Archivi tag: Belém

Volontariato in Brasile: ecco perché parto

Claudia Bellocchi (a sinistra) con Juscelio Mendonça (ex coordinatore CAC) e Adriana Di Nicola (Fondazione MAGIS)

Reportage
Belém (Brasile)
Prologo
27 luglio 2026

Cosa spinge a lasciare il proprio ambiente per dedicare un periodo di volontariato all’estero?
Claudia Bellocchi, artista solidale, pittrice e scrittrice, ha deciso di andare a Belém, in Brasile, presso il Centro Alternativo di Cultura (CAC), partner della Fondazione MAGIS presso le popolazioni native amazzoniche. Cosa l’ha spinta?
Ho viaggiato negli ultimi vent’anni in America Latina per turismo, per impegni espositivi e per amore di un luogo — o forse di un popolo — quello argentino. Devo la mia maturazione come persona all’America Latina. Non so perché, ma lì cominciavo a conoscere e a capire la vita.
Io, italiana, mi sono sempre sentita incastrata in un sistema in cui marcavo rapidamente le tappe dell’autonomia e dell’indipendenza (a ventitré anni ero già laureata e inserita nel mondo del lavoro) ma in cui non riuscivo a sentire, neppure in famiglia, quella dimensione di amore e solidarietà, quell’umanità che mi avrebbe nutrita e fatta crescere.
Sotto la scorza dell’adulta c’era ancora una bambina romantica, drammatica, indifesa, che aveva illusioni e pretese infantili. Forse proprio per proteggermi da un mondo che mi feriva, e che non riuscivo a comprendere, me ne ero costruito uno tutto mio in cui restavo ripiegata su me stessa, con una creatività incapsulata che ancora stentava a sbocciare.
Nella ricerca d’amore e di un rifugio mi sono accostata in Italia alla religione cattolica, in cui ho visto le luci ma anche le ombre. Mi sono fermata finché è vissuto padre Giorgianni SJ, un sacerdote gesuita di grande cultura, levatura intellettuale e profondo conoscitore di anime, che ha accettato di essere il mio direttore spirituale. Fu lui a scoprire anche la mia capacità di esprimermi con la scrittura, le poesie e via dicendo, vedendo in me una scrittrice precoce.
Padre Giorgianni mi trasmetteva l’amore di Dio e quella profondità sostanziale che ti ancora al bene. Forse non sono queste le parole precise per descrivere che grande dono mi abbia fatto: un dono che mi ha permesso di far sbocciare in pieno la scrittura e, in seguito, la pittura, facendo emergere la mia vera me stessa e con essa la voglia di vivere, di conoscere, di scoprire e anche la forza — nonostante le ferite della vita — di andare avanti e lottare per un bene che sentivo dentro e che volevo portare fuori.
Mi sono allontanata dalla Chiesa dopo la morte di padre Giorgianni SJ. Vi ho incontrato persone illuminate ma, poiché la mia rigidità all’epoca era terribile, non ho accettato le ombre che vi continuavo a trovare e ho deciso di fuggire, rifiutandola per un bel pezzo.
Pregavo solo nelle difficoltà e spesso chiedevo aiuto a padre Giorgianni SJ, sapendo che mi aveva voluto bene in Dio come una figlia. Quando ho scoperto la realtà del Magis, non ho potuto stare lontana dalla Fondazione: era come se in qualche modo volessi ringraziare o mantenere vivo il dialogo con lui, offrendo il mio contributo artistico e la mia presenza per iniziative che servivano a finanziare le missioni. Nel frattempo, grazie a un incontro altrettanto illuminante con i domenicani, sono poi ritornata in Chiesa, approfondendo la spiritualità come dimensione esistenziale, scoprendo in me un’attitudine al servizio, per cui mi sono prestata come volontaria per iniziative in cui la mia presenza poteva essere utile.
Ecco: la crescita e la maturazione tramite i viaggi che facevo in America Latina, e la necessità di collaborare con il Magis ricordando sempre padre Giorgianni SJ, mi stanno portando qui a Belém.
Ho conosciuto il CAC — il Centro Alternativo di Cultura fondato dai Gesuiti — grazie ad Adriana di Nicola, che opera nel team di cooperazione internazionale a Roma, e a Juscélio Mendonça, allora coordinatore dei progetti sociali del Centro a Belém. Ho incontrato Juscélio durante i suoi ultimi due viaggi a Roma, dove parlava della situazione di Belém e della recente COP30, e ricordo ancora una sua frase, detta quasi di passaggio ma che mi si è fissata dentro: “Donne, bambini, soggetti vulnerabili sono i più colpiti; se non si mettono loro al centro non ci sarà vero cambiamento.”
Da allora ho cominciato a immaginare e a informarmi su questo posto — Belém, la “Porta dell’Amazzonia” — prima ancora di vederlo: una terra che porta in sé, nel suo popolo, una saggezza ancestrale e un’umanità fatta di comunità, condivisione, radicamento nella terra.
So che la rete del CAC si estende, oltre alla capitale, a Colares e Barcarena, due isole di fronte alla città, e ad Ananindeua; che lavora nelle periferie, dove vivono le popolazioni ribeirinhas, legate alla pesca lungo i fiumi, e le comunità quilombola, afro-discendenti. So anche, perché Juscélio me lo ha raccontato con la voce di chi lo vive ogni giorno, che dietro l’espansione urbana di Belém — nata dallo sfruttamento del territorio e dall’espulsione delle popolazioni dalle campagne — ci sono periferie enormi, infrastrutture fragili, e tutto ciò che ne consegue: violenza, disoccupazione, analfabetismo, mortalità infantile, sfruttamento dei bambini.
È in questo contesto che si muove la Fondazione MAGIS, sostenendo il lavoro del CAC sull’educazione ambientale, la giustizia socio-ambientale, l’ecologia integrale — ispirandosi anche alla Laudato si’. L’idea di fondo, quella che mi ha convinta a partire, è di dare anch’io il mio piccolo contributo per rafforzare bambini, adolescenti e donne di queste quattro città amazzoniche perché diventino loro stessi agenti di cambiamento.
Perché l’Amazzonia che sto per attraversare è una terra ferita — dalle estrazioni intensive, dai megaprogetti, dalla deforestazione, dalla migrazione forzata verso le città. Le comunità, urbane e rurali, si disgregano economicamente e culturalmente; i diritti fondamentali vengono sistematicamente negati, l’istruzione pubblica arretra, il lavoro si fa più precario, le politiche a tutela dei popoli indigeni — ribeirinhas e quilombolas in testa — vengono smantellate. E come sempre, a pagare il prezzo più alto sono i bambini e le donne.
È con questo bagaglio — di storia personale, di fede ritrovata e persa e ritrovata ancora, e ora di consapevolezza su ciò che mi aspetta — che parto per Belém.
L’idea è di inserirmi nei lavori già in corso come artista, per lavorare con le donne e i bambini — a Belém e nelle altre comunità di cui ho già detto, tra periferie, popolazioni ribeirinhas e quilombolas.
Sono molto emozionata. La mia permanenza sarà di soli ventidue giorni – quelli che sono riuscita a rendere disponibili dal lavoro. So che la prima beneficiaria di questo incontro sarò io, come mi è successo sempre nelle attività di volontariato, ma spero che lo scambio sia utile anche a loro.
Un’ultima cosa, prima di chiudere.
La sincronicità ha voluto che arrivassi proprio il 31 luglio, giorno in cui si festeggia la solennità di Sant’Ignazio. Quando me ne sono accorta ho alzato gli occhi al cielo e ho sorriso. Ho pensato a padre Giorgianni SJ e ho detto: comincio ringraziando!

Vai al progetto

COP 30 a Belém per una mobilitazione popolare

Dopo la deludente chiusura della COP 29 in Azerbaijan – nazione simbolo della dipendenza dall’industria petrolifera – gli occhi del mondo si spostano verso il Brasile, dove il 10 novembre 2025 si terrà la COP 30, nella città amazzonica di Belém. La conferenza internazionale sui cambiamenti climatici arriva in un momento cruciale: il Pianeta è travolto da una nuova ondata di eventi estremi, deforestazione, perdita di biodiversità e profonde ingiustizie sociali. E proprio a Belém, cuore verde dell’Amazzonia, le speranze si riaccendono: può essere la svolta, il luogo in cui i popoli si rialzano in nome della Terra.

La COP 29 si è conclusa senza progressi significativi. Nonostante slogan e appelli all’urgenza, si è assistito ancora una volta a compromessi al ribasso, dichiarazioni vaghe e promesse non vincolanti. Nessun passo decisivo verso una transizione energetica giusta. In questo contesto, la scelta del Brasile – e in particolare di Belém – come sede della COP 30 assume un forte valore simbolico e politico. Qui non si parla solo di cambiamento climatico, ma di giustizia ambientale e sociale. E al centro della scena, stavolta, c’è l’Amazzonia e i suoi popoli.

Ma proprio mentre ci si prepara a ospitare una delle conferenze più attese sul clima, un progetto infrastrutturale sta generando forti preoccupazioni: la costruzione dell’autostrada “Avenida Liberdade”, un’arteria a quattro corsie pensata per collegare meglio Belém al resto del Paese. L’infrastruttura attraverserà decine di migliaia di ettari di foresta amazzonica protetta, causando una nuova ondata di deforestazione. Se da un lato il governo brasiliano afferma che l’opera è pensata per alleggerire il traffico e migliorare la logistica in vista della COP30 – e che includerà attraversamenti per animali e illuminazione con fonti rinnovabili – dall’altro, le immagini satellitari mostrano già i segni devastanti dell’abbattimento della foresta.

Numerosi attivisti e ricercatori sollevano dubbi sulla reale sostenibilità del progetto: la perdita di habitat, la frammentazione degli ecosistemi, l’interruzione dei corridoi ecologici e la difficoltà per molte specie di accedere a fonti d’acqua mettono a rischio la biodiversità. Soprattutto, la decisione di avviare una simile opera proprio nel cuore dell’Amazzonia, a ridosso di una conferenza sul clima, sembra in aperta contraddizione con gli obiettivi ambientali che si vorrebbero promuovere. Secondo alcuni studi, la foresta potrebbe raggiungere un punto di non ritorno entro il 2050: ogni chilometro perso oggi può accelerare quel destino.

La COP 30 non sarà solo un appuntamento diplomatico tra capi di Stato e rappresentanti delle multinazionali. Sarà anche – e soprattutto – una grande occasione di mobilitazione popolare. A Belém si stanno già preparando in migliaia: comunità indigene, movimenti sociali, associazioni ambientaliste, organizzazioni religiose e della società civile. Insieme daranno vita alla “Mobilização dos Povos pela Terra e pelo Clima”, un movimento collettivo che intende portare l’anima dell’Amazzonia al centro del dibattito internazionale.

Questa mobilitazione vuole rompere il silenzio, dare voce a chi da sempre protegge la foresta e viene ignorato nei grandi tavoli decisionali. È un grido che si leva dai territori: senza giustizia territoriale, ogni azione contro la crisi climatica sarà incompleta e inefficace. Senza ascoltare chi vive e custodisce la biodiversità amazzonica, ogni politica ambientale rischia di restare una vetrina, un’altra operazione di greenwashing.

In prima linea nella preparazione a questa mobilitazione c’è il Centro Alternativo de Cultura (CAC) dei gesuiti del Brasile, attivo da anni nel cuore dell’Amazzonia. Fondato nel 1991 a Belém, nello Stato del Parà, il CAC non è solo un centro di resistenza culturale e sociale, ma un laboratorio di umanità. Promuove la difesa delle culture tradizionali, la dignità delle comunità indigene e la costruzione di un modello di sviluppo alternativo, fondato su cooperazione, ecologia integrale e partecipazione attiva.

Il progetto “Far Fiorire la ReEsistenza e l’Autonomia per una giustizia climatica in Amazzonia brasiliana” è uno degli esempi più emblematici dell’impegno del CAC. Gestita dalla Fondazione MAGIS con il sostegno della Conferenza Episcopale Italiana, l’iniziativa promuove identità, autodeterminazione e sviluppo sostenibile per le popolazioni amazzoniche, attraverso educazione, artigianato, economia solidale e formazione comunitaria. Vengono organizzate attività socio-culturali ed educative per bambini e adolescenti, oltre a percorsi di formazione e sostegno per le donne, che ricevono strumenti per creare forme di sostentamento attraverso l’artigianato locale, riscoprendo saperi antichi come risorsa economica e culturale. È una proposta che parte dal basso ma guarda lontano, perché fonda la trasformazione globale sulle radici delle comunità.

Belém non è una scelta casuale. È un crocevia di resistenza e speranza, una città densa di storia e contraddizioni, un porto sul fiume e sulla foresta, punto d’incontro tra le culture indigene e le sfide del mondo contemporaneo. Qui si incrociano le ferite lasciate dall’estrattivismo e le speranze di rinascita. Per questo, la COP 30 non può essere una semplice vetrina diplomatica: deve diventare uno spazio di ascolto, dove le voci locali entrano nei tavoli di trattativa e si traducono in politiche globali.

Il rischio è che, come troppo spesso accade, anche questa conferenza venga cooptata dagli interessi finanziari. Che si parli di clima, ma si agisca per il profitto. Che si esalti la foresta, ma si continui a distruggerla. Per evitarlo, la mobilitazione è fondamentale. La presenza attiva dei movimenti dal basso può fare la differenza, trasformando la COP 30 in un vero momento di svolta.

La crisi climatica non è solo ambientale: è sociale, culturale, politica. È il riflesso di un modello di sviluppo che consuma la vita in nome della crescita. Per questo, la COP 30 deve rappresentare più di un summit: deve essere l’inizio di un nuovo paradigma. Un paradigma che metta al centro la giustizia sociale, il rispetto per le culture ancestrali, la difesa dei beni comuni e il valore delle interdipendenze tra i popoli.

Il Brasile può giocare un ruolo chiave in questa transizione. Non solo perché ospita una delle più vaste aree di biodiversità del mondo, ma perché può proporre – attraverso esperienze come quella del CAC – un’altra visione dell’umanità e della convivenza con la Terra. Un mondo in cui la foresta non è una risorsa da monetizzare, ma una maestra da cui apprendere. Dove lo sviluppo non si misura solo in PIL, ma in relazioni, salute degli ecosistemi, autonomia dei territori e benessere delle comunità.

La scelta è ora. La mobilitazione è già cominciata: nelle scuole, nei villaggi, nei mercati artigianali, nei centri culturali dell’Amazzonia. La COP 30 sarà un banco di prova per tutti: istituzioni, società civile, opinione pubblica globale. Sarà il momento per decidere se continuare a essere spettatori di una crisi annunciata o diventare protagonisti di una rivoluzione ecologica e sociale.

Come ricorda il CAC, “far fiorire l’umanità” non è un’utopia, ma una responsabilità condivisa. A partire da Belém – tra promesse, contraddizioni e resistenze – possiamo seminare un futuro diverso. Sta a noi irrigarlo con partecipazione, coraggio e speranza – prima che sia troppo tardi.