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Nobushige Akiyama – Hikari

  • di Stefania Severi

La mostra, a cura di Lavinia Venturi e promossa dell’Associazione Canova 22, è stata concepita in modo da sottolineare l’importanza della fase esecutiva dell’opera d’arte, come del resto suggerisce la circostanza che è allestita in uno spazio di lavoro dove un tempo le ceramiche e i bozzetti in argilla realizzati dal Canova venivano cotti. Le opere di Akiyama si basano tutte su una lunga esecuzione che parte dalla preparazione della materia prima, la carta fatta a mano, washi, come base del lavoro definitivo. In specifico egli la realizza lavorando la corteccia del gelso che dà vita ad un tipo di carta che prende il nome di Kozo. In tale processo Akiyama inserisce il concetto di Hikari, Luce, che sottolinea la sacralità dell’intera operazione artistica.

Il percorso espositivo si articola presentando una serie di opere che vanno dal kimono in carta ai calchi di volti, ai lavori che mettono in luce le possibilità trasformative dalla carta stessa. Il tutto ci conduce all’opera finale, nello spazio dell’antica fornace. Per questo luogo Akiyama ha ideato una installazione site-specific che, attraverso elementi di carta impalpabili ma estremamente dinamici, simula l’effetto delle fiamme.

Akiyama ha una formazione sia orientale, con studi specifici a Tokyo, sia occidentale, con studi all’Accademia di Belle Arti di Roma, e continua a lavorare ed esporre in entrambi i paesi. La sua eccezionale bravura tecnica nella lavorazione della carta gli ha meritato il titolo di Ambasciatore di Mino, la città giapponese che ha il suo equivalente nella nostra Fabriano. 


Nobushige Akiyama – Hikari
Dal 7 al 31 maggio 2026

Antica Fornace del Canova
via Antonio Canova 22
Roma

A cura dell’Associazione Canova 22


Vincenzo Scolamiero: la pittura come spazio interiore

Presso l’Ex Mattatoio, nel Padiglione 9a, è in corso fino al 17 maggio 2026 la mostra Con qualche parte della terra, dedicata a Vincenzo Scolamiero. L’ingresso gratuito e gli orari accessibili (dal martedì alla domenica, dalle 11.00 alle 20.00) rendono questa esposizione un’occasione preziosa per avvicinarsi a una delle ricerche pittoriche più raffinate del panorama italiano contemporaneo.

Fin dal primo impatto, gli spazi pittorici di Scolamiero si rivelano come territori sospesi, in cui l’astrazione non esclude ma anzi accoglie la figurazione. Pagine leggere sembrano sollevarsi nell’aria, rametti e fioriture emergono come tracce naturali, mentre lettere e note si intrecciano in una sorta di danza silenziosa. In questo apparente sfarfallio pittorico si percepisce tuttavia una struttura profonda, un ordine che tiene insieme paesaggi urbani accennati, libri aperti e fondi scuri che evocano superfici ceramiche, quasi a suggerire una memoria materica.

Il progetto espositivo attraversa quindici anni di ricerca dell’artista, docente presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, città in cui vive e lavora. Un arco temporale significativo che consente di cogliere l’evoluzione di un linguaggio complesso, dalle prime esperienze fino alle opere più recenti. In mostra sono raccolti oltre trenta lavori tra tele, tavole, carte e libri d’artista, restituendo una visione ampia e articolata della sua produzione.

Al centro della poetica di Scolamiero si colloca una tensione continua tra arti visive, poesia e musica. La pittura diventa così luogo di riflessione e di ascolto interiore, uno spazio in cui si depositano le tracce minime del quotidiano. Non è un caso che il titolo della mostra derivi da un verso della poetessa Louise Glück: Con qualche parte della terra allude a un legame profondo e totalizzante con il mondo, che si manifesta nelle opere attraverso segni discreti, allusivi, spesso fragili, ma carichi di significato.

Il percorso espositivo è costruito come una progressiva immersione. Le prime sale accolgono lavori essenziali, caratterizzati da un equilibrio compositivo fondato su pochi elementi e su una sospensione quasi meditativa dello spazio. Procedendo, la pittura si fa più densa e articolata: cresce la complessità tonale e strutturale, riflesso di un dialogo sempre più intenso con la musica e la poesia. I titoli delle opere dichiarano apertamente queste relazioni, evocando figure come Piero Bigongiari, Harrison Birtwistle e Luigi Nono.

Un elemento centrale della mostra è anche l’attenzione alla dimensione tecnica. L’allestimento valorizza la continua sperimentazione dell’artista: pigmenti, oli, inchiostri e acrilici convivono in superfici in cui la materia pittorica si stratifica con leggerezza. Le velature morbide, i trapassi luminosi e la varietà dei segni rivelano un processo creativo profondamente fisico, in cui il corpo dell’artista – mano, respiro, gesto – diventa parte integrante dell’opera.

Ne emerge una pittura dinamica, attraversata da tensioni sottili tra pieno e vuoto. Proprio il vuoto, lungi dall’essere assenza, si configura come elemento costruttivo fondamentale: uno spazio attivo, generativo, che accoglie e mette in relazione le forme.

Ad accompagnare la mostra, un catalogo bilingue edito da De Luca Editori d’Arte, con testi critici di Francesca Bottari e Maria Vittoria Pinotti, approfondisce i nuclei teorici e poetici della ricerca di Scolamiero.

Con qualche parte della terra non è soltanto una retrospettiva, ma un invito a sostare in uno spazio pittorico che si offre come esperienza sensibile e meditativa, dove ogni traccia – per quanto minima – diventa segno di una relazione profonda con il mondo e con il tempo.

Chantal Spapens Ecstatic Extinction: dopo l’orgia

Il 24 aprile 2026, alle ore 20.00, lo spazio urbano in trasformazione di Via Placido Zurla 63 a Roma diventa il palcoscenico di una riflessione radicale sul presente. Con Ecstatic Extinction. What are we doing after the orgy?, Chantal Spapens inaugura un nuovo ciclo di ricerca all’interno del programma off site di PROSA_contemporanea, sotto la direzione artistica di Colin Ledoux e con la produzione di Amelia Roccatelli.

Lontano dalle mura convenzionali dello spazio espositivo, la performance si inserisce in un luogo in fase di riqualificazione: una scelta che non è solo logistica, ma profondamente simbolica. Il contesto urbano incompiuto diventa metafora di una società sospesa, che ha già attraversato tutte le sue possibilità di espansione e ora si trova a interrogarsi sul “dopo”.

Il sottotitolo dell’opera – What are we doing after the orgy? – richiama direttamente il pensiero di Jean Baudrillard, in particolare il suo testo La Transparence du Mal. Qui l’“orgia” non è da intendersi in senso letterale, ma come condizione culturale: un momento storico in cui tutto è stato liberato, prodotto, consumato e portato all’eccesso.

Spapens raccoglie questa eredità teorica e la traduce in azione performativa. Il corpo diventa il luogo in cui si manifesta una tensione tra saturazione e collasso, tra abitudine e crisi. Non si tratta più solo di indagare la rappresentazione della figura femminile – tema centrale nella sua pratica – ma di inserirla in una prospettiva più ampia, dove le dinamiche di genere si intrecciano con una crisi sistemica globale.

La ricerca di Spapens si sviluppa tra performance, scultura e installazione, utilizzando materiali come corda, cera, argilla e cemento. In Ecstatic Extinction, questi elementi non sono semplici strumenti, ma veri e propri attori. La materia dialoga con il corpo, lo vincola, lo sostiene, lo trasforma.

Il lavoro dell’artista mette in discussione il concetto di “comfort” e di normalità: ciò che appare stabile e rassicurante si rivela spesso una struttura invisibile di controllo. I corpi, in questo sistema, diventano complici inconsapevoli, adattandosi a modelli sociali che perpetuano gerarchie e disuguaglianze.

Come sottolinea Colin Ledoux, questa performance segna un passaggio significativo nel percorso dell’artista. Se in passato l’attenzione era focalizzata sulle costruzioni sociali della femminilità, qui lo sguardo si amplia verso una dimensione quasi apocalittica: una “catastrofe” già in atto, generata proprio da quei meccanismi che regolano le nostre vite quotidiane.

La domanda posta dal titolo resta aperta e urgente: cosa accade quando tutto è già stato fatto, detto, consumato? Quale spazio resta per l’azione, per il cambiamento, per l’immaginazione?

Il progetto di PROSA_contemporanea continua così la sua esplorazione dei confini tra arte, design e spazio urbano. Nato dal recupero di un’ex pasticceria, il collettivo si distingue per la capacità di attivare contesti non convenzionali, trasformandoli in luoghi di ricerca e sperimentazione.

Con questa iniziativa off site, PROSA rafforza la propria vocazione: portare l’arte fuori dai suoi spazi tradizionali, mettendola in dialogo diretto con la città e le sue trasformazioni.

Più che offrire risposte, la performance di Spapens costruisce un’esperienza: un attraversamento fisico e concettuale del nostro presente. E forse, proprio nel disagio che genera, si nasconde la possibilità di immaginare cosa viene dopo.


Informazioni
Ecstatic Extinction. What are we doing after the orgy?
Performance di Chantal Spapens
24 aprile 2026, ore 20.00
Via Placido Zurla 63, Roma
Produzione: Amelia Roccatelli
Direzione artistica: Colin Ledoux


Fili Urbani – Connettere luoghi

31ª edizione degli Incontri d’Arte Contemporanea al Liceo Majorana di Roma

Dal 20 aprile al 6 maggio 2026, il Liceo Majorana di Roma apre le sue porte alla 31ª edizione degli Incontri d’Arte Contemporanea, intitolata “FILI URBANI – connettere luoghi”, a cura di Anna Cochetti. La mostra sarà visitabile dal lunedì al venerdì, dalle ore 9.00 alle 13.00, con aperture pomeridiane su appuntamento.

L’inaugurazione si inserisce nel calendario di iniziative che il liceo dedica alla creatività, all’arte contemporanea e al dialogo tra Arte e Scienza, con il patrocinio del IX Municipio. L’evento coinvolge studenti, docenti, artisti e cittadini, confermando una tradizione culturale consolidata nel tempo.

Nati nel 1994 grazie all’impegno di Adriano Di Giacomo e Michele Tortorici, gli Incontri d’Arte Contemporanea rappresentano oggi un modello virtuoso di ricerca-azione sul territorio. Dal 2001 la manifestazione è dedicata al progetto “Arte/Scienza di Pace – MUDITAC/MAJORANA”, diventando un appuntamento annuale di riferimento.

L’edizione 2026 prende forma a partire dal tema del Piano delle Arti 2026, sviluppato in collaborazione con il Dipartimento di Architettura Università Roma Tre e l’associazione ArtedelContatto. Il progetto ha coinvolto attivamente gli studenti in un percorso di esplorazione del territorio del Municipio, tra memoria personale e conoscenza storica, con l’obiettivo di individuare connessioni reali o immaginate tra i luoghi.

Il tema dei “fili urbani” diventa così metafora e strumento di indagine: lo spazio urbano si trasforma in un laboratorio di confronto, dove relazioni visibili e invisibili intrecciano esperienze individuali e collettive. Gli artisti in mostra interpretano questo concetto attraverso opere che mettono in dialogo dimensioni fisiche, simboliche e narrative.

Gli artisti partecipanti:

Massimo Arduini, Alessandra Bonoli, Lea Contestabile, Caterina Ciuffetelli, Marisa Cortese, Adriano Di Giacomo, Susanne Kessler, Franco Nuti, Monica Pennazzi, Virginia Ryan e Alberto Timossi.

L’apertura della mostra sarà inoltre occasione per rendere omaggio a Achille Pace, figura storica dell’arte italiana, la cui ricerca etico-estetica ha posto il “filo” al centro di una riflessione profonda sul segno, la materia e il significato.

Il progetto si inserisce nel più ampio percorso di Didattica Museale promosso dal liceo, che negli anni ha coinvolto oltre quattrocento artisti nel territorio di Spinaceto. L’obiettivo è stimolare negli studenti e nella cittadinanza una conoscenza attiva dell’arte contemporanea, andando oltre i confini della tradizionale storia dell’arte.

In questo contesto assume un ruolo centrale la collezione MUDITAC (Museo Didattico Territoriale Arte Contemporanea), ospitata presso la sede del liceo in via Carlo Avolio 111, oggi organizzata in uno spazio dedicato al dialogo tra arte e scienza.

“FILI URBANI – connettere luoghi” si conferma così non solo come una mostra, ma come un’esperienza culturale condivisa: un intreccio di relazioni, sguardi e narrazioni che rafforzano il legame tra scuola, arte e territorio.

L’arte come attraversamento del visibile

Mostra presso la Parrocchia di S. Teresa di Lisieux e S. Giovanni Bosco, Lugano

Nel solco del Discorso agli artisti pronunciato da Papa Francesco il 3 giugno 2023, nasce a Lugano la mostra “In spirito e verità”, allestita presso la Parrocchia di S. Teresa di Lisieux e S. Giovanni Bosco grazie alla disponibilità del parroco don Damian Spataru. Un’iniziativa che si inserisce con discrezione nella vita liturgica della comunità, offrendo un’esperienza estetica che è al tempo stesso silenziosa e profondamente spirituale.

Nel suo intervento, Papa Francesco ricordava come gli artisti siano custodi di uno sguardo capace di cogliere la dimensione dello Spirito che attraversa, spesso inconsapevolmente, la vita umana. È proprio a partire da questa consapevolezza che la mostra si configura non come semplice esposizione, ma come presenza: per alcuni mesi, fino al 28 novembre 2026, le opere di Salvatore Giunta, István Gyalai, Dina Moretti e Nadia Sabbioni accompagneranno il ritmo ordinario della chiesa, instaurando un dialogo intimo con lo spazio e con chi lo abita.

Le opere non illustrano episodi biblici né cercano una narrazione esplicita. Nascono piuttosto da un lavoro paziente, da una riflessione sul mestiere artistico che diventa interrogazione interiore. È qui che emerge la metafora del deserto: nella tradizione spirituale, luogo di essenzialità e verità; per l’artista, spazio di confronto con i propri limiti, con la materia, con la possibilità di lasciar emergere qualcosa di autentico. In questo attraversamento silenzioso, il gesto creativo si fa ricerca.

Non vi è spettacolarità nelle opere esposte. Al contrario, esse si caratterizzano per una presenza misurata, costruita su equilibrio, ritmo e attenzione alla materia. Inserite negli spazi spogli e razionali della chiesa, non li invadono ma li accompagnano, contribuendo a rivelarne la qualità urbana e spirituale.

Particolarmente significativa è la ricerca di Salvatore Giunta, che si distingue per un linguaggio minimalista e geometrico. Le sue opere esplorano il rapporto tra luce, forma e colore attraverso linee sottili – spesso nere o rosse – che attraversano campiture eteree. I contrasti tra tonalità pastello (azzurri, grigi, lilla) e profondi neri o bianchi luminosi generano una tensione visiva che sembra aprire varchi nella superficie pittorica. La luce, talvolta resa come un fascio diagonale o verticale, “squarcia” la tela creando una profondità che rimanda a una dimensione spirituale. Ne deriva un’armonia rigorosa, dove ogni elemento è essenziale e invita alla contemplazione.

Di segno diverso, ma altrettanto intenso, è il lavoro di István Gyalai, che propone un’astrazione dinamica e gestuale. Le sue pennellate fluide e vorticose costruiscono superfici in movimento, dominate da tonalità acquatiche – turchesi, azzurri e verdi – attraversate da accensioni di giallo e bianco. In opere come Verità 2, la composizione si fa travolgente, evocando elementi naturali come acqua e aria. Qui la spiritualità non passa attraverso il silenzio geometrico, ma attraverso la forza del gesto e l’immediatezza emotiva.

Le ricerche di Dina Moretti e Nadia Sabbioni si inseriscono in questo dialogo con sensibilità differenti, ma condividono la stessa serietà del fare artistico: un’attenzione che rifugge l’effetto e si concentra sulla qualità del segno, della materia e della presenza.

Il Consiglio parrocchiale ha sostenuto con convinzione questa proposta, riconoscendone il valore come occasione di incontro tra arte e comunità. L’augurio è che chi entrerà in chiesa – pellegrino, fedele o semplice visitatore – possa sentirsi accompagnato da queste opere nel proprio cammino interiore, trovando in esse non una risposta, ma uno spazio di ascolto.

Un ringraziamento particolare è rivolto agli artisti, che hanno offerto le loro opere con generosità e impegno, e ad Anastasia Gilardi per il contributo critico che ha arricchito il progetto.

“In spirito e verità” non è dunque solo una mostra, ma un invito: a sostare, a guardare, a lasciarsi interrogare. Perché, come ricorda Papa Francesco, è proprio attraverso lo sguardo dell’arte che possiamo riscoprire quella dimensione dello Spirito in cui, consapevolmente o meno, siamo immersi.