la consapevolezza della loro stessa impermanenza. Come scenografie che segnano le tappe di una trasformazione più grande, sono chiamati a esistere solo per un tempo limitato, per poi lasciare posto ad altre immagini, ad altri racconti, e infine alla stazione definitiva. Proprio questa temporaneità accentua il loro valore: rendono visibile una fase che di solito non lascia tracce, quella del “durante”, del cantiere, del lavoro che precede l’opera compiuta.

Quando i teloni verranno rimossi, forse ripiegati, riciclati, o conservati come testimonianze di un passaggio, ciò che rimarrà sarà il loro ruolo di memoria in movimento. Ogni murale depositato sui silos non è un monumento, ma un’apparizione: un frammento di città che si offre allo sguardo e poi si ritrae, come accade a tutte le forme d’arte nate per vivere nello spazio pubblico.

In questa effimera durata risiede una bellezza particolare: l’arte non come oggetto eterno, ma come respiro, come gesto che accompagna la metamorfosi della città e scompare non appena il paesaggio è pronto a una nuova forma. “Tools”, come le opere che l’hanno preceduto e quelle che verranno, affida alla sua provvisorietà un valore poetico e civile: ricordare che anche ciò che è destinato a sparire può trasformare – profondamente – il modo in cui abitiamo i luoghi.

Il primo intervento, “Le Costellazioni di Roma” di Pietro Ruffo, aveva intrecciato miti fondativi, personificazioni cosmiche e la topografia antica di Luigi Canina.
Il secondo, “Ci eleviamo sollevando gli altri” di Marinella Senatore, aveva trasformato i silos in una luminosa scenografia barocca, fatta di colori, forme e richiami alle sue passioni artistiche.

Con “Tools”, Benassi apre una nuova direzione tematica: quella della manualità, della comunità e del valore simbolico del lavoro, in un luogo dove la trasformazione della città è visibile giorno dopo giorno.

La stazione Venezia sarà una delle più complesse della Linea C, progettata per integrarsi con il delicatissimo tessuto archeologico del centro di Roma.

Dopo il completamento della macrofase 1 e l’avvio della macrofase 2, il cantiere procede verso la realizzazione dei diaframmi perimetrali residui e dello scavo archeologico completo. La futura “archeostazione” ospiterà, al primo livello, un’area museale che renderà visibili molti dei reperti rinvenuti durante gli scavi.

Con le prossime aperture – Porta Metronia e Colosseo/Fori Imperiali – e la progettazione delle stazioni fino a Clodio-Mazzini e oltre, la Linea C continua a configurarsi come uno dei progetti infrastrutturali più ambiziosi della capitale.

Il progetto si avvale della curatela di Spazio Taverna e della supervisione di un comitato scientifico composto da rappresentanti della GNAM, del MAXXI, del Palazzo delle Esposizioni e della Galleria Borghese.

Ogni artista propone una visione del rapporto tra Roma e il futuro, esplorando temi come memoria, identità, mito, comunità e immaginario contemporaneo.

In questo percorso, “Tools” rappresenta un passaggio decisivo: mette al centro l’uomo, il suo sapere, le sue mani, e racconta come la metamorfosi della città sia possibile grazie a un lavoro collettivo e quotidiano.

Piazza Venezia non è solo il cuore monumentale di Roma: oggi è anche il cuore pulsante della sua trasformazione.

Con “Tools”, Elisabetta Benassi aggiunge un nuovo tassello a un percorso che unisce arte, archeologia, ingegneria e cittadinanza. Un progetto che trasforma un cantiere in un laboratorio visivo e culturale, capace di restituire alla città non solo una futura stazione della metropolitana, ma anche un nuovo modo di vivere lo spazio pubblico.

Alla ricerca degli artisti perduti 12

Paul Klee Astratto

… L’astrattismo di Paul Klee come un ricamo, un pizzo di Fiandra, un geroglifico gotico di trasparente eleganza, senza urla e senza eccessive malinconie: l’apparenza trasfigurata nella raffinata calligrafia di un poeta sicuro e preciso come un chirurgo dell’anima.

Giovanni Carnovali, (anche Carnevali) detto Il Piccio (1804-1873)

Pittore di scuola lombarda, fu artista di temperamento romantico ,ma di un romanticismo temperato e riflessivo, sopratutto nei ritratti in cui diede ottimi risultati, parimenti influenzato dal più classico Hayez e il più dinamico Delacroix.
Ma è nelle figurazioni mitico/allegoriche che il Piccio libera un temperamento arioso e innovativo in cui le figure si mescolano alla luce di una dissoluzione cromatica che prelude alla pittura di Segantini, e forse ancor più a certe liquide dissolvenze di Monet.

Telemaco Signorini – Strada della Capponcina.

Ecco uno scorcio apparentemente banale di vita paesana: una stradina, un muretto, una luce mattutina, un silenzio…Ma nella quotidianità di un vissuto semplice e scontato è la poesia vera dell’umana esistenza, una dimensione emozionale fortemente radicata nei suoi valori di tempo, di spazio, di luce e di memoria…che altro è la poesia?

Rubens

Non mi piacciono gli eccessi barocchi tipici in Rubens, eccessi che spesso non trovano ragione nella drammatizzazione della scena ma vivono del puro piacere estetico della forma; ma trovo straordinaria la dinamicità in questo dipinto, un movimento che trova nella curva del Cristo morto la chiave di volta quasi di uno spartito musicale…

Maurizio Cattelan: la fortuna di fare notizia

….Ancora e sempre “messaggi”, pretesa ironia, concetti, significati…Va bene, e l’opera? L’opera conta, la forma, il suo valore estetico; non si può fare un’opera d’arte solo con i “contenuti” e le pretese rivelazioni pseudo filosofiche…E’ come venderti una cornice che promette un dipinto che non c’è….In altri termini, non basta snocciolare la trama dell’Amleto: bisogna scriverne i versi, parola per parola, altrimenti sono solo fatterelli, pettegolezzi e ideuzze. Non prendiamoci in giro per favore!

Alla ricerca degli artisti perduti 10

Luciano Ventrone vs Caravaggio

… EPPUR, PAR VERO!… (la verosimiglianza non è tutto!)

Luciano Ventrone, ribattezzato da pregevoli critici ” il Caravaggio del XX secolo!”

.. .Non c’è niente di Caravaggio, né la sua passione profondamente umana, nè la sua disperata carnalità, nè la rabbia, né l’amore incondizionato per la vita misera e splendente che sia, le cose, gli uomini, i diseredati, la sua forza e la fiducia nella nobiltà dell’esistere, sia nella purezza, sia nelle sue contaminazioni….per non parlare della tecnica chiaroscurale, in Ventrone pura, ostinata accademia di frigida, capillare realizzazione!

Luigi Crosio (1835 – 1915)

Pittore di genere e di ambito piuttosto commerciale, grafico, illustratore…Fu un artista che rappresentò quella tipica tendenza del gusto borghese fine ottocento che amò le rievocazioni dell’antichità classica con una tecnica liberty tardo-romantica che molto ricorda (ma in chiave qualitativamente minore ) le composizioni erotico-floreali di Mucha e le scenografie classicheggianti di Laurence Alma-Tadema.

Tutto un sentire pseudo- romantico e illustrativo di una presunta romanità, nel gusto salottiero frutto di quell’ambito piuttosto angusto e senza pretese eroiche della Torino sabauda post-riunificazione italiana…

Tom Roberts (1856 – 1931)

Emigrato con la famiglia in Australia nel 1869, a Melbourne, iniziò a praticare la tecnica fotografica, studiando contemporaneamente pittura con Frederick McCubbin. In seguito tornò in Inghilterra dal 1881 al 1885, dedicandosi totalmente alla pittura.

Quindi ancora in Australia,nel periodo degli anni ’90 in cui risalgono i suoi dipinti più noti.

A parte gli anni della prima guerra mondiale e seguenti,dove lavorò in un ospedale, visse in seguito e fino al suo decesso nella sua casa a Kallista vicino Melbourne anni sereni e produttivi.

Nella tradizione dei grandi paesaggisti inglesi, Roberts trova un suo spazio basato su una qualità pittorica di notevole livello, dove la sua visione acquista un respiro originale e intenso, a mezza strada tra l’Impressionismo di Monet e le elegie malinconicamente aristocratiche di Whistler. D’altro canto si distingue nell’uso della sintesi pittorica e nella rinuncia del descrittivismo che in alcuni esempi ricorda addirittura le macchie essenziali di un Fattori (vedi la celebre ” Rotonda Palmieri”)!

“Deposizione dalla croce” (dettaglio)

Pietro Lorenzetti ( 1280-1348)

Nella raffinata eleganza formale della Sacra Composizione vive pure il respiro di un umanissimo dolore, nel legame d’un amore inscindibile tra la Madre e il Figlio.

nelle forme estenuate e sottili, nella testa riversa del Figlio che offre alle mani sottili e febbrili di Maria il fluire a cascata dei suoi capelli, nella guancia che si stringe alla sua fronte, e la bocca e gli occhi di Lei che più non ha lacrime da spargere su quel corpo esile e abbandonato: in tutto domina lo strazio, pur muto e contenuto, di una Fatalità che è la Fatalità dell’Agnello sacrificale, e della sua crudele necessità.

Le forme e i lineamenti, pur ieratici e preziosi come diamanti incastonati, aldilà della ermetica fissità bizantina, indicano la nuova strada che s’inoltra verso la luce meridiana dell’Umanesimo, ma qui ancora tenera d’una dolcezza adolescenziale, nella fanciullezza d’un dolore stupefatto di sé. ( “Mors stupebit et natura”!)

Post d’Arte: dalla Balthus a Giacomo Ceruti

Balthus
Né surrealista,né tantomeno ispirato a Dalì. Si può congetturare una sua dimensione estetica direi sicuramente “ambigua” e malinconicamente sensuale, se mai si può legare la malinconia alla sensualità. Una sensualità ricca di impressioni e precordi infantili: una infanzia commista di penombre e di sogni, la cenere e le scintille nascoste nel riserbo di un raffinato, quasi estenuato decadentismo.

Pop Art e Conseguenze
Purtroppo da lì, dalla Pop Art, nasce tutto il contesto discutibilissimo di “certa” arte contemporanea. Fu l’alibi iniziale che poi giustificò una alluvione di pretesi artisti e pretesi “eventi” basati sulla rivelazione della banalità del quotidiano, ma anche sulla sciatteria elevata a folgorante opera d’arte di cui ancora se ne scontano le conseguenze. Operazione senza alcuna autentica interpretazione e trasformazione estetica: contrabbandare una ideuzza concettuale a risoluzione finale senza alcun lavoro e travaglio di ricerca sulla materia in cui l’artefice da sempre si era misurato nel manipolare la realtà a sua immagine e somiglianza.

Decadentismo
Si disse una volta che il Decadentismo fosse arte “guasta”….Che errore! Io preferisco definirla sopratutto come ultima frangia del Romanticismo di cui vive gli ultimi disinganni e bagliori. Un ambito in cui straordinari scrittori,poeti,pittori,musicisti, malinconici, sarcastici e disincantati,trovarono rifugio al loro magnifico “cupio dissolvi”!

Pollock
Egli rappresenta tragicamente la frammentazione animica e spirituale dell’uomo contemporaneo, nella perdita irrimediabile di una integrità che fu sua un tempo. Frammentazione che fermenta nel caos e nella dispersione di una umanità disorientata. In questo Pollock è l’inconscio ma geniale messaggero di questo nostro smarrimento; una società che si compiace del suo progresso tecnologico,ma incapace di ritrovare il sentiero che riconduce all’Uomo.

Giacomo Ceruti
Giacomo Ceruti (1698-1767) detto ” il Pitocchetto”–Un Caravaggio in tono minore,dimesso,senza tragedie, che racconta sottovoce la realtà quotidiana della miseria e dell’umanità che in penombra fatalmente la vive, e giustamente usando una gamma monotona di colori terrosi e poveri di contrasti illuminnanti.

Alla ricerca dei pittori perduti

Nell’immenso cimitero degli artisti ingiustamente dimenticati amo talvolta far risorgere qualche nome…. Gabriel Deluc,morto in guerra nel 1916 a 33 anni, ottimo impressionista, amico di Maurice Ravel che a lui dedicò un brano de “le tombeau de Couperin”.

Continuo la mia escursione tra pittori praticamente dimenticati (se non per il ristretto cerchio degli “addetti ai lavori”)… Ecco Camillo Boccaccino (Cremona 1505-1546). Forse allievo nella bottega del Tiziano ma di chiara espressione lombarda, elegante artista del ricco periodo manierista. Qui con “Madonna in trono con Bambino, san Michele e san Vincenzo Ferrer.

Continuo nella riscoperta,se non addirittura nella “riesumazione” di artisti praticamente dimenticati ingiustamente;una piccola voce la mia e un piccolo riflettore su: Bartolomeo Bonascia,o Bonasia (Modena 1450-Modena 1527), grande attività come ingegnere e architetto ma pur valentissimo pittore. Qui è il suo “Cristo morto sorretto dalla Vergine e san Giovanni” che richiama per la sua lirica monumentalità la lezione di Piero della Francesca…

…. Stavolta ci occupiamo del dimenticato” Maestro delle mezze figure”,olandese della prima metà del 16°secolo,proprio così nominato, rimasto anonimo sebbene si discuta di una probabile identificazione con H. Vereycke morto nel 1561,specializzato nel ritrarre dame musicanti a mezzo busto…qui invece ammiriamo il suo trittico con “L’Adorazione dei Magi” dove risalta,tipico della pittura nordica,l’amore del dettaglio e la preziosità dei particolari anche se vi è soffusa una certa rigidità e staticità delle figure…

Ecco i limpidi,surreali, magici sogni di Sholto Blissett,artista inglese nato nel 1996 a Salisbury: una luminosa finestra aperta su un desiderio di classicità pervasa da uno stupore onirico, l’enigma di una natura e di palazzi da fiaba pur deserti e inspiegabili,come appunto in un sogno, dove lo spazio e la luce vivono di una purezza incontaminata….

Ed eccoci a Sisto Badalocchio (Parma 1585-1647). Fu a scuola dai Caracci, noto incisore, rimane la serie sua della cosidetta “Bibbia di Raffaello”.Come pittore si ricordano gli affreschi della chiesa di san Giovanni Evangelista a Reggio Emilia. Qui appare il suo dipinto ” Il trasporto di Cristo morto al sepolcro” di forte impatto drammatico decisamente ispirato all’omonimo,celebre dipinto di Raffaello: notevole il taglio di luce in diagonale ascendente che ricorda l’impostazione luministica caravaggesca senza del resto evocarne la rivoluzionaria statura estetica.

Francesco Sartorelli ( Cornuda 1856-Udine 1939). Abbandona gli studi di medicina per frequentare il Conservatorio di Milano: abbandonerà la carriera di concertista per problemi di salute per dedicarsi infine da autodidatta alla pittura. Paesaggista di ampio respiro, colorista della tradizionale scuola veneziana, alterna modi naturalistici a tendenze impressioniste in un crogiuolo di echi romantici e crepuscolari. Ad un anno dalla sua morte,nel 1940, la XXII Biennale di Venezia gli dedicherà un’ampia retrospettiva.