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Blumenthal e Reggio tra natura, memoria e immaginazione

Storie Contemporanee – Studio Ricerca e Documentazione, a Roma (via Alessandro Poerio, 16/B), dal 17 ottobre al 7 novembre 2026, ospita Il Giardino. Disegni, foto, scritture, un progetto di Michiel Blumenthal e Graziella Reggio, a cura di Anna Cochetti, che mette in relazione disegno, fotografia e parola in un percorso tra luoghi reali e immaginari, esperienze personali e paesaggi in continua trasformazione.

Il giardino è il filo conduttore di una ricerca che attraversa Milano, Lerici e Roma, diventando metafora dell’esistenza, spazio della memoria e luogo d’incontro tra l’uomo e la natura. Il progetto evoca, in senso ampio, il pensiero di Gilles Clément, autore del Manifesto del Terzo paesaggio, e la sua visione del pianeta come giardino condiviso, un ecosistema da conoscere e preservare, nel quale ogni forma di vita partecipa a un equilibrio più grande.

Attraverso disegni ingenui e fantastici, Michiel Blumenthal traduce in immagini il vissuto dei propri luoghi dell’anima. Per l’artista, che vive e lavora tra Amsterdam, Spoleto e Lerici, il giardino rappresenta una sintesi culturale, filosofica ed esistenziale: un luogo da cercare, come la pace, nuovi percorsi e una più profonda conoscenza di sé. I suoi disegni, sospesi tra sogno e realtà, raccontano la natura come esperienza concreta e, al tempo stesso, come metafora di ciò che ancora non conosciamo e del nostro modo di confrontarci con il mondo.

Di diversa natura, ma complementare, è la ricerca fotografica di Graziella Reggio, che vive e lavora a Milano. Attraverso ritratti fotografici in bianco e nero, realizzati con una macchina analogica di formato 6×6, l’artista esplora i territori di confine della periferia sud della città, là dove l’ambiente urbano incontra quello naturale. Muretti, reti e strutture abbandonate convivono con rampicanti, erbacce, fiori e animali selvatici, componendo un paesaggio in cui la natura si riappropria silenziosamente degli spazi. In questi luoghi sospesi, Reggio riconosce l’anima antica di Milano e ritrova suggestioni ed emozioni vicine al proprio percorso artistico.

Il dialogo tra i due autori si sviluppa così attraverso linguaggi differenti, ma accomunati dalla volontà di guardare oltre la superficie delle cose. Se Blumenthal costruisce paesaggi interiori attraverso il disegno, Reggio documenta le trasformazioni del territorio attraverso la fotografia. Le immagini e le scritture diventano strumenti per esplorare la relazione tra ciò che è visibile e ciò che rimane nascosto, tra la presenza umana e la vitalità autonoma della natura.

La mostra si arricchisce di un ulteriore momento di riflessione venerdì 23 ottobre 2026, dalle ore 17.30, nell’ambito dell’evento organizzato per RAW 2026, con la performance di Massimo Napoli tratta dal monologo La Psicologia dell’Albero (2010), di cui è autore. Nato come completamento di opere pittoriche dedicate agli alberi, il testo attribuisce alla figura arborea una presenza quasi antropomorfa e invita a ripensare il rapporto con la natura, superando una logica di possesso e sfruttamento a favore di un’alleanza armoniosa con il vivente.

Sabato 7 novembre, alle ore 17.30, in occasione del finissage, sarà presentato il libro d’artista realizzato per il progetto, stampato in edizione limitata, numerata e firmata dagli autori. Il volume rappresenta un ulteriore sviluppo del dialogo tra immagini e parole, prolungando l’esperienza espositiva nella forma del libro.

Il Giardino. Disegni, foto, scritture invita a riscoprire il paesaggio come spazio di relazione, trasformazione e consapevolezza. Un percorso nel quale il giardino, reale o immaginato, diventa una figura del possibile: un luogo da attraversare con uno sguardo attento, capace di riconoscere nelle forme spontanee della natura e nelle tracce della memoria nuove possibilità di convivenza tra l’essere umano e il mondo che abita.

Vis-à-vis: quando il ring diventa uno specchio

Ci sono incontri che precedono il combattimento. Accadono prima ancora che il primo pugno venga sferrato, quando due avversari si studiano, si misurano, cercano nello sguardo dell’altro una crepa, un’incertezza, un segnale di paura. È in quell’istante sospeso che la boxe rivela qualcosa che va oltre lo sport: il combattimento è anche un confronto con se stessi.
È da questo spazio ambiguo, fatto di attesa, tensione e vulnerabilità, che prende forma “Vis-à-vis”, la doppia personale di Goffredo Adinolfi e Paolo Bielli, ospitata da Storie Contemporanee – Studio Ricerca Documentazione, in via Alessandro Poerio 16/B a Roma, nell’ambito del progetto curato da Anna Cochetti.

Il titolo Vis-à-vis non è soltanto una dichiarazione di confronto tra due artisti. È una condizione. È il faccia a faccia del pugile con il proprio avversario, ma anche quello dell’individuo con la propria immagine, con i propri limiti, con ciò che vorrebbe essere e con ciò che invece è costretto a fronteggiare.
Da una parte le fotografie in bianco e nero di Adinolfi, dall’altra i disegni e i colori di Bielli. Due linguaggi apparentemente lontani che finiscono per incontrarsi proprio sul ring, trasformandolo in uno spazio mentale oltre che fisico.
In “Pugilatori. Sguardi”, Adinolfi concentra l’attenzione su ciò che accade prima e intorno al gesto agonistico. Il pugno, paradossalmente, passa in secondo piano. Al centro ci sono gli occhi.
Il bianco e nero diventa così una scelta tutt’altro che documentaria. È un artificio consapevole, uno strumento attraverso il quale sottrarre il soggetto alla realtà immediata e isolare ciò che normalmente rischia di sfuggire: l’intensità di uno sguardo.
Gli ambienti del pugilato, soprattutto quello non professionale, possono essere luminosi, colorati, persino giocosi. Ma la fotografia di Adinolfi li attraversa in senso contrario, utilizzando ombre e contrasti per arrivare a un’altra dimensione del combattimento. Perché salire sul ring significa entrare in uno spazio nel quale l’altro non è semplicemente un compagno di gioco: è qualcuno che può mandarti al tappeto.
Eppure è proprio il momento della possibile caduta a rendere la boxe una potente metafora dell’esistenza.
L’atleta non combatte soltanto contro chi ha di fronte. Combatte contro la paura, contro la fatica, contro la possibilità di fallire. E, soprattutto, contro la tentazione di non rialzarsi.
La fotografia di Adinolfi cerca allora di fermare quell’istante nel quale la persona che sta dietro l’atleta emerge attraverso gli occhi. Il millesimo di secondo fotografico si dilata fino a diventare una sorta di tempo infinito: un incontro silenzioso tra chi guarda e chi viene guardato.
Se Adinolfi scava nello sguardo, Paolo Bielli sembra invece voler rompere la superficie.
I disegni raccolti in “Danzando nel ghiaccio”, realizzati tra il 2015 e il 2025, sono figure rimaste a lungo in una sorta di letargo glaciale. I pugili di Bielli appaiono bloccati in pose che hanno qualcosa di statuario, come se la materia stessa li avesse imprigionati.
Ma il ghiaccio non è definitivo.
Spray, graffi, abrasioni intervengono sulla superficie per aprire delle fenditure. Il colore — arancione, rosso, acceso — diventa una forza che attraversa la materia e cerca una via d’uscita.
Qui la boxe non è più soltanto lo sport del confronto. È una danza.
Una danza potente e contemporaneamente fragile, nella quale ogni pugno sembra rivolto non tanto contro un avversario quanto contro una superficie che impedisce di liberarsi. Il gesto del combattimento diventa gesto artistico: colpire, graffiare, incrinare, rompere.
È una lotta contro il ghiaccio, ma anche contro l’isolamento, l’oppressione, le realtà che sembrano non lasciare possibilità di movimento.
La guerra, la sofferenza, le condizioni sociali difficili entrano così nell’immaginario di Bielli senza trasformare il pugilato in una semplice illustrazione della tragedia. Al contrario, tragedia e ironia convivono. Il colore introduce una possibilità inattesa: quella della liberazione.
Anche per questo la storia della boxe diventa significativa. Per molti pugili il ring è stato — e continua a essere — uno spazio capace di offrire un’alternativa alla povertà e a situazioni di marginalità. Il combattimento può diventare una disciplina, una possibilità, una forma di riscatto.
Il ghiaccio, dunque, non rappresenta soltanto ciò che immobilizza. È anche ciò che può essere incrinato.
La mostra sembra suggerire un’immagine antica: Giacobbe che lotta con l’Angelo. Un combattimento impari, misterioso, nel quale non è sempre chiaro chi sia veramente l’avversario e quale sia la posta in gioco.
È una delle chiavi più efficaci per leggere Vis-à-vis.
Perché molte delle lotte che affrontiamo non sono paritarie. Ci troviamo davanti a forze più grandi di noi: la povertà, la guerra, la solitudine, la paura, il passato, i nostri stessi limiti.
Eppure il racconto biblico, come la boxe, introduce una possibilità: quella di resistere.
A questa immagine si può accostare quella, altrettanto emblematica, di Davide e Golia. Il pronostico sembra già scritto, la sproporzione evidente. E tuttavia i pronostici, nella vita come sul ring, possono essere fallaci.
È forse proprio qui che le opere di Adinolfi e Bielli si incontrano più profondamente.
Non raccontano la vittoria. Raccontano la possibilità di combattere.
Nel lavoro di entrambi gli artisti il ring finisce per perdere la sua dimensione puramente sportiva e diventa una sorta di dispositivo per interrogare l’identità.
Adinolfi arriva alla fotografia del pugilato dopo un percorso nel quale ricerca accademica e fotografia hanno rappresentato per lungo tempo due modi paralleli di osservare la società. Il suo interesse per la boxe si intensifica dal 2015, anche sotto l’influenza degli studi di Loïc Wacquant sul mondo pugilistico.
Da allora il pugilato diventa un percorso totalizzante, affrontato non soltanto come soggetto fotografico ma come esperienza.
Le sue precedenti ricerche — dai Ritratti angosciosi e altre inquietudini ai Miti del XX secolo — trovano nel ring un nuovo terreno d’indagine, nel quale la dimensione sociale e quella individuale finiscono inevitabilmente per sovrapporsi.
Bielli arriva invece al pugile attraverso una ricerca artistica sviluppata nel tempo attorno al tema dell’individuazione. Fin dagli anni Ottanta il suo lavoro interviene sulle immagini patinate delle riviste attraverso lo spray e la pratica del détournement. Dal ciclo Beauty/Dal bello fino al Ring Cerchio di coltelli e al successivo Ring Pugili, il combattimento diventa progressivamente un nucleo centrale della sua ricerca.
Il pugile rosa, il ring, il ghiaccio, le figure sospese: sono immagini diverse che partecipano a una stessa interrogazione. Chi siamo quando veniamo messi di fronte a un limite?
Il valore della mostra risiede allora proprio nella sua struttura a confronto.
Adinolfi guarda il pugile negli occhi.
Bielli lo costringe a muoversi dentro una materia che deve essere spezzata.
Uno sottrae il colore per arrivare all’essenziale dello sguardo; l’altro lo utilizza come energia capace di perforare una superficie.
Uno congela un istante.
L’altro cerca di rompere il congelamento.
Eppure entrambi raccontano una persona che si trova davanti a qualcosa.
Un avversario. Un limite. Una condizione sociale. Un’immagine di sé. Una paura.
In questo senso il vis-à-vis non avviene soltanto tra Adinolfi e Bielli, né tra le loro opere. Avviene anche tra l’opera e lo spettatore, che viene invitato a sostenere a sua volta quello sguardo.
Il pugile ci guarda. Noi guardiamo lui.
E in quel momento la distanza tra osservatore e osservato comincia a ridursi.
Forse è questa la vera arena della mostra: non il ring nel quale uno dei due deve necessariamente cadere, ma quello spazio interiore nel quale siamo costretti a riconoscere che ogni combattimento contro l’altro contiene, in fondo, un combattimento con noi stessi.

E che la domanda decisiva non è tanto chi vincerà, quanto chi avrà ancora la forza di rialzarsi.

Dominique Pasquet: l’identità contemporanea nello sguardo fotografico

Domenica 12 aprile 2026, negli spazi di Storie Contemporanee Studio Ricerca Documentazione, si inaugura la prima mostra personale romana di Dominique Pasquet, dal titolo “Elle pourrait s’appeler Mona”. L’esposizione, a cura di Anna Cochetti, si inserisce nel progetto STORIECONTEMPORANEE e propone una riflessione intensa e attuale sull’identità individuale e collettiva.

La mostra raccoglie una selezione di circa dieci fotografie tratte dall’omonimo volume Elle pourrait s’appeler Mona, articolato in sei serie di ritratti. L’opera di Pasquet si muove sul confine tra fotografia documentaria e indagine esistenziale: una vera e propria “sociologia in atto”, capace di restituire il volto della Francia di oggi attraverso una pluralità di soggetti.

Tra questi, giovani estetiste in formazione, famiglie omogenitoriali che hanno fatto ricorso alla procreazione assistita, ciclisti veterani, persone transgender, individui che hanno scelto di modificare permanentemente il proprio corpo. Un mosaico umano che sfida stereotipi e invita a interrogarsi su identità, rappresentazione e appartenenza.

Le immagini di Pasquet superano il semplice dato documentario: ogni scatto è il risultato di un incontro. Si crea così un triplice movimento — tra fotografo, soggetto e osservatore — che trasforma il ritratto in uno spazio di relazione e riflessione.

Le domande emergono silenziosamente ma con forza: Chi sono? Chi siamo? Che immagine diamo? Quale vorremmo offrire di noi stessi? È in questa tensione che la fotografia si fa strumento di comprensione profonda dell’esistenza contemporanea.

Il lavoro fotografico si espande oltre l’immagine, diventando anche un progetto letterario. Pasquet ha coinvolto numerosi intellettuali francesi, invitandoli a scrivere testi ispirati ai ritratti. Tra questi figurano Pierre Assouline, Axel Kahn, Marie-Dominique Lelièvre e Nicolas Domenach.

Il volume è arricchito dalla prefazione di Thierry Grillet e da contributi critici di Dominique Baqué, con introduzione di Alain Genestar. Il libro sarà presentato durante la mostra, sottolineando il dialogo tra immagine e parola.

Dominique Pasquet vive e lavora a Rouen. Direttore artistico del gruppo Claude Perdriel da oltre trent’anni, ha firmato l’identità visiva di importanti riviste francesi come Challenges, Sciences et Avenir, La Recherche e Le Nouvel Observateur. La sua ricerca fotografica si distingue per la capacità di coniugare estetica editoriale e profondità umana.


Questa mostra rappresenta un’occasione preziosa per confrontarsi con uno sguardo lucido e sensibile sulla contemporaneità, dove il ritratto diventa specchio delle trasformazioni sociali e delle infinite possibilità dell’identità.


Dominique Pasquet
Elle pourrait s’appeler Mona
Dal 12 al 23 aprile 2026

Storie Contemporanee
Studio Ricerca Documentazione
via Alessandro Poerio 16/b
Roma

A cura di Anna Cochetti

Orari:
dal martedì al venerdì
dalle 17.30 alle 19.30
(su appuntamento)
al 3288698229

Inaugurazione:
Domenica 12 aprile 2026, ore 11.30 – 13.30

Finissage
Giovedì 23 aprile 2026, ore 17.30 – 19.30

Evento speciale
Sabato 18 aprile 2026, apertura straordinaria nell’ambito di Strade dell’Arte, progetto di Art Sharing Roma
Orari: 11.00 – 14.00 / 18.00 – 21.00

Orari di apertura
Martedì – Venerdì, ore 17.30 – 19.30
Su appuntamento: 328 8698229


Claudia Bellocchi: La distopia del presente

La recente personale di Claudia Bellocchi si configura come un percorso coerente e stratificato che indaga le molteplici forme della violenza — simbolica, culturale e tecnologica — attraverso cui il corpo e l’identità vengono progressivamente erosi. La mostra, concepita anche come omaggio ai vent’anni del Museo de la Mujer di Buenos Aires CABA (2006-2026), trova il suo fulcro nel video “¿La Follia è Donna?”, realizzato con l’ausilio dell’intelligenza artificiale. Quest’opera non è solo un dispositivo narrativo, ma una lente attraverso cui leggere l’intera produzione esposta: un racconto visivo che proietta nel presente una distopia inquietante, dove tecnologia senza etica e cultura patriarcale convergono in un processo di oggettivazione sistemica.

Il percorso si apre con “Il pianto di elicriso”, che introduce immediatamente il tono elegiaco e perturbante della mostra. La natura non appare più come luogo di rifugio, ma come vittima sacrificale di un’esistenza frammentata. L’elicriso che piange diventa emblema di un’armonia perduta, mentre la figura umana — deformata e dolorosa — allude a un’identità ridotta a merce, barattata e spezzata. In questa visione, la ferita ecologica coincide con quella esistenziale: la violenza sull’ambiente e quella sul corpo si rispecchiano fino a confondersi.

Con “Ronzio in testa”, Bellocchi affronta il tema della scienza priva di coscienza etica. Il volto, dominato da tonalità fredde e da una frammentazione nervosa, non è più ritratto ma campo di interferenze. L’asimmetria dello sguardo — uno vitreo e quasi meccanico, l’altro ancora umano — visualizza la tensione tra controllo tecnologico e residuo di coscienza.

Il riferimento implicito alla creatura di Mary Shelley e al mito di Frankenstein emerge come metafora della creazione che sfugge al suo creatore: una “figlia oscura” della modernità, generata da una scienza incapace di interrogarsi sulle proprie responsabilità.

In “Ragione e sentimento” si compie il collasso dell’individuo. Figure urlanti e cromie violente restituiscono la percezione di una scissione insanabile, dove la razionalità imposta da una logica di dominio soffoca la dimensione emotiva. L’identità si dissolve: nome, voce e memoria sembrano svanire in un ambiente saturo, dove l’essere umano perde i propri confini fino a diventare parte del sistema che lo consuma.

L’intero corpus espositivo può essere letto come una progressiva perdita di forma e di coscienza, per inserie nel lungo dialogo con il Museo de la Mujer e prosegue la riflessione avviata nei cicli precedenti, tra cui Tanaliberatutti, dedicato alla violenza di genere, agli abusi e al rapporto tra identità e libertà.

La deformazione del volto diventa simbolo della dissoluzione del sé, con cromie fredde e tratti convulsi che evocano un’umanità anestetizzata.

La carnalità negata, evidente nei contrasti cromatici e nelle ferite visive, riflette la mercificazione del corpo e la manipolazione biologica.

L’urlo silenzioso della scissione culmina nell’astrazione, dove individuo e ambiente si fondono in un unico campo di tensione.

La distopia di Bellocchi non appartiene a un futuro remoto: è radicata in un “vivere scisso” contemporaneo, in cui tecnologia e strutture di potere agiscono come agenti trasformativi dell’identità. Il video conclusivo suggella questa visione con un avvertimento che risuona come eco lungo tutto il percorso: la perdita della voce e del nome segna l’inizio di una condizione post-umana dalla quale, forse, è già troppo tardi per tornare indietro.


Claudia Bellocchi
¿La Follia è Donna?
Dall’8 al 21 marzo 2026

Storie Contemporanee
Studio Ricerca Documentazione

via Alessandro Poerio 16/b
Roma

A cura di Anna Cochetti

Inaugurazione:
l’8 marzo 2026 dalle 11,30 alle 13,30

Finissage: ore

Orari:
dal martedì al venerdì
dalle 17.30 alle 19.30
(su appuntamento)
al 3288698229


Caterina Ciuffetelli: Cercle et Carré

Lo spazio Studio Ricerca e Documentazione accoglie la nuova personale romana di Caterina Ciuffetelli, inserita nel Progetto STORIECONTEMPORANEE, a cura di Anna Cochetti. La mostra, curata da Giorgio Bonomi, si presenta sotto il titolo Cercle et Carré e propone un ciclo coeso di opere monotematiche che approfondiscono con rigore e sensibilità la ricerca non figurativa dell’artista, focalizzata sulla relazione archetipica tra cerchio e quadrato.

Il titolo stesso richiama una lunga e complessa genealogia storica, che attraversa le avanguardie storiche e la riflessione astratta del Novecento, ma che in Ciuffetelli si rinnova attraverso una pratica sperimentale consapevole, capace di coniugare memoria e innovazione. Le opere in mostra si configurano come variazioni di un medesimo principio formale: il cerchio, elemento simbolico dell’infinito e del movimento continuo, è inscritto all’interno del quadrato, figura della misura, della razionalità e della stabilità.

Come sottolinea il curatore Giorgio Bonomi, «le opere di Ciuffetelli si compongono, formalmente, con un cerchio costruito all’interno di un quadrato». In questa tensione strutturale si manifesta il cuore della sua ricerca: il dinamismo circolare, evocato anche dal pensiero di Eraclito – «comune è il principio e la fine nella circonferenza del cerchio» – viene “fissato” e “definito” entro la severità immobile del quadrato, che spezza la continuità della linea e introduce un principio di ordine e contenimento.

Ma la riflessione non si esaurisce nella geometria. Un ruolo centrale è affidato ai materiali e alle tecniche, che rimandano agli sviluppi più avanzati delle avanguardie e delle neoavanguardie storiche. Ciuffetelli costruisce le sue linee attraverso l’uso del filo, disposto in sequenze di rette verticali che si posizionano sulla superficie dell’opera, realizzata con carta dipinta e intelata. Il filo diventa così segno, struttura, ritmo visivo, trasformando la superficie in un campo vibrante di tensioni minime.

Da questa costruzione metodica emerge, come osserva Bonomi, una forte suggestione musicale: le linee appaiono come le corde di un pianoforte aperto, capaci di evocare una scansione temporale, un’armonia silenziosa che si offre allo sguardo come esperienza percettiva e meditativa. Il ritmo visivo diventa quindi elemento essenziale, capace di coinvolgere lo spettatore in una contemplazione che è al tempo stesso razionale e sensibile.

Anche la scelta cromatica risponde a un principio di riduzione e concentrazione. Riprendendo le istanze più radicali dell’astrazione novecentesca, Ciuffetelli lavora su un monocromo mai assoluto, ricco di variazioni tonali e materiche che evitano ogni rigidità dogmatica. Il colore, pur contenuto, mantiene una presenza viva e dialogante con la struttura formale dell’opera.

Cercle et Carré si configura così come un progetto unitario e coerente, in cui ogni lavoro contribuisce a un discorso più ampio sulla forma, sul tempo e sulla percezione. La mostra conferma la ricerca di Caterina Ciuffetelli come una delle più attente e consapevoli nel panorama dell’astrazione contemporanea, capace di rinnovare il linguaggio geometrico attraverso un equilibrio raffinato tra rigore concettuale e sensibilità poetica.


Caterina Ciuffetelli
“Cercle et Carré”
Dall’11 al 24 Gennaio

Inaugurazione:
Domenica 11 Gennaio 2026
dalle h.11.30 alle h.13.30
Fino a Sabato 24 Gennaio 2026
Finissage: ore 17.30-19.30

Storie Contemporanee
Studio Ricerca Documentazione

via Alessandro Poerio 16/b
Roma

A cura di Giorgio Bonomi

Orari:
dal martedì al venerdì
dalle 17.30 alle 19.30
(su appuntamento)
al 3288698229