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Vis-à-vis: quando il ring diventa uno specchio

Ci sono incontri che precedono il combattimento. Accadono prima ancora che il primo pugno venga sferrato, quando due avversari si studiano, si misurano, cercano nello sguardo dell’altro una crepa, un’incertezza, un segnale di paura. È in quell’istante sospeso che la boxe rivela qualcosa che va oltre lo sport: il combattimento è anche un confronto con se stessi.
È da questo spazio ambiguo, fatto di attesa, tensione e vulnerabilità, che prende forma “Vis-à-vis”, la doppia personale di Goffredo Adinolfi e Paolo Bielli, ospitata da Storie Contemporanee – Studio Ricerca Documentazione, in via Alessandro Poerio 16/B a Roma, nell’ambito del progetto curato da Anna Cochetti.

Il titolo Vis-à-vis non è soltanto una dichiarazione di confronto tra due artisti. È una condizione. È il faccia a faccia del pugile con il proprio avversario, ma anche quello dell’individuo con la propria immagine, con i propri limiti, con ciò che vorrebbe essere e con ciò che invece è costretto a fronteggiare.
Da una parte le fotografie in bianco e nero di Adinolfi, dall’altra i disegni e i colori di Bielli. Due linguaggi apparentemente lontani che finiscono per incontrarsi proprio sul ring, trasformandolo in uno spazio mentale oltre che fisico.
In “Pugilatori. Sguardi”, Adinolfi concentra l’attenzione su ciò che accade prima e intorno al gesto agonistico. Il pugno, paradossalmente, passa in secondo piano. Al centro ci sono gli occhi.
Il bianco e nero diventa così una scelta tutt’altro che documentaria. È un artificio consapevole, uno strumento attraverso il quale sottrarre il soggetto alla realtà immediata e isolare ciò che normalmente rischia di sfuggire: l’intensità di uno sguardo.
Gli ambienti del pugilato, soprattutto quello non professionale, possono essere luminosi, colorati, persino giocosi. Ma la fotografia di Adinolfi li attraversa in senso contrario, utilizzando ombre e contrasti per arrivare a un’altra dimensione del combattimento. Perché salire sul ring significa entrare in uno spazio nel quale l’altro non è semplicemente un compagno di gioco: è qualcuno che può mandarti al tappeto.
Eppure è proprio il momento della possibile caduta a rendere la boxe una potente metafora dell’esistenza.
L’atleta non combatte soltanto contro chi ha di fronte. Combatte contro la paura, contro la fatica, contro la possibilità di fallire. E, soprattutto, contro la tentazione di non rialzarsi.
La fotografia di Adinolfi cerca allora di fermare quell’istante nel quale la persona che sta dietro l’atleta emerge attraverso gli occhi. Il millesimo di secondo fotografico si dilata fino a diventare una sorta di tempo infinito: un incontro silenzioso tra chi guarda e chi viene guardato.
Se Adinolfi scava nello sguardo, Paolo Bielli sembra invece voler rompere la superficie.
I disegni raccolti in “Danzando nel ghiaccio”, realizzati tra il 2015 e il 2025, sono figure rimaste a lungo in una sorta di letargo glaciale. I pugili di Bielli appaiono bloccati in pose che hanno qualcosa di statuario, come se la materia stessa li avesse imprigionati.
Ma il ghiaccio non è definitivo.
Spray, graffi, abrasioni intervengono sulla superficie per aprire delle fenditure. Il colore — arancione, rosso, acceso — diventa una forza che attraversa la materia e cerca una via d’uscita.
Qui la boxe non è più soltanto lo sport del confronto. È una danza.
Una danza potente e contemporaneamente fragile, nella quale ogni pugno sembra rivolto non tanto contro un avversario quanto contro una superficie che impedisce di liberarsi. Il gesto del combattimento diventa gesto artistico: colpire, graffiare, incrinare, rompere.
È una lotta contro il ghiaccio, ma anche contro l’isolamento, l’oppressione, le realtà che sembrano non lasciare possibilità di movimento.
La guerra, la sofferenza, le condizioni sociali difficili entrano così nell’immaginario di Bielli senza trasformare il pugilato in una semplice illustrazione della tragedia. Al contrario, tragedia e ironia convivono. Il colore introduce una possibilità inattesa: quella della liberazione.
Anche per questo la storia della boxe diventa significativa. Per molti pugili il ring è stato — e continua a essere — uno spazio capace di offrire un’alternativa alla povertà e a situazioni di marginalità. Il combattimento può diventare una disciplina, una possibilità, una forma di riscatto.
Il ghiaccio, dunque, non rappresenta soltanto ciò che immobilizza. È anche ciò che può essere incrinato.
La mostra sembra suggerire un’immagine antica: Giacobbe che lotta con l’Angelo. Un combattimento impari, misterioso, nel quale non è sempre chiaro chi sia veramente l’avversario e quale sia la posta in gioco.
È una delle chiavi più efficaci per leggere Vis-à-vis.
Perché molte delle lotte che affrontiamo non sono paritarie. Ci troviamo davanti a forze più grandi di noi: la povertà, la guerra, la solitudine, la paura, il passato, i nostri stessi limiti.
Eppure il racconto biblico, come la boxe, introduce una possibilità: quella di resistere.
A questa immagine si può accostare quella, altrettanto emblematica, di Davide e Golia. Il pronostico sembra già scritto, la sproporzione evidente. E tuttavia i pronostici, nella vita come sul ring, possono essere fallaci.
È forse proprio qui che le opere di Adinolfi e Bielli si incontrano più profondamente.
Non raccontano la vittoria. Raccontano la possibilità di combattere.
Nel lavoro di entrambi gli artisti il ring finisce per perdere la sua dimensione puramente sportiva e diventa una sorta di dispositivo per interrogare l’identità.
Adinolfi arriva alla fotografia del pugilato dopo un percorso nel quale ricerca accademica e fotografia hanno rappresentato per lungo tempo due modi paralleli di osservare la società. Il suo interesse per la boxe si intensifica dal 2015, anche sotto l’influenza degli studi di Loïc Wacquant sul mondo pugilistico.
Da allora il pugilato diventa un percorso totalizzante, affrontato non soltanto come soggetto fotografico ma come esperienza.
Le sue precedenti ricerche — dai Ritratti angosciosi e altre inquietudini ai Miti del XX secolo — trovano nel ring un nuovo terreno d’indagine, nel quale la dimensione sociale e quella individuale finiscono inevitabilmente per sovrapporsi.
Bielli arriva invece al pugile attraverso una ricerca artistica sviluppata nel tempo attorno al tema dell’individuazione. Fin dagli anni Ottanta il suo lavoro interviene sulle immagini patinate delle riviste attraverso lo spray e la pratica del détournement. Dal ciclo Beauty/Dal bello fino al Ring Cerchio di coltelli e al successivo Ring Pugili, il combattimento diventa progressivamente un nucleo centrale della sua ricerca.
Il pugile rosa, il ring, il ghiaccio, le figure sospese: sono immagini diverse che partecipano a una stessa interrogazione. Chi siamo quando veniamo messi di fronte a un limite?
Il valore della mostra risiede allora proprio nella sua struttura a confronto.
Adinolfi guarda il pugile negli occhi.
Bielli lo costringe a muoversi dentro una materia che deve essere spezzata.
Uno sottrae il colore per arrivare all’essenziale dello sguardo; l’altro lo utilizza come energia capace di perforare una superficie.
Uno congela un istante.
L’altro cerca di rompere il congelamento.
Eppure entrambi raccontano una persona che si trova davanti a qualcosa.
Un avversario. Un limite. Una condizione sociale. Un’immagine di sé. Una paura.
In questo senso il vis-à-vis non avviene soltanto tra Adinolfi e Bielli, né tra le loro opere. Avviene anche tra l’opera e lo spettatore, che viene invitato a sostenere a sua volta quello sguardo.
Il pugile ci guarda. Noi guardiamo lui.
E in quel momento la distanza tra osservatore e osservato comincia a ridursi.
Forse è questa la vera arena della mostra: non il ring nel quale uno dei due deve necessariamente cadere, ma quello spazio interiore nel quale siamo costretti a riconoscere che ogni combattimento contro l’altro contiene, in fondo, un combattimento con noi stessi.

E che la domanda decisiva non è tanto chi vincerà, quanto chi avrà ancora la forza di rialzarsi.