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Oltre la deterrenza: immaginare la Pace

Degli estremisti attaccano per distruggere altri estremisti, e la via è spianata ai conflitti tra sovranisti. A rimetterci, ancora una volta, sono le persone che cercano spazi di dialogo, mentre israelo-statunitense attaccano l’Iran, alimentando un clima globale di polarizzazione e paura. In questo gioco di specchi, la radicalizzazione reciproca diventa il motore stesso del conflitto: ogni violenza giustifica la successiva, e il centro — lo spazio della mediazione — si restringe fino quasi a scomparire.

È difficile parlare di Pace mentre in Europa si discute apertamente di riconversione delle strutture produttive civili in produzione militare e di adeguamento della rete stradale e ferroviaria al transito di mezzi e truppe. In pochi dichiarano di volere la guerra, eppure quasi nessuno compie un passo autenticamente distensivo.

La parola Pace sembra diventata impronunciabile, quasi sconveniente: evocarla appare un segno di debolezza, ingenuità o anacronismo. Nel lessico del potere globale, oggi, la Pace non è più un obiettivo politico. È una pausa tattica, un’ipotesi rinviata, talvolta un fastidio.

Presentata come un tema neutro e tecnico, la cosiddetta mobilità militare è in realtà una scelta profondamente politica. Adeguare infrastrutture civili al passaggio di truppe significa assumere che lo scenario di riferimento dell’Europa non sia la prevenzione del conflitto, ma la sua preparazione strutturale. La logistica diventa strategia, come affermano esplicitamente i documenti di Unione Europea e NATO: senza mobilità non esiste deterrenza credibile.

Qui emerge l’ambiguità del paradigma attuale. Mentre ufficialmente “nessuno vuole la guerra”, le politiche pubbliche convergono verso la sua normalizzazione come possibilità permanente. La Pace scompare dal lessico strategico, sostituita da concetti come readiness, resilience, deterrence (prontezza, resilienza, deterrenza). Non è più un orizzonte da costruire, ma una tregua contingente.

Questo ripensamento delle infrastrutture avviene in parallelo alla conversione industriale, alla penetrazione della cultura della difesa nei sistemi educativi e alla crescente accettazione sociale della spesa militare come necessità inevitabile. In questo senso, la mobilità militare non è solo un tema di trasporti: è un indicatore di mutamento culturale e antropologico.

Lo dimostra l’ossessione per i simboli e per le narrazioni. Donald Trump si è detto offeso per non aver ricevuto il Nobel per la Pace, come se la Pace fosse un trofeo personale e non una responsabilità collettiva. Dall’altra parte, il cinema intercetta e amplifica questo clima: nel progetto tratto dal romanzo Il mago del Cremlino di Giuliano da Empoli, un Vladimir Putin interpretato da Jude Law afferma senza ambiguità: «Non mi interessa vincere il Nobel per la Pace, io voglio una guerra».

Una battuta che colpisce perché rompe l’ipocrisia. Rivendica il conflitto come linguaggio politico. Non la Pace come processo, ma la guerra come strumento di potere. Non il consenso, ma il controllo.

Dietro questa logica si nasconde spesso una patologia della grandezza. Il mito della Grande Nazione — declinato di volta in volta come Grande Russia, Grande Serbia, Grande Israele, Grande Turchia o Grande America — è il carburante simbolico di molti conflitti contemporanei. La grandezza promessa è sempre per pochi; il prezzo lo pagano intere popolazioni.

Mentre l’Occidente discute, la Cina osserva e pianifica, mentre l’attenzione resta puntata su possibili scenari come Taiwan. Il mondo viene nuovamente sezionato come una mappa coloniale: Ucraina, Groenlandia, Medio Oriente. Ognuno con la propria “conquista” da rivendicare.

In questo scenario si muovono i popoli senza patria: curdi, palestinesi, rohingya. Ma l’apolidia non è un’anomalia della storia. Anche gli ebrei per secoli non ebbero una terra, così come gli armeni dopo il genocidio. E la stessa Italia, prima dell’Unità, era un mosaico di Stati. La patria non è un fatto naturale: è una costruzione politica, spesso nata nel sangue.

Dietro le retoriche della sicurezza si nascondono interessi materiali: risorse, rotte, zone di influenza. Solo una minima parte dei conflitti nasce davvero dall’autodeterminazione. Molto più spesso si muore per il controllo.

Anche l’educazione non è più neutrale. Roberto Cingolani, direttore generale di Leonardo, ha parlato della necessità di investire in sistemi che incutano timore a chi aggredisce. I venti di guerra soffiano già nelle scuole.

La domanda ritorna allora: perché la guerra?
Se la posero anche Albert Einstein e Sigmund Freud, interrogandosi sulle radici profonde della violenza.

Oggi quella domanda torna mentre la guerra riappare come possibilità concreta anche in Europa occidentale.

Papa Francesco ha parlato di una “terza guerra mondiale a pezzi”, indicando la necessità del disarmo e del dialogo. Nella stessa direzione si è mosso anche Papa Leone XIV, Robert Francis Prevost, con l’invocazione di una “Pace disarmata e disarmante”.

A raccontare questa realtà è anche Trame di guerra di Lorenzo Tondo, che mostra la continuità delle logiche belliche tra diversi fronti. Sul piano concreto, organizzazioni come Emergency e le mobilitazioni dei lavoratori portuali ricordano che la guerra ha sempre conseguenze umane tangibili.

Resta allora la domanda finale: come evitare la guerra se il potere continua a essere misurato in territori, armi e dominio?

Finché nessuno sarà disposto a rinunciare davvero ai miti, agli interessi e ai simboli che la rendono possibile, la Pace resterà una parola fragile, pronunciata nei discorsi e tradita nelle decisioni.

Il problema non è che nessuno voglia la guerra. È che troppo pochi sono disposti a rinunciare a ciò che la rende inevitabile.

Claudia Bellocchi: La distopia del presente

La recente personale di Claudia Bellocchi si configura come un percorso coerente e stratificato che indaga le molteplici forme della violenza — simbolica, culturale e tecnologica — attraverso cui il corpo e l’identità vengono progressivamente erosi. La mostra, concepita anche come omaggio ai vent’anni del Museo de la Mujer di Buenos Aires CABA (2006-2026), trova il suo fulcro nel video “¿La Follia è Donna?”, realizzato con l’ausilio dell’intelligenza artificiale. Quest’opera non è solo un dispositivo narrativo, ma una lente attraverso cui leggere l’intera produzione esposta: un racconto visivo che proietta nel presente una distopia inquietante, dove tecnologia senza etica e cultura patriarcale convergono in un processo di oggettivazione sistemica.

Il percorso si apre con “Il pianto di elicriso”, che introduce immediatamente il tono elegiaco e perturbante della mostra. La natura non appare più come luogo di rifugio, ma come vittima sacrificale di un’esistenza frammentata. L’elicriso che piange diventa emblema di un’armonia perduta, mentre la figura umana — deformata e dolorosa — allude a un’identità ridotta a merce, barattata e spezzata. In questa visione, la ferita ecologica coincide con quella esistenziale: la violenza sull’ambiente e quella sul corpo si rispecchiano fino a confondersi.

Con “Ronzio in testa”, Bellocchi affronta il tema della scienza priva di coscienza etica. Il volto, dominato da tonalità fredde e da una frammentazione nervosa, non è più ritratto ma campo di interferenze. L’asimmetria dello sguardo — uno vitreo e quasi meccanico, l’altro ancora umano — visualizza la tensione tra controllo tecnologico e residuo di coscienza.

Il riferimento implicito alla creatura di Mary Shelley e al mito di Frankenstein emerge come metafora della creazione che sfugge al suo creatore: una “figlia oscura” della modernità, generata da una scienza incapace di interrogarsi sulle proprie responsabilità.

In “Ragione e sentimento” si compie il collasso dell’individuo. Figure urlanti e cromie violente restituiscono la percezione di una scissione insanabile, dove la razionalità imposta da una logica di dominio soffoca la dimensione emotiva. L’identità si dissolve: nome, voce e memoria sembrano svanire in un ambiente saturo, dove l’essere umano perde i propri confini fino a diventare parte del sistema che lo consuma.

L’intero corpus espositivo può essere letto come una progressiva perdita di forma e di coscienza, per inserie nel lungo dialogo con il Museo de la Mujer e prosegue la riflessione avviata nei cicli precedenti, tra cui Tanaliberatutti, dedicato alla violenza di genere, agli abusi e al rapporto tra identità e libertà.

La deformazione del volto diventa simbolo della dissoluzione del sé, con cromie fredde e tratti convulsi che evocano un’umanità anestetizzata.

La carnalità negata, evidente nei contrasti cromatici e nelle ferite visive, riflette la mercificazione del corpo e la manipolazione biologica.

L’urlo silenzioso della scissione culmina nell’astrazione, dove individuo e ambiente si fondono in un unico campo di tensione.

La distopia di Bellocchi non appartiene a un futuro remoto: è radicata in un “vivere scisso” contemporaneo, in cui tecnologia e strutture di potere agiscono come agenti trasformativi dell’identità. Il video conclusivo suggella questa visione con un avvertimento che risuona come eco lungo tutto il percorso: la perdita della voce e del nome segna l’inizio di una condizione post-umana dalla quale, forse, è già troppo tardi per tornare indietro.


Claudia Bellocchi
¿La Follia è Donna?
Dall’8 al 21 marzo 2026

Storie Contemporanee
Studio Ricerca Documentazione

via Alessandro Poerio 16/b
Roma

A cura di Anna Cochetti

Inaugurazione:
l’8 marzo 2026 dalle 11,30 alle 13,30

Finissage: ore

Orari:
dal martedì al venerdì
dalle 17.30 alle 19.30
(su appuntamento)
al 3288698229


Ariela Böhm: La Memoria attraverso il ricordo

Dal 27 gennaio 2026, in occasione della Giornata della Memoria, la Casa della Memoria e della Storia di Roma ospita Attraversare il ricordo, la mostra di Ariela Böhm che affronta in modo diretto e non conciliatorio il tema della Shoah e delle sue modalità di trasmissione nel presente. L’esposizione, visitabile fino al 13 febbraio 2026, propone un percorso artistico che interroga il ruolo dell’arte come strumento di conoscenza, capace di affiancare – senza sostituirla – la ricostruzione storica e documentale.

Il progetto nasce da una riflessione profondamente personale. Ariela Böhm, donna ebrea della diaspora e nipote di nonni assassinati dai nazisti, affronta la Shoah non solo come evento storico ma come sistema razionale di pianificazione, controllo e annientamento dell’individuo. La memoria, in questo lavoro, non è mai distante o neutra: è attraversata dal vissuto, dalle emozioni e da ferite che continuano a interrogare il presente.

Elemento centrale della mostra è il simbolo della “fila”, intesa come dispositivo di obbedienza, selezione e discriminazione. L’artista costruisce un percorso di accesso ai luoghi della memoria che impone al visitatore regole arbitrarie, invitandolo a sperimentare, seppur in forma simbolica e temporanea, una condizione di esclusione e sottomissione. L’esperienza estetica si trasforma così in esperienza corporea, rendendo tangibile ciò che spesso resta confinato nella dimensione astratta del racconto storico.

Durante l’incontro inaugurale il confronto si è concentrato sull’efficacia dell’arte come linguaggio evocativo, capace di agire non solo sul piano cognitivo ma anche su quello emotivo. L’immedesimazione, pur sollevando interrogativi etici e psicologici, può lasciare una traccia profonda e duratura, soprattutto nelle generazioni più giovani. In questo senso Attraversare il ricordo si propone come un modello di partecipazione attiva, necessario per trasmettere la portata della sopraffazione vissuta dai deportati.

Gran parte delle opere esposte è successiva al trauma del 7 ottobre e riflette un tempo segnato da paura, frattura e smarrimento, ma anche da un ostinato desiderio di pace. In Nodi frattali un groviglio sempre più fitto incombe nel cielo come una minaccia costante; Shalom e Give Peace a Chance cercano, con linguaggi diversi, di riattivare parole e gesti di riconciliazione dopo l’orrore. Frattura (2025) mette in scena la spaccatura tra società e posizioni inconciliabili, ma anche una lacerazione interiore, intima.

Particolarmente significativa è l’opera Senza parole, evoluzione del lavoro Che la memoria di ciò che è stato si fonda con la materia che ospita il nostro pensiero (1999–2004). Qui i neuroni, un tempo fusi con immagini dell’orrore, appaiono avvizziti e in fase di distacco, evocando il rischio dell’oblio. Un oblio che non dipende solo dal trascorrere del tempo, ma anche dalle distorsioni del linguaggio e dagli slittamenti semantici che minacciano di svuotare la memoria del suo fondamento storico.

Il secolo scorso è stato attraversato da numerosi massacri: dai pogrom russi alle marce forzate imposte agli armeni dall’Impero ottomano, dalla Shoah alla mattanza in Ruanda, fino ai conflitti nell’ex Jugoslavia e alle persecuzioni contro i curdi. Eppure quanto accaduto il 7 ottobre si distingue anche rispetto ai ripetuti attentati contro le comunità ebraiche nel mondo, come quello avvenuto a Bondi Beach, in Australia, lo scorso dicembre durante una celebrazione. In molti casi la violenza è maturata attraverso conflitti o progressive escalation; il 7 ottobre, invece, l’irruzione è stata improvvisa, mettendo in discussione l’idea stessa di luogo sicuro e generando una catena di tragedie che continua a produrre morte e smarrimento.

Tra le opere in mostra figurano anche tre elaborazioni fotografiche in cui nodi su nodi si sovrappongono a macerie su macerie. Ne emerge una visione distopica del futuro: un mondo ridotto a rovine, privo di umanità, in cui l’accumulo delle distruzioni diventa metafora dell’incapacità collettiva di interrompere la ripetizione della violenza.

Come sottolinea la stessa Ariela Böhm, si tratta di opere “di parte”, perché radicate in un’esperienza personale. È però proprio attraverso l’ascolto e la condivisione delle storie individuali che può svilupparsi l’empatia, alternativa alla contrapposizione violenta. Attraversare il ricordo non offre risposte definitive, ma apre uno spazio di attraversamento della storia, delle emozioni e delle responsabilità del presente: un percorso necessario, soprattutto oggi, per continuare a interrogare il senso della memoria e il suo ruolo nel nostro tempo.

Il giornalista come divulgatore

Il giornalismo è, per sua natura, una forma di divulgazione. Raccontare i fatti, interpretarli, inserirli in un contesto e renderli comprensibili a un pubblico ampio è il cuore stesso del lavoro del cronista. Ogni atto giornalistico presuppone una mediazione tra la complessità della realtà e la necessità di chiarezza, tra l’urgenza dell’attualità e il bisogno di senso. Non stupisce, quindi, che molti giornalisti abbiano intrapreso nel tempo la strada della divulgazione culturale.

Più spesso questa transizione avviene nell’ambito scientifico, dove la distanza tra linguaggio specialistico e pubblico generale rende indispensabile la figura del divulgatore, spesso dotato di un solido background accademico. In altri casi, invece, il percorso segue una direzione diversa: dal giornalismo alla storia. Non come semplice cambio di ruolo, ma come naturale estensione di una pratica professionale fondata sull’uso delle fonti, sulla ricostruzione dei fatti e sulla capacità narrativa.

D’altronde, il giornalista è, empiricamente, un potenziale storico. Prima ancora di essere interprete del passato, è testimone del presente. Chi racconta i fatti giorno per giorno sviluppa una particolare sensibilità per il valore delle fonti, per il peso degli eventi e per il modo in cui essi vengono percepiti e ricordati. Competenze che, applicate alla lunga durata, diventano strumenti preziosi per la ricostruzione storica e per la sua trasmissione al grande pubblico.

In questo panorama di giornalisti-divulgatori spicca senza dubbio la figura di Aldo Cazzullo. Editorialista del Corriere della Sera, scrittore e volto televisivo, Cazzullo ha saputo costruire negli anni un linguaggio divulgativo efficace, capace di coniugare rigore, chiarezza e passione civile. La sua divulgazione non nasce da un percorso accademico tradizionale, ma da decenni di pratica giornalistica, da un’attenzione costante alle parole e da una spiccata capacità narrativa.

Il grande pubblico lo conosce soprattutto per “Una giornata particolare”, il programma in onda su La7 che racconta la storia d’Italia – e non solo – attraverso singole date emblematiche. Un format semplice e al tempo stesso potente: partire da un giorno preciso per far emergere connessioni, personaggi, fratture e continuità che hanno segnato il nostro passato. Cazzullo si muove con agilità tra fonti storiche, letteratura, memoria collettiva e cronaca, dimostrando come la storia non sia un racconto statico o celebrativo, ma un tessuto vivo che continua a interrogare il presente.

La sua attività divulgativa non si limita alla televisione. Negli ultimi anni Cazzullo ha portato la storia anche sul palcoscenico teatrale. Nel 2025si ha calcato il palcoscenico del Teatro Argentina di Romanell’ambito dell’iniziativa “Luce sull’Archeologia”, un progetto volto a rendere accessibili i temi della ricerca storica e archeologica a un pubblico ampio. L’esperimento si è rivelato così riuscito da essere riproposto anche quest’anno, nuovamente in collaborazione con Massimo Osanna, direttore generale dei Musei italiani ed ex direttore del Parco archeologico di Pompei.

Questo dialogo tra un giornalista-divulgatore e uno dei massimi esperti di archeologia del Paese è emblematico di un approccio moderno alla divulgazione: la contaminazione tra competenze diverse, in cui il sapere specialistico incontra la capacità narrativa e comunicativa. Cazzullo non si sostituisce allo storico o all’archeologo, ma ne diventa il mediatore, il traduttore culturale, colui che rende intelligibile e coinvolgente un patrimonio di conoscenze altrimenti riservato a pochi.

È qui che si gioca una distinzione fondamentale nel campo della divulgazione: non basta raccontare una figura storica o un evento, occorre interrogarsi su ciò che essi rappresentano. Divulgare non significa limitarsi a narrare la vita di un personaggio – come potrebbe essere San Francesco – ma riflettere sul suo significato storico, simbolico e culturale, sul modo in cui quella figura ha inciso nel tempo e continua a parlare al presente. La buona divulgazione non semplifica banalizzando, ma chiarisce senza impoverire.

Il successo di figure come Cazzullo dimostra quanto sia importante oggi specializzarsi, pur senza rinunciare a una visione ampia. La divulgazione non è improvvisazione: richiede studio, aggiornamento continuo e la consapevolezza che c’è sempre qualcosa da imparare. Anche chi proviene dal giornalismo generalista, per essere credibile come divulgatore storico, deve confrontarsi con il metodo, con le fonti e con il lavoro degli studiosi.

In un’epoca di informazione rapida e spesso superficiale, il lavoro di Aldo Cazzullo rappresenta un esempio virtuoso di come si possa unire la profondità dell’analisi storica alla chiarezza del racconto giornalistico. Un ponte tra passato e presente, tra ricerca e pubblico, che ricorda come la storia, se ben raccontata, non sia mai distante da noi.

Per chi fosse interessato ad approfondire, è possibile rivedere la precedente edizione dell’iniziativa “Luce sull’Archeologia” a questo link:

2026 Parole che non aiutano la Pace

«La pace non è l’assenza di guerra, ma l’assenza di dominio violento»

(Hannah Arendt)

Basti pensare alla sessantina di conflitti attualmente in atto nel mondo: dall’aggressione russa all’Ucraina, alla persistente occupazione dei territori palestinesi da parte di Israele; dal coinvolgimento del Ruanda nel sostegno a milizie attive nella Repubblica Democratica del Congo, alle dispute sui confini tra Thailandia e Cambogia o tra India e Pakistan, e così via. Conflitti diversi per storia e contesto, ma spesso accomunati da interessi geopolitici, economici o strategici, mascherati da esigenze di sicurezza, difesa o identità nazionale.

Il linguaggio non è un semplice strumento descrittivo: è una forza generativa. Le parole non si limitano a raccontare il mondo, ma contribuiscono a costruirlo. Ogni vocabolo porta con sé una visione della realtà, un sistema di valori, una giustificazione implicita di ciò che viene considerato normale, inevitabile, accettabile.

Termini come guerra, nemico, conquista, dominio, supremazia non sono semplici etichette: sono cornici mentali che rendono la violenza pensabile e, quindi, praticabile. Allo stesso modo, parole come avidità, egoismo e prepotenza non descrivono soltanto difetti individuali, ma rappresentano vere e proprie logiche culturali, spesso normalizzate e talvolta persino premiate.

  • L’avidità trasforma il bisogno in accumulo infinito.
  • L’egoismo riduce il mondo a un’estensione del proprio interesse.
  • La prepotenza legittima l’idea che chi possiede più forza — economica, politica o militare — abbia anche più diritto.

Quando questi concetti diventano strutturali, generano conflitto. Non solo tra Stati, ma anche tra gruppi sociali, comunità e individui. La guerra, in questo senso, è spesso l’espressione estrema di dinamiche già presenti nella vita quotidiana: competizione senza limiti, incapacità di riconoscere l’altro, rifiuto della vulnerabilità condivisa.

La storia dimostra che ogni grande conflitto è stato preceduto da una narrazione. Prima ancora delle armi, arrivano le parole. Deumanizzare l’altro, ridurlo a minaccia, a ostacolo o a oggetto da controllare, è sempre un atto linguistico prima che militare. È il linguaggio che prepara il terreno all’annientamento, rendendolo moralmente giustificabile.

Proporre il superamento di certe parole non significa cancellare la memoria storica né censurare il pensiero critico. Al contrario, significa superare la necessità stessa di quei concetti.

Quando una parola diventa inutile, non è perché è stata proibita, ma perché la realtà che descrive non esiste più. Nessuno oggi utilizza con naturalezza termini legati a pratiche socialmente superate — come alcune forme di schiavitù o punizioni rituali — non per censura, ma perché la coscienza collettiva è cambiata.

Immaginare un mondo in cui guerra sia un termine confinato nei libri di storia — come monito, non come opzione — significa immaginare un’umanità che ha imparato a gestire il conflitto senza distruggere l’altro. Allo stesso modo, immaginare una società in cui avidità, egoismo e prepotenza perdano centralità significa immaginare relazioni fondate su limiti condivisi, responsabilità reciproca e rispetto.

Molti conflitti contemporanei non nascono solo da interessi materiali, ma da identità irrigidite e da linguaggi assoluti: noi/loro, vincenti/perdenti, giusto/sbagliato, forte/debole. In questo schema, l’egoismo diventa virtù, l’avidità strategia, la prepotenza segno di successo. È qui che il fanatismo trova terreno fertile.

Superare il fanatismo non significa eliminare le differenze, ma rinunciare all’idea che una sola visione debba imporsi sulle altre. È un passaggio fondamentale: dalla logica della vittoria a quella della convivenza, dalla sopraffazione al riconoscimento.

In questo senso, il vero disarmo non è soltanto nucleare o militare, ma semantico. Finché il linguaggio rimane impregnato di aggressività, anche la politica, l’economia e le relazioni umane continueranno a riprodurre modelli di conflitto. Un mondo che parla costantemente di competizione totale finirà per considerare normale escludere, schiacciare, dominare.

Se le guerre nascono nelle menti — come affermava l’UNESCO — è lì che deve essere costruita la pace.

L’educazione del 2026 non dovrebbe limitarsi a trasmettere informazioni, ma insegnare come nominare il mondo:

  • sostituire la retorica dello scontro con quella del confronto
  • parlare di sicurezza come benessere condiviso, non come minaccia da neutralizzare
  • descrivere la Terra non come risorsa da sfruttare, ma come sistema da custodire
  • riconoscere il limite non come fallimento, ma come forma di intelligenza collettiva

Ogni parola scelta è una presa di posizione etica.

Questo testo non propone un vuoto linguistico, ma un vocabolario rinnovato. Parole come cura, equilibrio, responsabilità, interdipendenza, sobrietà non sono ingenue: sono concetti complessi e maturi, che richiedono disciplina, consapevolezza e un profondo cambiamento culturale.

In una civiltà realmente evoluta:

  • la forza non è dominio, ma capacità di proteggere
  • il successo non è accumulo, ma sostenibilità
  • la libertà non è sopraffazione, ma coesistenza
  • il progresso non è velocità cieca, ma direzione condivisa

Forse non assisteremo mai alla completa scomparsa di parole come guerra, avidità o egoismo. Ma il loro progressivo svuotamento di potere è già una forma di vittoria.

Ogni volta che una società sceglie la cooperazione invece della rapina, la responsabilità invece dell’indifferenza, il dialogo invece della violenza, quei vocaboli diventano meno centrali, meno necessari, meno vivi.

Come buon proposito per il 2026, l’umanità potrebbe iniziare proprio da qui: dal linguaggio che usa per pensarsi.

Perché forse il vero progresso non sarà misurato dalle tecnologie o dalle conquiste spaziali, ma dal giorno in cui potremo dire, con onestà, che certi concetti non ci rappresentano più e che, semplicemente, non abbiamo più bisogno delle parole che li sostenevano.