
E se la plastica non fosse più soltanto un rifiuto, ma diventasse una nuova forma di natura? Se, dopo aver colonizzato mari, fiumi, suoli e città, la materia artificiale finisse per generare nuove specie, nuovi organismi, nuove tassonomie?
È da questa domanda, insieme visionaria e inquietante, che nasce L’Era Plasteozoica. Una distopia ecologica, il progetto artistico e fotografico del collettivo Pictoria Newhouse, formato dalle artiste visive Victoria Thomen, dominicana-italiana, e Guadalupe Casasnovas, dominicana-statunitense.
Sino all’8 novembre 2026, fotografia e installazione costruiranno un universo sospeso fra realtà e finzione, nel quale l’emergenza ambientale viene trasformata in racconto visivo, poetico e pseudo-scientifico.
Non una semplice mostra sulla plastica, quella curata da Julián Kunhardt, ma un viaggio dentro un possibile futuro: un futuro nel quale ciò che oggi consideriamo scarto potrebbe essere diventato parte integrante dell’evoluzione del pianeta.
Il titolo stesso contiene l’idea fondamentale del progetto. Plasteozoica è una parola inventata che richiama volutamente il linguaggio delle classificazioni scientifiche e delle ere geologiche.
Il collettivo Pictoria Newhouse immagina così una sorta di nuova epoca del pianeta, nella quale la plastica ha assunto un ruolo paragonabile a quello delle forme naturali che hanno caratterizzato le grandi trasformazioni della Terra.
Ma la fantascienza, in questo caso, parte da una realtà tutt’altro che immaginaria.
La plastica è già presente ovunque: negli oceani e nelle spiagge, nei terreni agricoli, nei ghiacci, nei sedimenti e persino negli organismi viventi. La sua persistenza nel tempo la rende una delle tracce più evidenti della civiltà industriale e dei suoi modelli di consumo.
L’Era Plasteozoica compie però un passaggio ulteriore: invece di limitarsi a rappresentare il problema, lo trasforma in una possibilità narrativa.
Che cosa accadrebbe se la materia artificiale non scomparisse, ma continuasse a trasformarsi?
Che cosa nascerebbe dalla sua permanenza?
Nelle opere del collettivo la plastica cessa di essere soltanto un oggetto riconoscibile. Diventa materia di metamorfosi.
Residui, frammenti e forme artificiali vengono ricomposti e reinterpretati fino a evocare organismi sconosciuti, creature ibride, reperti provenienti da un futuro ancora da catalogare.
La fotografia assume così un carattere quasi documentario, ma ciò che documenta non appartiene alla realtà conosciuta.
È una falsa scienza, una scienza immaginaria costruita attraverso immagini, classificazioni e suggestioni pseudo-naturalistiche.
Lo spettatore viene invitato a guardare queste creature come se fossero reperti di una civiltà futura, come se la trasformazione della plastica fosse ormai un fatto biologico compiuto.
È proprio questa ambiguità a rendere il progetto particolarmente efficace: l’opera sembra scientifica, ma è profondamente fantastica; sembra raccontare il futuro, ma parla soprattutto del presente.
La scelta di presentare L’Era Plasteozoica nel Museo di Storia Naturale di Milano assume un significato particolare.
Il museo è per sua natura un luogo della classificazione, della conservazione e della conoscenza. Le sue collezioni raccontano la biodiversità, l’evoluzione degli organismi e la storia naturale del pianeta.
All’interno di questo contesto, le opere del collettivo introducono una domanda destabilizzante: che cosa conserveranno i musei del futuro della nostra epoca?
Quali saranno i reperti attraverso i quali una civiltà futura ricostruirà la storia dell’umanità contemporanea?
Forse saranno proprio i materiali che oggi definiamo rifiuti.
La plastica, in questa prospettiva, diventa una sorta di fossile del presente: una traccia materiale della nostra cultura, dei nostri consumi, delle nostre abitudini e della nostra capacità di trasformare l’ambiente.
Il museo diventa allora un luogo ideale per questo cortocircuito fra passato e futuro. Le collezioni scientifiche raccontano ciò che il pianeta è stato; L’Era Plasteozoica prova a immaginare ciò che potrebbe diventare.
La distopia, qui, non è soltanto una previsione catastrofica.
È soprattutto uno strumento critico.
Immaginare un mondo nel quale la plastica si è trasformata in una nuova componente del vivente permette di osservare con maggiore distanza il mondo che già abitiamo. La finzione rende visibile ciò che nella quotidianità rischiamo di non vedere più.
Un involucro, una bottiglia, un frammento di materiale sintetico possono sembrare insignificanti. Moltiplicati miliardi di volte, diventano invece una delle impronte più profonde lasciate dall’uomo sul pianeta.
L’operazione artistica del collettivo Pictoria Newhouse consiste proprio nel modificare la scala dello sguardo.
Il rifiuto individuale diventa fenomeno planetario. L’oggetto quotidiano diventa reperto. Il materiale inerte sembra acquisire una nuova vita.
E il futuro immaginato dalle artiste finisce per assomigliare inquietantemente al presente.
Le immagini della mostra possono essere lette come un bestiario impossibile, una raccolta di specie nate dall’incontro fra natura e materia sintetica.
La loro forza non risiede soltanto nella denuncia ambientale, ma nella capacità di produrre meraviglia.
Questo elemento è fondamentale. Di fronte alla crisi ecologica siamo spesso sottoposti a una sovrabbondanza di immagini catastrofiche: mari contaminati, discariche, animali intrappolati nei rifiuti, paesaggi devastati.
Il collettivo Pictoria Newhouse sceglie una strada diversa.
Trasforma la minaccia in immaginazione.
La plastica diventa qualcosa che possiamo osservare con curiosità e persino con stupore. Ma proprio questa fascinazione contiene una contraddizione: ciò che appare bello, misterioso o sorprendente è il prodotto di una trasformazione ecologica profondamente problematica.
La meraviglia diventa quindi una porta d’accesso alla consapevolezza.
Uno degli aspetti più interessanti del progetto riguarda il rapporto tra materia e memoria.
La plastica è uno dei materiali più rappresentativi della modernità. È legata alla produzione industriale di massa, alla globalizzazione, alla comodità, alla velocità e alla cultura dell’usa e getta.
Ma proprio perché è estremamente durevole, ciò che viene concepito come temporaneo può sopravvivere alla civiltà che lo ha prodotto.
Un oggetto destinato a essere utilizzato per pochi minuti può lasciare una traccia destinata a durare molto più a lungo.
In questa prospettiva la plastica diventa una memoria involontaria dell’uomo. Un archivio materiale capace di raccontare le nostre abitudini anche quando noi non ci saremo più.
La distopia immaginata dalle artiste si fonda allora su un paradosso: abbiamo prodotto materiali pensando alla loro durata e, allo stesso tempo, abbiamo costruito un sistema di consumo fondato sul loro rapido abbandono.
È questa contraddizione a trasformare la plastica in una potente metafora della nostra epoca.
L’Era Plasteozoica non pretende di offrire soluzioni scientifiche alla crisi ambientale. La sua funzione è un’altra: creare uno spazio mentale nel quale poter formulare domande.
La prima riguarda il confine fra naturale e artificiale.
Quando un materiale prodotto dall’uomo entra stabilmente negli ecosistemi, può ancora essere considerato qualcosa di estraneo alla natura?
La seconda riguarda la responsabilità.
Se la plastica diventa una traccia permanente della nostra civiltà, quale immagine dell’uomo consegneremo al futuro?
E infine c’è la domanda più inquietante: siamo ancora in tempo per modificare il racconto prima che la distopia diventi realtà?
La mostra non risponde. Preferisce lasciare aperta la possibilità del dubbio.
Il valore di L’Era Plasteozoica sta proprio nella sua capacità di spostare la prospettiva.
La plastica non viene presentata soltanto come qualcosa da eliminare, ma come un fenomeno culturale da comprendere. È materia, ma anche simbolo. È rifiuto, ma anche documento. È prodotto industriale, ma ormai anche traccia ambientale.
Attraverso fotografia, installazione e narrazione pseudo-scientifica, Pictoria Newhouse costruisce un mondo nel quale l’arte diventa uno strumento per interrogare il rapporto fra uomo e ambiente.
Nel Museo di Storia Naturale, questo interrogativo assume una forza particolare. Fra reperti, collezioni e testimonianze della biodiversità, le opere sembrano provenire da un tempo ancora sconosciuto.
Eppure quel tempo potrebbe essere già iniziato.
L’Era Plasteozoica ci invita così a guardare la plastica non soltanto come ciò che abbiamo lasciato dietro di noi, ma come ciò che potrebbe accompagnarci molto più a lungo di quanto immaginiamo.
Una nuova natura artificiale, forse.
O, più semplicemente, la firma materiale che una civiltà ha impresso sul pianeta.
30 settembre – 8 novembre 2026
Mostra fotografica e installativa
A cura di Julián Kunhardt
Ingresso incluso nel biglietto del Museo di Storia Naturale di Milano
