
L’immagine del giuramento del carabiniere Badar Eddine Mennani, nato a Caserta da genitori marocchini e abbracciato dalla madre col capo velato, ha provocato sui social una serie di reazioni scomposte e islamofobe. Alcuni media hanno insistito ancora una volta sulla tesi della sostituzione etnica, o hanno insinuato l’esistenza di un complotto per infiltrarsi nelle nostre istituzioni armate e proclamare con un golpe la Repubblica Italiana Islamica. Ovviamente son di tutt’altro tenore i comunicati redatti dall’ufficio stampa della Benemerita, da sempre molto attenta alla propria immagine pubblica e al corretto rapporto con i cittadini. Sono state pubblicate le foto della madre con l’hijab che abbraccia il figlio e diffuse le dichiarazioni di Badar, che finalmente ha coronato il suo sogno. Ma si leggono anche frasi come “nell’Arma per combattere il terrorismo” , il che è una forzatura: più logico pensare che Badar saprà trattare coi suoi connazionali e correligionari in modo più naturale, attenuando la diffidenza e i pregiudizi reciproci. D’altro canto è dai tempi dell’Impero Romano che in Italia l’Esercito è anche uno strumento di integrazione e di ascesa sociale, molto più duraturo ed efficace di uno jus soli concesso per decreto. Quanto poi ai Carabinieri, nei loro ranghi hanno arruolato musulmani per quasi mezzo secolo: sto parlando degli Zaptiè, i carabinieri reclutati fra le popolazioni indigene di Libia, Eritrea e Somalia, i quali svolgevano le funzioni istituzionali di quelli italiani in zone dove era difficile per ovvie ragioni mantenere l’ordine costituito e interagire con la popolazione locale. Potevano arrivare al grado di sottufficiale e sono stati i fedeli guardiani della legge, rispettati sia da noi che dai loro connazionali. E nel dopoguerra, all’interno dell’Amministrazione Fiduciaria della Somalia (1950-1960) i Carabinieri hanno addestrato i loro colleghi somali creando un’apposita Compagnia Carabinieri Somali, reclutandoli inizialmente proprio tra i fedeli e valorosi zaptiè.

Infine, un’osservazione: la destra italiana è diventata islamofoba sicuramente per via dell’immigrazione, che in trent’anni ha portato da cifre irrisorie a due milioni il numero dei musulmani residenti in Italia (convertiti a parte) e ha alterato equilibri di secoli. Ma ancora qualche decennio fa la destra eversiva italiana era filoislamica: è nota la contiguità di Franco Freda con l’editore Claudio Mutti (vicino a Ordine Nero, ndr.), dal 1978 titolare della casa editrice All’insegna del Veltro, dove si trovano molti libri sull’Islam. Niente di strano: per i Nazisti l’Induismo era la religione dei filosofi, il Cristianesimo la religione degli schiavi e l’Islam la religione dei guerrieri. Durante la 2a G.M. guerra fu inquadrata persino una divisione SS reclutata esclusivamente tra i musulmani bosniaci. Da parte italiana a suo tempo abbiamo favorito l’islam in Africa Orientale per indebolire il peso del clero copto abissino. In più, abbiamo regolarmente pagato lo stipendio agli imam arruolati come cappellani militari delle nostre truppe coloniali di religione musulmana, soprattutto libiche e somale. Ma in Italia abbiamo sempre la memoria corta.

In merito alla bandiera del Reich esposta in camerata dal carabiniere di Firenze e ben visibile dalla strada è stato scritto molto. Da parte mia osservo che, se il carabiniere si è comportato male, neanche i suoi superiori fanno bella figura: la camerata di una caserma è soggetta a continue ispezioni, per cui è impossibile che nessuno si sia mai accorto di quel vessillo appeso al muro. Forse nella caserma della Folgore ci sarà anche di peggio, ma almeno non è in vista strada. Sia chiaro: la bandiera incriminata non è quella nazista con la svastica al centro, ma quella del Reich, ovvero la formazione statale che ha governato la Germania dal 1871 al 1918, retta da un imperatore e governata da un cancelliere in parte svincolato dal parlamento. Storicamente, le navi della marina tedesca quella bandiera hanno continuato a sventolarla in mare aperto anche dopo quella data, in disprezzo sia della Repubblica di Weimar che del Terzo Reich di Hitler. Altro che neonazismo! Come si vede, i simboli possono cambiare significato politico e per questo vanno storicizzati: tanto per rimanere a casa nostra, il tricolore con lo stemma sabaudo storicamente da emblema del Risorgimento alla fine è divenuto il simbolo della complicità fra il Re e Mussolini, tant’è vero che l’Italia dal 1948 è una repubblica. Che poi ora la bandiera del Reich sia usata dai gruppi neonazisti europei è affar loro, lo definirei addirittura un falso ideologico, esattamente come le croci celtiche che col nazismo e il fascismo non hanno nessun vero legame storico, a differenza delle rune e della svastica. Trovo invece sconveniente che un carabiniere che ha giurato fedeltà alla patria non senta il bisogno di appendere al muro il tricolore e provi invece attrazione per un vessillo che non lo riguarda. E se afferma anche di studiare storia moderna all’università e di essere un appassionato del settore, a maggior ragione dovrebbe essere cosciente della riformulazione ideologica in chiave neonazista dei simboli politici della Germania imperiale. Siamo dunque di fronte a una cultura superficiale, come superficiali sono stati i suoi superiori. Ma è stato anche superficiale il comunicato dove si legge che esporre simboli del fascismo è reato per i civili ma non per i militari: per evitare fraintendimenti, più correttamente si doveva scrivere – come è stato fatto in seguito – che tale reato è di competenza dei tribunali ordinari, essendo la giurisdizione del codice militare di pace circoscritta ai reati specificamente militari, come l’insubordinazione e la diserzione. Al massimo il carabiniere rischia un provvedimento disciplinare.