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Claudia Bellocchi: La distopia del presente

La recente personale di Claudia Bellocchi si configura come un percorso coerente e stratificato che indaga le molteplici forme della violenza — simbolica, culturale e tecnologica — attraverso cui il corpo e l’identità vengono progressivamente erosi. La mostra, concepita anche come omaggio ai vent’anni del Museo de la Mujer di Buenos Aires CABA (2006-2026), trova il suo fulcro nel video “¿La Follia è Donna?”, realizzato con l’ausilio dell’intelligenza artificiale. Quest’opera non è solo un dispositivo narrativo, ma una lente attraverso cui leggere l’intera produzione esposta: un racconto visivo che proietta nel presente una distopia inquietante, dove tecnologia senza etica e cultura patriarcale convergono in un processo di oggettivazione sistemica.

Il percorso si apre con “Il pianto di elicriso”, che introduce immediatamente il tono elegiaco e perturbante della mostra. La natura non appare più come luogo di rifugio, ma come vittima sacrificale di un’esistenza frammentata. L’elicriso che piange diventa emblema di un’armonia perduta, mentre la figura umana — deformata e dolorosa — allude a un’identità ridotta a merce, barattata e spezzata. In questa visione, la ferita ecologica coincide con quella esistenziale: la violenza sull’ambiente e quella sul corpo si rispecchiano fino a confondersi.

Con “Ronzio in testa”, Bellocchi affronta il tema della scienza priva di coscienza etica. Il volto, dominato da tonalità fredde e da una frammentazione nervosa, non è più ritratto ma campo di interferenze. L’asimmetria dello sguardo — uno vitreo e quasi meccanico, l’altro ancora umano — visualizza la tensione tra controllo tecnologico e residuo di coscienza.

Il riferimento implicito alla creatura di Mary Shelley e al mito di Frankenstein emerge come metafora della creazione che sfugge al suo creatore: una “figlia oscura” della modernità, generata da una scienza incapace di interrogarsi sulle proprie responsabilità.

In “Ragione e sentimento” si compie il collasso dell’individuo. Figure urlanti e cromie violente restituiscono la percezione di una scissione insanabile, dove la razionalità imposta da una logica di dominio soffoca la dimensione emotiva. L’identità si dissolve: nome, voce e memoria sembrano svanire in un ambiente saturo, dove l’essere umano perde i propri confini fino a diventare parte del sistema che lo consuma.

L’intero corpus espositivo può essere letto come una progressiva perdita di forma e di coscienza, per inserie nel lungo dialogo con il Museo de la Mujer e prosegue la riflessione avviata nei cicli precedenti, tra cui Tanaliberatutti, dedicato alla violenza di genere, agli abusi e al rapporto tra identità e libertà.

La deformazione del volto diventa simbolo della dissoluzione del sé, con cromie fredde e tratti convulsi che evocano un’umanità anestetizzata.

La carnalità negata, evidente nei contrasti cromatici e nelle ferite visive, riflette la mercificazione del corpo e la manipolazione biologica.

L’urlo silenzioso della scissione culmina nell’astrazione, dove individuo e ambiente si fondono in un unico campo di tensione.

La distopia di Bellocchi non appartiene a un futuro remoto: è radicata in un “vivere scisso” contemporaneo, in cui tecnologia e strutture di potere agiscono come agenti trasformativi dell’identità. Il video conclusivo suggella questa visione con un avvertimento che risuona come eco lungo tutto il percorso: la perdita della voce e del nome segna l’inizio di una condizione post-umana dalla quale, forse, è già troppo tardi per tornare indietro.


Claudia Bellocchi
¿La Follia è Donna?
Dall’8 al 21 marzo 2026

Storie Contemporanee
Studio Ricerca Documentazione

via Alessandro Poerio 16/b
Roma

A cura di Anna Cochetti

Inaugurazione:
l’8 marzo 2026 dalle 11,30 alle 13,30

Finissage: ore

Orari:
dal martedì al venerdì
dalle 17.30 alle 19.30
(su appuntamento)
al 3288698229


Ariela Böhm: La Memoria attraverso il ricordo

Dal 27 gennaio 2026, in occasione della Giornata della Memoria, la Casa della Memoria e della Storia di Roma ospita Attraversare il ricordo, la mostra di Ariela Böhm che affronta in modo diretto e non conciliatorio il tema della Shoah e delle sue modalità di trasmissione nel presente. L’esposizione, visitabile fino al 13 febbraio 2026, propone un percorso artistico che interroga il ruolo dell’arte come strumento di conoscenza, capace di affiancare – senza sostituirla – la ricostruzione storica e documentale.

Il progetto nasce da una riflessione profondamente personale. Ariela Böhm, donna ebrea della diaspora e nipote di nonni assassinati dai nazisti, affronta la Shoah non solo come evento storico ma come sistema razionale di pianificazione, controllo e annientamento dell’individuo. La memoria, in questo lavoro, non è mai distante o neutra: è attraversata dal vissuto, dalle emozioni e da ferite che continuano a interrogare il presente.

Elemento centrale della mostra è il simbolo della “fila”, intesa come dispositivo di obbedienza, selezione e discriminazione. L’artista costruisce un percorso di accesso ai luoghi della memoria che impone al visitatore regole arbitrarie, invitandolo a sperimentare, seppur in forma simbolica e temporanea, una condizione di esclusione e sottomissione. L’esperienza estetica si trasforma così in esperienza corporea, rendendo tangibile ciò che spesso resta confinato nella dimensione astratta del racconto storico.

Durante l’incontro inaugurale il confronto si è concentrato sull’efficacia dell’arte come linguaggio evocativo, capace di agire non solo sul piano cognitivo ma anche su quello emotivo. L’immedesimazione, pur sollevando interrogativi etici e psicologici, può lasciare una traccia profonda e duratura, soprattutto nelle generazioni più giovani. In questo senso Attraversare il ricordo si propone come un modello di partecipazione attiva, necessario per trasmettere la portata della sopraffazione vissuta dai deportati.

Gran parte delle opere esposte è successiva al trauma del 7 ottobre e riflette un tempo segnato da paura, frattura e smarrimento, ma anche da un ostinato desiderio di pace. In Nodi frattali un groviglio sempre più fitto incombe nel cielo come una minaccia costante; Shalom e Give Peace a Chance cercano, con linguaggi diversi, di riattivare parole e gesti di riconciliazione dopo l’orrore. Frattura (2025) mette in scena la spaccatura tra società e posizioni inconciliabili, ma anche una lacerazione interiore, intima.

Particolarmente significativa è l’opera Senza parole, evoluzione del lavoro Che la memoria di ciò che è stato si fonda con la materia che ospita il nostro pensiero (1999–2004). Qui i neuroni, un tempo fusi con immagini dell’orrore, appaiono avvizziti e in fase di distacco, evocando il rischio dell’oblio. Un oblio che non dipende solo dal trascorrere del tempo, ma anche dalle distorsioni del linguaggio e dagli slittamenti semantici che minacciano di svuotare la memoria del suo fondamento storico.

Il secolo scorso è stato attraversato da numerosi massacri: dai pogrom russi alle marce forzate imposte agli armeni dall’Impero ottomano, dalla Shoah alla mattanza in Ruanda, fino ai conflitti nell’ex Jugoslavia e alle persecuzioni contro i curdi. Eppure quanto accaduto il 7 ottobre si distingue anche rispetto ai ripetuti attentati contro le comunità ebraiche nel mondo, come quello avvenuto a Bondi Beach, in Australia, lo scorso dicembre durante una celebrazione. In molti casi la violenza è maturata attraverso conflitti o progressive escalation; il 7 ottobre, invece, l’irruzione è stata improvvisa, mettendo in discussione l’idea stessa di luogo sicuro e generando una catena di tragedie che continua a produrre morte e smarrimento.

Tra le opere in mostra figurano anche tre elaborazioni fotografiche in cui nodi su nodi si sovrappongono a macerie su macerie. Ne emerge una visione distopica del futuro: un mondo ridotto a rovine, privo di umanità, in cui l’accumulo delle distruzioni diventa metafora dell’incapacità collettiva di interrompere la ripetizione della violenza.

Come sottolinea la stessa Ariela Böhm, si tratta di opere “di parte”, perché radicate in un’esperienza personale. È però proprio attraverso l’ascolto e la condivisione delle storie individuali che può svilupparsi l’empatia, alternativa alla contrapposizione violenta. Attraversare il ricordo non offre risposte definitive, ma apre uno spazio di attraversamento della storia, delle emozioni e delle responsabilità del presente: un percorso necessario, soprattutto oggi, per continuare a interrogare il senso della memoria e il suo ruolo nel nostro tempo.

Ariela Böhm: La Memoria attraverso il Ricordo

Il 27 gennaio 2026, in occasione della Giornata della Memoria, la Casa della Memoria e della Storia di Roma ospita la mostra Attraversare il ricordo di Ariela Böhm, un progetto artistico e di riflessione che interroga in profondità le modalità contemporanee di trasmissione della Shoah e il ruolo dell’arte nel mantenere viva la memoria storica.

L’inaugurazione, prevista alle ore 17.00, sarà preceduta da un incontro pubblico di presentazione del progetto e dalla proiezione del video Attraversare il ricordo, cui prenderanno parte, insieme all’artista, autorevoli studiosi e intellettuali: Fiorella Bassan (Sapienza Università di Roma), Dario Evola (Accademia di Belle Arti di Roma), Gadi Luzzatto Voghera (Direttore Fondazione CDEC), David Meghnagi (Università Roma Tre, Psicoanalista SPI, Editor in Chief Trauma and Memory). Coordina l’incontro Bianca Cimiotta Lami, vicepresidente della FIAP – Federazione Italiana Associazioni Partigiane.

La mostra resterà visitabile fino al 4 febbraio 2026.

Il cuore della proposta nasce da una riflessione profondamente personale di Ariela Böhm, che, partendo dalla propria storia familiare – in quanto donna ebrea della diaspora e nipote di nonni assassinati dai nazisti – indaga la Shoah non solo come evento storico, ma come sistema di pianificazione, controllo e annientamento dell’individuo. In questo percorso, la memoria non è mai neutra né distante: è attraversata dal vissuto, dalle emozioni e dalle ferite che ancora interrogano il presente.

Elemento centrale del progetto è il simbolo della “fila”, intesa come dispositivo di obbedienza e discriminazione. L’artista immagina un percorso di accesso ai luoghi della memoria che sottopone il visitatore a regole arbitrarie, invitandolo a sperimentare, seppur in forma simbolica e temporanea, una condizione di esclusione e sottomissione. L’esperienza artistica diventa così uno strumento di conoscenza che affianca – senza sostituirla – la conoscenza storica e documentale, stimolando una comprensione più profonda e incarnata.

Il dialogo proposto durante l’incontro inaugurale si concentra proprio sull’efficacia dell’arte come linguaggio evocativo, capace di agire a un livello non solo cognitivo ma emotivo. L’immedesimazione, sostengono i relatori, può lasciare una traccia indelebile nel vissuto delle persone, pur ponendo interrogativi etici e psicologici che meritano un’attenta riflessione. In questo senso, Attraversare il ricordo si configura come un invito a sperimentare nuove forme di partecipazione attiva, fondamentali per trasmettere alle generazioni future la portata della sopraffazione vissuta dai deportati.

Le opere esposte nelle sale della Casa della Memoria sono quasi tutte successive al trauma del 7 ottobre, e riflettono un tempo segnato da paura, frattura e smarrimento, ma anche da un ostinato desiderio di pace. In Nodi frattali un groviglio sempre più denso incombe nel cielo come una minaccia costante; Shalom e Give peace a chance cercano, ciascuna a suo modo, di far nascere parole e gesti di riconciliazione dopo l’orrore. Frattura (2025) mette in scena la spaccatura tra società e opinioni divergenti, ma anche una frattura interiore, intima.

Particolarmente significativa è l’opera Senza parole, evoluzione di Che la memoria di ciò che è stato si fonda con la materia che ospita il nostro pensiero (1999–2004): qui i neuroni, un tempo fusi con le immagini dell’orrore, appaiono avvizziti e in via di distacco, evocando il rischio dell’oblio. Un oblio non solo legato al passare del tempo, ma anche agli slittamenti semantici e alle distorsioni del linguaggio che minacciano di svuotare la memoria del suo ancoraggio storico.

Come afferma la stessa Ariela Böhm, si tratta di opere “di parte”, perché nate da un vissuto personale. Ma è proprio attraverso l’ascolto e la condivisione delle storie individuali che può svilupparsi l’empatia, alternativa alla contrapposizione violenta. La memoria, pur frammentata e talvolta conflittuale, può diventare una via per il dialogo e per la costruzione di un futuro fondato sul reciproco riconoscimento.

Attraversare il ricordo non offre risposte definitive, ma apre uno spazio di attraversamento: della storia, delle emozioni, delle responsabilità del presente. Un percorso necessario, soprattutto oggi, per continuare a interrogare il senso della memoria e il suo ruolo nel nostro tempo.

Sarajevo. Fotografare la vita sotto assedio

Il Museo Storico Italiano della Guerra e Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa hanno scelto di aprire una finestra su uno degli eventi più laceranti della storia europea recente: l’assedio di Sarajevo. Una ferita ancora aperta, vicina nel tempo e nella memoria, che la mostra Sarajevo restituisce attraverso lo sguardo del fotogiornalista Mario Boccia.

Le immagini esposte, scattate tra il 1992 e il 1996 durante i lunghi anni dell’assedio e nei mesi immediatamente successivi, raccontano una guerra senza ricorrere allo shock visivo o alla spettacolarizzazione della violenza. Boccia compie una scelta etica e narrativa precisa: lavorare sulla resistenza civile della città, raccontarne il dramma attraverso la vita quotidiana, la dignità e la tenacia dei suoi abitanti. Come ha ricordato Benjamina Karić, oggi sindaca di Sarajevo e bambina durante l’assedio, Boccia ha saputo “fotografare la vita, non solo la guerra”.

Nel suo lavoro emerge con forza la determinazione dei cittadini nel difendere i valori di un’identità molteplice, costruita in secoli di convivenza. Sarajevo, città simbolo di pluralismo culturale e religioso, viene mostrata non solo come vittima della violenza, ma come luogo di resistenza morale e culturale. Concerti improvvisati, incontri, gesti di solidarietà e creatività diventano atti di opposizione quotidiana all’annientamento imposto dall’assedio.

Boccia ha scelto consapevolmente di non limitarsi a fotografare gli assediati. Nel corso dei suoi numerosi viaggi ha attraversato spesso le linee del fronte, ritraendo anche gli assedianti. Una decisione complessa, che nasce dalla convinzione che identificarsi esclusivamente con le vittime sia facile e rassicurante, ma rischi di essere ipocrita. Mostrare le affinità possibili con chi compie il male diventa invece uno strumento necessario per comprendere come il fanatismo ideologico e la guerra possano stravolgere valori umani elementari, fino a disumanizzare persone comuni.

La mostra si inserisce nel più ampio contesto delle guerre jugoslave, che tra il 1991 e il 2001 sconvolsero i paesi nati dalla dissoluzione della Repubblica Federativa Socialista di Jugoslavia. Dopo i conflitti in Slovenia e Croazia, la guerra si estese alla Bosnia Erzegovina nell’aprile del 1992, dando inizio a uno dei più lunghi assedi della storia contemporanea europea. Sarajevo rimase isolata per quasi quattro anni, sottoposta al fuoco continuo di cecchini e artiglieria, con migliaia di vittime civili e una popolazione costretta a vivere in condizioni estreme.

L’assedio colpì duramente anche i luoghi simbolo della città, come la Biblioteca Nazionale, distrutta nell’agosto del 1992 da un bombardamento al fosforo. Accanto alla devastazione materiale e umana, si consumò una guerra ai civili, caratterizzata da pulizia etnica, deportazioni e massacri, il cui apice fu il genocidio di Srebrenica nel 1995.

Eppure, proprio nel cuore di questa tragedia, Sarajevo seppe esprimere una straordinaria capacità di resistenza culturale. È questa dimensione che le fotografie di Boccia restituiscono con forza e rispetto: la vita che insiste, che non si arrende, che continua a esistere anche sotto le granate. Mostrare solo l’orrore, osserva il fotografo, può paradossalmente rassicurare chi guarda da lontano, convincendolo che simili atrocità non possano accadere “da noi”. Ma la storia europea dimostra il contrario.

Ospitata presso il Museo Storico Italiano della Guerra dal 17 novembre 2022 al 10 settembre 2023, la mostra Sarajevo è stata realizzata con il contributo della Provincia autonoma di Trento e del Comune di Rovereto. Non è solo un percorso espositivo, ma un invito alla riflessione critica sul passato recente e sul presente: un richiamo alla responsabilità della memoria come strumento per costruire gli anticorpi necessari contro la ripetizione della violenza.


Sarajevo 1992-1996 – l’assedio più lungo
Mario Boccia
Dall’8 dicembre 2025 all’8 febbraio 2026

Muzej Devedesetih (Museo degli anni ’90)
Belgrado


Caterina Ciuffetelli: Cercle et Carré

Lo spazio Studio Ricerca e Documentazione accoglie la nuova personale romana di Caterina Ciuffetelli, inserita nel Progetto STORIECONTEMPORANEE, a cura di Anna Cochetti. La mostra, curata da Giorgio Bonomi, si presenta sotto il titolo Cercle et Carré e propone un ciclo coeso di opere monotematiche che approfondiscono con rigore e sensibilità la ricerca non figurativa dell’artista, focalizzata sulla relazione archetipica tra cerchio e quadrato.

Il titolo stesso richiama una lunga e complessa genealogia storica, che attraversa le avanguardie storiche e la riflessione astratta del Novecento, ma che in Ciuffetelli si rinnova attraverso una pratica sperimentale consapevole, capace di coniugare memoria e innovazione. Le opere in mostra si configurano come variazioni di un medesimo principio formale: il cerchio, elemento simbolico dell’infinito e del movimento continuo, è inscritto all’interno del quadrato, figura della misura, della razionalità e della stabilità.

Come sottolinea il curatore Giorgio Bonomi, «le opere di Ciuffetelli si compongono, formalmente, con un cerchio costruito all’interno di un quadrato». In questa tensione strutturale si manifesta il cuore della sua ricerca: il dinamismo circolare, evocato anche dal pensiero di Eraclito – «comune è il principio e la fine nella circonferenza del cerchio» – viene “fissato” e “definito” entro la severità immobile del quadrato, che spezza la continuità della linea e introduce un principio di ordine e contenimento.

Ma la riflessione non si esaurisce nella geometria. Un ruolo centrale è affidato ai materiali e alle tecniche, che rimandano agli sviluppi più avanzati delle avanguardie e delle neoavanguardie storiche. Ciuffetelli costruisce le sue linee attraverso l’uso del filo, disposto in sequenze di rette verticali che si posizionano sulla superficie dell’opera, realizzata con carta dipinta e intelata. Il filo diventa così segno, struttura, ritmo visivo, trasformando la superficie in un campo vibrante di tensioni minime.

Da questa costruzione metodica emerge, come osserva Bonomi, una forte suggestione musicale: le linee appaiono come le corde di un pianoforte aperto, capaci di evocare una scansione temporale, un’armonia silenziosa che si offre allo sguardo come esperienza percettiva e meditativa. Il ritmo visivo diventa quindi elemento essenziale, capace di coinvolgere lo spettatore in una contemplazione che è al tempo stesso razionale e sensibile.

Anche la scelta cromatica risponde a un principio di riduzione e concentrazione. Riprendendo le istanze più radicali dell’astrazione novecentesca, Ciuffetelli lavora su un monocromo mai assoluto, ricco di variazioni tonali e materiche che evitano ogni rigidità dogmatica. Il colore, pur contenuto, mantiene una presenza viva e dialogante con la struttura formale dell’opera.

Cercle et Carré si configura così come un progetto unitario e coerente, in cui ogni lavoro contribuisce a un discorso più ampio sulla forma, sul tempo e sulla percezione. La mostra conferma la ricerca di Caterina Ciuffetelli come una delle più attente e consapevoli nel panorama dell’astrazione contemporanea, capace di rinnovare il linguaggio geometrico attraverso un equilibrio raffinato tra rigore concettuale e sensibilità poetica.


Caterina Ciuffetelli
“Cercle et Carré”
Dall’11 al 24 Gennaio

Inaugurazione:
Domenica 11 Gennaio 2026
dalle h.11.30 alle h.13.30
Fino a Sabato 24 Gennaio 2026
Finissage: ore 17.30-19.30

Storie Contemporanee
Studio Ricerca Documentazione

via Alessandro Poerio 16/b
Roma

A cura di Giorgio Bonomi

Orari:
dal martedì al venerdì
dalle 17.30 alle 19.30
(su appuntamento)
al 3288698229