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Kabul: Addio a vent’anni di sforzi

Tutti hanno scritto qualcosa sulla caduta di Kabul, ma io ho voluto aspettare. Intanto sono andato a rileggermi i libri e gli articoli scritti negli ultimi anni da giornalisti, militari e attivisti di ONG, sia italiani che americani e britannici, presenti comunque sul terreno: li trovo più attendibili di chi ora parla da “esperto”. Il quadro era più o meno coerente e pessimistico: molti progressi nel campo dell’educazione e dei servizi, ma scarso controllo del immenso territorio e seri dubbi sulle reali capacità del governo afghano e del suo esercito di sapersela cavare da soli. Quindi una situazione comunque tarata all’origine; incredibile è stata solo la velocità del collasso non appena ritirate quelle che gli afghani sentivano come truppe di occupazione straniere. La classe dei notabili afghani ha i suoi torti – la corruzione per prima – ma saprà poi adattarsi a chi è più forte. Noi invece abbiamo sprecato risorse e perso una guerra durata vent’anni. Dico “noi” perché dopo la missione Enduring Freedom (gestita da USA e UK) la missione ISAF e la successiva Resolute Support hanno impegnato a rotazione almeno 50.000 militari italiani (1). Dicono che abbiamo fatto un buon lavoro con la gente, ma è ancora presto per capire se i risultati saranno duraturi. Sicuramente la società afghana non è oggi quella di vent’anni fa (almeno nei grandi centri), ma confidare nei “talebani moderati” è perlomeno azzardato (2). Se democrazia significa dare spazio a tutti, un regime autoritario prevede al massimo l’accordo tra capi ed etnie. Se poi la democrazia può essere esportata o imposta, è un altro discorso. Le premesse per una vera democrazia non comprendono solo libere elezioni e candidati credibili, ma anche la divisione costituzionale dei poteri, una coscienza civile e soprattutto l’idea che chi perde non va ammazzato. Inutile poi aggiungere che la modernità è laica e che il diritto romano è stato scritto dagli uomini. Ma a leggere i siti filo-talebani (ora oscurati) trasuda ancora la retorica della “guerra di popolo” e la narrazione della gente che spontaneamente si schiera coi talebani, mentre è noto che nella guerra partigiana il controllo del territorio viene spesso gestito con modi spicci: o sei con noi o contro di noi.

Riavvolgiamo ora il film per capire insieme cosa non ha funzionato. Intanto, qual’era l’obiettivo al momento dell’invasione del 2001? La distruzione dei “santuari” dei terroristi ospitati dal regime dei talebani e la cattura di Bin Laden. Col tempo l’obiettivo è cambiato (vedi cronologia in fondo): la ricostruzione del paese e la creazione di un esercito nazionale afghano, anche se il presidente Biden dà valore solo al primo obiettivo. E qui le cose sono due: o ce ne siamo andati troppo tardi (morto Bin Laden, perché rimanere?) o troppo presto (la ricostruzione è incompleta). Io vedo invece uno schema analogo alla guerra del Vietnam, con le stesse fasi: prima si cerca di distruggere la guerriglia, poi si punta a consolidare la società civile, infine si affida alle forze locali la difesa del proprio destino. Salvo poi scoprire che la guerriglia è difficile da estirpare; che finanziare la ricostruzione richiede un serio controllo sulla gestione degli aiuti; e che addestrare i soldati locali secondo i nostri criteri funziona solo finché ci siamo dietro noi con la nostra superiore tecnologia e logistica. In ogni caso, l’obiettivo deve essere sempre uno solo e chiaro fin dall’inizio, come chiare devono essere le regole d’ingaggio per i nostri soldati. Ma se l’obiettivo non è chiaro o viene cambiato in corso d’opera (come successe in Somalia nel 1992) (3) i risultati possono essere disastrosi.

Passiamo all’altro problema: cosa sapevamo realmente dell’Afghanistan, un paese immenso, lontano, gestito da etnie diverse, privo di strade, difficilmente governabile dal centro, socialmente diverso, culturalmente arretrato e in più islamico? Questo non significa che militari, funzionari civili e volontari delle ONG non fossero onesti. Il problema è farsi capire dalla gente. In Afghanistan i Sovietici (1979-1989) crearono lo scontento con la collettivizzazione delle terre dei latifondisti, ma costruirono scuole, ospedali, strade, uffici e impianti sportivi. E soprattutto, tutto fu gestito direttamente. Sotto gestione americana invece la ricostruzione è stata affidata al Provincial Reconstruction Team (PRT)(4) gestito soprattutto da istituzioni e aziende private, magari non tutte serie e ideologicamente solide come Emergency del compianto Gino Strada, per non parlare delle intermediazioni parassitarie dei notabili locali e dei funzionari governativi. Frequente la lamentela della popolazione locale: tanti progetti, nessun attore, pochi cambiamenti nella condizione sociale ed economica della gente (5). Giusto ieri Emma Bonino ribadiva la priorità di una gestione pubblica e coordinata (europea) per gli aiuti umanitari e l’assistenza ai profughi. Altri progetti non sono partiti per la mancanza di sicurezza. Ma allora il problema era posto male: la priorità era la parte militare; nessuna impresa civile rischia uomini e capitali se non vengono garantite le ordinarie misure di sicurezza. E ora le immense risorse minerarie scoperte nel 2010 saranno sfruttate da altri, sempre che i talebani garantiscano la sicurezza: si tratta di gestire enormi investimenti per un arco di decenni, vista la mancanza di strutture e di infrastrutture. In fondo basta l’oppio. Sono stati spesi miliardi per convincere i contadini a coltivare qualcosa di diverso e non ha funzionato. Non sono poi stati distrutti i campi d’oppio per mantenere il consenso dei contadini ed evitare che andassero coi talebani. E non ha funzionato neanche quello. Colpa nostra: l’oppio lo esportano, ma i clienti siamo noi.

Altro errore: voler costruire un esercito nazionale afghano modellato su quello americano, con tutta la tecnologia e l’appoggio di fuoco che hanno solo loro. Quasi 90 miliardi di dollari buttati, più tutte le armi e i mezzi regalati ora ai talebani. I comunicati ufficiali anche italiani (6) sono sempre stati ottimisti, anche se si doveva ammettere che le reclute afghane erano analfabete e poco motivate e che frequenti erano i malintesi dovuti a differenze culturali. Gli afghani sono guerrieri duri e coraggiosi, ma solo finché si battono alla maniera loro, cioè con la guerriglia e per bande tribali. Arruolare reggimenti di linea formati da analfabeti e dotarli di armi moderne significa creare una totale dipendenza da specialisti stranieri e dall’appoggio dell’aviazione. In più – per ovvi motivi – gli eserciti NATO dovevano avere meno perdite possibili, quindi la prima linea toccava a loro, agli afghani. In fondo dovevano difendere casa loro o no? Ma anche con tutto l’appoggio di fuoco possibile, quella che si è rivelata debole è la motivazione dei soldati afghani, vista anche la corruzione dei comandanti, fino a giungere a una sorta di 8 settembre in salsa afghana. Un aspetto sottovalutato è che la guerriglia non si può separare dalla politica: le poche vittorie reali (come quella degli inglesi in Malesia, 1948-1960) si devono a un’accorta gestione sia militare che politica della situazione, evitando rappresaglie sulla popolazione civile.

Infine, mi viene in mente una frase che pronunciò il gen. Franco Angioni in una conferenza sulla Bosnia: non si deve mai negoziare senza un deterrente.  Trump invece nei colloqui di Doha con i talebani ha concesso tutto senza condizioni. A parte l’esclusione del governo afghano (come dire…), nessuno degli impegni sottoscritti (ma il testo ufficiale potrebbe avere clausole segrete) era controllabile sul terreno. Anche se i cittadini statunitensi si erano stufati di finanziare una guerra lontana dai propri confini e anche se – a parte Bush jr. – tutti gli altri presidenti (Obama, Trump, Biden) in fondo volevano solo uscire dalla trappola afghana, le modalità accettate da Trump e addirittura affrettate da Biden sono oggettivamente un disastro. Che senso ha – come ha fatto Obama nel 2014 – fissare la data del ritiro? E’ chiaro che il nemico aspetta. Peggio ancora ritirare prima i soldati e poi i civili, salvo dover rimandare i soldati a gestire l’esodo disordinato dei propri collaboratori. Il ponte aereo da Kabul ricorda quello di Berlino del 1948, ma il contesto è diverso: caos completo e il rischio reale di non poter evacuare tutti gli afghani in pericolo: non ci sono proroghe e gli alleati della NATO non sono stati neanche sentiti, come se fossimo solo i vassalli degli americani. Le perdite alleate sono oltre il migliaio, abbiamo anche noi sputato sudore e sangue e alla fine neanche chiedono il nostro parere, dimostrando un atteggiamento diciamo unilaterale. Si auspica da parte della NATO – gli europei e i canadesi, intendo – una minore passività. La NATO era nata per difendere l’Europa, ma poi è diventata una coalizione buona per fare la guerra in mezzo mondo. Peccato che siano tutte guerre perse o a metà.

Infine: in che mani siamo? Stiamo parlando di professionisti della politica, della guerra e delle scienze sociali che hanno studiato nelle più prestigiose scuole e centri di ricerca e una volta in pensione sono assunti dalle industrie o diventano esosi conferenzieri universitari. Suggerisco la lettura di due documenti reperibili in rete. Il primo è uno studio sulla discrasia fra presidenti che non capiscono niente di cose militari (con l’eccezione di Eisenhower, che era un generale) e i militari che sanno gestire la parte tecnica di una guerra ma non ne capiscono le implicazioni politiche e sociali (7). L’altro documento è una lunga intervista al generale Petraeus, probabilmente il miglior comandante americano degli ultimi anni (8). Gli errori sono elencati tutti, e detto da lui possiamo crederci: aveva realmente stabilizzato l’Irak e contribuito al più recente manuale di contro-insurrezione, dove si tiene conto forse per la prima volta della cura per la popolazione civile (9)

Ma i risultati finali li vediamo nelle masse di disperati all’aeroporto di Kabul, più quante ne vedremo nei prossimi mesi. Perché un paradosso delle guerre recenti è che la ricostruzione del paese liberato non è più a carico del vincitore, come all’epoca del piano Marshall, ma di chi ha perso, il quale per sensi di colpa o per escludere i cinesi o pur di non vedersi occupato da mezzo milione di profughi poveri e musulmani è ben disposto a sostenere economicamente il nemico vittorioso.

NOTE

  1. CRONOLOGIA: 7 ottobre 2001 – Parte l’Operazione Enduring Freedom. Stati Uniti e Regno Unito avviano una campagna di bombardamenti aerei contro Al Qaeda e i talebani, mentre sul terreno va avanti l’offensiva dell’Alleanza del Nord. 14 novembre – Kabul cade, i Talebani si ritirano nella roccaforte di Kandahar, che cadrà il 9 novembre, segnando la fine dell’Emirato islamico. 5 dicembre – l’Onu forma l’International Security Assistance Force (ISAF) per mantenere la sicurezza in Afghanistan e assistere il governo di Kabul. Dell’ISAF farà parte anche un contingente italiano, schierato prima Kabul e poi a Herat. Aprile 2002 – George W Bush propone un piano per la ricostruzione dell’Afghanistan. 1 marzo 2003 – Il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld dichiara la “fine dei combattimenti”. L’8 agosto la Nato assume la responsabilità della missione ISAF. 14 dicembre 2003 – La Loya Jirga con 502 delegati prepara una nuova costituzione afgana. 9 ottobre 2004 – Hamid Karzai vince le elezioni ed è proclamato presidente della Repubblica islamica dell’Afghanistan. Nel 2009 Karzai viene confermato per un secondo mandato. 2005 – Insurrezione talebana dopo la decisione del Pakistan di collocare 80.000 soldati al confine con l’Afghanistan. Luglio 2006: si moltiplicano gli attacchi suicidi e gli attentati con mine stradali. Maggio 2009 – Il Pentagono nomina capo delle operazioni militari il generale Stanley McChrystal, che teorizza la necessità di ridurre i “danni collaterali”, cioè le vittime civili. Dicembre 2009 – Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama invia altri 33mila soldati statunitensi in Afghanistan. In totale le truppe internazionali sono 150mila. 1 maggio 2011 – In un raid in Pakistan, truppe speciali Usa uccidono Osama bin Laden. Dicembre 2011 – Conferenza di Bonn per avviare il ritiro delle truppe internazionali e la ricostruzione dell’Afghanistan. Giugno 2013 – L’ISAF trasferisce la responsabilità della sicurezza alle forze afgane. Il 21 dicembre 2014 Ashraf Ghani e il rivale Abdullah Abdullah si accordano per dividere i ruoli nell’amministrazione dell’Afghanistan. 28 dicembre 2014 – L’ISAF lascia il posto a Resolute Support, con compiti di assistenza alle forze afgane. Agosto 2017 – Donald Trump rende pubblica l’intenzione di ritirare le truppe il prima possibile. 2018 – Talebani e delegati Usa avviano trattative di pace ad alto livello a Doha, in Qatar; il testo è firmato il 29 febbraio 2020.  Finalmente il 30 giugno 2021 i soldati italiani tornano a casa da Herat. Agosto 2021: il finale lo vediamo ogni giorno.
  • Ennio Flaiano disse una volta: “ma che significa sano erotismo? Come dire una bella dentiera”.
  • Nel 1992, la grave crisi umanitaria che stava sconvolgendo la Somalia indusse le Nazioni Unite ad un intervento armato nella regione, concretizzatosi con le missioni UNOSOM I (1992), UNITAF (1992-1993) e UNOSOM II (1993-1995). Tuttavia una cattiva gestione delle operazioni vanificò l’intervento. Anche qui gli Stati Uniti crearono non pochi problemi cambiando da un giorno all’altro la natura della missione e mettendo i nostri soldati nei guai.
  • In sigla, FM 3-24.2 (FM 90-8, FM 7-98). Scaricabile in rete

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Mediterraneo: Egemonia dell’Egeo

In questo momento la Turchia di Erdogan è in piena politica di espansione geopolitica nel Mediterraneo e l’Italia sta a guardare, rimproverando all’attuale ministro degli Esteri l’abbronzatura piuttosto che la sua inconsistenza. Eppure c’è stato un periodo in cui l’Italia non solo ha combattuto una prima volta  l’Impero Ottomano con la guerra di Libia e l’occupazione del Dodecaneso (1911-12), ma nel 1919 ne ha addirittura occupato una parte in Asia minore, ritirandosene solo nel 1922. Una proiezione di potenza impensabile oggi, dovuta a circostanze eccezionali, ma tutto sommato una pagina di storia italiana poco nota, che vale invece la pena di riesumare per la sua attualità. La storia ci riporta alla fine della Grande Guerra, con la disgregazione di tre imperi: germanico, austro-ungarico e ottomano. Quest’ultimo, pur difendendosi bene sui Dardanelli, alla fine della guerra perse le sue componenti arabe e africane, più l’Armenia cristiana ed era quasi sul punto di veder nascere alle frontiere uno stato curdo. In sostanza gli equilibri post-bellici seguivano il patto segreto Sykes-Picot (dal nome dei due negoziatori, uno inglese e francese l’altro), che assegnava il mandato sulla Siria alla Francia e la Palestina più la Mesopotamia agli Inglesi, tradendo di fatto il nazionalismo panarabo pur appoggiato dagli inglesi stessi (ricordate Lawrence d’Arabia?). Segreto e discutibile, era un patto che comunque avrebbe regolato per un secolo l’equilibrio del Medio Oriente, assente in questo caso il presidente americano Wilson, che ben altri guai avrebbe causato con le sue confuse idee in materia di nazione e autodeterminazione dei popoli. Le pretese italiane nell’Adriatico e in Asia minore risalivano comunque al Patto di Londra (1915); davano per scontata lo smembramento degli imperi centrali, ma non potevano prevedere l’intervento del presidente Wilson, l’ostilità franco-inglese verso un Mediterraneo “italiano”, e soprattutto nessuno metteva in conto il peso dei futuri nazionalismi: slavo, albanese e turco. La politica estera italiana alla fine riuscì solo a ottenere il Brennero, giustificato da reali motivi strategici (ancora nel 1943 i tedeschi occuparono l’Italia passando da quel valico), mentre poco o nulla ottenne in Adriatico. Il controllo sul Dodecaneso garantiva invece una buona base per la costa turca, e infatti da lì partì il corpo di spedizione che occupò la zona di Adalia, dove era registrato un interessante bacino carbonifero. Anche se prevista dal Patto di Londra del 1915, l’iniziativa italiana apparve come un colpo di mano per compensare la “vittoria mutilata” in Dalmazia; irritò Francesi e Inglesi e soprattutto il governo greco, estraneo a quel patto e che aspirava ad occupare parte dell’Anatolia. In assenza della delegazione italiana capeggiata dal presidente del consiglio Orlando, alla conferenza di pace di Parigi, la Grecia riuscì ad ottenere dal Consiglio Supremo il permesso di intervenire sulla costa egea dell’Anatolia. Il 15 maggio 1919, pertanto, l’esercito greco operò uno sbarco a Smirne. L’attrito con l’Italia fu risolto con un accordo segreto (ancora un altro!) sottoscritto il 29 luglio 1919 dal nostro Tittoni e dal greco  Venizelos, in cui l’Italia rinunciava a Adalia e alle isole del Dodecaneso salvo Rodi, in cambio dell’appoggio greco a un mandato italiano sull’Albania. Tale accordo, peraltro, fu denunciato dal successivo Ministro degli esteri italiano Carlo Sforza (giugno 1920), né gli Albanesi (mai chiamati in causa) lo volevano. La Conferenza di Pace di Parigi per queste zone si risolse nel Trattato di Sèvres (10 agosto 1920), che riconosceva all’Italia una zona di penetrazione economica su Adalia e dintorni, oltre al possesso del Dodecaneso, e l’occupazione greca di Smirne e i suoi dintorni. Era un altro trattato di carta: i nazionalisti turchi guidati da Kemal Atatürk dichiararono defunto l’Impero Ottomano, nulle le sue firme e passarono alla riscossa, costringendo entro il 1922 i Greci a ritirarsi da Smirne. Il governo italiano dal canto suo utilizzò la base di Adalia per armare e addestrare le truppe di Atatürk contro i Greci, intuendo da che parte stava la vittoria e sperando in futuri vantaggi non ben definiti. Il contingente italiano fu ritirato entro il 1922 e il Trattato di Losanna (1923) sottoscritto con la nuova Repubblica Turca confermava all’Italia il possesso del Dodecaneso e riconosceva per la prima volta la sovranità italiana sulla Libia, ma non le accordava nessuna zona di influenza economica né di occupazione militare in Anatolia. Come si vede, le potenze vincitrici della Grande Guerra avevano fatto i conti senza l’oste, in una proiezione di potenza imperialista che sottostimava l’ascesa dei nazionalismi che il dopoguerra stesso aveva esasperato dalla disgregazione degli Imperi centrali. La stessa Italia irredentista alla fine si comportava esattamente come i suoi alleati imperialisti, senza che all’epoca nessuno notasse la contraddizione. Forse anche per questo, di questa italica avventura nella memoria resta poco o niente. Gli unici che la ricordano con orgoglio sono i Carabinieri: inviati sia ad Adalia che a Costantinopoli in collaborazione con la gendarmeria turca, esercitarono in modo imparziale le loro funzioni e contribuirono a evitare scontri etnici e vendette private. Responsabile dei Reali Carabinieri in organico alla spedizione italiana era un nobile fiorentino, il colonnello Balduino Caprini. Un nome da ricordare.

Turchia: Erdogan gioca con il passato e il futuro

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La Turchia continua a percorrere la sua strada verso una sua modernizzazione che da laica si trasforma in osservante di un islam miscelato da una religiosità e da un nazionalismo espansionista.

Dopo il trattato di Sèvres (Francia, 1920) inizia una nuova Turchia, privata di tutti i territori arabi, senza l’impero, sotto la guida di Mustafa Kemal Atatürk e dopo l’epurazione armena, con le università che si aprono agli insegnanti occidentali, ebrei e cristiani, ridimensionando l’influenza del clero islamico nella vita politica.

L’impero ottomano era finito, i paesi occidentali si erano spartiti le sue spoglie, gli attriti con la Grecia non avevano termine, ma fu riconquistata nel 1936 la sovranità sugli stretti del Bosforo e dei Dardanelli; il massacro degli armeni  non è mai stato un crimine di uno stato laico o religioso.

Il presidente sultano Recep Tayyip Erdogan guarda al futuro con un terzo ponte sul Bosforo, realizzato in poco meno di tre anni, con 8 corsie e 2 linee ferroviarie; poi il tunnel, sotto per collegare la sponda asiatica con quella europea della città, per l’autostrada Eurasia, il progetto di un canale di 43 km a Istanbul, contestato dalle “opposizioni” e ambientalisti perché mette a rischio le riserve idriche della città, solo per evitare il Bosforo il nuovo avveniristico aeroporto di Istanbul.

Nei progetti della grande Turchia è compresa la realizzazione di una serie di dighe per la razionalizzazione dell’acqua a fini idroelettrici e agricoli, che coinvolge il bacino del Tigri ed dell’Eufrate, nell’area dell’antica Mesopotamia, attuando uno sradicamento delle popolazioni che si vedono sommergere i loro villaggio e parte delle loro storia, mentre i monumenti ritenuti di interesse storico vengono decontestualizzati e portati in siti adiacenti.

Un intervento già effettuato, ai fini degli anni ’70, in Egitto per realizzare la diga di Assuan, spostando la Valle dei Re in collina, per uno sviluppo interno, ma nel caso turco vi è anche un’affermazione di prepotenza, comandando il flusso delle acque del Tigri, erogando parsimoniosamente l’acqua all’Iraq e alla Mesopotamia.

Una diga che sommergerà l’80% di Hasankeyf, con la sua storia millenaria di epoca neolitica, romana, bizantina e ottomana, lasciando ai turisti una selezione delle vestigia come una moschea e il mausoleo di Zeynel Bey.

Da una parte i sacrifici subiti dalle popolazioni per una modernizzazione senza scrupoli, dall’altra le scelte senza esitazioni per un salto a ritroso, cancellando 86 anni di stato laico, per portare Santa Sofia a status di moschea.

Atatürk aveva preferito trasformare la basilica bizantina in museo, evitando che un luogo continuasse ad essere causa di discordia tra la comunità cristiana e quella islamica, ma il nuovo sultano è di diversa opinione, come lo è riguardo ai rapporti donna uomo, mostrando “sensibilità” alle pressioni di alcuni gruppi islamisti per il ritiro della Turchia dalla Convenzione di Istanbul del 2011 sulla prevenzione e la lotta alla violenza di genere, mentre si consuma un altro assassinio di una studentessa universitaria di 27 anni dove il principale sospetto è l’ex fidanzato di 32 anni.

Mentre il governo turco ci pensa quello polacco sta iniziando il processo per disdire la Convenzione di Istanbul, adducendo come giustificazione la presenza nel testo di «concetti ideologici» estranei alla Polonia, tra i quali il concetto di sesso socio-culturale contrapposto al sesso biologico, perché l’attuale legge polacca tutela i diritti delle donne.

Due differenti governi che condividono la stessa visione di subordinazione della donna e del progresso come un enorme restyling delle città, per essere limitato agli aspetti esteriori, come le ruspe sui simboli laici e l’abbattimento degli alberi a Gezi Park, stravolgendo la piazza delle grandi proteste di massa, e la demolizione del centro culturale Ataturk, essendo un edificio “fatiscente”, ma soprattutto perché luogo della protesta silenziosa del coreografo Erdem Gunduz, con il ritratto di Mustafa Kemal, Ataturk, il fondatore della Turchia moderna, come elemento scenografico, piazzandosi davanti guardandolo negli occhi, in silenzio, per poi essere imitato da migliaia di persone.

Il sultano ha fatto edificare la Grand Mosque Camlica, la più imponente moschea della Turchia, nel quartiere asiatico di Istanbul, per testimoniare una grandezza economica del paese e per rafforzare il suo potere, inducendo ogni voce critica al silenzio, dopo aver imprigionato migliaia di persone sospettate di aver complottato contro il governo, e fatto chiudere decine di organi d’informazione, ora ha fatto approvare una legge per un maggior controllo sui social media, obbligando Facebook, Twitter e Youtube di avere un referente locale, responsabile sui contenuti e l’eventuale rimozione.

Il progresso della Turchia verso l’oscurantismo censorio, non limita i sogni e le ambizioni del sultano a trovare qualche ettaro di terra in Siria da annettersi, ma impone la sua influenza in Albania e Libia, a trovare dei porti sicuri in Africa, per un’ambizione nazionalistica espansionistica, per stravolgere la Storia.

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Qualcosa di più:

Egitto e Turchia: i Presidenti si ripetono
Egitto: Una Primavera che non è fiorita
Egitto, ingabbia i Diritti
Egitto e caso Regeni: la polveriera egiziana
Omicidio Regeni. Diritti civili intesi dagli alleati ingombranti
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Egitto: un bacio eversivo. Tutti in piazza il 30 agosto
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L’Egitto si è rotto
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Egitto, democrazia sotto tutela
Primavere Arabe: il fantasma della libertà
Mediterraneo megafono dello scontento

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Turchia: un regime che vuol governare facile
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Turchia: la diplomazia levantina
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Migrazione: il rincaro turco e la vergognosa resa dell’Ue
Migrazione: La sentinella turca
Erdogan, il pascià autocrate

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Confini / Limes

I confini sono una creazione moderna: nei tempi antichi il Limes era presidiato, ma in maniera meno burocratica di adesso. Indicava piuttosto la fine del territorio dove era esercitato il potere dello Stato, magari lì affidato ai legionari con famiglia o delegato alle comunità locali romanizzate. Al di là del Limes non c’era il contatto immediato con un altro impero, ma piuttosto un continuo attrito di frontiera in vaste aree incolte ancora prive di governo o abitate da nomadi. Nel  lessico romano dopo l’ager venivano il campus e infine la silva, ovvero: campi coltivati, terreni forse colonizzabili e zone selvagge. Anche se in ampie aree del pianeta il controllo statuale è spesso solo formale per mancanza di strutture o semplicemente di popolazione, oggi una zona senza stato è solo la conseguenza di un collasso politico (come in Libia), il concetto di confine essendo organico allo stato nazionale. Almeno in Europa i confini sono diciamo razionali: le Alpi dividono le popolazioni italiane da quelle francesi, tedesche e slave; i Pirenei sono lo spartiacque tra francesi e spagnoli, mentre i lunghi fiumi del Nord fissano i confini nel senso dei meridiani: il Reno spartisce francesi e tedeschi, l’Oder fissa la frontiera tra tedeschi e polacchi, dopo la Narva ai baltici subentrano i russi. Ovviamente esistono sempre minoranze stanziate dalla parte sbagliata, ma è solo la Guerra Fredda ad aver fissato per più di quarant’anni confini presidiati quanto artificiali; altrimenti c’è sempre una logica, a meno che uno stato non decida di spostare popolazioni allogene da un’altra parte, come fecero i Turchi Ottomani nei Balcani o nel Baltico i Sovietici. Ma in quel caso possiamo parlare di movimenti metanastatici, ovvero spostamenti demografici interni agli imperi. I friulani iniziarono a emigrare quando la fine dell’Impero austro-ungarico impedì loro di lavorare a stagione in Polonia come facevano da sempre. E a scatenare la seconda Guerra Mondiale furono anche le nuove frontiere decise dai vincitori della prima, e non a caso gli Americani nel 1945 impedirono agli alleati altre annessioni territoriali, mentre per i sovietici e gli jugoslavi il discorso fu ben diverso: ai polacchi fu tolto una parte di territorio a est, compensato da una parte della Prussia orientale, mentre la Jugoslavia di Tito oltre l’Istria  stava per annettersi Trieste ma almeno in quello fu fermata da Churchill. Oggi il confine è aperto, ma per anni al porto mancava il naturale entroterra commerciale proprio per la rigidità dei confini.

Ma ora andiamo ora in Africa. I giornali dicono che gruppi terroristici si muovono tra Mali, Niger, Burkina Faso e Ciad, sconfinando magari in Libia o in Mauritania. Ebbene, invito tutti ad aprire un atlante De Agostini o Google Maps: i confini tra quegli stati africani sono tirati con riga e compasso, uniscono zone quasi a casaccio, fanno convivere etnie diverse o le dividono dall’etnia omologa. Disegnate sulla carta ma non sul terreno, quelle frontiere non sono presidiate se non da rade pattuglie del deserto, né hanno senso per gli allevatori nomadi Tuareg e Tebu. Neanche ho idea di come accorgersi di aver sconfinato, visto che non ci sono posti di dogana o reticolati. Eredità coloniale, ma drammaticamente presa sul serio dai giovani stati africani, che hanno accettato senza mai discutere le vecchie linee di confine a suo tempo  disegnate dai diplomatici europei su carte geografiche magari anche imprecise. In maniera non meno drammatica, l’Impero Ottomano fu smembrato dopo la prima Guerra Mondiale. L’accordo segreto anglo-francese Sykes-Picot (1916), anche se è durato 100 anni, si è inventato l’Iraq, il Libano e la Siria, più la Palestina affidata agli Inglesi, con i risultati che sappiamo. Ma se i confini tra Iraq e Iran sono soltanto convenzionali e seguono in gran parte l’Eufrate, dalla parte del Tigri la situazione non è lineare. In ogni caso i grandi fiumi – Danubio, Volga, Tigri ed Eufrate – spesso non dividono ma uniscono, specie se navigabili.

Sia chiaro che i confini hanno comunque un senso: quando ho fatto il militare a Trieste negli anni Settanta del secolo scorso ho capito a che serve un confine e perché va difeso, concetto oggi dilavato e ambiguo, vista l’ondivaga politica estera italiana. Ma che senso ha difendere con muri e reticolati Ceuta e Melilla, due antieconomiche exclave spagnole (cioè formalmente europee) in Marocco? Difenderle dagli africani, quando sono Africa? Nel 2020 non dovrebbero semplicemente esistere.

Morale? Le frontiere dovrebbero deciderle direttamente le popolazioni. Spagnoli e portoghesi si ignorano e la linea di confine è la stessa da mille anni. Noi italiani abbiamo la fortuna di avere le Alpi, che sono confini naturali come i Pirenei. Ma erigere muri non serve (l’ultimo è la Brexit), o almeno è antieconomico. L’idea può non piacere, ma è la realtà. Quando poi le Nazioni Unite stabiliranno che ognuno può andare dove gli pare senza dare spiegazioni, allora sarà realmente una nuova era.

Orano, la città dei leoni e della musica

  • di Khalid Valisi

Una vera e propria “Tortuga del Mediterraneo”; Orano è una città che nel tempo ha saputo affascinare marinai di ogni dove, la cui esperienza si è poi riversata nel Raï, genere simbolo dell’intera Algeria.

Orano, la città dei pirati e dei leoni

Il nucleo originario della città venne fondato nel 903 d.C. da dei mercanti omayyadi andalusi che riconobbero fin da subito la potenzialità di quest’area. Il nome, secondo la tradizione, viene fatto risalire dalla radice tamazight “hr”, che in berbero indica il leone, animali che avrebbero popolato a lungo quest’area.In poco più di 200 anni l’insediamento divenne sempre più ambito, tanto da cadere nelle mani della dinastia zayyanide prima e del regno di Spagna poi.

Orano
Barbarossa, colui che partorì l’eyalet d’Algeria

Gli iberici, infatti, avevano da tempo posto le loro mira sulla costa africana, riuscendo ad occupare luoghi come Melilla ed Algeri. Con la presa da parte degli europei nel 1509, la città, così come l’intera Algeria, divenne luogo ambitissimo per operare razzie e saccheggi, tanto che buona parte dei successivi attacchi ottomani avvennero proprio per mano di corsari. Quest’ultimi conquistarono definitivamente Orano nel 1791, venendo però scacciati ancora una volta ad inizio ‘800 dai francesi.

La dominazione francese e la nascita del Raï

Con la dominazione dei transalpini, la città conobbe un enorme sviluppo, diventando seconda solo capitale per grandezza ed attirando al suo porto moltissimi esuli di ogni dove. Orano era infatti popolata, oltre che da francesi, ebrei ed arabi, da italiani, spagnoli e beduini amazigh, i quali contribuirono a donare alla città un substrato culturale unico nel suo genere.

raï
Il Rai in una foto

A partire dal 1930, infatti, proprio qui si andrà a diffondere la musica Raï, nuovo genere musicale che sfruttò appieno la posizione del centro per diffondersi in tutto il paese, diventando, de facto, la musica algerina per eccellenza. Con l’indipendenza acquisita nel 1962, però, tale musica comincerà ed essere sempre più malvista da uno stato che si identificava in primis come “arabo e musulmano”, tanto che si dovrà attendere addirittura il 1985 per vedere il primo festival di Raï ad Orano. Tutt’oggi la città è uno dei maggiori centri culturali del paese e la seconda città per numero di abitanti.

Khalid Valisi
di gennaio 2020
Articolo originale
dal blog Medio Oriente e Dintorni