Gallerie

L’Arte nelle Strade dell’Arte a Monteverde

Sabato 18 aprile 2026, dalle ore 11 alle 21, il quartiere romano di Monteverde torna a trasformarsi in un grande laboratorio artistico diffuso grazie alla quinta edizione di “Strade dell’Arte a Monteverde – edizione di Primavera”, una manifestazione ormai consolidata che apre gratuitamente al pubblico gallerie, studi d’artista, laboratori e scuole artigiane.

L’iniziativa nasce all’interno del progetto Monteverde Cultura, promosso da Art Sharing Roma ETS, con l’obiettivo di far emergere e mettere in rete la vivace scena artistica del quartiere.

Monteverde è da sempre associato a intellettuali, scrittori e attori, ma negli ultimi anni si sta affermando sempre più come polo dell’arte visiva contemporanea. Nuove gallerie, studi e spazi indipendenti stanno ridisegnando la geografia culturale del quartiere, anche grazie alla presenza di giovani artisti che scelgono questa zona per sviluppare i propri progetti.

La manifestazione incarna perfettamente il concetto della “città dei quindici minuti”: un quartiere in cui è possibile accedere a un’offerta culturale ampia e diversificata a pochi passi da casa.

Tra corsi di ceramica, pittura, mosaico e oreficeria, mostre, incontri e presentazioni, Monteverde si conferma un ecosistema creativo in continua crescita. L’edizione 2026 segna un ulteriore passo avanti, con ben 19 spazi aderenti e circa 30 artisti coinvolti.

Il percorso si estende ben oltre i confini amministrativi: da Monteverde Vecchio alla Gianicolense, fino a Monteverde Nuovo e Colli Portuensi, per un itinerario di circa 6 km.

È possibile visitare gli spazi:

  • a piedi, per chi ama camminare
  • oppure utilizzando le linee 44 e 8, che collegano facilmente tutte le tappe

L’edizione primaverile propone un panorama estremamente variegato di linguaggi artistici: dalla pittura alla fotografia, dalla ceramica al mosaico, fino alle installazioni contemporanee.

Tra gli appuntamenti più interessanti:

  • ArtSharing Roma ospita Duplices di Bruno Melappioni, un’esplorazione tra razionalità e creazione
  • Centro Sperimentale di Fotografia Adams propone Katmandu: diario di viaggio, con dimostrazioni di fotografia pinhole
  • Galleria Barattolo presenta Salon di Primavera, tra materia e visione
  • Galleria Prencipe espone la collettiva Nei giardini del corpo

Grande spazio anche all’artigianato artistico:

  • ceramiche e tessuti da I Love Ceramica e L’Albero di Terracotta
  • mosaico con dimostrazioni dal vivo presso MosaicOfficina
  • laboratori e corsi per bambini da Lab74

Non mancano studi d’artista e spazi indipendenti, come:

  • Studio 420, con pittura e fotografia
  • Studio Orma, con installazioni contemporanee
  • OffLab studio, con fotografia d’autore
  • Studio SASHA Art&Design, che propone un percorso immersivo tra arte e meditazione

“Strade dell’Arte” non è solo un evento, ma un’esperienza: il pubblico può entrare nei luoghi della creazione, incontrare gli artisti, osservare tecniche e processi, partecipare attivamente.

L’accesso è completamente gratuito e ogni spazio propone orari e attività differenti, creando un percorso personalizzabile e dinamico.

Informazioni pratiche

  • Evento: Strade dell’Arte a Monteverde – Quinta edizione
  • Data: Sabato 18 aprile 2026
  • Orario: 11:00 – 21:00 (verificare i singoli spazi)
  • Ingresso: gratuito
  • Contatti: artsharing.roma@gmail.com | 338 9409180

È disponibile anche una mappa completa del percorso scaricabile dal sito ufficiale.

Uemon Ikeda.: il filo invisibile che ridisegna lo spazio

Dal 10 al 30 aprile 2026, gli spazi di PROSA_contemporanea a Roma ospitano Metamorfosi intangibile, la mostra personale di Uemon Ikeda, a cura di Alberto Dambruoso.
Un progetto espositivo immersivo che mette in dialogo installazione, pittura e performance, trasformando la galleria in un organismo vivo, attraversato da relazioni invisibili e tensioni poetiche.

Un’arte tra Oriente e Occidente
Nato a Kobe nel 1952 e trasferitosi giovanissimo a Roma, Ikeda ha costruito una ricerca che intreccia cultura orientale e sensibilità occidentale. Dopo gli studi all’Accademia di Belle Arti, l’artista abbandona la scultura per sviluppare un linguaggio personale che spazia dalla pittura all’installazione, fino alla scrittura.
La sua poetica si muove costantemente tra opposti: figurazione e astrazione, pieno e vuoto, visibile e invisibile. Un equilibrio che riflette il dialogo tra due mondi culturali e che trova nell’idea di “spazio” il suo centro concettuale.
Il filo rosso: architettura immateriale

Cuore della mostra è l’installazione ambientale realizzata con un filo rosso di lana e seta, sviluppata in collaborazione con l’artista Ximena Robles.
Il filo attraversa e ridisegna lo spazio espositivo, creando una trama sospesa che il pubblico è invitato a percorrere e attraversare. Non si tratta solo di un intervento visivo, ma di un dispositivo percettivo: lo spazio viene trasformato, frammentato e ricomposto, generando nuove possibilità di lettura.
Questo elemento ricorrente nella ricerca di Ikeda affonda le sue radici nella tradizione orientale del “filo rosso del destino”, simbolo di connessioni invisibili ma indissolubili. Nella pratica dell’artista, il filo diventa così strumento per costruire relazioni: tra opere, tra spazi, tra persone.

Pittura e scrittura: immagini come haiku
Accanto all’installazione, la mostra presenta una serie di acquerelli su carta in cui emergono colori vibranti – rosa, rossi, viola e gialli – e frammenti di vita quotidiana.
Le immagini, sospese tra figurazione e astrazione, sono spesso accompagnate da brevi testi: pensieri, intuizioni, riflessioni esistenziali che ricordano la forma degli haiku. La parola non è didascalia, ma parte integrante dell’opera, in linea con una sensibilità concettuale che attraversa tutta la produzione di Ikeda.

La performance: la metamorfosi prende vita

In occasione dell’inaugurazione del 10 aprile, l’installazione si attiva attraverso una performance di danza Butoh interpretata da Flavio Arcangeli.
Nata in Giappone negli anni ’50, la danza Butoh è una pratica espressiva radicale che esplora il corpo come luogo di trasformazione, liberando impulsi fisici e mentali. Definita “danza metamorfica”, dialoga perfettamente con la ricerca di Ikeda, dando forma a quella “metamorfosi intangibile” evocata nel titolo della mostra.
Il corpo del performer diventa così estensione dell’opera, attraversando il filo rosso e rendendo visibile il processo di trasformazione dello spazio.

Una trasformazione invisibile ma condivisa
Come sottolinea il curatore Alberto Dambruoso, il lavoro di Ikeda non si limita a occupare uno spazio, ma lo genera: crea ambienti che non esistevano prima, ridefinendo la percezione del luogo e invitando lo spettatore a diventare parte attiva dell’opera.
Metamorfosi intangibile è dunque un’esperienza più che una mostra: un invito a percepire ciò che non si può toccare, a ricostruire interiormente uno spazio fatto di relazioni, memoria e immaginazione.


Informazioni
Metamorfosi intangibile
Uemon Ikeda
Fino al 30 aprile 2026

A cura di: Alberto Dambruoso
PROSA_contemporanea – Via Marin Sanudo 24, Roma

Orari: lun–ven 16.00–18.30 | sabato su appuntamento

Ingresso: libero


Cristiani a metà: fede selettiva e responsabilità dimenticata

Esiste una forma di religiosità sempre più diffusa e trasversale, che non riguarda solo il cristianesimo ma molte fedi: è quella di chi sceglie cosa credere e cosa no, cosa vivere e cosa evitare. Una fede “a metà”, comoda, adattata alle proprie convinzioni più che capace di trasformarle. Anche tra i cristiani questo fenomeno è evidente, al punto da poter parlare senza esitazione di “cristiani a metà”.

Si tratta di persone che si riconoscono nella religione, ne rivendicano l’identità, ma ne riducono l’impegno. Accolgono ciò che non disturba, che non chiede rinunce, che non mette in discussione privilegi o abitudini. Scartano invece ciò che implica sacrificio, condivisione, apertura verso l’altro. Il risultato è una fede frammentata, selettiva, spesso più identitaria che autenticamente evangelica.

Emerge così un paradosso: talvolta si incontrano non credenti o agnostici capaci di empatia, solidarietà e misericordia più di chi si proclama cristiano. Non perché siano “più religiosi”, ma perché incarnano quei valori umani universali che il Vangelo pone al centro. Questo non è un giudizio, ma una constatazione che interroga profondamente il senso stesso dell’essere cristiani.

Accade anche qualcosa di più sottile e inquietante: alcuni cristiani finiscono per essere astiosi verso l’umanità non per ciò che fa, ma per ciò che è. Uno sguardo disilluso, a tratti sprezzante, che tradisce una distanza profonda dal cuore del messaggio evangelico. Non è più la persona al centro, ma il giudizio su di essa.

Il problema non è la fragilità della fede – che è umana e comprensibile – ma la sua strumentalizzazione. Quando la religione diventa un rifugio identitario o, peggio, un’arma ideologica, si svuota del suo significato originario. Si può arrivare così a giustificare atteggiamenti di esclusione, superiorità o chiusura, in aperto contrasto con il messaggio di accoglienza e amore verso il prossimo.

In questo contesto, anche gli appelli più chiari rischiano di cadere nel vuoto. È emblematico il caso di richiami forti alla giustizia sociale, come quello lanciato da Papa Leone in luoghi simbolo della ricchezza come Montecarlo, dove si è ribadito che “la ricchezza non sia trattenuta ma ridistribuita”. Parole nette, difficili da fraintendere, eppure spesso ignorate. Di fatto, le persone tendono ad ascoltare ciò che vogliono ascoltare e a seguire l’esempio di chi più le aggrada, anche quando questo significa contraddire apertamente i principi che dichiarano di professare.

In alcuni contesti, questo fenomeno assume forme ancora più evidenti: leader religiosi o mediatici, televangelisti capaci di costruire vere e proprie “chiese” funzionali al profitto, che si intrecciano con interessi opachi, guerrafondai o intrallazzatori; fedeli che sostengono posizioni dure verso gli altri in nome di Dio; movimenti che utilizzano simboli religiosi per promuovere iniziative che poco hanno a che fare con la misericordia cristiana. È una deriva che confonde fede e ideologia, spiritualità e appartenenza.

Papa Francesco ha più volte messo in guardia da questa tentazione, parlando esplicitamente di “cristiani a metà”. Non basta dirsi credenti, né limitarsi a una pratica esteriore: il cuore del cristianesimo è l’incontro con l’altro, soprattutto con chi è lontano, fragile, escluso. Non si può amare “a distanza”, senza sporcarsi le mani, senza correre il rischio dell’incontro.

Il cristianesimo, nella sua essenza, non è una religione della comodità ma della relazione. Non invita a sentirsi migliori, ma a farsi prossimi. Non giustifica il giudizio, ma chiama alla misericordia. Per questo è così evidente la contraddizione di chi usa la fede per erigere muri invece che costruire ponti.

Il tema dei “cristiani a metà” può essere letto anche in chiave storica e culturale. Le divisioni tra le diverse confessioni cristiane, le eresie, gli abbandoni della fede o le sue reinterpretazioni hanno sempre accompagnato la storia del cristianesimo. Ma oggi il problema non è tanto la diversità, quanto la superficialità: una fede ridotta a simbolo, a tradizione, a etichetta.

Essere cristiani, allora, non è una questione di appartenenza formale, ma di coerenza. Non significa essere perfetti, ma essere in cammino. Non vuol dire avere tutte le risposte, ma lasciarsi interrogare dal Vangelo ogni giorno.

Forse la vera domanda non è quanti cristiani ci siano, ma quanti siano disposti a non esserlo “a metà”.

Libri di Pace e di Guerra

Viviamo in un tempo in cui la guerra non è un’eccezione, ma una condizione diffusa. Oggi si contano decine di conflitti attivi nel mondo: dall’aggressione russa all’Ucraina alla persistente occupazione dei territori palestinesi, dalle tensioni tra India e Pakistan fino alle crisi meno raccontate in Africa e in Asia. Conflitti diversi per storia e contesto, ma spesso uniti da una matrice comune: interessi geopolitici, economici e strategici che si nascondono dietro parole come sicurezza, difesa, identità.

In questo scenario, anche il quotidiano Avvenire ha scelto di ampliare lo spazio dedicato alle guerre, con particolare attenzione a quelle dimenticate. Perché raccontare non è mai un gesto neutrale.

Il linguaggio non è un semplice strumento descrittivo: è una forza generativa. Le parole non si limitano a raccontare il mondo, ma contribuiscono a costruirlo. Termini come guerra, nemico, conquista o supremazia non sono etichette innocue: sono cornici mentali che rendono la violenza pensabile — e quindi possibile.

Allo stesso modo, parole come avidità, egoismo e prepotenza non descrivono soltanto comportamenti individuali, ma riflettono modelli culturali spesso accettati, talvolta persino premiati.

In questo senso, interrogarsi sul linguaggio significa interrogarsi sulla realtà che stiamo contribuendo a creare.

Un contributo significativo arriva dal libro I tamburi di guerra mi fanno tremare. L’infanzia in Ucraina di Bruno Maida (Laterza, 2026). Attraverso gli occhi dei bambini, la guerra perde ogni retorica e si rivela per ciò che è: paura, perdita, disorientamento.

I “tamburi di guerra” evocati nel titolo non sono metafora astratta, ma esperienza concreta, sensoriale. Il conflitto entra nei corpi, nelle case, nelle notti insonni. Il libro diventa così un antidoto alla normalizzazione della guerra, riportandola alla sua dimensione più autentica: quella umana.

Anche Trame di guerra di Lorenzo Tondo (Mondadori, 2026)  smonta l’idea dei conflitti come episodi isolati. Dall’Ucraina a Gaza, dalla Siria all’Iran, emerge un’unica trama globale: le stesse armi, gli stessi interessi, le stesse logiche.

Le vite non valgono tutte allo stesso modo. Ci sono profughi accolti e altri respinti, civili invisibili, giornalisti sotto tiro. Dopo questa lettura, la domanda non è più se esista una terza guerra mondiale, ma se non sia già iniziata — diffusa, frammentata, senza un unico fronte.

Il racconto si fa ancora più diretto e urgente nelle testimonianze di chi opera nei teatri di crisi. In E ancora chiediamo perdono, Loris De Filippi (Mondadori, 2026) restituisce la realtà di Gaza: ospedali al collasso, vite sospese, bambini senza nome.

Dopo trent’anni di lavoro umanitario con organizzazioni come Medici Senza Frontiere e UNICEF, De Filippi sceglie di raccontare. Perché, questa volta, il silenzio sarebbe complicità.

Il suo è un linguaggio essenziale, ma capace di restituire dignità alle vittime e responsabilità a chi legge. E ricorda una verità scomoda: una pace senza giustizia non è pace, ma una tregua imposta.

Questa riflessione attraversa anche il libro collettivo Da vicino. Raccontare la guerra oggi, curato da Paolo Giordano (Einaudi 2026) con contributi di giornalisti come Nello Scavo, Cecilia Sala e Annalisa Camilli.

Il volume si interroga su cosa significhi oggi raccontare la guerra: quale linguaggio usare, quale distanza mantenere, quale responsabilità assumersi. Perché ogni narrazione è una scelta — e ogni scelta ha conseguenze.

Le testimonianze da Gaza — medici, infermieri, civili — restituiscono una verità difficile da sostenere. Fame, mancanza di cure, distruzione sistematica del sistema sanitario. Voci come quella del medico palestinese Ezzideen raccontano ,nel Diary of a Young Doctor: Notes from the Genocide in Gaza Shehab (Scribe Publications, 2026), non solo la violenza del conflitto, ma anche il senso di abbandono, di tradimento, di impotenza.

“La sofferenza esige di essere testimoniata”. Non è solo una frase: è una responsabilità.

Proporre il superamento di certe parole non significa cancellare la memoria o censurare il pensiero critico. Significa, piuttosto, immaginare un mondo in cui quei concetti non siano più necessari.

Quando una parola scompare, non è perché è vietata, ma perché la realtà che descrive non esiste più. È accaduto con pratiche oggi impensabili: non le nominiamo più perché non fanno più parte del nostro orizzonte morale.

Forse la sfida più grande è proprio questa: costruire una cultura in cui parole come guerra e nemico diventino obsolete. Non per rimozione, ma per trasformazione.

I libri di guerra non parlano solo di conflitti. Parlano di noi: di ciò che accettiamo, di ciò che giustifichiamo, di ciò che scegliamo di vedere — o di ignorare.

Ma, soprattutto, ci ricordano che ogni parola è una scelta. E che scegliere le parole giuste può essere, già, un primo passo verso la pace.

Dominique Pasquet: l’identità contemporanea nello sguardo fotografico

Domenica 12 aprile 2026, negli spazi di Storie Contemporanee Studio Ricerca Documentazione, si inaugura la prima mostra personale romana di Dominique Pasquet, dal titolo “Elle pourrait s’appeler Mona”. L’esposizione, a cura di Anna Cochetti, si inserisce nel progetto STORIECONTEMPORANEE e propone una riflessione intensa e attuale sull’identità individuale e collettiva.

La mostra raccoglie una selezione di circa dieci fotografie tratte dall’omonimo volume Elle pourrait s’appeler Mona, articolato in sei serie di ritratti. L’opera di Pasquet si muove sul confine tra fotografia documentaria e indagine esistenziale: una vera e propria “sociologia in atto”, capace di restituire il volto della Francia di oggi attraverso una pluralità di soggetti.

Tra questi, giovani estetiste in formazione, famiglie omogenitoriali che hanno fatto ricorso alla procreazione assistita, ciclisti veterani, persone transgender, individui che hanno scelto di modificare permanentemente il proprio corpo. Un mosaico umano che sfida stereotipi e invita a interrogarsi su identità, rappresentazione e appartenenza.

Le immagini di Pasquet superano il semplice dato documentario: ogni scatto è il risultato di un incontro. Si crea così un triplice movimento — tra fotografo, soggetto e osservatore — che trasforma il ritratto in uno spazio di relazione e riflessione.

Le domande emergono silenziosamente ma con forza: Chi sono? Chi siamo? Che immagine diamo? Quale vorremmo offrire di noi stessi? È in questa tensione che la fotografia si fa strumento di comprensione profonda dell’esistenza contemporanea.

Il lavoro fotografico si espande oltre l’immagine, diventando anche un progetto letterario. Pasquet ha coinvolto numerosi intellettuali francesi, invitandoli a scrivere testi ispirati ai ritratti. Tra questi figurano Pierre Assouline, Axel Kahn, Marie-Dominique Lelièvre e Nicolas Domenach.

Il volume è arricchito dalla prefazione di Thierry Grillet e da contributi critici di Dominique Baqué, con introduzione di Alain Genestar. Il libro sarà presentato durante la mostra, sottolineando il dialogo tra immagine e parola.

Dominique Pasquet vive e lavora a Rouen. Direttore artistico del gruppo Claude Perdriel da oltre trent’anni, ha firmato l’identità visiva di importanti riviste francesi come Challenges, Sciences et Avenir, La Recherche e Le Nouvel Observateur. La sua ricerca fotografica si distingue per la capacità di coniugare estetica editoriale e profondità umana.


Questa mostra rappresenta un’occasione preziosa per confrontarsi con uno sguardo lucido e sensibile sulla contemporaneità, dove il ritratto diventa specchio delle trasformazioni sociali e delle infinite possibilità dell’identità.


Dominique Pasquet
Elle pourrait s’appeler Mona
Dal 12 al 23 aprile 2026

Storie Contemporanee
Studio Ricerca Documentazione
via Alessandro Poerio 16/b
Roma

A cura di Anna Cochetti

Orari:
dal martedì al venerdì
dalle 17.30 alle 19.30
(su appuntamento)
al 3288698229

Inaugurazione:
Domenica 12 aprile 2026, ore 11.30 – 13.30

Finissage
Giovedì 23 aprile 2026, ore 17.30 – 19.30

Evento speciale
Sabato 18 aprile 2026, apertura straordinaria nell’ambito di Strade dell’Arte, progetto di Art Sharing Roma
Orari: 11.00 – 14.00 / 18.00 – 21.00

Orari di apertura
Martedì – Venerdì, ore 17.30 – 19.30
Su appuntamento: 328 8698229