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Conflitti: Colpire la cultura per cancellare un’identità

Opera di Daniela Passi

In ogni guerra, accanto ai morti e alle macerie, c’è un’altra forma di distruzione: quella della cultura. Viene colpita silenziosamente, ma in modo sistematico. Le bombe spazzano via musei, archivi, monumenti millenari. I proiettili non uccidono solo corpi, ma anche libri, quadri, poesie, memorie. A morire non sono solo i civili, ma anche l’immaginazione e la voce di un popolo. Lo testimoniano con tragica chiarezza le guerre in corso in Ucraina e in Palestina.

La scrittrice ucraina Victoria Amelina è stata uccisa da un missile russo a Kramatorsk nel 2023. Stava raccogliendo testimonianze sui crimini di guerra per un libro intitolato War and Justice. La sua morte ha spento una delle voci più importanti della letteratura ucraina contemporanea, ma non ha cancellato il suo messaggio. Il suo lavoro vive, come vive il dolore che raccontava.

In Palestina, la devastazione non risparmia chi racconta. Il fotografo e regista Ismail Abu Hatab, noto per la mostra Between Sky & Sea, è stato ucciso da un missile israeliano che ha colpito il café al-Baqa a Gaza. Con lui è morta anche la pittrice Frans Al-Salmi, che appena un mese prima lo aveva ritratto. Quel caffè, rifugio di giornalisti e attivisti, è diventato un cratere di morte.

Nel raid è rimasta ferita anche la giornalista Bayan Abu Sultan. Nelle immagini circolate dopo l’attacco, il suo volto è coperto di sangue, la maglietta dice: “Normal is boring”. Un’amara ironia che, in Palestina, è diventata una forma di sopravvivenza.

E poi c’è Refaat Alareer, poeta e docente universitario, ucciso con la sua famiglia. Scriveva:

“Se devo morire, che porti speranza, che sia una storia.”

A dare voce a queste esistenze spezzate è l’antologia “Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza” (Fazi Editore), con testi di poeti palestinesi scritti in condizioni estreme, molti dei quali sono stati uccisi dopo aver composto i propri versi. Il volume, curato da Antonio Bocchinfuso, Mario Soldaini e Leonardo Tosti, contiene una prefazione dello storico israeliano Ilan Pappé e testi introduttivi di Susan Abulhawa e Chris Hedges. Le traduzioni sono a cura di Nabil Bey Salameh, Ginevra Bompiani ed Enrico Terrinoni.

Queste poesie, nate nei rifugi, nelle tende dei campi profughi, tra i bombardamenti, non sono solo lamenti. Sono grida di esistenza, amore, memoria. Sono cultura che resiste alla cancellazione. Come dice il traduttore Salameh:

“Queste poesie portano con sé il suono delle strade di Gaza, il fruscio delle foglie che resistono al vento, il pianto dei bambini e il canto degli ulivi.”

Per ogni copia venduta, Fazi Editore devolverà 5 euro a EMERGENCY per l’assistenza sanitaria nella Striscia di Gaza.

Mentre gli artisti vengono colpiti, anche la memoria storica palestinese viene annientata. Secondo fonti internazionali e organizzazioni per la tutela dei beni culturali, dal 7 ottobre 2023 a oggi sono stati distrutti o gravemente danneggiati 186 edifici storici, 39 aree archeologiche, 21 moschee (inclusa la storica Moschea Al-Omari), 26 santuari e cinque chiese e monasteri. La cultura materiale, religiosa e archeologica di Gaza, testimonianza di secoli di storia, viene progressivamente cancellata.

Eppure, in mezzo alle macerie, gli artisti palestinesi non si arrendono: proprio in pieno conflitto, è stata organizzata, virtualmente e in divenire, la Biennale d’arte di Gaza, un atto radicale di speranza e dignità. L’arte continua a parlare anche quando tutto sembra perduto.

Simili devastazioni colpiscono anche l’Ucraina. Oltre agli ospedali, ai teatri e alle scuole, sono stati presi di mira musei, archivi, cattedrali, biblioteche. Ecco alcuni esempi:

  • Il Museo nazionale letterario di Hryhoriy Skovoroda a Skovorodynivka, distrutto da un missile russo.
  • L’Arkhip Kuindzhi Art Museum di Mariupol, ridotto in macerie.
  • Il Museo delle tradizioni locali di Mariupol, incendiato dai bombardamenti.
  • Il Museo di storia regionale di Kherson e la Cattedrale di Santa Caterina, saccheggiati.
  • Il Museo di Lesya Ukrainka a Yalta, completamente devastato.

Il Consiglio d’Europa ha condannato queste azioni come atti deliberati di cancellazione culturale, evocando i criteri di genocidio. La distruzione della cultura, ricordano i giuristi, è uno strumento per sradicare l’identità di un popolo.

In Palestina come in Ucraina, la parola, l’immagine, la musica diventano strumenti di lotta, testimonianza e sopravvivenza. Uccidere artisti e distruggere musei significa tentare di cancellare la coscienza collettiva. Ma ogni poesia, ogni dipinto salvato, ogni fotografia sopravvissuta è una forma di resistenza.

Finché la cultura esiste, un popolo non muore. Finché un verso viene scritto, un dipinto completato, una mostra allestita sotto le bombe, la speranza resta viva. E la storia, per quanto offesa, continua a essere raccontata.

Conflitti: L’Infanzia Sotto Assedio

Nel 2023, oltre 473 milioni di bambini vivevano in zone di conflitto, quasi il doppio rispetto agli anni ’90. Il 2024 ha registrato un picco di 41.370 gravi violazioni contro i minori, tra cui uccisioni, mutilazioni, violenze sessuali, reclutamento forzato, rapimenti e attacchi a scuole e ospedali.

La narrazione che considera i bambini come semplici “danni collaterali” è ormai insostenibile. Le evidenze mostrano come i minori siano diventati obiettivi diretti o strategici, colpiti per spezzare il tessuto futuro delle società nemiche. Questa logica spietata si traduce in pratiche sistematiche: rapimenti, rieducazione forzata, uso della fame come arma, reclutamento di bambini soldato e, sempre più spesso, mutilazioni deliberatamente inflitte per terrorizzare e annientare psicologicamente intere comunità.

In Ucraina, migliaia di bambini sono stati deportati in Russia e Bielorussia. Molti di loro hanno subito rieducazione forzata, naturalizzazione e adozioni coatte, in violazione del diritto internazionale. La Corte Penale Internazionale ha emesso mandati d’arresto contro Vladimir Putin e la commissaria russa per i diritti dei bambini.

A Gaza, la crisi umanitaria ha raggiunto livelli estremi: in soli 18 giorni, oltre 2.300 bambini sono stati uccisi. La popolazione civile, in particolare i minori, soffre gravemente per mancanza di acqua, cibo, cure mediche e rifugi sicuri. Il blocco degli aiuti e l’uso della fame come arma di guerra sono pratiche documentate e condannate dal diritto internazionale.

Il fenomeno dei bambini soldato è in allarmante espansione. Oltre 337 milioni di minori vivono oggi in aree a rischio di reclutamento da parte di forze armate e gruppi armati — un numero triplicato negli ultimi trent’anni. Solo nel 2020, sono stati registrati quasi 8.600 casi di reclutamento e utilizzo di minori. Povertà, guerra e mancanza di accesso all’istruzione rendono i bambini particolarmente vulnerabili. I gruppi armati offrono una falsa promessa di “scuola”, che spesso si rivela essere un addestramento militare con brutalità e indottrinamento politico e religioso. In molti casi, i bambini vengono anche mutilati, come punizione o per impedirne la fuga.

Al di là di Gaza, fame e malnutrizione sono strumenti silenziosi ma letali usati in molti conflitti. In Sudan e Sud Sudan, le crisi alimentari sono aggravate da blocchi degli aiuti e tattiche belliche che colpiscono deliberatamente le scorte di cibo. In Yemen, dopo otto anni di guerra, oltre 11 milioni di bambini necessitano di assistenza, e 1,8 milioni soffrono di malnutrizione acuta. In Afghanistan, il 97% delle famiglie fatica a garantire un pasto quotidiano.

Dalle deportazioni in Ucraina ai blocchi umanitari a Gaza, emerge una strategia cinica: colpire i bambini per distruggere l’identità e il futuro delle popolazioni avversarie. I minori diventano bersagli perché rappresentano la prossima generazione, e il loro annientamento rende ogni prospettiva di pace più lontana.

Da una Segregazione ad un’altra

Sarebbero degne di una pièces di Feydeau le contraddizioni di questo secolo, dopo quelle del precedente, se non avessero dei risvolti tragici.

Sorvolando sui “conservatori riformisti” e sulle alleanze di alcuni paesi islamici con la Russia e la Cina, che poi non trattano tanto bene i mussulmani, quello che riesce difficile vedere dagli estremismi di destra è che si fanno paladini (del governo autoritario israeliano e che la sinistra o tace o vuol metter al bando la cultura ebraica, sino ad impedire l’accesso all’università statunitensi degli studenti di origine ebraica. Manifestare il proprio sdegno contro un governo e sostenere un popolo è cosa buona e giusta, ma discriminare un altro popolo è antipatico, dopo aver sventolato la bandiera della Democrazia e dei Diritti.

La polarizzazione tra fazioni non tutti sono tutto, per non punire tutti come fa l’esercito israeliano a Gaza, portando avanti il massacro di un popolo, ma si può penalizzare gli estremisti fanatici, come tenta di fare timidamente il presidente statunitense, e non solo con i coloni ingordi del poco che hanno gli altri e non colpire nel “mucchio”.

I cosiddetti “liberal” statunitensi che ne gli anni ’60 si sono mobilitati contro la segregazione degli afroamericani ora potrebbero dire la loro sulla nuova segregazione, dopo aver sconfitto quella in Sud Africa.

Segregare un popolo perché lo si percepisce  “disuguale” o perché hanno dei governanti e dei leader differentemente “umanitari” è sbagliato. I Diritti sono per tutti o per nessuno, non solo per chi ci è simpatico..

Le tensioni tra i pro-Israele e i pro-Palestina si sono intensificate nelle ultime settimane, c’è chi da uno schiaffo e chi risponde con un pugno, per poi passare ai coltelli, sino ad arrivare ai missili, le persone ignorano  che ogni azione ha una conseguenza?.

Non può essere giustificabile reprimere le manifestazioni di dissenso per il comportamento violento di un governo verso un popolo, chiedendo di non collaborare nell’ambito militare, e di solidarietà per le decine di migliaia di vittime indifese.

Solitamente la Cultura, quella con la C maiuscola, è una voce critica verso i poteri deviati e devianti, certo troviamo alcuni esempi di personaggi buoni per tutte le stagioni, ma dove sono i difensori dei Diritti e gli accusatori delle cattive persone?

Sono gli estremismi i nemici dei popoli e della Pace, della convivenza e della cooperazione per un benessere comune, sono in molti che guardano il dito e non la Luna che viene indicata.

Sono gli Artisti e gli Scrittori a dover aprire il dialogo con le varie posizioni, per non configgere.

In questo panorama di confusione si inserisce la considerazione ottimistica di Luciana Castellina “Il mondo cambiato dai ragazzi” sul manifesto riguardo la festosità della gioventù nei cortei del 25 aprile, tralasciando i rigurgiti intolleranti dettati più da una emulazione di branco che da una ponderata riflessione di testa, trovando nell’editoria “Il 25 Aprile è attuale ma noi siamo costretti a sognare all’indietro” di Paolo Giordano sul Corriere della Sera un controcanto pessimistico nel guardare indietro.

Il bando messo al bando

Le più importanti università italiane (Roma, Torino, la Normale di Pisa, la Statale di Milano) stanno boicottando l’accordo di cooperazione fra il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI) e  il Ministero dell’Innovazione, Scienza e Tecnologia (MOST) per la parte israeliana. Lo fanno per solidarietà con Gaza e l’atteggiamento del singolo rettore e senato accademico è ambiguo: nella mozione della Normale di Pisa si afferma “la necessità di ispirare le attività di ricerca e di insegnamento al rispetto dell’articolo 11 della Costituzione, che prescrive il ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Per questo si impegna “a esercitare la massima cautela” nel valutare accordi istituzionali collaborazioni scientifiche “che possano attenere allo sviluppo di tecnologie utilizzabili per scopi militari e alla messa in atto di forme di oppressione, discriminazione o aggressione a danno della popolazione civile, come avviene in questo momento nella striscia di Gaza”. Ma a questo punto vediamo cosa prevede il bando che ha spaccato l’università italiana. E’ pubblicato nel sito ufficiale del MAECI (1) e così recita:

Si richiedeva la presentazione di progetti congiunti di ricerca italo-israeliani, nelle seguenti aree di ricerca, entro mercoledì 10 aprile 2024 (ore 16.00, ora italiana):

1. Technologies for healthy soils (i.e. – novel fertilizers, soil implants, soil microbiome etc.)

2. Water technologies, including: drinking water treatment, industrial and sewage water treatment and water desalination

3. Precision optics, electronics and quantum technologies, for frontier applications, such as next generation gravitational wave detectors

Il testo ufficiale è stranamente stilato in inglese, mentre tutto il resto del documento (15 pagine) è in italiano e contiene una lunga serie di disposizioni amministrative: in tutto verranno selezionati 11 progetti congiunti con il finanziamento massimo totale di 1,1 milioni di euro. Per ogni singolo progetto il MAECI finanzia un massimo di 200 mila euro e comunque  non oltre il 50% dei costi indicati nel preventivo. I progetti di ricerca avranno la durata massima di due anni con il Ministero che cofinanzia i costi di personale, viaggi, materiali e attrezzature, spese per pubblicazioni, consulenze e spese generali.

Cercando ora di capire il testo in inglese, al punto 1 si parla di tecnologie agricole (nuovi fertilizzanti, impianti nel suolo, microbioma, pannelli solari), mentre il punto 2 si concentra sulle tecnologie dell’acqua (potabilizzazione, trattamento delle acque reflue e/o provenienti da impianti industriali, desalinizzazione). Il punto 3 invece parla di ottica di precisione, tecnologie quantistiche per applicazioni sperimentali in fase di sviluppo e non ancora disponibili per usi commerciali, come p.es. rilevatori di onde gravitazionali di prossima generazione. Una doverosa traduzione ufficiale (il MAECI è un ente di Stato italiano) o almeno un testo bilingue gioverebbe senza ambiguità  alla comprensione del contenuto, ma il punto è un altro: nel testo non si fa cenno a ricerche nel campo militare. E infatti nella mozione studentesca – fortemente ideologica, neanche a dirlo – si allude a collaborazioni scientifiche “che possano attenere allo sviluppo di tecnologie utilizzabili per scopi militari”. Quali? Non tanto quelle incentrate sui fertilizzanti (punto 1) ma casomai quelle che riguardano le ottiche di precisione e l’elettronica (punto 3), mentre non è chiaro se le tecnologie quantistiche sperimentali per lo sviluppo dei futuri rilevatori di onde gravitazionali possono avere un reale collegamento con l’industria militare, Invece nel bando non si parla stranamente di aerospaziale, che è invece il classico campo di uso duale della tecnologia di frontiera. Ma a loro replica Noemi Di Segni, presidente delle comunità ebraiche in Italia (UCEI) che ha definito il boicottaggio delle università israeliane “la cosa più assurda che abbiamo sentito pretendere (e che) non favorisce dialogo, pace, sapere e approfondimento, che sia verso le università israeliane, i singoli docenti, o anche soggetti di religione ebraica“.

Ma se nel bando non c’è traccia diretta di quanto temuto è perché la ricerca e lo sviluppo della tecnologia militare tra Italia e Israele non passano per l’università, ma sono legate piuttosto ai grossi gruppi industriali della difesa e aerospaziali, come Leonardo e le imprese a loro collegate. L’Italia per la difesa può solo far parte di alleanze, e queste scelte sono state fatte dal dopoguerra. E’ normale che tra alleati ci si scambino informazioni, tecnologie, ricercatori, mezzi materiali. L’esportazione di tecnologia militare non è coperta dal segreto di Stato, tutto è pubblicato ufficialmente dal Parlamento. Per il 2021 p.es. basta leggere il documento reperibile in rete e intitolato:

SENATO DELLA REPUBBLICA / XVIII LEGISLATURA / Doc. LXVII  n. 5

RELAZIONE SULLE OPERAZIONI AUTORIZZATE E SVOLTE PER IL

CONTROLLO DELL’ESPORTAZIONE, IMPORTAZIONE E TRANSITO DEI MATERIALI DI ARMAMENTO (Anno 2021) / (Articolo 5 della legge 9 luglio 1990, n. 185) / Presentata dal Presidente del Consiglio dei ministri (DRAGHI)

Comunicata alla Presidenza il 5 aprile 2022

Sono 1628 pagine e invitiamo chi avesse dubbi in materia a studiarselo. Negli ultimi dieci anni le aziende italiane hanno venduto a Israele tecnologia militare e armamenti per 120 milioni di euro, ma gli acquisti arrivano quasi a 250 milioni, pur con alti e bassi (2). Nel 2022 Israele ha ricevuto armi da aziende italiane per quasi 9,3 milioni di euro. Israele è comunque solo una parte dell’insieme: nel 2022 le aziende italiane hanno esportato armi nel mondo per un valore complessivo di circa 5,3 miliardi di euro. In questa somma sono compresi i costi delle intermediazioni fra i vari Paesi, le licenze e le autorizzazioni alla vendita. Nel complesso il valore delle autorizzazioni alla vendita di armi ammonta a circa 3,8 miliardi di euro. Il primo Paese a cui nel 2022 l’Italia ha venduto armi è stato la Turchia (598,2 milioni di euro), seguita dagli Stati Uniti (532,8 milioni) e dalla Germania (407,2 milioni). Ma a complicare i dati c’è la realtà di una serie di ricerche e prodotti “dual use”. La tecnologia avanzata ha ricadute sia nel campo militare che in quello civile: basta pensare all’elettronica, all’informatica, alle telecomunicazioni, all’aerospaziale, allo sviluppo dei semiconduttori, al punto che è difficile fare discriminazioni se non per quanto riguarda le armi vere e proprie. Pertanto la voce “tecnologia militare” non va intesa in senso assoluto. In questo senso, anche se ragionando in senso inverso, interviene lo storico Franco Cardini: ogni accordo universitario può avere scopi bellici (Corriere Fiorentino del 9 aprile). D’altro canto le università italiane hanno rapporti di collaborazione con mezzo mondo, ma non tutti i paesi coordinati sono democratici e rispettosi dei diritti umani: gli accordi in vigore p.es. stipulati dall’Università di Bari “Aldo Moro” comprendono l’Iran, la Russia e la Turchia (3). Ostacolare la ricerca scientifica e/o la cultura è non solo antidemocratico, ma controproducente, e su questo la UCEI (Unione delle comunità ebraiche italiane) è stata ferma, parlando attraverso  la presidente Noemi Di Segni: “Sono contraria al boicottaggio accademico d’Israele. Le collaborazioni tra università, tra comunità di scienziati, tra studenti sono importanti. Sono un’occasione di incontro e dialogo per capire diversi approcci. Se si vuole costruire un futuro più pacifico, la strada non è il boicottaggio”. (4). Nel frattempo 8000 fra artisti e intellettuali hanno firmato un documento per vietare la presenza di artisti israeliani alla Biennale d’arte di Venezia (20 aprile- 24 novembre) (5). L’artista ebreo Ruth Patir, oltre ad avere uno spessore artistico di tutto livello, in realtà è contro la politica di Netanyau (6), ma evidentemente questo non basta. Nel frattempo il presidente Mattarella il 12 aprile è intervenuto direttamente nel contesto, dichiarando testualmente che “le università sono la culla della libertà di pensiero, da sempre esprimono il dissenso anche contro il potere e devono essere libere di continuare a farlo, ma chiudere la collaborazione con altri atenei è sbagliato perché, se si taglia il dialogo anche con università di Paesi impegnati in crisi o conflitti, si rischia di ottenere l’effetto opposto, cioè quello di aiutare il potere, quello peggiore”. 

Eppure anche in questo caso è utile non censurare niente, questo si è ribadito anche quando hanno cercato di boicottare i film russi alle mostre del cinema: sono proprio quelli i luoghi per conoscere gli altri e le loro idee, è l’incontro e scontro con opinioni diverse, il Foro dove confrontare le molteplici visioni del mondo, magari anche litigando. Ricerca scientifica e culturale alla fine promuovono l’interazione, lo scambio, la crescita sociale e politica. Proprio per questo non va ostacolata né censurata in nome dell’ideologia.

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Note

  1. https://www.esteri.it/it/diplomazia-culturale-e-diplomazia-scientifica/cooperscientificatecnologica/accordi_coop_indscietec/
  2. https://pagellapolitica.it/articoli/commercio-armi-italia-israele
  3. https://www.uniba.it/it/internazionale/network/accordi-di-cooperazione-internazionale
  4. https://www.osservatorioantisemitismo.it/articoli/universita-lo-sdegno-degli-ebrei-italiani-per-il-boicottaggio-di-israele/
  5. https://www.mosaico-cem.it/attualita-e-news/italia/alla-biennale-di-venezia-gli-artisti-contro-israele-chiedono-il-boicottaggio/
  6. https://www.pikasus.com/biennale_arte_2024/padiglione-israele-biennale/

Un anno con due guerre

L’anno che si è appena chiuso sarà ricordato come il peggiore di quelli recenti: alla guerra in Ucraina iniziata nel febbraio del 2022 si è aggiunta nell’ottobre 2023 quella fra Hamas e Israele. Due guerre molto diverse tra di loro, una fra nazioni e l’altra fra una nazione e un gruppo terroristico difficilmente inquadrabile in un’ottica tradizionale: Hamas: per la sua capacità organizzativa e logistica, per il raggio di azione delle operazioni militari del 7 ottobre e per il supporto che riceve da alcuni stati esterni alla Palestina non è inquadrabile come gruppo terroristico di capacità e obiettivi limitati. Piuttosto è l’esercito di uno stato nello stato. In più c’è l’appoggio di Hezbollah dal Libano e degli Houthi dallo Yemen. I primi per ora conducono azioni di disturbo dal sud del Libano, gli altri cercano di disturbare o impedire il traffico navale nel Mar Rosso, per ora contrastati da alcune navi da guerra francesi, inglesi e statunitensi: è impensabile che qualcuno si permetta di sabotare il 12% del traffico merci navale mondiale senza essere prima o poi preso a cannonate.

Un’altra osservazione: tutti sono rimasti sorpresi dalle due impreviste operazioni militari. Ebbene, mi permetto di dire che a guardar bene, l’aggressione russa all’Ucraina e il conflitto fra Hamas e Israele, pur avendo colto di sorpresa gli analisti, rientrano in una continuità storica prevedibile: l’Unione Sovietica / Russia ha sempre impedito con la forza l’attrazione delle nazioni vicine per l’Occidente, mentre Israele è da sempre in guerra con chi vuole distruggerlo. Nel primo caso in quasi cento anni ne hanno fatto le spese i Paesi Baltici, l’Ucraina, la Polonia, la Germania Est, l’Ungheria e la Cecoslovacchia, praticamente tutti tranne la Bulgaria e la Romania (anche se per motivi diversi). Occupare la capitale altrui per impiantare un proprio governo di fiducia ha funzionato per anni a Berlino, a Budapest, a Varsavia e a Praga, e nei piani di Putin avrebbe funzionato anche nell’Ucraina di Zelensky. Il passaggio dall’Unione Sovietica alla Russia di Putin non ha rotto la continuità di una politica estera, almeno una volta ripreso saldamente il timone del potere. Per certo si è sottovalutata la capacità russa di riprendere in mano una situazione di egemonia, ma non si credeva possibile una guerra ad alta intensità in Europa. Era un calcolo sbagliato ma razionale: almeno sul breve periodo, una guerra costa più di quanto puoi guadagnare sul terreno e la globalizzazione del commercio. Si è persino arrivati al paradosso di aggirare l’embargo da una parte e l’altra semplicemente perché l’economia non può fermarsi. Nulla di nuovo: nel ‘600 Spagnoli e Olandesi si facevano la guerra nelle Fiandre ma lasciavano aperto il commercio navale con cui finanziavano i propri eserciti. Anche Venezia e l’Impero Ottomano non bloccavano mai del tutto il traffico navale pur essendo spesso in conflitto aperto.

La guerra in Ucraina ha invece tutti i carismi della guerra classica, del conflitto ad alta intensità, della guerra lampo impantanata in trincee che mio nonno troverebbe familiari. Tipica “Materialschlacht”, attrito di materiali, dove vincerà chi avrà ancora qualcosa da mandare al fronte, sia mezzi materiali che soldati addestrati, ma è verosimile che si verrà a un armistizio: la guerra ha un costo che alla lunga è difficile sopportare per tutti. Ogni giorno si sono scambiati 5000 colpi di artiglieria e tra morti e feriti è verosimile calcolare 300.000 perdite per parte. Una guerra di posizione è come la prima guerra mondiale e come tale finisce per esaurimento di uno dei contendenti o per lo sfaldamento delle alleanze. Ma almeno finirà perché gli obiettivi sono limitati e razionali, mentre il conflitto fra Israele e Hamas con i Palestinesi in mezzo sa il cielo dove porterà: nessuno dei due contendenti è disposto a limitare i propri obiettivi e il conflitto potrebbe allargarsi in modo imprevisto. Difficilmente p.es. si permetterà alle batterie di missili dei ribelli Houthi di disturbare o interrompere il traffico navale nel Mar Rosso, dove passa il 20% di quello che arriva in Europa. Quanto alle Nazioni Unite, si è visto quanto valgono.

Ora qualche osservazione. Lo scopo di una guerra è impadronirsi delle risorse di un altro stato o nazione. L’ideologia crea una giustificazione emotiva più che razionale,, ma alla base le motivazioni sono sempre economiche. Se le guerre non sono frequenti (almeno in Europa) è perché nell’analisi costi-benefici condurre una guerra comporta spese maggiori di quanto si può guadagnare sul campo. La guerra è la continuazione del processo politico con altri mezzi (cito Karl von Clausewitz, un classico), ma altri mezzi possono appunto conseguire gli stessi obiettivi in modo più economico. Questo lo pensavamo ancora due anni fa, ora dovremo rivedere meglio i nostri parametri e le nostre sclerotizzate abitudini mentali