Giuseppe Modica: il Mediterraneo e la memoria

C’è un Mediterraneo che abbaglia e uno che inquieta, un mare che conserva la memoria della bellezza e, insieme, quella delle tragedie contemporanee. È dentro questa tensione, sospesa tra luce e oscurità, realtà e visione, che si muove la pittura di Giuseppe Modica, protagonista della mostra Il fuoco nel mare, ospitata sino al 25 ottobre 2026 all’Ex Mattatoio di Roma, nel Padiglione 9a, a cura di Giuseppe Appella.

Quaranta opere di grandi dimensioni, realizzate tra il 1997 e il 2026, costruiscono non una mostra antologica, ma un vero e proprio attraversamento dell’opera dell’artista. Un viaggio che segue le traiettorie di una ricerca lunga oltre cinquant’anni e che ha fatto di Modica uno dei rappresentanti più significativi di quella Nuova Metafisica definita da Maurizio Fagiolo dell’Arco.

Non c’è, dunque, una successione cronologica a guidare il visitatore. Le opere sono concatenate da un’affinità più profonda, da un filo invisibile che attraversa temi, immagini e atmosfere: la luce e il buio, l’interno e l’esterno, il pieno e il vuoto, la superficie e la profondità. È una pittura che si colloca sul crinale fra presentazione e rappresentazione, che parte dal mondo reale per trasformarlo attraverso una rigorosa costruzione geometrica e una luce capace di alterare la percezione dello spazio.

Il titolo della mostra prende spunto da Il fuoco nel mare, racconto siciliano pubblicato da Leonardo Sciascia nel 1975 in un libretto per bambini illustrato da Simone Sautier. Lo stesso titolo sarebbe poi diventato quello della raccolta postuma Il fuoco nel mare. Racconti dispersi (1947-1975), pubblicata da Adelphi nel 2010, per la quale Roberto Calasso scelse come immagine di copertina Palatino (2007) di Giuseppe Modica.

Nel racconto rivive la leggenda di Colapesce, il giovane che si immerge nelle profondità marine e scopre che la Sicilia è sorretta da tre colonne, una delle quali, posta sotto l’Etna, è consumata dal fuoco del vulcano.

È proprio il paradosso contenuto nel titolo – fuoco e acqua, due elementi apparentemente inconciliabili – a diventare una chiave di lettura della pittura di Modica. La sua opera nasce infatti dall’incontro continuo di elementi antinomici: luce e buio, luce naturale e artificiale, alba e tramonto, dentro e fuori, superficie e profondità.

Gli opposti non si escludono, ma si alimentano reciprocamente. La luce ha bisogno dell’ombra per manifestarsi; la superficie rimanda a una profondità che non è mai completamente raggiungibile; l’interno, apparentemente protetto, non può davvero separarsi da ciò che accade fuori.

È in questa aporia che si insinua la pittura.

Uno dei motivi ricorrenti nell’universo di Modica è quello della finestra, elemento architettonico ma anche dispositivo dello sguardo. Dalle finestre dell’artista si osservano paesaggi mediterranei luminosi, cieli, superfici marine e architetture, ma quello spazio apparentemente rassicurante è anche un filtro che separa e contemporaneamente mette in comunicazione l’interno con il mondo.

Dipinti con le finestre che portano alla memoria il “Voi che vivete sicuri / Nelle vostre tiepide case” di Primo Levi.

La finestra protegge e rivela. Offre la sicurezza dell’interno, ma impedisce di dimenticare ciò che accade oltre il suo perimetro.

È qui che la pittura di Modica assume una dimensione particolarmente attuale. I suoi paesaggi solari possono custodire, sotto la loro apparente serenità, il dramma delle migrazioni, della guerra, delle morti in mare. In alcune composizioni compaiono navi, teschi, elementi che introducono nel paesaggio mediterraneo la consapevolezza della tragedia contemporanea.

Ma l’artista non costruisce una pittura dichiaratamente narrativa o illustrativa. Il dolore non viene necessariamente rappresentato attraverso immagini esplicite. Spesso è piuttosto una inquietudine sotterranea a incrinare l’armonia della scena.

Lo spazio sembra perfetto, eppure qualcosa non torna.

La geometria costituisce uno degli strumenti fondamentali della pittura di Modica. Linee, volumi, prospettive e solidi sembrano rispondere a una logica matematica, restituendo ordine alla visione. E tuttavia, proprio questa razionalità può improvvisamente incrinarsi.

Compaiono così solidi geometrici irregolari, sghembi, apparentemente impossibili: forme che introducono nell’ordine della composizione un elemento di instabilità.

La geometria, tradizionalmente associata alla razionalità, diventa allora il luogo dell’irrazionale. La perfezione dello spazio contiene la sua stessa contraddizione.

È una delle caratteristiche più affascinanti di questa pittura: la realtà viene resa più enigmatica proprio attraverso la precisione con cui viene costruita.

Modica non ha bisogno di deformare radicalmente il mondo. Gli basta spostare un rapporto, alterare una prospettiva, sovrapporre tempi e spazi differenti, lasciare che una luce attraversi una superficie in modo inatteso.

Il risultato è un’atmosfera sospesa, nella quale il reale sembra sul punto di trasformarsi in sogno.

La grande protagonista della mostra è però la luce, considerata nelle sue molteplici declinazioni: diurna e notturna, naturale e artificiale, radente o riflessa, diretta o filtrata.

La luce in Modica non è soltanto ciò che illumina le cose. È ciò che le costruisce.

Attraverso la luce lo spazio acquista profondità, la materia si definisce, le superfici assumono consistenza e il tempo sembra fermarsi. Una stessa scena può evocare l’alba o il tramonto, il giorno o la notte, la memoria di un luogo reale o la sua trasformazione mentale.

È una luce mediterranea, profondamente legata alla Sicilia dell’artista, ma allo stesso tempo trasfigurata in una dimensione universale.

Particolarmente significativa è la presenza, in alcune opere, della tapparella che interrompe la visione del cielo. L’ostacolo impedisce di vedere completamente, ma le sue fessure lasciano filtrare la luce.

Il simbolo è potente: anche quando la visione è limitata, anche quando qualcosa si frappone fra noi e il mondo, la luce riesce comunque a passare.

Una possibilità di apertura che può essere letta tanto in senso fisico quanto metafisico.

Il mare di Modica non è un’Arcadia idealizzata. È il mare nostrum della storia, della memoria e del presente.

La bellezza mediterranea rimane intatta, ma è attraversata dalle contraddizioni del nostro tempo. Il mare può essere origine e approdo, viaggio e perdita, promessa e pericolo. Può custodire la memoria di una civiltà e, nello stesso momento, diventare teatro delle tragedie delle migrazioni.

In questo senso, la pittura di Modica evita tanto la retorica della denuncia quanto quella della celebrazione. La tragedia si insinua nella bellezza, quasi fosse già contenuta dentro di essa.

È una condizione che trova una particolare espressione nel colore. Come osservò Gabriele Simongini, il Mediterraneo è parte integrante delle origini siciliane dell’artista e della sua stessa pittura, innervata da blu capaci di essere ora pura essenza luminosa, ora sostanza plastica: una sorta di liquido amniotico nel quale si concretizzano spazi e tempi sospesi.

Il blu, dunque, non è semplicemente il colore del mare. È uno spazio mentale, una dimensione nella quale memoria e presente possono incontrarsi.

Accanto alla luce, il secondo grande tema della mostra è il tempo.

Un tempo che non procede necessariamente in linea retta, ma che scivola, ritorna, sovrappone epoche e memorie. La pittura diventa così una forma di registrazione dell’accadimento: un processo nel quale l’opera conserva le tracce del proprio farsi.

La memoria è individuale, collettiva e antropologica. Ma è anche memoria della pittura stessa.

Da qui deriva la particolare sensazione di sospensione che molte opere di Modica comunicano. Non si ha l’impressione di trovarsi davanti a un istante preciso, ma a un momento sottratto al fluire ordinario del tempo.

Il presente sembra contenere il passato e anticipare il futuro.

La circolarità evocata dalla mostra richiama così anche i corsi e ricorsi della storia. E il riferimento alla Sicilia conduce naturalmente ad Archimede, altro grande siciliano, matematico e fisico, ma anche inventore di macchine da guerra: una figura che riunisce ancora una volta conoscenza e conflitto, razionalità e distruzione.

Il fuoco nel mare arriva dopo la mostra dedicata a Giuseppe Modica nel 2021 alla Casa Museo Hendrik Christian Andersen di Roma, curata da Maria Giuseppina Di Monte e Gabriele Simongini.

Quell’esposizione aveva portato all’acquisizione di due opere dell’artista: Melanconia e Mediterraneo (2017) e Rifrazione. Atelier (2020). I due dipinti erano stati collocati nel salone principale del piano nobile della Casa, accanto al trittico Navi da guerra in transito (2022-23).

Quella mostra aveva ribadito un elemento essenziale del percorso di Modica: la capacità di costruire una ricerca coerente e riconoscibile senza inseguire le mode, mantenendo sempre al centro il rapporto fra spazio e luce.

Ora il nuovo appuntamento all’Ex Mattatoio amplia e rilancia quella ricerca, offrendo al pubblico la possibilità di entrare nel laboratorio visivo di un artista che ha fatto della lentezza, della precisione e della stratificazione uno dei tratti distintivi della propria poetica.

Il fuoco nel mare è, in definitiva, una mostra costruita sul paradosso.

Il fuoco che arde nell’acqua. La luce che nasce dall’ombra. L’interno che guarda verso l’esterno. La superficie che rimanda alla profondità. La geometria che genera inquietudine. La bellezza che convive con la tragedia.

Nella pittura di Giuseppe Modica il Mediterraneo non è soltanto un luogo geografico, ma una condizione dello sguardo. È memoria, storia, origine e presente. È uno spazio nel quale gli opposti non trovano necessariamente una soluzione, ma imparano a convivere.

E forse è proprio questa la forza della sua pittura: ricordarci che la luce non cancella il buio e che il buio, a sua volta, non riesce mai a cancellare completamente la luce.

Anche quando il cielo è nascosto da una tapparella, anche quando una finestra separa l’osservatore dal mondo, la luce trova sempre una fessura attraverso cui passare.

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