
Il Piano Mattei, conosciuto anche come Piano Africa, è un programma di cooperazione internazionale ideato dal Governo italiano e presentato dalla presidente del Governo Italiano nel 2023. Il piano si ispira all’operato di Enrico Mattei, storico presidente dell’ENI, che tra la fine degli anni ’50 e i primi anni ’60, si propone di promuovere lo sviluppo sostenibile e la sicurezza in Africa attraverso una serie di interventi in diversi settori, nell’ambito di dare e di avere.
L’Africa è un continente grande quanto la Cina, gli Stati Uniti, India e mezza Europa messi insieme e il Piano Mattei è l’ennesimo tentativo di alcuni politici di bloccare i flussi migratori, dopo aver cercato di “arruolare” alcuni governi come guardiani dei confini altrui.
I primi passi del Piano Mattei vennero fatti nel 2022 da Mario Draghi in Algeria con il dare ed avere idrocarburi in cambio della formazione.
Questa è una scatola che deve essere riempita, magari prendendo ispirazione da ciò che da tanti anni viene portato avanti da organizzazioni di volontariato laiche e religiose senza però chiedere niente in cambio e da imprenditori privati impegnati in un’economia solidale.
Tanti piccoli Piani Mattei negli ambiti dell’istruzione (prima gli studenti africani andavano a Mosca a studiare ora vanno a Pechino), della salute (possiamo fornire assistenza sanitaria grazie all’istituto farmaceutico militare per i vaccini antipoliomielite) e delle campagne per fermare il tracoma e impedire la cecità infantile e il morbillo, della formazione (i missionari salesiani in questo sono bravi), che nascono dalle esigenze del basso e non da ciò che si vuol vendere, ascoltando e valorizzando le esigenze e le aspirazioni dei popoli africani, evitando di imporre modelli di sviluppo preconfezionati, ma garantendo antibiotici e l’accesso all’acqua pulita.
Dopo che le nazioni coloniali hanno ridisegnato i confini degli stati africani, tracciandoli con la riga e la squadra senza tener conto della morfologia del terreno e delle etnie, come hanno fatto in Medioriente, ora il Piano Mattei vuol anche arginare l’espansione predatoria di nuovi attori internazionali, come Cina, Russia e Turchia, che perseguendo i propri interessi in Africa si muovono con approcci differenti.
La più subdola è sicuramente la Cina con la sua trappola del debito, offrendo “cooperazione” nel realizzare infrastrutture, per poi impossessarsi delle loro ricchezze se i Governi indebitati non riescono a ripagare i prestiti, e i Russi che offrendo milizie per combattere i nemici dello Stato saccheggiano, mentre i Turchi sono più propensi ad un proselitismo religioso per infiltrarsi nel Potere.
Le intenzioni del piano italiano non puntano alla trappola del debito e alla dipendenza economica, ma favoriscono invece la cooperazione e il partenariato tra pari, intervenendo anche sull’istruzione e sulla formazione, sulla salute, sull’agricoltura, sull’acqua e sull’energia, tutti ambiti nei quali le organizzazioni missionarie e di volontariato hanno una lunga e proficua esperienza in progetti locali. Ora quell’esperienza può essere messa a frutto per una visione territoriale più ampia, superando il locale, coinvolgendo attivamente le ONG, le associazioni di volontariato e le comunità africane nella progettazione e attuazione dei progetti per garantirne l’impatto positivo e la sostenibilità.
Tutto ciò richiede un impegno finanziario significativo da parte del Governo italiano e dei potenziali partner internazionali per evitare che gli aiuti vengano deviati o utilizzati per altri scopi, per non alimentare la corruzione, assicurando una reale ricaduta positiva sulla popolazione.
Per ora la dotazione finanziaria è di 5,5 miliardi di Euro (3 miliardi dal Fondo italiano per il clima e 2,5 miliardi dalla Cooperazione), per gli 8 «progetti pilota» che prevedono, entro il 30 giugno, il loro avvio in Egitto, Kenia, Mozambico, Marocco, Tunisia, Costa d’Avorio, Congo ed Etiopia, con la presentazione al Parlamento di una relazione sullo stato di attuazione del Piano, per guardare l’Italia come un «hub» energetico fra Africa e Ue.
Un passo fondamentale per il clima e per la migrazione è dare un nuovo impulso alla “Muraglia” di alberi per frenare il deserto nel Sahel, dal Senegal al Gibuti, per garantire zone per la coltivazione autoctona e arginare l’imposizione delle multinazionali e dei “gusti” degli stati stranieri nell’acquisire terre per le loro colture.
Gli ostacoli sono diversi, come il coinvolgimento dell’Europa, che per ora sta timidamente guardando all’ambizioso Piano Mattei, come il rapporto con gli Stati africani nel non disperdere i fondi impegnati, come rafforzare le rappresentanze diplomatiche, a Gibuti c’è una base militare italiana ma non un ambasciatore, come non lasciare incompiuti i progetti, addestriamo le forze di polizia somale e poi non forniamo le attrezzature, dobbiamo garantire l’efficacia degli interventi ed evitare la dispersione dei fondi.
Garantire la trasparenza nell’utilizzo dei fondi e l’efficacia degli interventi implementando i meccanismi di monitoraggio e valutazione, è arduo essere rigorosi nel rendere conto delle spese in paesi a conduzione familiare, dove la libertà di stampa è un optional, dove i servizi di intelligence sono al servizio del governo di turno e non per la sicurezza del cittadino e dove l’uso dello smarphone è più importante della salute.
Non sarà saccheggio, ma solo un bieco interesse per bloccare i flussi migratori cercando di migliorare la loro economia, non tanto per il cibo ma fornire smartphone, e certamente senza alcun un interesse nella salvaguardia dei diritti, anzi più i governi con i quali l’Italia tratta sono autoritari più il controllo dovrebbe essere maggiore e le contraddizioni nell’Occidente democratico detonano.
Il Piano Mattei può rappresentare un’opportunità importante per rafforzare le relazioni tra Italia e Africa, cercando di farla uscire dalla trappola del debito e contribuire allo sviluppo sostenibile del continente. Il successo del piano dipenderà dalla capacità di tradurre in azioni concrete i suoi principi ispiratori, superando le sfide e coinvolgendo attivamente tutti gli attori in gioco. Il Piano Mattei, se attuato con lungimiranza, può rappresentare un modello di cooperazione internazionale virtuoso e replicabile, in grado di apportare un cambiamento positivo e duraturo in Africa: la cassaforte delle materie prime.
Adottare un approccio complessivo che affronti le sfide africane in modo interconnesso, promuovendo lo sviluppo umano, la governance democratica e la tutela dell’ambiente, investire in progetti a lungo termine che creino capacità locali e favoriscano uno sviluppo sostenibile nel tempo.
Con la collaborazione della IA di Google Gemini





Questo entusiasmo delle giovani generazioni è probabilmente tramandato dalle loro madri, con la loro operosità ed ingegno nel quotidiano , visto il ruolo bellicoso o apatico del maschio, la locomotiva della società. Infatti, come viene evidenziato nel recente studio del World Farmers Organisation, il 43% dei contadini sono donne, anche se in alcuni Paesi la percentuale sale al 70%, e sono ancora le donne, secondo la Fao (agenzia Onu per l’alimentazione e l’agricoltura), a farsi carico dell’approvvigionamento del 90% della fornitura d’acqua domestica e tra il 60% e l’80% della produzione di cibo consumato e venduto dalle famiglie.
Un recente sondaggio mostra che non solo i “sovranisti” che sventolano periodicamente il progetto del blocco navale approvano una cintura di sicurezza nel bel mezzo del Mediterraneo, ma lo approvano anche uno su tre degli elettori del Pd, l’86 per cento in Forza Italia, il 75 per cento tra i sostenitori del Movimento 5 stelle, il 93 per cento dei leghisti.
d’intervento era ridotto e la Pinotti del governo Pd aveva già affrontato l’argomento e bollato come inattuabile perché potrebbe essere interpretato come un atto ostile. Un precedente blocco navale davanti alle coste libiche era motivato dalla situazione di conflitto e non ha avuto un esito positivo.
Passi indietro rispetto ai precedenti summit e alla possibilità di aprire delle procedure di infrazione contro gli stati inadempienti. Ora è tutto volontario e l’Europa è sempre più in ordine sparso, trovandosi d’accordo solo nel foraggiare governi corrotti e non impegnarsi nel realizzare delle microimprese, come ci dimostrano i centinaia di milioni di euro per motovedette e addestramento di eserciti.