Tutti gli articoli di Enrico Campofreda

Verità e giustizia per Giulio Regeni, anno terzo

Per quanto tempo ancora si parlerà dell’omicidio di Giulio Regeni? Sicuramente fino a quando i caparbi genitori saranno in vita. Finché gli amici e il movimento spontaneo formatosi in questi anni sul suo orrendo caso ne sventoleranno ancora gli striscioni gialli, che anche amministrazioni pubbliche determinate hanno esposto davanti a sedi istituzionali. Uno striscione magari ritoccato, perché aveva nel tempo smarrito uno dei due princìpi che si rivendica per quello strazio: giustizia. Chiedere giustizia è un atto profondamente politico. Domanda allo Stato egiziano quell’approccio che non ha mai manifestato davanti all’oscura vicenda. Non saranno i comuni d’Italia, né Amnesty International fattasi promotrice della campagna, a riuscire a inchiodare il presidente al Sisi di fronte a responsabilità dei suoi apparati di sicurezza che risultano implicati nel rapimento, nell’efferata tortura, nell’assassinio del ricercatore friulano.  Direttamente neppure i governi italiani che in questi tre anni si sono succeduti possono a imporre alcunché agli omologhi d’oltre Mediterraneo. Chiedere giustizia sì. Possono, anzi debbono.

Lo potevano i premier Renzi e Gentiloni che, invece, dopo un inziale azione chiarificatrice hanno abbandonato ogni volontà di difesa anche della memoria d’un cittadino che ha finito i suoi giorni seviziato da sgherri di Stato. Lo può l’attuale presidente del Consiglio Conte che, invece, non s’occupa affatto della questione, al più delegando alla terza carica dello Stato, Roberto Fico, un appello ai Parlamenti d’Europa “per trovare la verità”. Meglio di niente, ma praticamente niente. Perché non è su questo terreno che l’Egitto risponde. Anche l’interruzione dei rapporti fra il Parlamento italiano ed egiziano (il dittatore Sisi conserva ancora il simulacro della democrazia rappresentativa) serve a poco. Diverso sarebbe l’interruzione dei rapporti diplomatici, durata un batter di ciglia nel 2016, e ovviamente ancor più il blocco di quelli commerciali. Ma tutto questo i governi italiani di prima, col Pd, e d’ora, con Cinquestelle e Lega, non lo fanno, perché Confindustria preme e gli interessi dei giganti dell’economia come l’Eni ancor più. Forse non si tratta neppure di don Abbondio della politica nostrana, che “il coraggio non se lo posson dare”.

I nostri politici sono cinici, di tante questioni se ne fregano. Valutano esclusivamente quelle che hanno un ritorno: elettorale, d’immagine, d’interesse, per quanto sull’interesse privato confezionano abitini  pubblici, lo mostrano i favori fra i leghisti ladroni della prim’ora (il clan Bossi) e l’attuale leadership d’un Carroccio che dalla Padania viaggia per tutta la penisola. E guarda ovviamente all’estero. A quelle terre dove imprese grandi e piccine della cosiddetta ‘Italia del fare’ fanno i propri affari. E’ qui che i legami fra Italia ed Egitto si saldano ancor più, anziché fermarsi per chiarire ragioni di Stato sull’omicidio d’un italiano nella capitale d’un Paese sedicente amico, da parte di poliziotti e agenti segreti egiziani che eseguivano ordini provenienti da apparati nazionali. Non solo le Istituzioni, i politici d’Egitto stanno impedendo da tre anni lo sviluppo d’indagini, la stessa magistratura locale non collabora con quella italiana e la ostacola come denunciato dai procuratori romani. Questo è il regime di al Sisi, che i Regeni d’Egitto li ha iniziati a far sparire, incarcerare, uccidere da molto tempo prima del nostro concittadino. E prosegue nell’opera. Se questo è un governo amico, chiediamo ai nostri governanti quale verità, quale giustizia si potranno ottenere.

 

Egitto, lo sguardo oltre la gabbia

Gli occhi che si cercano, le mani mosse in lontananza non sono un gioco. Comunicano spesso disperazione, tristezza e angoscia per essere lì, segregati, ingiustamente accusati, dopo mesi di detenzione e in tanti casi di tortura. E’ un video, girato in un’aula egiziana di tribunale e pubblicato sul sito della Bbc in lingua araba, documenti che probabilmente non vedremo più perché in quei  luoghi, dove già da tempo pur in presenza di pubblico che poi altro non sono che familiari dei detenuti, la stampa non è ammessa. Allora ci si mettono i più giovani, indomiti masticatori di tecnologia, a filmare con ogni mezzo e divulgare sui social media. La breve registrazione è finita su Facebook, ma non si sa quanto potrà restarci. Intanto fa proseliti, e divulga quel clima che purtroppo gli odierni cittadini d’Egitto ben conoscono. Immaginiamo una figlia che allunga la mano e gesticola, scrivendo sulla trasparente lavagna dell’aria forse lettere per indicare una parola oppure numeri. Lei proietta idealmente l’arto verso l’uomo rinchiuso in gabbia che gli risponde. Non mancano i sorrisi in questa comunicazione tipica dello scambio fra detenuti e parenti. Non è bene bagnare questi attimi  con le lacrime, che magari dentro l’orbita premono, però è giusto non mostrale in un momento che è, comunque, d’incontro. Ti vedo, dunque sei vivo, non t’hanno ucciso, non hanno piegato il tuo corpo né il sentimento. In genere sono ragazze e giovani donne a tenere alto lo spirito sul lato opposto, fra i rinchiusi della gabbia. Siedono accanto a soldatini dalla vista sperduta, costretti in questo caso non a un ruolo sanguinario e assassino ma al meno ingrato compito di vigilare sul pubblico. Ciò che non riescono a trasferire espressioni profondissime e occhi appassionati, lo dice la morbida gestualità di dita piegate a cuore, come fanno le fidanzatine innamorate. E l’altra metà, se è un ragazzo, stravede, e sorride, sorride finché può farlo se le membra non dolgono per i tanti colpi ricevuti in celle da duemetriecinquanta per due, dove ci si sta dentro in cinque. Dove si dorme a turno, distendendosi su un pavimento bagnato e indossando gli stessi panni ormai puzzolenti da mesi. E’ una visione forzata, ma rappresenta un’epifanìa, una sequenza di movimenti dolci dentro quei cubi a rete fitta che lasciano a malapena passare la luce, così che i corpi, alcuni emaciati dai digiuni, muovano anch’essi mani e braccia, tanto per rispondere o dire: sì, sono vivo, lo sono ancora. E riuscire almeno a salutare prima che, perentoria, una voce annunci con un grido l’entrata della Corte. Quella che può decidere la pena di morte. Oppure la sepoltura nelle “Scorpion” già esistenti e da costruire.

Video:  http://www.bbc.com/arabic/media-46526067

Pubblicato 18 dicembre 2018
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Jenin e la rimozione della realtà

– di Enrico Campofreda –
Jenin e la rimozione della realtà

Mohammad Bakri è un regista e attore palestinese con cittadinanza israeliana. E’ nato nel villaggio di Bi’ina, nella valle di Beit Hakarem, in piena Galilea, una zona a stragrande maggioranza musulmana, con una minoranza cristiana. In quel luogo, nell’aprile 1948, ha operato l’organizzazione terroristica ebraica denominata ‘Banda Stern’ facendo stragi di civili, distruggendo parte del villaggio. Nelle successive operazioni militari l’esercito di Israele ha sconfitto la resistenza arabo-palestinese e la gente di quel villaggio si è dispersa fra la fuga in Libano e l’impiego presso la comunità agricola ebraica di Nahalal. Bakri è nato nel 1953, quando lo Stato d’Israele insediato nella terra di Palestina aveva cinque anni. Poco più che ventenne s’è avviato alla carriera teatrale in Cisgiordania e Israele. Il suo sguardo s’è rivolto anche al cinema, spaziando sui terreni della sceneggiatura e documentaristica. Impegnate. Da qui sono cresciute la fama e gli ostacoli incontrati sul percorso artistico.

Nel 2002, quando la seconda Intifada era nel pieno delle sue giornate drammatiche e insanguinate, presentò un documentario che fece epoca “Jenin Jenin” dal nome d’un campo profughi palestinese situato Cisgiordania, a meno di trenta km da Nablus. Nel mese di aprile l’esercito israeliano aveva invaso quel campo ponendolo sotto stato d’assedio per una dozzina di giorni. Non fu permesso a nessuno, né a giornalisti né a organismi di controllo internazionale di seguire quelle operazioni definite antiterroristiche. Bakri, che assieme ad altri artisti aveva compiuto proteste non violente, penetrò con una camera il 26 aprile 2002, appena l’esercito di Tel Aviv si ritirò. Riprese e parlò con la gente scioccata. Ci furono testimonianze di violenza e massacri fra la popolazione. Il lungometraggio, montato a Roma e comunque diffuso nonostante gli ostacoli opposti dagli stessi Paesi arabi, subì attacchi da Israele che lo bollò insieme al regista di propaganda antisemita. Alle denunce per calunnia, presentate da militari israeliani contro Bakri, seguì nel 2006 un’assoluzione.

Ma tuttora quel film scottante, proibitissimo nelle comunità ebraiche di tutto il mondo, costituisce un fantasma. Recente è una nuova denuncia contro il regista lanciata da un altro soldato di Tsahal che si ritiene diffamato. Il regista israelo-palestinese continua a difendere più che se stesso il suo intento di sensibilizzare quella parte dei suoi concittadini che sulla spinta di quanto deciso dal Parlamento di Tel Aviv puntano alla discriminazione del milione di arabi tuttora presenti in Israele. Una nazione passata dall’apartheid alla esaltazione razziale col passo legislativo di considerare il Paese Stato ebraico. A quei concittadini ignari della storia di Jenin, come di quella della nascita di Israele, Bakri – in questi giorni in Italia per rilanciare fra gli altri quello stesso documentario – rivolge il suo appello ai cittadini d’Israele che non vogliono farsi manipolare da una politica non solo omologante, ma assolutista e razzista. Quando essi chiederanno una vita diversa, cadranno anche odio e oppressione.

Pubblicato 19 ottobre 2018
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dal blog Incertomondo
nel settimanale Libreriamo

 

 

Lo stallo Regeni e i balletti di Stato

  • Ha parlato direttamente col presidente Al Sisi, Roberto Fico, presidente a sua volta, del Parlamento italiano, dopo aver incontrato in precedenza l’omologo egiziano. Differentemente dal collega Di Maio, ha parlato esclusivamente del caso Regeni affermando che “le indagini sono a un punto di stallo”, cosa che Sisi sa benissimo semplicemente perché è il regista della palude in cui si dibatte l’Egitto dal 2013. Data della sua presa del potere, operata con un golpe, prima bianco e dopo quarantacinque giorni rosso sangue, colato dai corpi di centinaia di concittadini che il presidente dal sorriso gentile faceva massacrare dai suoi militari e poliziotti. L’Italia con gli esecutivi Renzi e Gentiloni ha fatto inizialmente la voce grossa, ha ritirato l’ambasciatore dal Cairo per poi rintrodurlo con l’alibi che avrebbe controllato da vicino (sic) i passi istituzionali della nazione sull’omicidio del ricercatore. Tutto questo dopo che gli stretti collaboratori di Sisi, finanche il ministro dell’Interno Ghaffar e quello degli Esteri Shoukry, coprivano i sottoposti esecutori di sequestro, torture e omicidio di Regeni. Sicuri dell’impunità che il nuovo raìs garantisce loro, visto che di arresti, sequestri, torture, galera, assassini e sparizioni l’Egitto dei militari di Sisi fa un uso sistematico. Come le peggiori dittature mondiali.

    Con questi sanguinari, pur dal rassicurante aspetto, i politici italiani pensano di dialogare. Se non sono proprio fuori di senno, possiamo pensare che inscenino anch’essi una sceneggiata. Fanno quel che i vertici d’una nazione devono fare, ma senza prendere contromisure nei confronti della chiarissima tattica della Sfinge in divisa che promette, ma tergiversa e soprattutto ostacola indagini e processo. Come abbiamo visto, in Egitto a processo vanno gli scampati dal massacro della moschea di Rabaa, l’Epifania di quel che Al Sisi avrebbe riservato al suo popolo, iniziando dagli odiati Fratelli musulmani, per passare a oppositori della sinistra giovanile, e socialisti, e giornalisti, e blogger e attivisti dei diritti. Tutti costoro hanno riempito le galere egiziane, mentre gli attuali presidenti e vicepresidenti cinquestelle e leghisti guardavano probabilmente ad altro, intenti a quell’avanzata elettorale volta a gabbare i claudicanti governi del Pd. Nel febbraio 2016 apparve in tutta la sua drammaticità la vicenda Regeni, uno scempio che confermava ciò che da anni era messo in cantiere dalla macelleria egiziana. La cui dirigenza, non a caso militare, rievocava i ‘garage Olimpo’ dell’Argentina di Videla. Come allora, la comunità internazionale ha taciuto e continua a farlo.

    L’Italia, parte offesa, si barcamena in goffe iniziative con l’Egitto, i cui vertici si beffano delle inchieste della procura di Roma, che ha esplicitamente denunciato le falsità e l’omertà del governo cairota. Altro che collaborazione! Altro che promesse di far luce! Sisi governa su una popolazione soggiogata o adescata col terrore, governa nel buio pesto delle prigioni dove in questi anni sono sparite attorno alle cinquemila anime. Questo denunciano talune Ong umanitarie che hanno dovuto abbandonare quel Paese per non finire esse stesse risucchiate nel gorgo della repressione. Si può dialogare con dei criminali travestiti da statisti? E’ la domanda che gli attuali esponenti delle Istituzioni italiane, dai Di Maio ai Fico, viaggiatori e interlocutori di Al Sisi, si sarebbero dovuti porre. Se sì, al di là di diplomatici balletti, che differenti misure prende il governo ‘gialloverde’ rispetto a quelli rosapallido del Pd? All’orizzonte non si vede nulla, se non moti autoreferenziali, attenti a non disturbare rapporti commerciali col partner egiziano, per gli affari dell’Eni che sono solo in parte affari nazionali. Essi potrebbero cedere il passo a una sana morale di quello stato di diritto che sosteniamo di difendere e che ‘l’amico Sisi’ ha  calpestato, facendo trucidare un nostro cittadino. Diventato uno di loro, una vittima di quel regime cui non dovremmo riservare colloqui e strette di mano, ma esplicite accuse.

    Pubblicato 17 settembre 2018
    Articolo originale
    dal blog di Enrico Campofreda

Ira saudita sull’Iran

E’ stato il principe saudita al-Jubeir, l’uomo imposto da Washington al cerchio magico di Mbs nel delicatissimo ruolo di ministro degli Esteri, a esternare pesantemente al Palazzo di vetro una litanìa risultata musica alle orecchie di Trump e della sua ambasciatrice all’Onu Haley. Tanto per ribadire la già nota fedeltà Jubeir ha parlato fra due angeli custodi che si chiamano Bolton e Pompeo e curano la sicurezza statunitense e la segreteria di Stato. Il ministra Saud senza voli pindarici ha esplicitato la necessità di far cadere la presidenza iraniana di Rohani, applaudendo al rinnovato embargo americano che ristabilisce muri in luogo delle aperture decretate dall’accordo sul nucleare firmato da Obama prima della chiusura del mandato. A sostenere il braccio di ferro trumpiano ci sono anche Emirati Arabi e Israele, tutti concordi nel propugnare uno scossone agli attuali vertici iraniani prima che lo Yemen si trasformi in quel Libano conosciuto dagli anni Ottanta in poi con la crescita politica e militare di Hezbollah. Dunque via i vertici di Teheran, con ogni mezzo.

Fra i mezzucci messi in atto non è certo, ma è plausibile, annoverare anche gli attentati che hanno di recente insanguinato la località di Ahvaz. Ovviamente nessun diplomatico presente all’Assemblea Onu fa riferimento a essi, ma il media ufficiale saudita (Al Arabiya) per mano d’un suo opinionista, fa diretto riferimento ad altre spine nel fianco del sistema, manifestazioni e scioperi che dalla fine dello scorso anno si susseguono in molte aree del Paese. Il malcontento sociale iraniano è diffuso, alimentato dalla caduta esponenziale del ryal, dalla sua perdita di valore e conseguente potere d’acquisto monetario che riduce sul lastrico i ceti medi sostenitori di Rohani. A politicizzare le proteste sarebbe la mai estirpata componente dei Mujaheddin del Popolo, la cui rappresentante Maryam Rajavi vive a Parigi in un esilio autoimposto. Il gruppo, che nella guerra civile del triennio 1980-82 assunse pratiche terroriste e stragiste, è da tempo chiacchierato per i molteplici sostegni offerti dalla Cia. E può benissimo prestarsi a organizzare turbolenze.

I sauditi, che tifano per loro senza nasconderlo, spererebbero che questa fosse l’opposizione iraniana in grado di stanare il regime degli ayatollah. Al di là della reale consistenza in Iran di tale gruppo, la lotta intestina fra i poteri forti di Teheran: da una parte gli orientamenti tradizionalisti di certo clero conservatore che ha trovato in Raisi l’esponente di punta e continua ad avere in Khamenei il garante della linea khomeinista, dall’altra il laicismo dei Pasdaran, negli ultimi anni in un totale compromesso coi chierici che s’è trasformato in diarchia. Non perfetta, poiché i riformisti fanno da terzo incomodo, vivo e attivo, e soprattutto non rinuncia a una presenza attiva la popolazione. Fra la gente, i fedeli al regime non mancano, come non mancano gli oppositori, sicuramente crescono i dubbiosi, quei ceti sociali sempre presenti sullo scenario nazionale e in molte fasi determinanti: studenti, commercianti, giovani donne sempre meno rurali. Bisognerà vedere quanti di costoro son disposti a seguire i proclami ideologici dei mujaheddin e quanti le promesse del clero, che militante e non, attualmente ha scarsa presa su una gioventù di certo meno combattente, non è detto meno combattiva.

Pubblicato 27 settembre 2018
Articolo originale
dal blog di Enrico Campofreda

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