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Africa: Un Continente in ostaggio

Le società “occidentali” sono indirizzate all’aiuto in “sede”, trasformando la solidarietà in cooperazione e quindi in una occasione di stipulare contratti più con le comunità che con i governi centrali che hanno dato dimostrazione d’inefficienza e malafede nel gestire i cospicui fondi che organizzazioni internazionali e singole nazioni hanno destinato allo sviluppo di certe aree fondamentalmente ricche di risorse naturali.

Governi corrotti impegnati ad impoverire le varie popolazioni per arricchire i propri conti e che l’economista Dambisa Moyo mette sotto accusa, al pari degli stati “donatori”, nel libro La carità che uccide (2011), sottolineando Come gli aiuti dell’Occidente stanno devastando il Terzo mondo. Una spietata analisi per sollecitare le nazioni a non distribuire soldi a pioggia, ma creare delle partnership modello cinese.

In questo panorama di buone azioni si inserisce la Cina che, avulsa dai sensi di colpa per decenni di colonialismo, è ormai stabilmente presente in gran parte degli stati africani, senza far differenza tra governi autoritari e dittatoriali, con la realizzazione di infrastrutture ed industrie, raramente ecosostenibili, che con un piano di investimenti da oltre 60 miliardi di dollari pongono una seria ipoteca sul futuro sviluppo indipendente dell’Africa.

Un futuro dove la popolazione si sente consigliata ad imparare il mandarino ed a cedere le loro terre per coltivazioni gradite ai cinesi, ma senza i basilari diritti per i lavoratori.

Nel periodo coloniale anglofrancese i nativi dovevano parlare in francese o in inglese e coltivare cotone, caffè, tabacco, tè e così via, per ottenere la possibilità d’istruirsi, vedere le prime ferrovie e fare i domestici nei comodi edifici coloniali.

La Cina si sta sostituendo all’Occidente nello sfruttamento africano e la differenza sta nell’aver cancellato il debito ad una trentina di paesi, concedendo prestiti a lungo termine a tassi bassi, ma in entrambi i colonialismi non si fanno scrupoli nel procurarsi le materie prime a discapito dei diritti umani, della rappresentanza sindacale e della difesa dell’ambiente.

Come un pusher, la Cina, prima ti cancella il debito per poi prospettare altre forme di collaborazione, allettando i Governi con il fantasmagorico progetto della “Nuova via della seta” e fornendo infrastrutture in cambio di ricchezze naturali, aprendo nuovi canali di credito pronti a lievitare e con un futuro senza possibili di riduzioni.

Una politica quella cinese, in questo nuovo sfruttamento dell’Africa, che ha aperto la via ai paesi arabi, all’India e alla Turchia, nella cosiddetta strategia del soft power, accattivandosi l’amicizia e magari la fiducia, attraverso la vendita di tecnologie e formazione, illudendo i vari governi nell’astenersi ad intromettersi nelle politiche dei singoli paesi.

Le trame cinesi si allungano sul continente con l’adozione di 13 paesi della nuova valuta ‘ancorata’ allo yuan cinese, decretando la fine del predominio francese con il franco CFA (attuale acronimo di Comunità Finanziaria Africana), che porterà 350 milioni di persone ad usarla nel 2020 e farà tanto felice Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista, allontanando il continente dall’Europa.

L’Occidente continua a perdere e varie strutture private, fondazioni e Ong, sembrano aver ispirato un nuovo modello di cooperazione allo sviluppo come strumento di politica estera, magari con la Ue come capofila, con Exco (The International Cooperation Expo) http://www.exco2019.com/ nel pensare e far conoscere “piccoli” prodotti che aiutano la vita in aree sfavorite, rivolgendosi alle aziende ed alle istituzioni impegnate nella ricerca scientifica, nell’innovazione tecnologica e nella formazione.

L’Italia, nel suo piccolo, è il primo Paese europeo per investimenti, con complessivi 4 miliardi di dollari nel solo 2016 per un totale di 20 progetti, posizionandosi al quarto posto dopo Cina, Emirati arabi uniti e Marocco.

La collaborazione tra le diverse organizzazioni nel confrontarsi e mettere a frutto le singole esperienze non è stata solo un’occasione di business, ma fa capire che non è necessario varare grandi progetti per stimolare l’economia di luoghi remoti. Coinvolgere l’infanzia nel rimboschimento o la costruzione di una scuola è un passo per l’emancipazione delle comunità a costi irrisori.

Far conoscere i lampioni mobili http://www.eland.org/ ideati da Matteo Ferroni per illuminare la vita delle comunità rurali del Mali, paese attraversato da un conflitto, l’energia solare per i pannelli al liceo Lwanga (Ciad) o il progetto Syria Solar, organizzato dall’Union of Medical Care and Relief Organizations (UOSSM) https://www.uossm.org/who_we_are, per svincolare gli ospedali siriani da una rete elettrica fatiscente e dall’utilizzo del diesel, le cucine solari promosse da Magis https://magis.gesuiti.it/progetto/cucine-solari/, la campagna “Più luce alla vita dei rifugiati” https://www.ikea.com/ms/it_CH/good-cause-campaign/brighter-lives-for-refugees/index.html di Ikea Foundation e UNHCR per fornire illuminazione sostenibile alle famiglie nei campi profughi, come anche le tende di ultima generazione http://www.abeerseikaly.com/weavinghome.php, sono solo alcuni esempi per non lasciare il campo ai mega finanziamenti come quello per la nave estrazione diamanti in Namibia o quello per il commercio del gas in Mozambico che non aiutano la popolazione, come dimostra la ricchezza petrolifera in Nigeria di esclusiva pertinenza di un ristretto gruppo politico-affarista.

Progetti ambiziosi come quello legato all’impianto idroelettrico della diga Gibe, sul fiume Omo, che si è rivelato fallimentare e che doveva anche favorire la coltivazione intensiva di canna da zucchero, ma che ha per l’ennesima volta sfavorito le popolazioni indigene, obbligate ad abbandonare le loro terre e costrette alla fame.

In questo panorama di esclusione delle popolazioni all’accesso alle ricchezze si inserisce l’elezione del vice ministro dell’agricoltura e degli affari rurali cinese alla carica di Direttore generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (Fao) http://www.fao.org/news/story/it/item/1199205/icode/, che rafforza a tutti i livelli la presenza cinese, non solo in Africa, per indirizzare le economie dei paesi in cerca di uno sviluppo autoctono.

L’intervento della Fao, sino ad ora, si è dimostrato timido e con grandi studi di settore, ma forse il nuovo direttore sarà attento alle necessità delle comunità, facendo tesoro dell’esperienza delle piccole realtà nella realizzazione di orti comunitari e banche dei cereali, svincolando le comunità dai capricci dei potenti e magari sostenere la formazione di ragazzi e ragazze alla coltivazione del Pleurotus Ostreatus, un fungo che cresce in Africa occidentale, o nei progetti di piscicoltura, per renderli economicamente indipendente.

Un direttore che ha annunciato di far lavorare l’elefantiaca struttura, con la speranza che scelga di sostenere  quelle iniziative che non richiedano impegni finanziari milionari e di non essere il cavallo di Troia della finanza internazionale.

Uno sviluppo che l’Occidente, ancorato al suo senso di colpa, continua a contribuire con l’elargizione di soldi sino a quando trasformerà le sue “buone azioni” in una fruttuosa cooperazione per entrambe le parti.

Partnership difficilmente realizzabili in aree di conflitto come nella R.D. del Congo sconvolto da scontri etnici, come  in Etiopia e nella Repubblica Centrafricana, come gli scontri separatisti anglo-francofoni in Camerun e in Sudan con i militari che non mostrano di dare una svolta democratica alla destituzione di Al Bashir e in Malì e in Burkina Faso dove i jadisti fanno vivere la popolazione nella paura, come anche in Nigeria con i saccheggi e i rapimenti di Boko Haram e la presenza di varie missioni militari nei diversi stati riescono appena a contenere la violenza e sono ben lontani a stabilizzare la situazione.

Conflitti che alimentano le fughe e l’Occidente non potrà continuare ad erigere muri, rinviando una scelta condivisa per attrezzarsi all’accoglienza e renderla una ricchezza.

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Qualcosa di più:

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Il Verde d’Africa: sul rimboschimento nel continente
Migrazione: bloccati prima o parcheggiati dopo
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Le loro Afriche: un progetto contro la mortalità materno-infantile
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Africa: i sensi di colpa del nostro consumismo
Cause Umanitarie
Cibo per molti, ma non per tutti
Le scelte africane
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Un promemoria sul mondo in conflitto
Cellulari per delle cucine solari

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Trump attacca la Cina ma colpisce la UE

di Mario Lettieri e Paolo Raimondi

L’ha detto recentemente anche Mario Draghi, il presidente della Banca centrale europea:“Nel protezionismo i mercati sembrano vedere molto di più che un danno all’economia. Potrebbero vederci un fenomeno molto più ampio che mette in dubbio l’intero ordine multilaterale raggiunto dopo la seconda guerra mondiale. Le incertezze sui dazi sono aumentate“. Il rischio, poi, è che la guerra dei dazi possa degenerare in guerra delle valute.

Le altalenanti minacce americane “dazi si-dazi no”, le ritorsioni, le sospensioni condizionate hanno creato l’instabilità che l’intero sistema economico mondiale sta pagando. Finora non ci ha guadagnato nessuno, non gli Usa, non la Cina e tanto meno l’Europa.

L’Europa e, di conseguenza, anche l’Italia ci rimettono più di tutti.

Direttamente, quando i dazi sono imposti sui settori agroalimentari e dell’auto. Giustamente la Coldiretti teme che la “black list” americana colpisca pesantemente i prodotti agroalimentari del made in Italy che sono esportati fuori dai confini comunitari per ben 4,2 miliardi di euro.

Dopo i settori dell’acciaio e dell’alluminio, il bersaglio numero uno dei dazi americani è quello dell’auto, in particolare le imprese automobilistiche tedesche. La Germania, com’è noto, esporta negli Usa auto per 42 miliardi di dollari. Il che significa un duro colpo anche per le imprese italiane della componentistica i cui prodotti sono esportati in Germania. La Germania, si ricordi, è il primo partner commerciale mondiale dell’Italia.

Poi indirettamente, poiché i dazi imposti alla Cina o al Messico colpiscono soprattutto prodotti altamente tecnologici, di cui molte parti provengono dall’Europa.

Inoltre, un’importante area di scontro è quella dell’aviazione civile, tra la Boeing americana e l’Airbus europea. Washington si lamenta dei sussidi erogati dall’Unione europea, dimenticandosi che tutti i suoi settori tecnologicamente importanti, militari e civili, godono da sempre di sostanziosi sostegni statali. Trump ha avuto l’ardire di portare la controversia persino davanti all’Organizzazione del Commercio Mondiale, la stessa istituzione che quotidianamente boicotta.

I dazi nei confronti della Cina, inizialmente del 10%, poi aumentati al 20%, su 200 miliardi di dollari di prodotti cinesi, potrebbero vedere una pericolosa escalation, e arrivare al 25% su altri 325 miliardi. Pechino ha annunciato ritorsioni su 60 miliardi di dollari di prodotti americani. Per esempio, sulle importazioni di soia, che finora coprivano il 60% della produzione americana.

Una delle aree di scontro più pericoloso verte intorno alle tecnologie informatiche, considerate di rischio per la sicurezza nazionale americana. Di conseguenza Trump si è mosso per il blocco verso l’azienda cinese Huawei e altre imprese simili. Come risposta, Pechino ha fatto subito sapere di voler sfruttare la sua posizione di principale esportatore mondiale di materiali delle cosiddette “terre rare” utilizzati per le tecnologie avanzate.

Si tenga inoltre presente che la Cina possiede obbligazioni del Tesoro americano per più di mille miliardi di dollari.

Anche la minaccia di Trump di applicare il 5% di dazi su tutti i beni importati dal Messico, per poi alzarli fino al 25%, andrebbe a colpire, tra l’altro, i settori delle automobili, dei mezzi di locomozione e dei televisori, dove la componentistica europea è molto rilevante.

Il Messico è il terzo partner commerciale degli Usa con circa 265 miliardi di dollari di esportazioni di merci. Negli anni passati molti produttori americani vi hanno trasferito le loro fabbriche per sfruttare il basso costo della mano d’opera. Gli effetti dei dazi non penalizzeranno solo gli esportatori messicani ma anche gli importatori americani, che, poi, aumenteranno ovviamente i prezzi per i consumatori finali.

Poiché la questione è il blocco dei flussi immigratori, la guerra dei dazi diventa immediatamente una guerra sociale con conseguente destabilizzazione politica. Trump, però, non può ignorare che la questione immigrazione ha ragioni economiche e sociali profonde e dimensioni epocali.

Recentemente gli Usa hanno tolto anche l’India e la Turchia dalla lista dei partner commerciali privilegiati, costringendo persino Nuova Delhi, da sempre amica di Washington, a reagire con delle contromisure commerciali.

In America, comunque, cresce l’opposizione contro la politica dei dazi e c’è la campagna “Tariffs hurt the heartland”, sostenuta da 150 organizzazioni di vari settori produttivi, che lamenta come i dazi colpiscano il cuore del paese e rischino di generare la perdita di 2 milioni di posti di lavoro.

Non sfugge che l’intento di Trump sia di colpire l’Unione europea. A Londra ha esplicitamente invitato la Gran Bretagna a uscire dall’Ue e le ha offerto accordi commerciali superprivilegiati. È un atteggiamento che va ben oltre l’attitudine di Trump!

È chiaro, tuttavia, che sono in gioco le strategie della grande finanza e i corposi interessi geopolitici di quel sistema che si chiama, fin dai tempi del presidente Eisenhower, “il complesso militare industriale americano”.

Pur mantenendo strette relazioni con gli Usa, il nostro alleato storico, l’Ue dovrebbe sfidare certi disegni dell’unilateralismo di oltre Atlantico. Potrebbe, invece, diventare il perno principale per la creazione di un nuovo sistema monetario internazionale basato su un paniere delle monete più importanti e non soltanto sul dollaro. Così potrebbe svolgere un’importante funzione di equilibrio geoeconomico e geopolitico tra gli attuali grandi attori internazionali.

di Mario Lettieri e Paolo Raimondi
Pubblicato il 27 Giugno 2019
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da Frontiere


Il sogno della Turchia nuova


Alla fine non hanno retto neppure Fatih e Üsküdar. Anche quelle moschee a cielo aperto che sono le strade dei due popolari quartieri che dalle sponde europea e asiatica amoreggiano sul Bosforo hanno votato a maggioranza per l’uomo nuovo dell’immensa metropoli turca. 49.51% a Fatih, 54.26% a Üsküdar contro il 49.37% e il 44.80% presi da Yıldırım. L’Akp regge ampiamente solo in qualche area (Esenler 61.03%, Arnavutköy 60.22%, Bagcilar 56.62%). Invece dove pulsa il cuore giovanile, il turismo e le rivendite commerciali (Beşiktaş, Kadiköy, Bakirköy) le percentuali sono scudisciate taglienti per il partito di governo, e İmamoğlu trionfa con quote stratosferiche: 83.90%, 82.36% 79.33%. Brividi sulla schiena del navigato Erdoğan che dovrà – e lo sa – rapportarsi al nuovo orizzonte. Visto che altre elezioni  non sono previste sino al 2023, per starsene in sella tranquillo sino a quella scadenza da lui tanto ambìta per via del centenario della Turchia moderna che lo condurrà nella grande Storia al pari di Atatürk e finanche di Solimano, dovrebbe ridimensionare le smanie di potere e strapotere. Abbassare i toni polemici, il clima da guerra civile, le vendette e le divisioni polarizzanti. Ci riuscirà? In molti casi gli avversari, che diventano nemici, creano essi ulteriori percorsi di scontro, ma il Sultano  direttamente o meno è protagonista di questo processo.

Per ora ci sono stati i complimenti al nuovo sindaco e i pronunciamenti di collaborazione di quest’ultimo che da semisconosciuto s’appresta a lanciare la leadership nazionale nel partito repubblicano. Ovviamente coi dovuti tempi. Alcuni politologi hanno avvicinato i due proprio riguardo allo sviluppo di carriera. L’elezione di İmamoğlu somiglia per certi versi a quella del primo Erdoğan che si prendeva una città dinamica dove la politica degli anni Novanta non voleva lasciar spazio all’opposizione, in quel caso islamista. Il desiderio di novità può smuovere quei turchi meno ideologizzati, che guardano al giorno per giorno e al portafogli da riempire col lavoro e svuotare con buone prospettive presenti e future. Quelle per un buon tratto garantite dall’Akp e da almeno un biennio messe in discussione anche dalle fluttuazioni politiche spregiudicate e personali dell’uomo che vuole essere tutto. In queste ore, grazie alle buone maniere fra vincitori e sconfitti, i mercati finanziari hanno offerto un po’ di tregua alla Banca nazionale e alla malandata lira turca che ultimamente ha perduto l’8% sul dollaro statunitense. Un’incognita addirittura maggiore di quella dei rapporti cordiali col maggior partito d’opposizione riguarda ipotetiche scissioni interne all’Akp.

Dividere le forze sarebbe suicida, ma ciò che è accaduto in questi anni a personaggi di primissimo piano: l’ex premier e presidente Gül, l’ex ministro degli esteri Davotoğlu, il tecnocrate Babacan, tutti messi da parte dalla strapotere erdoğaniano, da oggi non dovrebbe essere più possibile. Per il suo futuro di governo, di partito e anche della sua funzione pubblica Erdoğan dovrebbe ridimensionare il super Io che lo caratterizza da sempre. Però una questione vitale è: quali personaggi di spessore può mostrare un partito nell’ultimo quinquennio letteralmente fagocitato dal personalismo del capo? Pur dotato di enorme fiuto tattico il Sultano s’è guadagnato l’epiteto proprio per aver promosso solo ‘yes men’ e fidatissimi politici di clan e in qualche caso parenti acquisiti. Ora – il gossip che neppure il Mıt riesce a tacitare – racconta che Berat Albayrak piazzato alle Finanze per presunte competenze e per la fidelizzazione con cui anni addietro avrebbe condotto operazioni finanziare favorevoli ai tesoretti speculativi di quello che diventava suo suocero, sembra essere in rotta col potente papà di sua moglie Esra. Motivo della contesa l’infedeltà coniugale del genero, che un leader e uomo di mondo “può capire”, ma un padre della patria islamico deve censurare. Per ora silenziato è da alcuni giorni il chiacchiericcio del web che commentava le scappatelle erotiche del ministro con una turca tutt’altro che casa e moschea: l’avvenente modella Özge Ulusoy.

Con un contorno neppure poetico come quello offerto dal celebre triangolo amoroso Kemal-Füsun-Sibel dello splendido “Museo dell’innocenza” di Orhan Pamuk. Ecco, forse nella Turchia che si prospetta per i prossimi mesi dove, per attutire il colpo della perdita di Istanbul il presidente dovrebbe attenuare la polarizzazione, proprio le menti libere degli scrittori finiti nella macina della repressione contro tutto e tutti potranno ricevere il conforto della tolleranza. Forse. I giornalisti molto meno, poiché l’orgoglio del cuore laico di Istanbul difficilmente potrà creare un’enclave nell’attuale ordinamento giuridico che nei tre anni della repressione anti-golpe ha assimilato qualsiasi pensiero diverso da quello di Erdoğan ad attentato alla sicurezza nazionale.  Con conseguenti processi e condanne. L’abbraccio festoso fra İmamoğlu e la folla dei suoi elettori è risultato assai scenografico, come il suo ringraziamento: “Voi avete protetto la reputazione della democrazia nel nostro Paese”. Bisognerà vedere cosa potranno fare per la democrazia a livello nazionale i partiti d’opposizione grandi e piccoli. Qualche commentatore turco s’aspetta un rimpasto governativo, soprattutto per tenere botta su politica economica ed estera e non allargare al quadro istituzionale il ko tutt’altro che marginale di ieri.

Enrico Campofreda
Pubblicato il 24 giugno 2019
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Egitto, il ‘piano della speranza’ finisce in galera

Giungono notizie, ne scrive la stampa internazionale come Le Monde, di recenti arresti che il ministero degli Interni egiziano ha confermato. Si tratta di esponenti liberali e della sinistra riformista: l’ex deputato socialdemocratico El-Eleaimy, l’esponente del gruppo Hizb al Tahrir Hossam Mo’anes, e altri attivisti d’area neo nasseriana che aveva sostenuto nei suoi tentativi presidenziali Hamdin Sabbahi. Il regime di Al Sisi li accusa di preparare un “piano di speranza”, l’avrebbero definito così essi stessi. Per provare a rilanciare quei diritti di parola, manifestazione, per non dire d’opposizione che sono stati azzerati nel Paese che fa di prigione, tortura e assassinio una sistema di controllo e di potere. Che esista un processo d’idee simile, ma non un partito e neppure un movimento, non viene negato da taluni intellettuali impegnati a rivendicare diritti civili, col sostegno di strutture come Amnesty International, pronti comunque al distinguo con la Fratellanza Musulmana. Quest’ultimi sono totalmente estranei al piano della speranza e secondo i promotori devono restare tali, perché strade e obiettivi delle due componenti restano diversi, anche al cospetto della comune repressione in atto ormai da sei anni.

Non è chiaro segli esponenti di quest’area liberal abbiano elaborato le tappe da loro stessi percorse nel fatidico 2013. Quando facendosi se non promotori, sostenitori della sedicente “seconda rivoluzione” con la raccolta di firme che chiedeva le dimissioni del presidente in carica Morsi, favorirono il golpe bianco dei militari che il 3 luglio pose agli arresti il Capo di Stato. Negli anni seguenti, a repressione diffusa e generalizzata, anche i più noti attivisti di strada che avevano agitato i cartellini rossi con su scritto Irhal , cioè vattene, rivolto al presidente islamista che non amavano, hanno conosciuto i trattamenti delle carceri. La propaganda anti Fratellanza di quei giorni affermava d’aver raccolto oltre venti milioni di firme contro il presidente, sebbene l’Alta Corte Costituzionale, che venne interpellata, sostenne come la massima autorità nazionale non poteva essere deposta con una simile iniziativa. Poi, nonostante una metà degli egiziani sostenesse quell’uomo, l’azione passò all’esercito che iniziava a far pesare le maniere di sempre, quelle forti, divenute sempre più forti e sanguinarie. Un’opposizione laica cavallo di Troia dell’esercito reazionario?

Se è per questo i laici, laicissimi ragazzi del “6 Ottobre” anche in quei turbolenti giorni dichiaravano come elementi alla El Baradei e Moussa non fossero altro che rottami mubarakiani, mentre Sabbahi appariva il classico inutile idiota di certa politica di finta opposizione. Certo, tanto s’è detto sulla lotta di potere fra la lobby militare, i tycoon e i fantocci filo occidentali, la Confraternita islamica. Eppure per l’intero biennio compreso fra la rivolta di Tahrir e l’avvio della repressione inaugurata da Sisi col massacro di Rabaa, giovani laici e islamisti si ritrovavano nelle strade cairote a inseguire il sogno d’un cambiamento di rotta governativo. Che questo non ci sia stato è una realtà, ma chi ha lavorato e per cosa è egualmente evidente, seppure oggetto d’interpretazioni differenti. L’Egitto uscito da quell’intricato periodo, mostra travagli e angosce ben maggiori per i suoi cittadini come per chi ne osserva il cupo clima che continua a schiacciarne libertà, democrazia e la stessa voglia di vivere. Una prigione a cielo aperto che è stata denunciata da Ong e avvocati dei diritti che rischiano come e più degli stessi liberal fautori di speranze cui il regime soffoca sul nascere qualsiasi vagito. Ovviamente bollando tutto come terrorismo. E facendo di tutto tabula rasa, perché cancellare il passato, anche quello prossimo, paga.

Enrico Campofreda
Pubblicato il 24 giugno 2019
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Avanza l’India per soli indù

Narendra Modi, trionfatore delle elezioni indiane, dice: i partiti d’opposizione hanno ingannato le minoranze, innanzitutto islamiche. Esse sono schiacciate in un angolo, soggette a immaginarie paure. Eppure fra i 303 deputati eletti dal Bharatiya Yanata Party non c’è neppure un musulmano, fa notare qualche commentatore locale non schierato. E chi osserva con occhio critico il governo aggiunge “Col verdetto elettorale la maggioranza indù dà sfogo alle insoddisfatte aspirazioni di un’India indù. Se Modi è interessato alla condizione delle minoranze, allora dovrebbe fermare le manifestazioni d’intolleranza contro i musulmani che sono proseguite dopo il suo successo elettorale”. In questi giorni si sono verificati casi di pestaggio anche di donne e bambini islamici e dall’insediamento di Modi a primo ministro i linciaggi a sfondo religioso, la costruzione di templi al posto di moschee, l’introduzione di norme volte a escludere gli islamici si sono riproposti alle cronache ampliando certi contorni già conosciuti in altre fasi. Del resto il passato di Modi, ragazzo povero e politico che s’è fatto da sé, parla chiaramente della fascinazione che aveva avuto davanti al fanatismo religioso. Nel nativo distretto Gujarati da giovane aveva militato nel Rashtriya Swayamsevak Sangh, gruppo paramilitare indù da cui proveniva l’assassino del Mahatma Ghandi. Quell’omicidio accadeva nel gennaio 1948, due anni prima che Modi nascesse.

Ma il gruppo del fanatismo indù, seppure per anni non raccolse un gran seguito fra gli indiani, aveva nel dna certi princìpi che tuttora circolano nell’estremismo induista: considerare il proprio credo non una religione, bensì un percorso di vita e di cultura del popolo di quella terra. Da lì il passaggio per l’India indù il passo è breve. L’opinionista Saeed Naqvi, ascoltato da Al Jazeera, ritiene che il Bjp alimenti un piano mono-religioso per un’India solo induista, progetto da portare a termine in alcune decadi. Invece alcuni avvocati indiani dei diritti intervistati sul tema sempre dalla tivù qatarina dichiarano che tale tendenza “Può portare a un vero e proprio scippo di diritti per l’istruzione, l’assistenza sanitaria, il voto a danno dei cittadini indiani seguaci dell’Islam”. E c’è chi rammenta come simili esasperazioni possono riaprire quelle ferite che nel 1947 determinarono il contrasto politico-religioso con le cosiddette ‘spalle islamiche’: il Pakistan occidentale e quello orientale, divenuto nel 1971 Bangladesh a seguìto di un ulteriore passo d’indipendenza. Paesi che hanno 1.3 miliardi (India), 220 (Pakistan) e 168 milioni (Bangladesh) di abitanti… L’agenda suprematista della destra indù mette in allarme quei musulmani fautori d’un percorso politico legale e democratico. Costoro sanno che il fanatismo jihadista non aspetta altro per rilanciare indiscriminati atti di terrore e rinfocolare rancore fra i fedeli dell’Islam.

Proprio il tema della sicurezza contro il terrorismo ha rappresentato un punto cardine della campagna elettorale di Modi, con riferimento all’ultimo attentato suicida attuato in Kashmir che aveva ucciso quaranta militari indiani. In seconda posizione la promessa di fermare l’onda di migrazione dal Bangladesh (in maggioranza musulmano) verso lo Stato indiano, mentre il governo consente l’ingresso di migranti indù violando la Costituzione secolare della nazione. Nei comizi elettorali lo staff del Bjp definiva ‘termiti’ i cittadini bengalesi, accentuando i toni xenofobi e dalle parole dei politici gli attivisti indù passavano ai fatti aggredendo cittadini di diversa fede. Il timore che la schiacciante vittoria alle urne del partito governativo ringagliardisca ulteriormente la destra razzista che agisce all’interno dell’organizzazione è reale. In aggiunta si temono mosse legislative, come l’abolizione di quegli articoli costituzionali che tutelano le minoranze nell’amministrazione regionale. Scelta che infiammerebbero aree già esplosive come, appunto, il Kashmir. Taluni commentatori azzardano un paragone con Israele, sostenendo che le scelte di Modi prendono la china assunta dai sionisti coi palestinesi: attuare un’apartheid ignorando i diritti dei cittadini e la comunità internazionale. Eppure, oltre la fede, la destra pro induista sta trovando sostegno dalle classi più umili, da quei lavoratori poveri che vedono nel presidente un loro simile capace di raggiungere il vertice sociale. Un concetto diverso dalla stessa visione induista propensa a una rigidità di casta, che decreta un ruolo sin dalla nascita per potere divino.

Enrico Campofreda
Pubblicato il 29 maggio 2019
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