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Il lascito degli artisti: una memoria da non disperdere

Nel giro di pochi mesi abbiamo perso Fabrizio Bertuccioli, Franco Durelli, Fausto Delle Chiaie e, più recentemente, Michele De Luca. Ognuno di loro ha lasciato un patrimonio di opere, idee, relazioni e testimonianze che rischia di disperdersi nel tempo.

Ma prima di loro, altri artisti hanno consegnato alla memoria un’eredità altrettanto preziosa: Marcello Silvestri, Giulia Lanza, Serge Umberti, Massimo Lorenzo Petrucci, Emilio Leofreddi, Lydia Predominato, Gabriella Di Trani, Roberta Filippi, Adriano Di Giacomo, Laura Forlani, Laura Rosso, Lucilla Caporilli Ferro, Maria Teresa Verzotto, Claudia Patruno Mimmo Pesce, Pietro La Camera e altri ancora. Nomi conosciuti da alcuni, forse non dal grande pubblico, ma che hanno contribuito in modo autentico alla ricerca artistica e culturale del nostro Paese.

Ogni volta che un artista scompare, riaffiorano inevitabilmente le stesse domande. Che cosa accadrà ai dipinti, alle sculture, ai disegni, agli schizzi? E agli strumenti di lavoro, ai diari, alla corrispondenza, alle fotografie, ai cataloghi, agli inviti alle mostre, ai libri annotati, ai documenti che raccontano una vita dedicata alla creatività?

Molto spesso gli eredi si trovano soli davanti a un patrimonio difficile da gestire. Musei e archivi, per ragioni di spazio e di risorse, non possono accogliere tutto. Allora nasce il dubbio: che cosa è davvero importante conservare? Che cosa può apparire secondario oggi ma rivelarsi fondamentale per gli studiosi di domani? Chi può aiutare a valutare le opere e a stabilire quali debbano essere tutelate? È lecito scartare parte della produzione di un artista? E, se sì, secondo quali criteri?

Sono interrogativi che riguardano non soltanto le famiglie degli artisti, ma l’intera collettività.

L’arte non è fatta solo di capolavori esposti nei grandi musei. È fatta anche di percorsi individuali, di sperimentazioni, di artisti che hanno animato territori, comunità, gallerie, laboratori, scuole e piazze. Figure che forse non hanno raggiunto una notorietà internazionale, ma che hanno contribuito a costruire il tessuto culturale del nostro tempo.

Per questo sarebbe importante immaginare un Luogo della Memoria degli Artisti, diffuso sul territorio, capace di raccogliere e conservare almeno un nucleo rappresentativo dell’opera e della documentazione di ciascun autore. Non necessariamente l’intero archivio, ma un frammento significativo e scientificamente selezionato, sufficiente a raccontarne la ricerca e a renderla accessibile alle future generazioni.

Non tutti gli artisti hanno infatti la possibilità di dare vita a una Fondazione o a un archivio strutturato che ne custodisca e valorizzi l’opera. Per la maggior parte di loro, il Luogo della Memoria degli Artisti rappresenterebbe l’unica concreta possibilità di lasciare una testimonianza duratura del proprio lavoro. Un luogo dove le opere, i documenti e le tracce di una vita dedicata all’arte possano continuare a essere studiati, conosciuti e trasmessi, evitando che un patrimonio culturale costruito in decenni di ricerca venga irrimediabilmente disperso.

Un progetto del genere non avrebbe soltanto un valore conservativo. Sarebbe uno strumento di studio, di educazione e di valorizzazione delle identità culturali locali. Consentirebbe agli studenti, agli studiosi e ai cittadini di conoscere artisti che hanno lasciato un segno nella propria comunità e che meritano di continuare a dialogare con il presente.

Forse sarebbe chiedere troppo al nuovo Direttore Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, Costantino D’Orazio, di farsi carico, da solo, di un’iniziativa così ampia. Ma ogni amministrazione comunale, ogni provincia e ogni regione potrebbero fare la propria parte. Le biblioteche civiche, i musei del territorio, gli archivi comunali e gli spazi espositivi potrebbero diventare custodi di questi lasciti, creando una rete nazionale della memoria artistica.

Molti enti locali, inoltre, dispongono di immobili e spazi pubblici oggi inutilizzati o sottoutilizzati. Recuperarli e destinarli ai Luoghi della Memoria degli Artisti significherebbe non solo salvaguardare un patrimonio culturale destinato altrimenti a disperdersi, ma anche restituire nuova vita a edifici pubblici, trasformandoli in luoghi di studio, incontro, ricerca e partecipazione. Sarebbe un modo concreto per coniugare la rigenerazione del patrimonio pubblico con la tutela della memoria artistica delle comunità.

Non si tratta di celebrare nostalgicamente il passato. Si tratta di impedire che decenni di lavoro, di ricerca e di creatività finiscano dispersi in soffitte, magazzini o, peggio ancora, tra i rifiuti.

Ogni artista lascia una traccia che appartiene anche alla comunità che lo ha visto nascere, vivere e creare. Custodirla non è un gesto di cortesia verso chi non c’è più: è un investimento culturale per chi verrà.

Perché un Paese che dimentica i suoi artisti, soprattutto quelli meno celebrati ma profondamente radicati nel territorio, perde una parte della propria memoria e della propria identità.

«Solo pochi artisti possono permettersi una Fondazione; tutti, invece, hanno diritto a non essere dimenticati.»

Julian Beck per un nuovo spazio espositivo

Roma continua ad arricchire la propria geografia dell’arte contemporanea con un nuovo spazio espositivo. L’Accademia Nazionale di San Luca ETS ha inaugurato RIPENSE, in via Ripense 6, nel cuore di Trastevere, aprendo il nuovo centro con una mostra dedicata a Julian Beck, figura fondamentale del Living Theatre.

Con questa iniziativa l’Accademia amplia la propria attività culturale recuperando un edificio acquistato dalla Fondazione Toti Scialoja come futura sede. Venuto meno quel progetto, l’Accademia ne ha assunto la gestione, trasformandolo in un luogo destinato alla produzione e alla diffusione della cultura contemporanea.

Il nuovo spazio conserva il fascino della sua originaria destinazione industriale. Un tempo deposito e magazzino all’ingrosso di profilati ferrosi e metalli, RIPENSE si sviluppa su circa 400 metri quadrati caratterizzati da soffitti molto alti, grandi campate libere e travi d’acciaio a vista, elementi architettonici che ne preservano l’identità e offrono una scenografia ideale per le arti contemporanee.

La mostra inaugurale dedica a Julian Beck una quarantina di opere tra dipinti e disegni realizzati tra il 1944 e il 1958, affiancati da fotografie, manifesti, bozzetti, costumi di scena, materiali d’archivio, inviti, videoproiezioni e documenti provenienti dall’Archivio Living Theatre.

Il percorso espositivo restituisce la complessità della ricerca di Beck, nella quale pittura, teatro, parola e vita diventano un unico linguaggio. Emblematico è il grande fondale dipinto nel 1982 per The Yellow Methuselah, lungo settanta metri e ispirato all’astrazione di Kandinskij e Pollock. Non un semplice elemento scenografico, ma una pittura che invade lo spazio teatrale, dialoga con gli attori e trasforma la rappresentazione in un’esperienza immersiva.

L’apertura di RIPENSE rappresenta un ulteriore tassello della crescita culturale della Capitale. Negli ultimi anni Roma ha visto nascere o trasformarsi numerosi spazi dedicati all’arte contemporanea: dai “transiti” dell’Accademia di Belle Arti di Roma, trasformati in luoghi espositivi, agli spazi dell’ex Mattatoio, fino al recupero dell’ex Arsenale Pontificio di Porta Portese, destinato a diventare la nuova sede della Fondazione Quadriennale con aree espositive, laboratori e uffici.

In realtà, l’idea di fare dell’area di Porta Portese un grande polo della cultura contemporanea affonda le proprie radici nel tempo. Già nel 2006 l’Amministrazione Capitolina aveva immaginato di realizzare un grande centro culturale all’interno dell’ex hangar di via delle Mura Portuensi, la struttura che, secondo una consolidata tradizione, Adolf Hitler donò a Benito Mussolini. L’edificio, a pochi passi dall’ex Arsenale Pontificio, avrebbe dovuto diventare uno dei principali luoghi della creatività romana, ma il progetto non ebbe seguito. Ancora prima, durante un incontro promosso in Campidoglio da Manuela Crescentini e Ivana Della Portella con artisti e operatori culturali, era stata avanzata anche la proposta di istituire un’Agenzia per le Arti, capace di coordinare i diversi settori della cultura e di rendere più trasparenti i criteri di accesso alle opportunità pubbliche, superando favoritismi e frammentazioni. Idee rimaste sulla carta, ma che dimostrano come il dibattito sulla governance dell’arte contemporanea accompagni Roma da molti anni.

È un fermento che non può che essere accolto con favore. Ogni nuovo spazio rappresenta una possibilità in più di incontro tra artisti e pubblico, un investimento sulla cultura e sulla qualità urbana.

Resta però una domanda che accompagna da sempre il sistema dell’arte contemporanea: chi potrà realmente esporre in questi luoghi?

Nella maggior parte dei casi, le opportunità sono destinate ad artisti già affermati, a coloro che fanno parte delle reti accademiche, a studenti ed ex studenti delle istituzioni promotrici oppure a chi può contare sul sostegno di gallerie, curatori e relazioni consolidate. È una dinamica comprensibile, ma che rischia di lasciare ai margini una vasta comunità di artisti che lavora con continuità senza avere accesso ai circuiti istituzionali.

Per molti di loro rimangono la strada, gli spazi autogestiti o iniziative occasionali, mentre il sistema pubblico continua a dialogare quasi esclusivamente con chi è già riconosciuto.

In questo scenario assume particolare interesse la nomina di Costantino D’Orazio a Direttore Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura. Il suo incarico è strategico: coordinare le politiche nazionali dedicate all’arte contemporanea, all’architettura, al design, alla fotografia, alla moda e, più in generale, alle industrie culturali e creative.

D’Orazio appartiene a una generazione diversa da quella della critica militante. È conosciuto dal grande pubblico per la sua intensa attività divulgativa in televisione, alla radio e attraverso i libri, con i quali ha saputo raccontare il patrimonio artistico italiano con un linguaggio accessibile. Oggi, però, la sfida cambia profondamente. Non si tratta più soltanto di spiegare l’arte già consacrata dalla storia, ma di contribuire a creare le condizioni affinché l’arte di oggi trovi spazio, pubblico e riconoscimento.

La domanda, allora, è inevitabile: il nuovo Direttore Generale si limiterà a valorizzare i circuiti già consolidati oppure avrà il coraggio di andare a cercare anche quegli artisti che operano lontano dai riflettori? Non soltanto i giovani talenti, giustamente sostenuti, ma anche quei tanti “maturi dell’arte” che hanno costruito percorsi rigorosi, spesso in silenzio, senza le relazioni necessarie per entrare nei luoghi istituzionali.

Perché una politica della creatività veramente contemporanea non dovrebbe limitarsi ad aprire nuovi spazi. Dovrebbe soprattutto aprire nuove opportunità.

Altrimenti il rischio è che cresca l’architettura dell’arte, ma non la comunità degli artisti che può realmente abitarla.

Giulia Lanza: la leggiadria come forma del pensiero

Fino al 18 settembre 2026 la Sala 1 – Centro Internazionale d’Arte Contemporanea di Roma (rimarrà chiusa per la pausa estiva dall’8 al 24 agosto 2026) ospita Ephemera. Of the very same fabric, mostra dedicata a Giulia Lanza, a cura di Mattia Cleri Polidori e accompagnata da un testo critico di Fabrizio Crisafulli. L’esposizione restituisce con ampiezza e sensibilità una ricerca artistica tanto breve quanto intensa, offrendo l’occasione di rileggere un percorso che, sebbene tragicamente interrotto, continua a rivelare una sorprendente maturità linguistica.

Dopo la presentazione dello scorso luglio è doveroso tornare su Giulia Lanza, giovane artista scomparsa prematuramente, la cui ricerca, interrotta quando era ancora agli inizi, lascia aperta una strada di straordinaria intensità che merita di essere percorsa e approfondita. Le opere riunite nella mostra Ephemera. Of the very same fabric testimoniano infatti un linguaggio già maturo, capace di trasformare materiali e tecniche in una riflessione poetica sul corpo, sul tempo e sulla memoria.

Osservando il suo lavoro si comprende come la parola più adatta a descriverlo non sia tanto leggerezza, quanto leggiadria. Sebbene abbiano una comune radice etimologica e vengano spesso confuse, le due qualità esprimono concetti profondamente diversi: la leggerezza riguarda l’assenza di peso, fisico o emotivo; la leggiadria è invece grazia, armonia, eleganza del gesto e della forma. È proprio questa grazia a permeare tutta la produzione di Giulia Lanza.

Emblematico è il modo in cui riesce a nobilitare un materiale umile e quasi invisibile come la spugna di luffa. Nelle sue mani essa perde ogni connotazione funzionale per trasformarsi in un merletto impalpabile, una trama delicatissima che dialoga con lo spazio e con l’aria. Le fibre sembrano dissolversi, sospese tra presenza e assenza, proprio come accade nei suoi disegni, dove sottilissimi filamenti di grafite costruiscono volti di giovani figure pensose che sembrano emergere dal foglio per poi svanire. Non è semplicemente una ricerca della leggerezza materiale, ma il raggiungimento di una qualità quasi spirituale della forma.

Lo stesso equilibrio percorre le opere in ceramica e le minute fusioni a cera persa. Frammenti, elementi preziosi e delicati vengono tenuti insieme da fili sottilissimi, quasi impercettibili, che non impongono una struttura ma suggeriscono relazioni. È un procedimento che trova una sorprendente corrispondenza nei disegni: anche qui un lieve tratto unisce la figura eterea alla parte inferiore del foglio, come un legame necessario con la terra, con l’origine, mentre tutto il resto tende verso una dimensione sospesa.

Nelle serie esposte – dai lavori di Ecdysis fino alle opere di Against my Broken Ribs Your Breast Like a Flower e Tegmen – il corpo si manifesta attraverso tracce, esuvie, involucri e membrane. Cera, organza, lattice, ceramica, argento, seta e ricamo convivono in un lessico che supera la distinzione tra arti maggiori e arti applicate, trasformando tecniche tradizionali come l’oreficeria, il merletto e il ricamo in strumenti di una ricerca profondamente contemporanea. La materia non viene mai ostentata per il suo valore, ma continuamente alleggerita fino a diventare segno, pelle, respiro.

La leggiadria di Giulia Lanza non coincide dunque con la fragilità. Al contrario, è una forma di resistenza. Le sue opere sembrano possedere appena il peso necessario per esistere, ma proprio questa apparente precarietà custodisce una sorprendente forza poetica. Ogni elemento è misurato, ogni vuoto è parte integrante della composizione, ogni filo che lega o ricuce diventa metafora di una continuità che sopravvive alla perdita.

La mostra Ephemera. Of the very same fabric, curata da Mattia Cleri Polidori con testo critico di Fabrizio Crisafulli, restituisce l’ampiezza di una ricerca che intreccia disegno, scultura, arte orafa e pratica tessile, offrendo una lettura organica di un percorso artistico che, pur interrotto dalla tragica scomparsa dell’autrice nel 2024, continua a parlare con sorprendente attualità.

Più che un omaggio, questa esposizione rappresenta un invito a proseguire idealmente il dialogo con un’artista che aveva individuato nella grazia della forma uno strumento di conoscenza. Perché la sua opera ci ricorda che la vera leggiadria non è un semplice attributo estetico: è il modo in cui la materia, senza perdere la propria consistenza, riesce a farsi pensiero.

Se l’articolo è destinato a una rivista d’arte, posso anche renderlo più critico e saggistico, eliminando le ripetizioni e rendendo il testo ancora più fluido.

Portolani d’artista: mappe immaginarie tra mare, memoria e accoglienza

Camogli (Genova) – C’è un mare che si attraversa con le navi e un altro che si percorre con l’immaginazione. È proprio quest’ultimo a prendere forma nella mostra “Portolani d’artista. Atlanti immaginari e racconti fantastici dalla terraferma all’al di là dell’infinito”, a cura di Anna Cochetti, che inaugura sabato 25 luglio 2026, dalle 18.30 alle 20.30, negli spazi di Castel Dragone a Camogli, con il patrocinio del Comune.

Promossa dal progetto Storie Contemporanee – Studio Ricerca Documentazione, la mostra rimarrà aperta fino al 10 agosto 2026, ogni giorno dalle 18.30 alle 20.30, proponendo un itinerario artistico che intreccia la tradizione marinara della città ligure con una riflessione profondamente contemporanea sul viaggio, sull’identità e sull’accoglienza.

Camogli, la “Città dei mille bianchi velieri”, custodisce una memoria strettamente legata al mare, documentata dalle collezioni del Civico Museo Marinaro Gio Bono Ferrari e della Biblioteca cittadina. Da questa eredità prende avvio un dialogo che coinvolge quattordici artisti e autori, chiamati a reinterpretare il tema del portolano, antica carta nautica utilizzata dai naviganti, trasformandolo in una geografia poetica e interiore.

Le opere esposte non tracciano rotte certe, ma aprono percorsi inattesi. Mostri marini, creature fantastiche, isole immaginarie e orizzonti sconosciuti convivono con frammenti di memoria, approdi simbolici e paesaggi dell’anima. Il mare diventa così metafora dell’esistenza: luogo di scoperta, di smarrimento, di incontro e di trasformazione.

In un tempo segnato da migrazioni, attraversamenti e nuovi confini, questi portolani contemporanei suggeriscono una diversa idea di navigazione. Se nelle antiche carte i mostri marini rappresentavano l’ignoto e la paura, oggi essi sembrano trasformarsi nelle paure che accompagnano l’incontro con l’altro. Le mappe immaginate dagli artisti invitano invece a superare quei confini simbolici, indicando l’accoglienza come una delle possibili rotte del nostro presente.

L’allestimento si sviluppa attraverso quattordici grandi opere su carta (50 × 150 cm), realizzate in tecnica libera e presentate nella forma del volumen, che si dispiegano lungo le pareti delle due sale del castello. Ad accogliere i visitatori sono invece quattordici libri d’artista di piccolo formato, introduzione intima a un viaggio che si sviluppa tra racconto visivo e narrazione poetica.

Espongono:

  • Rossana Barone – Immaginate Isole
  • Claudia Bellocchi – Il porto è orizzonte d’immensità
  • Paolo Bielli – Non scompare un volto
  • Michiel Blumenthal – Il sole rimbalza sull’orizzonte
  • Alessandra Bonoli – Sulle rotte dei bucanieri
  • Ferdi Briola – Dulcizia del Campo
  • Gilles Cuomo – Voyage au pays de l’Oubli
  • Michele De Luca – Frammenti
  • Elizabeth Frolet – Arpenteurs des nuages, des présages, des voyages célestes…
  • Andrea Liberni – Linee d’acqua
  • Béatrice Pasquet – Le forme delle carte disegnate nell’universo sottomarino…
  • Egle Reggio – Sono sempre stato qui
  • Graziella Reggio & Dominique Paravel – Fragments
  • Marco Tronci Lepagier – Ciao, Ciao. M/N Oceania, Trieste 1932

Ad accompagnare il percorso espositivo è un testo critico di Anna Cochetti, che guida il visitatore attraverso questi atlanti dell’immaginazione, dove la cartografia si fa racconto e il viaggio diventa esperienza interiore.

Più che una mostra, Portolani d’artista si configura come un invito a ripensare il significato del navigare nel nostro tempo: non soltanto attraversare spazi geografici, ma esplorare territori umani, riconoscere l’altro, accogliere l’ignoto. Perché ogni porto, prima ancora che un luogo di approdo, è uno spazio di incontro.


Orario: Gio-Ven-Sab 18.30 > 20.30
Per appuntamento 3451746735
Castel Dragone
via Isola, 25,
16032 Camogli (GE)


Biennale travolta dalla geopolitica

Immagine generata IA

Più che una mostra, Minor Keys è una geografia dell’inquietudine contemporanea. La 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, ideata da Koyo Kouoh prima della sua scomparsa nel 2025, attraversa guerre, crisi climatica, migrazioni, identità in trasformazione e nuove fragilità, restituendo un percorso che riflette le tensioni e le contraddizioni del nostro tempo.

Nata attorno all’idea delle “tonalità minori” — ascolto, fragilità, spiritualità, memoria, malinconia — la mostra finisce per diventare il ritratto di un mondo attraversato da conflitti permanenti, tensioni geopolitiche e crisi della rappresentazione politica.

Kouoh costruisce il percorso espositivo non come una successione di sezioni rigide, ma come una rete di “risonanze” e convergenze tra pratiche artistiche differenti. I 110 partecipanti — artisti, collettivi e organizzazioni provenienti da contesti geografici molto diversi — danno vita a una geografia relazionale che collega Dakar, Salvador, Beirut, San Juan, Parigi, Nashville e Venezia stessa.

La curatrice parla di una mostra che coinvolge “anima e intelletto” insieme, privilegiando esperienze percettive e spirituali piuttosto che dichiarazioni ideologiche immediate.

Sin dall’apertura, proteste, appelli e tensioni diplomatiche hanno trasformato Giardini e Arsenale in un’estensione simbolica dei conflitti globali contemporanei. I padiglioni nazionali sono diventati immediatamente oggetti politici prima ancora che artistici.

La contestazione del Padiglione Russia, le polemiche sul Padiglione Israele e le accuse di doppi standard hanno riportato al centro una domanda che la Biennale si trascina dietro dalla sua fondazione: può davvero esistere un’arte internazionale organizzata attraverso gli Stati?

Da un lato, l’arte contemporanea parla continuamente di identità fluide, diaspora, decolonizzazione, migrazione, ibridazione culturale e superamento dei confini; dall’altro, il sistema espositivo resta costruito attorno ai padiglioni nazionali, cioè a una forma politica ottocentesca legata alla diplomazia culturale degli Stati moderni.

Il padiglione nazionale nasce infatti nel contesto delle esposizioni universali europee come strumento di competizione simbolica tra potenze. Ancora oggi funziona come dispositivo di soft power: una sorta di ambasciata estetica attraverso cui gli Stati mostrano modernità, influenza culturale e prestigio internazionale. Non parlano davvero i popoli, ma gli apparati culturali e diplomatici.

La Biennale 2026 rende questa tensione particolarmente evidente perché molti artisti presenti incarnano esattamente il contrario della logica nazionale: lavorano tra più continenti, vivono in esilio, appartengono a comunità diasporiche o costruiscono pratiche collettive transnazionali. Eppure vengono comunque ricondotti a una bandiera.

Se negli anni Sessanta l’Arte Povera utilizzava materiali “vili” come gesto anti-borghese e anti-mercato, oggi molti artisti impiegano scarti, plastiche riciclate, legno recuperato, macerie o materiali organici per riflettere sull’Antropocene, sulle economie estrattive e sulla crisi ecologica globale.

Il progetto di Chiara Camoni per il Padiglione Italia, Con te con tutto, si muove in questa direzione: plastiche riciclate, oggetti trovati e residui industriali vengono trasformati in elementi di relazione e memoria collettiva. Il rifiuto non è più soltanto uno scarto, ma una testimonianza storica e affettiva.

Anche il Padiglione India, con Remembering Home, utilizza bambù, terra e materiali riciclati per riflettere su resilienza culturale e sostenibilità, intrecciando pratiche indigene e riflessione ambientale.

Ma il tema ecologico, in molti casi, supera la semplice attenzione al riciclo per assumere una dimensione più inquieta. Diversi artisti sembrano infatti leggere il presente come una fase di transizione critica, sospesa tra guerre, instabilità geopolitica e trasformazione ambientale. In questa prospettiva si inserisce The End of the World (2023-2024) dell’artista cileno Alfredo Jaar, residente e attivo a Lisbona. L’opera può essere letta come una meditazione sul possibile esaurimento di un modello di sviluppo fondato sulla crescita illimitata, evocando una “fine del mondo” che non coincide necessariamente con un’apocalisse improvvisa, ma con il progressivo collasso degli equilibri politici, economici ed ecologici. La crisi climatica, i conflitti internazionali e le profonde trasformazioni richieste dalla transizione energetica alimentano così un immaginario attraversato da incertezza e vulnerabilità.

Parallelamente, la Biennale stessa cerca di presentarsi come istituzione sostenibile. Dal 2023 l’ente ha dichiarato la neutralità carbonica delle proprie attività e molte installazioni vengono progettate per essere smontate e riutilizzate.

Ma anche qui emerge una tensione irrisolta: fino a che punto la sostenibilità può convivere con un sistema globale fatto di trasporti internazionali, allestimenti monumentali, mercato dell’arte e turismo culturale di massa?

Il rischio, denunciato da numerosi osservatori, è che il recupero dei materiali diventi talvolta un’estetica della sostenibilità più che una reale trasformazione delle logiche produttive del sistema artistico. Il riciclo può facilmente trasformarsi in linguaggio decorativo o in greenwashing culturale.

Da una parte emerge la richiesta, sempre più forte, di un’arte capace di prendere posizione contro guerre, occupazioni, disuguaglianze e violenze sistemiche. Dall’altra esiste il rischio opposto: ridurre ogni opera a dichiarazione geopolitica immediata, giudicando artisti e lavori soltanto attraverso il passaporto o il contesto nazionale di provenienza.

È il paradosso centrale di In Minor Keys: una mostra pensata per ascoltare le tonalità minori dell’esperienza umana che finisce invece travolta dal rumore della geopolitica globale.

Il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, ha difeso la scelta di non escludere nessuno, sostenendo che la Biennale debba restare un “giardino di pace” piuttosto che un tribunale morale. Una posizione che evidenzia però un’altra difficoltà fondamentale: nessuna istituzione culturale è davvero neutrale quando decide chi invitare, chi finanziare, chi proteggere e quali conflitti rendere visibili.

Il Padiglione della Santa Sede, dedicato a Ildegarda di Bingen e curato da Hans Ulrich Obrist, ha rappresentato una sorta di controcampo spirituale alla militarizzazione simbolica della Biennale. Nel Giardino dei Carmelitani Scalzi, tra musica, poesia e silenzio, le presenze di Patti Smith, Jim Jarmusch e Brian Eno costruivano uno spazio di sospensione quasi mistica, lontano dalla retorica del conflitto permanente.

Forse è proprio qui il nodo decisivo dell’edizione 2026. L’arte contemporanea continua a oscillare tra due poli: da un lato il desiderio di autonomia critica, dall’altro l’impossibilità di sottrarsi completamente alle strutture del potere — Stati, mercato, fondazioni, media, diplomazie culturali e algoritmi della visibilità globale.

La Biennale Arte 2026 non risolve queste contraddizioni. Le rende visibili e le trasforma in materia di riflessione. È forse questo il suo risultato più significativo: mostrare come oggi l’arte non possa essere separata dai conflitti del mondo, ma neppure ridotta a semplice commento dell’attualità. Tra ricerca spirituale, crisi ecologica, tensioni geopolitiche e identità in trasformazione, In Minor Keys invita a interrogarsi sul ruolo stesso dell’opera d’arte nel XXI secolo.

La domanda resta aperta: l’arte può ancora parlare a nome dell’umano oppure è destinata a riflettere, inevitabilmente, le fratture e gli equilibri del potere globale?