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Turchia: in barca alla Biblioteca di Celso

Turchia: in barca alla Biblioteca di Celso

Fare della spianata di Efeso un’oasi archeologica collegata al Mar Egeo è uno dei sogni da Terzo Millennio della cangiante Turchia di Erdoğan. Il governo del premier Yıldırım, tramite l’apposito ministero che cura acque e foreste, ha lanciato un concorso per la realizzazione di un canale che porti direttamente dalla costa il turismo in visita allo storico sito. E’ previsto lo scavo di poco più di sei chilometri di canale e un’apposita commissione dovrà scegliere fra 35 progetti. Afferma un comunicato ufficiale: “Un ingresso della lunghezza di seicento metri, in struttura di pietra locale, permetterà l’accesso di yacht e imbarcazioni con una zona di ancoraggio. Accanto sorgerà un ponte per veicoli e pedoni, e mentre le perforazioni geologiche sono terminate ci si appresta a decidere chi eseguirà i lavori”.  L’idea non è nuova, circolava sin dagli anni Novanta, lanciata dal partito repubblicano della municipalità di Selçuk, cui appartiene il distretto. E’ stata rispolverata e inserita nei mega progetti di modernizzazione che hanno caratterizzato i governi dell’Akp da quando Erdoğan, da sindaco di Istanbul è diventato primo ministro, quindi presidente di una nazione che, sulla sua spinta, ha trasformato la Costituzione in un presidenzialismo fortemente accentratore. Secondo i sostenitori un innovatore, restauratore invece – e non in senso architettonico – per i detrattori Erdoğan si è speso moltissimo per trasformare il volto del Paese anche attraverso grandi opere. Tutto è partito da Istanbul, metropoli-simbolo della rinnovata Turchia, cui il presidente tiene in particolar modo, considerandola naturale proscenio della sua ascesa al potere.

Dal 2007 sono sorti: il secondo aeroporto (Sabiha-Gökçen nella Istanbul asiatica), ulteriori ponti sul Bosforo e il tunnel sotterraneo, il secondo canale che smaltisce il traffico navale da e verso il Mar Nero. La smania di cambiamenti che lasciano il segno ha rappresentato la delizia e la croce per il suo propugnatore. Le accuse di tangenti che hanno seguìto certi lavori rappresentano uno dei problemi politici con cui Erdoğan s’è scontrato negli ultimi anni. Ne è coinvolto il clan familiare, col figlio, fratello e cognato dello statista nel sospettato ruolo di collettori dei guadagni straordinari, e depositi bancari ben celati nel paradiso fiscale dell’isola Man. Solo i gravosi problemi che il coriaceo politico turco ha dovuto affrontare nelle crisi internazionali (guerra in Siria) e interne (ripresa dello scontro coi kurdi, tentato golpe contro di lui, attacchi terroristici) hanno messo in secondo piano la vicenda della presunta corruzione, che egli taccia di  congiura politica. Attualmente il progetto del canale verso Efeso non è implicato in nessuno scandalo, però trova perplessità in alcuni  studiosi che temono lo squilibrio di un sottosuolo che si è conservato per millenni. Geologi fanno notare come l’intera regione su cui insiste il sito archeologico sia un terreno di riporto. E c’è chi lancia quest’allarme: con la creazione del naviglio i tratti più invasivi del traffico turistico, che ora si svolgono a Kuşadası (dal controllo passaporti alla presenza di botteghe di souvenir) si riverserebbe sulle banchine dell’area archeologica, facendo perdere al luogo la magìa di un’estatica apparizione. Eppure non contenti, sfrenati sostenitori dell’innovazione sotto braccio a focosi impresari prevedono un ulteriore “servizio”: l’aeroporto di Efeso. Rombante, presso le colonne della mitica Biblioteca.

Enrico Campofreda

Pubblicato 1 dicembre 2017
Articolo originale
dal blog Incertomondo
nel settimanale Libreriamo

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Gaza, l’età del bronzo sacrificata alle case

Gaza, l’età del bronzo sacrificata alle case

Il bisogno di case opposto al desiderio di cultura. Su questo discutono gli uffici del Ministero per le abitazioni e un gruppo di archeologi che ha lavorato in un sito risalente all’età del bronzo scoperto venti anni addietro. Accade nella Striscia di Gaza, 360 chilometri quadrati divisi in cinque aree: Rafah, Khan Yunis, Deir al-Balah, Gaza city, Nord di Gaza, dove si addensano 1.700.000 abitanti, cioè 4.570 abitanti per ogni quadrato di chilometro. Con un’autodeterminazione periodicamente soffocata da aggressioni armate di Israele che mietono vittime soprattutto fra i civili, tre devastanti nell’ultimo decennio: Piombo fuso, Pilastro di Difesa, Margine di protezione con circa 4000 morti. E il noto stato di perenne aiuto internazionale dovuto al controllo delle frontiere, operato sul confine egiziano e su quello israeliano dalle Forze Armate di Tel Aviv che spesso impediscono alle merci di entrare e uscire, contraendo o azzerando le poche attività produttive interne. Bloccare il lavoro e creare disoccupazione è una delle strategie usate da Israele per piegare i gazawi, aggravandone le condizioni esistenziali, mentali e fisiologiche. Dati dell’Onu segnalano come l’80% di quella popolazione vive in condizione di estrema necessità o di palese povertà.

Questo panorama conduce gli stessi amministratori a trattare quasi esclusivamente temi primari: sicurezza, nutrizione, abitazioni. Così Ibrahim Radwan, il ministro che s’occupa del problema della casa, questione in continua emergenza, viste le reiterate distruzioni del territorio operata dall’aviazione d’Israele, afferma: “Il nostro bisogno abitativo è enorme, per la sovra popolazione e le distruzioni attuate dai sionisti. Ovviamente teniamo in considerazione la storia, che è anche vita e cultura dei palestinesi, ma dobbiamo cercare un compromesso fra le due necessità”. Più che al compromesso il governo di Hamas pensa a offrire un tetto agli sfollati. E poiché talvolta le demolizioni di edifici ampiamente devastati non è resa possibile dalla mancanza di grandi pale meccaniche o di esplosivo per abbattere le armature di cemento, gli scheletri restano e si cercano nuovi spazi per le costruzioni, cui non sfuggono aree d’interesse archeologico. Chi ha lavorato agli scavi ha recuperato anfore e altri reperti, conservati in appositi magazzini per l’archiviazione prima di essere esposti. Comunque sottolinea che un luogo simile può offrire chissà quante altre sorprese, sacrificarlo per delle costruzioni è un sacrilegio. Un comitato di cittadini ha anche manifestato per preservare la zona da ruspe e sbancamenti, però la burocrazia e il realismo socio-politico incombono e per ora non si fermano.

Enrico Campofreda

Pubblicato 3 novembre 2017
Articolo originale
dal blog Incertomondo
nel settimanale Libreriamo

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Migrazione: L’ipocrisia sovranazionali

L’Onu rimprovera l’Unione europea, giudicando “disumana” la cooperazione con la Libia per la gestione dei flussi dei migranti. Precedentemente era il Consiglio d’Europa a chiedere chiarimenti a Roma sugli accordi con la Libia nella gestione dei flussi migratori, il ministro dell’Interno Marco Minniti cerca di rassicurare il Commissario europeo per i diritti umani Nils Muiznieks, affermando di vigilare sul reale rischio di tortura o trattamenti inumani, mentre l’inesistente responsabile della Farnesina Alfano che cerca di tranquillizzare l’Onu volando a New York e il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani risponde indirettamente all’Onu programmando l’invio di una delegazione per verificare cosa sta accadendo.

Critiche all’Italia dopo aver lodato il suo impegno nel Mediterraneo e nell’accoglienza, nonostante la latitanza dell’Ue, oltre ad segnare il progetto dei corridoi umanitari, gestiti da comunità cristiane, come soluzione per la regolamentazione dei flussi migratori, ma ancora nessuno ha sviluppato un’iniziativa finanziata totalmente dalle associazioni, soprattutto con i fondi dell’8%, che li hanno promossi.

Le “scandenti” condizioni nei campi di “raccolta” dei profughi in Libia erano già note tanto da spingere l’Onu ad aprire un centro di transito per i profughi mentre da più parti si era chiesto l’intervento delle Ong, precedentemente accusate di essere in combutta con i trafficanti di esseri umani, nella gestione dei centri.

La confusione è tanta e pensare che solo poco tempo fa l’Onu aveva offerto ai sauditi un posto nella difesa dei Diritti umani! Precedentemente anche la Libia di Gheddafi aveva avuto l’onore di fregiarsi del titolo di difensore dell’umanità, ma d’altronde nel club di Diritti umani sono presenti anche gli Stati Uniti che della pena di morte sono grandi fautori.

Istituzioni sovranazionali che si mostrano, nel migliore delle ipotesi, confuse, appannate nel giudizio, senza una deontologia aperta al Mondo e non ostaggio degli equilibri variabili di un edificio di vetro che simula la trasparenza delle scelte.

Affidare, in piena solitudine, ad una nazione di rapportarsi con un paese senza un unico governo riconosciuto con il quale trattare è da folli o forse da saltimbanchi della diplomazia, con un ministro degli Affari Esteri latitante, specialmente quando appaiono e scompaiono altri “giocatori” per minare gli sforzi italiani e fare i propri interessi, senza guardare in faccia che siano alleati, amici o cugini.

L’accordo italo-libico si è sviluppato in mille rivoli, quante sono le realtà governative “nazionali” e locali della Libia, non sempre cristalline: un po’ come la strategia diplomatica francese che non si allinea alle posizioni dell’Unione europea e agli sforzi italiani.

Gli interessi francesi vanno ben oltre ai Diritti quando c’è fare business, come la Ue, giustificando le chiusure delle frontiere ai profughi con lo sbandierare l’intento di perseguire una politica europea sui flussi migratori.

Una Francia più propensa a concorrere solitaria che a concordare con la Ue un dialogo con l’Africa, come dimostra il viaggio di Macron e Gentiloni si adegua per non trovarsi impreparato al summit Africa Europa.

Un vertice, quello Africa-EU Summit 2017, che ha affrontato, tra il 28-29 novembre ad Abidjan (Costa d’Avorio), vari i temi: commerci, cooperazione allo sviluppo, alla sicurezza, ambiente, relazioni diplomatiche, ma soprattutto la gestione delle migrazioni, oltre che il terrorismo, definendo i ruoli per salvare, così afferma Federica Mogherini, Alto Rappresentante Ue per la politica estera, dall’infero libico tutte quelle persone bloccate nei centri di detenzione: i paesi africani si dovranno impegnare ad accogliere i concittadini e l’Europa a finanziare i rimpatri.

L’Alto Rappresentante Ue per la politica estera ha anche affermato che la tragica situazione dei profughi in Libia era precedente agli accordi che la Ue e l’Italia hanno stipulato con le diverse situazioni politiche libiche.

Flussi migratori che sono anche nei pensieri del governo della Costa d’Avorio che ha “arruolato” rockstar e calciatori per dissuadere i giovani ivoriani, i Millennials che vanno di fretta, la cosiddetta «Génération pressée pressée», a non migrare e soprattutto a non utilizzare i barconi della morte. Non è solo un suicidio, ma si rischia di «fare gli schiavi a Tripoli».

L’Unione europea, oltre alla migrazione, dovrà, prima o poi, affrontare anche l’espansione cinese nel continente africano e il proselitismo turco.

Immediatamente dopo il summit euro-africano ecco il Rome MED – Mediterranean Dialogues (30 novembre al 2 dicembre 2017), con la partecipazione di esponenti di governo e rappresentanti di organismi internazionali, oltre che di società, ad essere un’altra occasione per confrontarsi sui temi della sicurezza e della migrazione.

Il Dialogo mediterraneo è servito al vicepremier libico Ahmed Maitig a minimizzare le polemiche sull’accordo firmato con l’Italia sulla migrazione e rilanciandolo come modello per altri paesi europei, perché la Libia cerca altri partner, scherza sula competitività italo-francese nel tessere duraturi rapporti economici, ma guardando il filmato della Cnn sulla compravendita delle persone non si può dimenticare che la Libia non ha firmato la Convenzione di Ginevra sui rifugiati del ’51.

D’altronde quanti altri paesi dell’area MENA (Middle East and North Africa – Medio Oriente e Nord Africa)? Certamente non i paesi della penisola arabica o gli iracheni, iraniani e siriani.

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Qualcosa di più:

Africa: una scaltra “Democrazia”
Africa: attaccati al Potere
Africa: le Donne del quotidiano
Le loro Afriche: un progetto contro la mortalità materno-infantile
Africa: i sensi di colpa del nostro consumismo
Solidarietà: il lato nascosto delle banche
I sensi di colpa del nostro consumismo
Le scelte africane

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Migrazione | Conflitti e insicurezza alimentare
Migrazione in Ue: il balzello pagato dall’Occidente
Migrazione: Un monopolio libico
Migrazione: non bastano le pacche sulle spalle
Migrazione: umanità sofferente tra due fuochi
Migrazione: Orban ha una ricetta per l’accoglienza
Aleppo peggio di Sarajevo
Migrazione: La sentinella turca
Migrazione: Punto e a capo
Migrazione: Il rincaro turco e la vergognosa resa della Eu
Europa: la confusione e l’inganno della Ue
Europa e Migrazione: un mini-Schengen tedesco
Migrazione: Quando l’Europa è latitante
Un Mondo iniquo
Rifugiati: Pochi Euro per una Tenda come Casa
Siria: Vittime Minori
Europa: Fortezza d’argilla senza diplomazia
La barca è piena
Il bastone e la carota, la questione migratoria

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I sauditi d’oro nella tempesta di bin Salman

Nella classifica dei ‘top fourteen’ sauditi che sfoggiano riserve di petrodollari e ingenti capitali, posti all’inferno dal focoso Mohammed bin Salman, la vetta spetta di diritto ad Al-Walid bin Tatal (17 miliardi di dollari) ben piazzato anche nella graduatoria mondiale dei Paperoni. Poi compaiono Bakr bin Ladin, magnate di un gruppo finanziario familiare che vanta 7 miliardi, e l’ex erede al trono, cugino di MbS e nipote di re Salman, Mohammed bin Nayef, a capo di un proprio network finanziario quotato 6 miliardi di dollari. Il suo gruppo viene citato anche nella famosa inchiesta sui ‘Panama Papers’. A pari merito, dunque ancora con 6 miliardi di dollari, c’è Waleed al-Ibrahim proprietario della MBC Company. Staccati Saleh Abdullah Kamel, il cui Dallah Albaraka Group vanta 2.2 miliardi. Segue Amr al-Dabbagh, con l’omonimo network stimato a un miliardo e mezzo di dollari, mentre staccati risultano due ex ministri: Adel Faqih, fino a qualche giorno fa responsabile di Economia e Pianificazione (470 milioni di dollari) e Ibrahim al-Assaf (390 milioni) alle Finanze. Quindi compare Mitaab bin Abdullah, figlio del defunto sovrano Abdullah e potentissimo capo della Guardia Nazionale, accreditato di un network di 110 milioni di dollari. Accusati di “corruzione” anche Khaled Al-Tuwaijri, capo della Corte Reale, Nasser bin Aqeel Al-Tayyar, fondatore di un omonimo gruppo finanziario, i boss della Saudi Air Force, Turki bin Nasser, e di Saudi Telecom Saud Al-Dawish, infine il Governatore della provincia di Riyadh, Turki bin Abdullah. Di quest’ultimi cinque, tutti coinvolti in affari privati e di governo, non si conosce l’entità delle fortune. Ma le fortune e gli arricchimenti personali era prassi consolidata fra i dignitari della monarchia Saud, perciò gli osservatori imputano al principe ereditario un disegno volto a una certa resa dei conti interna al Paese per attuare una radicale trasformazione della governance.

Due i blocchi da scardinare: il potere dei clan familiari e quello religioso. C’è chi sostiene che la divisione di ruoli durante il regno – prendiamo ad esempio quel che era accaduto nel 2015 con la salita al trono di Salman senior che aveva scelto per erede un nipote, mentre suo figlio s’occupava della Difesa e il figlio del defunto re Abdullah presiedeva un posto di gran potere (la direzione della Guardia Nazionale, il corpo armato che difende la monarchia) – avesse fatto il suo tempo. Un po’ come accade in certe “democrazie” occidentali e nelle autocrazie sparse ovunque nel mondo, il consolidato sistema dell’accentramento di potere diventa la carta giocata dal giovane e ambizioso principe. L’arresto seppur dorato, è il caso di dirlo, visto che i fermati sono guardati a vista nelle lussuose camere del Ritz-Carlton hotel di Riyadh, ha la funzione di strigliare capi e rampolli delle famiglie che contano, per far comprendere che la nuova via prevede una profonda trasformazione. Magari – ipotizziamo noi – si sorvolerà su affari e finanze private, purché queste non interferiscano con le strategie statali, sempre più proiettate verso partnership economiche che prevedono diversificazioni dall’unica fonte dei petrodollari, e non ostacolino l’interesse crescente di un’egemonia saudita nell’area mediorientale. Costi quel che costi, scontro compreso. Tale linea Salman junior l’ha già proposta nella questione yemenita, ora sembra allargarla al Libano, visto che in questi giorni diventa il nume tutelare di Hariri junior che, dimettendosi da premier, ha dichiarato di non voler fare la fine del genitore, morto in un attentato nel 2005. Mohammed bin le prova tutte, e per praticare una strategia che lo renda attraente non solo sulle piazze economico-finanziarie, rivolge l’attenzione anche all’Islam wahhabita, presente in Arabia dal periodo dell’ideologo-propugnatore (XVIII secolo) e ampiamente radicato nella tradizione socio-politica interna.

Eppure qualche sheikh aveva già manifestato l’idea di limitare la rigidità delle consuetudini che creano imbarazzo nei rapporti internazionali sul tema femminile: la repressione delle donne attraverso la pubblica fustigazione, la proibizione di frequentare determinati ambienti di svago, il divieto di condurre vetture, per non parlare della lapidazione quale condanna di adulterio. Le recenti riforme che cancellano alcuni divieti mirano a questo, come pure la perdita di autonomia subìta dalla ‘Polizia religiosa’ posta sotto la giurisdizione del ministero dell’Interno. L’idea che l’Islam moderato possa trovare pratica e seguito anche nella nazione che si ritiene depositaria del vero Islam e prima inter pares nella Umma musulmana sembra essere il viatico dell’azione di MbS, ormai sovrano in pectore. Ma certi conoscitori della cultura, dell’ambiente e anche della politica di quel mondo hanno pubblicamente affermato “Chi s’aspetta un approccio non religioso dalla politica dei Saud, sta sognando a occhi aperti”. Altri osservatori parlano di un passaggio verso posizioni meno radicali, non certo di una negazione delle radici. E non scompare il preconcetto di chi non si fida affatto. Di chi sostiene che tutta questa manovra sia una tattica rivolta ai principi-parenti, vicini e lontani, e ai religiosi solo per ottenere maggior potere per una persona: se stesso. Così in questa sorta di gioco dell’oca che avviene in questi mesi in Arabia Saudita, la costante confermata su più terreni è la nascita e il consolidamento di uno strapotere che trova in Mohammed bin l’uomo del presente e del futuro. Per un domani che si propone molto meno tranquillo del passato, sia all’interno, sia nell’area del Golfo, sia in Medioriente.

Pubblicato mercoledì 8 novembre 2017
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Omicido Regeni: il triangolo italo-egiziano-britannico

Chiedersi se la vicenda che ha portato all’assassinio di Giulio Regeni sia un caso criminale, politico o un intrigo internazionale può essere plausibile, ma limitante e forse superfluo. I valenti procuratori italiani (Pignatone e Colacicco) che da mesi indagano, per nulla aiutati dalla sponda egiziana e da quella britannica, sanno perfettamente svolgere il proprio mestiere e, ci auguriamo, potranno sciogliere nodi giudiziari della questione. Che però, come dimostrano le varie tappe sviluppatesi nei ventuno mesi successivi al fatidico 25 gennaio 2016, ha valenze geopolitiche non secondarie, con tutti gli interessi, gli intrecci e gli intrighi che questa branca si trascina dietro. E non da oggi. Da osservatori delle questioni di quel Paese sin dalla crisi del regime di Mubarak, alla rivolta di Tahrir e oltre, abbiamo toccato con mano come il susseguirsi di accadimenti vede all’opera soggetti interni (strati della popolazione, partiti e movimenti politici e sindacali, attivisti d’opposizione e di regime, Forze Armate, polizie e mukhabarat) ed esterni (media internazionali, giornalisti, ricercatori, intellettuali, Intelligence e politici stranieri). Un aspetto non nuovo, che ha avuto un crescendo nei quasi settant’anni dalla nascita dell’Egitto moderno.

L’omicidio Regeni coinvolge il nostro impegno d’informazione, oltreché la coscienza civile che ci appartiene ben oltre l’identità nazionale e lo sguardo rivolto anche ai palazzi della politica nostrana ha già evidenziato i comportamenti governativi (prima con Renzi, ora con Gentiloni) nell’agire con uno squilibrato bilancino dell’opportunità economica e geostrategica. Da qui: l’iniziale voce indignata verso il Cairo, il segnale del ritiro dell’ambasciatore Massari e l’acquietamento col rinvio dell’ambasciatore Cantini. Tutt’attorno interessi economici su commesse e partenariati di varia natura (forniture di armi, sfruttamento di giacimenti di gas, lancio e rilancio dell’affarismo turistico), con l’aggiunta di attuazioni di piani di sicurezza internazionale su scenari di conflitto, riguardanti anche il jihadismo dell’Isis, e l’annosa questione del traffico di profughi e migranti. Connessione diretta con la vita e la morte dello studioso friulano? Non del tutto, ma il palcoscenico egiziano degli ultimi anni offre una buona quantità di addentellati. Perché Giulio osservava e studiava aspetti della società su cui poggia, come su altri scenari, l’attenzione dell’establishment di quel Paese. E chi ha toccato, anche solo come narratore, la realtà di questi anni ha ricevuto e riceve dalle forze della sicurezza un trattamento draconiano.

I giornalisti di Al Jazeera Greste, Fahmy, Mohamed, fino all’attuale tuttora in galera Mahmoud Hussein, ne sono un esempio. Certo, trattati con autoritarismo brutale non giunto sino alla tortura e all’uccisione, che invece, ben prima di Giulio ha stroncato l’esistenza di oppositori, attivisti e blogger, egualmente rapiti, spariti e non più ritrovati. La sequela di atrocità rivolte all’apolitico Khaled Saeed, mese dopo mese, anno dopo anno, s’è abbattuta sul copto Mina Daniel e sullo sheik Emad Effat sino a stroncare la laica Shaima Al-Sabbagh, tutte vittime di quella repressione di strada che ha affiancato e preparato il sistema dell’omicidio di Stato più o meno occulto. Fra i primi ottocento morti della rivolta di Tahrir e lo strazio di Regeni, si contano – da qualche mese lo dicono in tanti, eppure se si torna al biennio 2011-2012 l’informazione mainstream raccontava altro – migliaia di vittime e di sparizioni, decine di migliaia di arresti, in gran parte immotivati. O motivati solo dall’essere oppositori, prima di Mubarak poi di Suleiman e del Consiglio Supremo delle Forze Armate, quindi del nuovo restauratore, il generale Al-Sisi, dipinto da liberali e dalla stessa sinistra egiziana come il liberatore dallo spettro della Fratellanza Musulmana.

Oggi, sulle pagine de la Repubblica, gli ottimi Bonini e Foschini, evidenziano i contorni omertosi della tutor di Regeni presso l’Università di Cambridge: Maha Mahfouz Adbel Raham. La docente che indirizzò il dottorando friulano verso la ricerca sul sindacalismo indipendente degli ambulanti (nel cui ambiente il giovane incrociò l’informatore della polizia che lo denunciò). Secondo i sospetti dello stesso Regeni la donna sarebbe stata un’attivista e nei contatti cairoti lo avrebbe indirizzato verso un’altra attivista (la professoressa dell’American University Rabab Al Mahdi) ben nota alla polizia locale. Da quest’ottica, pur confidando in un cambio di posizione della tutor anglo-egiziana che potrebbe offrire un contributo ai nostri magistrati, il mistero sulla morte di Regeni non muta. Anzi, viene a confermare quel che da tempo è evidente nei comportamenti di Al Sisi e dei collaboratori di governo, il ministro dell’Interno Ghaffar su tutti: mettere attivisti, ricercatori, giornalisti nella condizione di non nuocere, con ogni mezzo. Crediamo all’affermazione dei genitori di Giulio che lui fosse animato dal solo desiderio di studio. Bisognerà scoprire se gli intenti di Maha Mahfouz Adbel Raham si fermassero lì. Indubbiamente nella fobìa di regime questo poteva già bastare per stroncare ricerca e ricercatore.

In tal senso Giulio diventa doppiamente vittima, dei suoi aguzzini e di chi voleva trarne vantaggio, utilizzando la ricerca sul minatissimo campo diretto, per altri fini. Questa è comunque un’ipotesi, che fra l’altro ha bisogno di un riscontro di una sua vera utilità sulla politica egiziana. Chi vive in loco, e prova ad agire politicamente, conosce benissimo la realtà e ben pochi vantaggi può trarre da una simile indagine. Utile, invece, a una lettura dall’esterno dell’attuale fase. Nel controverso rapporto di ricerca-studio-lavoro che Regeni ha avuto in terra britannica c’è anche l’ormai nota  collaborazione di circa un anno (fra il 2013 e il 2014) con Oxford Analytica, una delle strutture di consulenza geostrategica mondiale. Organismo che sta nelle attenzioni dell’MI6 britannica, che in non pochi casi ha visto l’Intelligence scegliere dalle file dei ricercatori elementi a lei utili. E’ l’antefatto, indicato da alcuni cronisti anche italiani, d’un Regeni collaboratore dei Servizi, che tanto ha fatto arrabbiare i familiari dello scomparso. Se gli interessi di Giulio sono quelli ricordati dalla madre Paola, potrebbe anche qui risultare aggirato contro la sua volontà. E il suo distacco da quella collaborazione potrebbe essere scaturito dal rifiuto di prestarsi a simili scopi.

Come per il caso della tutor, potrebbe essere Graham Hutching, uomo più in vista della Oxford Analytica, a offrire agli inquirenti notizie. Sebbene si sa che se si lavora per taluni organismi difficilmente si è disposti a svelarne piani e progetti.  Eppure fra triangoli e misteri, nel martirio dello studioso di Fiumicello, resta una certezza finora non indagata: la responsabilità dei vertici politici, prima che polizieschi, del Cairo. Partire da lì o all’inverso arrivarci sarebbe la giusta strada per la “verità per Giulio” e per la sua “giustizia” che incredibilmente gli attuali cartelli di Amnesty International sembrano aver archiviato.

Pubblicato giovedì 2 novembre 2017
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