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Clima: Una buona pratica verde

Solo un anno fa l’adolescente svedese Greta Thunberg stazionava davanti al parlamento di Stoccolma con lo slogan Skolstrejk för klimatet (Sciopero della scuola per il clima) col suo cartello per stimolare i politici svedesi ad una svolta ambientalista ed ora esiste una rete globale che mette in contatto milioni di giovani impegnati sulle tematiche climatiche.

Salvaguardare l’ambiente e la degenerazione climatica non è una scoperta del 2018, ma un processo che va avanti da una quarantina d’anni con avvertimenti di scienziati e sparuti politici: ora si è arrivati probabilmente alla maturazione oppure era necessaria una voce nuova per echeggiare in ogni angolo della Terra la richiesta di un futuro per le nuove generazioni.

Da anni nei parlamenti dei paesi nord europei le istanze ambientaliste hanno rappresentanza, mentre nel bacino del Mediterraneo solo pochi politici hanno trovato ospitalità nelle formazioni politiche per mettere in guardia l’umanità dall’inquinamento della terra, dell’acqua e dell’aria, dal progresso che produce nuovi prodotti chimici per l’igiene e per la produzione agricola, oltre che per il trasporto.

A 40 anni dalla Prima Conferenza mondiale sul clima (Ginevra 1979), dove gli scienziati di 50 nazioni si sono incontrati e hanno riscontrato nel clima cambiamenti preoccupanti e la necessità di prendere dei provvedimenti, 11 mila scienziati hanno firmato un documento, pubblicato sulla rivista Bioscience, sul fallimento dell’umanità nel contenere le emissioni di gas serra e sulla necessità di azioni adeguate alla sfida.

In 40 anni si sono susseguiti vertici e conferenze con documenti finali che ribadivano la necessità di un cambiamento energetico, rendendo obsolete le fonti da idrocarburi, modificando lo stile di vita dei paesi “sviluppati”, senza penalizzare le comunità disagiate del resto del Mondo che subiscono le carestie e i cambiamenti meteorologici sempre più frequenti.

Avvertimenti rimasi inascoltati o insufficienti progressi che alla del Climate Change Conference COP 25 2019 https://unfccc.int/cop25 di Madrid (2 – 13 dicembre), inizialmente programmata a Santiago del Cile, verranno ribaditi e forse questa volta, sotto una maggior pressione dell’opinione pubblica, potrebbe portare ad una presa di coscienza, senza contare sugli odierni Stati uniti, da parte dei Governi e di un senso di responsabilità delle singole persone, per un differente approccio culturale alla vita, non limitandosi  al rapporto dell’umanità con la natura, ma anche tra le persone come tra quello dell’uomo con la donna.

Qualcosa certo sembra stia cambiando, forse perché la politica si è accorta che gli adolescenti di oggi saranno gli elettori di domani o perché quelle rare voci nei partiti hanno saputo parlare ai loro colleghi. Comunque sia ora la salvaguardia dell’ambiente e l’influenza dell’uomo sul clima sono le tematiche sulle quali la politica si deve confrontare con le nuove generazioni e con gli scienziati che da anni studiano e redigono rapporti dell’impatto dell’uomo sul Pianeta.

Un impatto che non si limita all’essenzialità della vita quotidiana, ma trasborda nel superfluo come il godere dei gioielli sottratti alla Terra, con le miniere realizzate senza riguardo dell’ambiente e della salute delle popolazioni.

Una mega miniera a cielo aperto in Argentina, l’abbattimento di centinaia di alberi in Turchia o radere al suolo, come in Germania, un villaggio di 900 abitanti per far posto a miniere di rame, carbone, oro e argento.

Disboscamenti non solo per le miniere che feriscono l’Europa come l’Amazzonia e le foreste africane, ma anche per la cellulosa e il legname pregiato per arredi che minano l’habitat della flora e della fauna, spingendo gli animali verso le zone urbane.

Per ora è difficile convertire lo stile di vita della maggioranza abituata all’uso dell’auto anche per spostamenti brevi, al turismo veloce, alle tavole imbandite di ogni leccornie proveniente da ogni luogo del Mondo, alle bevande plastificate e a tutto quello che sino ad ora crediamo ci risolva la quotidianità o ci faccia  sembrare più “fichi” agli occhi degli altri e sicuramente non possiamo tenere la gran parte degli abitanti del Pianeta lontani dai gadget contemporanei, sperando di non vedere i cambiamenti climatici che sono in progressione.

Si potrebbe, se ci resta difficile fare dei cambiamenti nella nostra vita, appoggiare chi si impegna nel rimboschimento, singoli e organizzazioni, per riequilibrare il saccheggio perpetrato da incapaci di vivere in armonia con l’ambiente, riversando tutto il loro essere alla ricerca del vivere bene e non del “Buon vivere”.

Il Sinodo dedicato all’Amazzonia è stata l’occasione per riflettere anche sul nostro rapporto con la Natura, da non circoscrivere ai soli 9 paesi del bacino del Rio delle Amazzoni e da tutti i suoi affluenti, ma a tutto il Pianeta.

Il rimboschimento è in atto da anni in Africa non solo come argine alla desertificazione, ma anche come rapporto vivo con la Natura.

La keniana Wangari Maathai, Nobel per la pace 2004 e scomparsa nel 2011, ha sempre contato di dare l’esempio, con l’ effetto emulazione, effettuando in 27 anni, con Green Belt Movement http://www.greenbeltmovement.org/, la messa in dimora di 30 milioni di alberi.

Nel 2016, a Dadouar (Ciad), 150 bambini hanno ricevuto 15 mila alberi da innaffiare e proteggere dalla voracità di capre, bovini e cammelli, per essere piantati in un solo giorno, dimostrando di essere più bravi degli adulti e per questo premiati con penne e quaderni.

Mentre questo luglio in Etiopia, nell’ambito del Green Legacy Initiative, sono stati 350 milioni gli alberi piantati in 12 ore, battendo il precedente record dell’India, quando nel 2016 erano stati piantati 50 milioni di alberi in mezza giornata. L’iniziativa del primo ministro etiopico Abiy Ahmed, con l’obiettivo di contrastare gli effetti dei cambiamenti climatici, ha coinvolto 1000 luoghi del Paese.

In Irlanda, per i prossimi 20 anni, il Climate Action Plan https://www.dccae.gov.ie/en-ie/climate-action/publications/Pages/Climate-Action-Plan.aspx prevede di piantare 22 milioni di alberi all’anno, 1 milione di auto elettriche entro il 2030 e l’efficientamento di 50mila abitazioni all’anno.

Per moda o per sensibilità ambientalista non è poi importante se i milioni di alberi piantati in Italia riducono l’anidrite carbonica o se si realizzano orti e giardini verticali come quelli di Patrick Blanc e Jean Nouvel o foreste urbane come delle Fabbriche dell’Aria proposte dal neurobiologo Stefano Mancuso, autore del recente La nazione delle piante, e dal collettivo PNAT (designer, architetti e biologi), durante il Festival God is Green a Firenze.

Non solo gli scienziati e gli ambientalisti sono impegnati a sollecitare una riflessione sui cambiamenti climatici, ma anche i giornalisti offrono degli spunti sulle ripercussioni di un odierno stile di vita con Adaptation https://www.adaptation.it/, un progetto di constructive journalism, per raccontare con un webdoc le nuove strategie di adattamento al cambiamento climatico.

In Italia sono state coinvolte 3.000 classi, in occasione della Giornata degli Alberi 2019, con oltre 60mila studenti, per piantare 3.500 piante e Teresa Bellanova, la ministra delle politiche agricole alimentari, ha piantato un leccio, nell’aiuola di fronte al Ministero.

Una buona pratica quella di piantare alberi che potrebbe essere fonte d’ispirazione per Greta Thunberg per passare dai cortei del Fridays For Future all’azione collettiva e essere d’esempio sul palco madrileno del Climate Change Conference https://unfccc.int/cop25 COP 25 (2 al 13 dicembre), dove si discuteranno le strategie anti global warming.

Non il solo pungolare le istituzioni, con i Global Climate Strike https://www.fridaysforfuture.org/, ma un differente visione del futuro, con un vigoroso sollecitare la cura della Natura come unico immediato argine all’aumento dell’anidrite carbonica, per poi programmare la conversione delle fabbriche e dei mezzi di trasporto.

La folla dei Fridays for Future torna in piazza per sollecitare delle buone pratiche per buone azioni contro il consumismo che coinvolgerà l’Albero di Natale, abbandonato dopo le feste, e la smodata febbre dell’acquisto promosso dal Black Friday e da ogni periodica campagna di promozioni e saldi.

Con Ursula von der Leyen, la nuova Presidente della Commissione Europea, l’Europa potrebbe intraprendere la strada del “Green New Deal”, con un piano da 1.000 miliardi di euro, come motore di crescita per un futuro che possa sostenere la presenza di un’umanità in crescita su di un Pianeta che dovrà sfamarla.

Un ambizioso progetto che la von der Leyen, probabilmente, lo presenterà il prossimo 11 dicembre per una nuova strategia di crescita, per portare l’Europa alla neutralità climatica entro il 2050.

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Qualcosa di più:

Greta Thunberg | Un Clima che cambia le generazioni
Europa: Il clima delle nuove generazioni
Migrazione | Conflitti e insicurezza alimentare
Trump: i buchi del Distruttore
Trump: un confuso retrogrado
Trump: un uomo per un lavoro sporco
Clima: Parole che vogliono salvare la Terra
Conferenze su internet e sul clima nei paesi del Golfo: sono il posto giusto?
Il 2012 è l’anno dell’energia sostenibile. Tutte le iniziative a sostegno dell’ambiente
Festeggiamo le foreste: abbattiamo gli alberi
Immondizia e sud del mondo: un’umanità celata dalle discariche
Un’economia pulita
Il Verde d’Africa: sul rimboschimento nel continente
Cibo: senza disuguaglianze e sprechi
Spreco Alimentare: iniquità tra opulenza e carestia
Gli orti dell’Occidente
Ambiente: Carta di origine controllata

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Kosovo: Un riconoscimento dopato

A seguito della dichiarazione unilaterale d’indipendenza del Kosovo del 17 febbraio 2008, molti paesi hanno assunto una posizione ufficiale sul riconoscimento o meno della sovranità del territorio balcanico a status conteso. Ricordiamo che l’indipendenza del Kosovo dalla Serbia era stata fortemente voluta dagli Stati Uniti, in aperto contrasto con la Russia e dopo i pesanti bombardamenti condotti dalla NATO nel 1999. Proprio la Russia è nel frattempo divenuta la nazione protettrice della Serbia, cosa non nuova ma favorita da una politica americana incapace di capire una realtà complessa come i Balcani. Nel successivo gioco diplomatico alcuni paesi hanno nel frattempo ritirato il loro voto positivo, forse su pressione esterna. Vi invito a leggere questa tabella (fonte: Wikipedia).

Indice

•          1 Paesi che hanno riconosciuto l’indipendenza

•          1.1 Membri dell’ONU

•          1.2 Non membri dell’ONU e altre organizzazioni sovranazionali

•          2 Paesi che non riconoscono il Kosovo

Al 2018 il Kosovo è stato formalmente riconosciuto come Stato indipendente da 113 dei 193 membri dell’ONU, tra cui i confinanti Montenegro, Macedonia e Albania. Tra i membri permanenti del Consiglio di sicurezza, il Kosovo è riconosciuto da Stati Uniti, Francia e Regno Unito, mentre la Russia e la Cina continuano a considerarlo una provincia autonoma della Serbia. Entro il 27 luglio 2019, 14 Stati membri delle Nazioni Unite hanno ritirato il riconoscimento della Repubblica del Kosovo.23 dei 28 paesi dell’Unione Europea hanno riconosciuto l’indipendenza del Kosovo. Vi si oppongono Spagna, Cipro, Romania, Slovacchia e Grecia.

  1. Membri dell’ONU

Afghanistan, Albania, Costa Rica, Francia, Regno Unito, Stati Uniti, Turchia, Australia, Germania, Senegal, Lettonia, Danimarca, Estonia, Italia, Lussemburgo, Perù, Belgio, Polonia, Austria, Svizzera, Irlanda, Paesi Bassi, Svezia, Islanda, Slovenia, Finlandia, Canada, Giappone, Croazia, Monaco, Ungheria, Bulgaria, Liechtenstein, Corea del Sud, Norvegia, Isole Marshall, Nauru, Burkina Faso, Lituania, San Marino, Rep. Ceca, Liberia, Sierra Leone, Belize, Colombia, Malta, Samoa, Portogallo, Macedonia del Nord, Montenegro, Emirati Arabi Uniti, Malaysia, Micronesia, Panama, Maldive, Gambia, Arabia Saudita, Comore, Bahrein, Giordania, Rep. Dominicana, Nuova Zelanda, Malawi, Mauritania, Swaziland, Vanuatu, Gibuti, Somalia, Honduras, Kiribati, Tuvalu, Qatar, Guinea-Bissau,Oman, Andorra, Rep. Centrafricana, Guinea, Niger, Benin, Saint Lucia, Gabon, Nigeria, Costa d’Avorio, Kuwait, Uganda, Ghana, Haiti, Brunei, Ciad, Timor Est, Papua Nuova Guinea, Figi, Saint Kitts e Nevis, Dominica, Pakistan, Guyana, Tanzania, Yemen, Egitto, El Salvador, Thailandia, Grenada, Libia, Tonga, Lesotho, Togo, Isole Salomone, Antigua e Barbuda, Singapore, Bangladesh, Madagascar, Barbados

1.2       Non membri dell’ONU e altre organizzazioni sovranazionali

Taiwan, Isole Cook, Niue

Paesi che non riconoscono il Kosovo

Dopo la lettura e approvazione della dichiarazione d’indipendenza da parte del parlamento kosovaro, è arrivata la replica ufficiale da parte della Serbia, che considera il Kosovo parte inalienabile del suo territorio e culla della sua storia ha minacciato ritorsioni internazionali quali il ritiro degli ambasciatori dai paesi che avrebbero riconosciuto l’indipendenza kosovara. Dal 2017, alcuni Paesi che avevano stabilito relazioni diplomatiche con le autorità kosovare sono poi ritornati sui propri passi: il Suriname nel luglio 2016 aveva riconosciuto l’indipendenza del Kosovo, nell’ottobre 2017, a seguito di colloqui intercorsi con la Russia, revocava il riconoscimento, con conseguente protesta del governo kosovaro che ha tentato di sollevare una disputa internazionale. In precedenza, analoga decisione di revoca era stata assunta da São Tomé e Príncipe. Nel febbraio 2018 il riconoscimento del Kosovo è stato annullato anche dal Burundi.[138], esempio seguito nel gennaio 2019 da Palau e dal Togo nell’agosto del 2019: dunque, sono a oggi 15 gli stati che hanno fatto marcia indietro su pressione di Russia e Serbia. La Guinea-Bissau ha dichiarato, nel novembre 2017, il proprio ritiro ma dopo poco tempo le autorità hanno inviato una nota verbale al governo kosovaro affermando che la revoca non ha avuto alcun effetto. Ancora più strana la scelta delle autorità di Sao Tomè e Principe che, secondo l’ex presidente Manuel Pinto da Costa, non aveva mai riconosciuto l’indipendenza del Kosovo. Infine la Liberia ha revocato il riconoscimento nel giugno 2018 pur confermando il mantenimento delle relazioni bilaterali con Pristina. Al che il governo di Belgrado ha abolito i visti per i cittadini provenienti da questi paesi. Obiettivo dichiarato del ministro degli Esteri serbo Ivica Dačić è infatti quello di ridurre a 96, meno della metà del totale, i paesi dell’ONU che riconoscono il Kosovo come Stato indipendente.

Questi i dati. La loro analisi è complessa ma anche inquietante. Il rifiuto di alcuni paesi dell’Unione Europea è motivato da profonde affinità ideologiche o religiose (Russia, Grecia), oppure dalla paura di favorire analoghe tendenze secessioniste all’interno della propria nazione (Spagna, Romania, Slovacchia, Cipro). E gli altri? In genere i paesi del c.d. Terzo Mondo appoggiano quasi sempre l’indipendenza di nuovi stati, essendo loro stessi nati da un processo di decolonizzazione o di sfaldamento imperiale, ma stavolta hanno visto – e non a torto – l’indipendenza del Kosovo come un problema di equilibri politici europei; di conseguenza sono stati meno solidali con l’ultimo arrivato. Ma quello che turba il sonno è rendersi conto che le decisioni delle Nazioni Unite dipendono non solo dal voto dei membri permanenti con diritto di veto e da decine di stati nazionali più o meno democratici, ma anche dalle decisioni di entità statuali che di fatto sono poco più che sportelli bancari. Per quale motivo il voto della Spagna o dell’Unione Sudafricana vale quanto quello di un paradiso fiscale sperduto nel Pacifico e abitato da tremila anime? E davvero nessuno vende il proprio voto? Ha suscitato scalpore – ma non troppo – la vicenda di un emissario, “un consigliere speciale del ministro degli Esteri serbo” che avrebbe incontrato a Parigi il ministro degli esteri del Togo, Silvi Baipo Temon offrendo circa 350 mila euro in cambio di una nota in favore della revoca del riconoscimento. Avete capito bene: per la stessa cifra si può comprare il voto del Togo o un appartamento al Prenestino. Si spera solo che per decisioni più gravi ci sia più serietà, ma il difetto è strutturale e risiede nel meccanismo stesso di voto di una organizzazione – le Nazioni Unite – nata in altri tempi con ben altre premesse e ben altri membri.

Un Clima che cambia le generazioni

Veleggiando per 15 giorni, ad “emissioni zero”, Greta Thunberg ha raggiunto New York a bordo della Malizia II di Pierre Casiraghi di Monaco, per essere presente il 21 settembre al UN Youth Climate Summit (vertice dei giovani sul clima) che precede il Summit dell’Onu del 23 settembre sul clima. L’occasione del summit sta permettendo all’attivista svedese di incontrare i politici statunitensi e un ex presidente come Dobama, prima di proseguirà il suo viaggio sostenibile attraverso gli Stati Uniti, Canada e Messico, per concludere alla Conferenza Onu sul clima “Cop 25” in programma dal 2 al 13 dicembre a Santiago del Cile.

A fianco di Greta Thunberg ci saranno altri 99 giovani provenienti da ogni continente e tra loro l’italiana Federica Gasbarro, ventiquattrenne abruzzese, che la raggiungerà, per mancanza di tempo, in aereo portando con se un progetto per depurare l’aria dall’anidride carbonica attraverso fotobioreattori. Si tratta di microalghe che producono nutrienti, già utilizzati dalle industrie farmaceutiche in grado di assorbire CO2 in cambio di ossigeno.

L’agenda per i cambiamenti climatici dell’adolescente svedese non si può limitare ad un appello ai governanti a sostenere la trasformazione dei nostri singoli comportamenti quotidiani ed incitare le nuove generazioni a convertirsi alla sostenibilità della vita, ma alla salvaguardia del patrimonio naturale.

Cambiamenti assimilati per imprimere al mercato un diverso sviluppo economico che non preveda coltivazioni ed allevamenti intensivi,  per riflettere sugli incendi, sul disboscamento, sulle estrazioni minerarie legali e clandestine, ma anche sul pregiato legname, senza dimenticare la desertificazione.

Non basta vietare il carbone e magari gli idrocarburi, abolire l’uso indiscriminato della plastica ed il suo abbandono, scegliere il treno al posto dell’aereo o la bicicletta all’auto, ma un passo avanti è filtrare l’aria anche, come è stato proposto a Firenze nell’ambito del Festival God is Green, negli ambienti chiusi, con il progetto del neurobiologo Stefano Mancuso e dal collettivo PNAT (designer, architetti e biologi) nel realizzare La Fabbrica dell’Aria.

Il progetto vuole utilizzare la capacità delle piante di produrre ossigeno, filtrando l’aria negli ambienti chiusi, dedicando uno spazio di 40 mq per una serra in ogni edificio, creando una connessione con le varie proposte di rimboschimento, per amplificare gli effetti benefici sul catturare Co2, come viene esplicitato nell’appello delle Comunità Laudato si’ con il la messa in dimora di 60 milioni, uno per ogni abitante, di alberi in Italia.

Quella di Un albero in più della Comunità Laudato si’ è un’iniziativa efficace per contrastare il cambiamento climatico, con l’accumulo dell’anidride carbonica (CO2) nell’atmosfera, che può essere fatta da ogni singola persona, indipendentemente dai possibili finanziamenti governativi.

È necessario intervenire per evitare gli scempi come quelli perpetrati in Turchia, sul Monte Ida, con il taglio di centinaia di migliaia di alberi per realizzare il progetto minerario della canadese Alamos, con la turca Dogu Biga, per l’estrazione dell’oro.

Mettere sotto protezione internazionale non solo l’Amazzonia, ma anche le foreste dell’Angola e della Repubblica democratica del Congo, tanto da far gridare al neocolonialismo qualcuno che non ha ben compreso la realtà di un Mondo globalizzato, rendendoci tutti collegati e interdipendenti, dove nessuno può danneggiare la vita degli altri neanche per avidità ed è dovere della comunità internazionale non limitarsi a rimproverare il comportamento, ma ad offrire aiuto e fornire delle alternative.

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Democrazia: Il voto non è sufficiente

Una Democrazia non può essere misurata sulla regolarità dell’elezioni, bensì sulla metodologia con la quale vengono organizzate e non solo per la libertà d’espressione concessa ai vari partiti, ma anche per il grado d’indipendenza dei vari organi e strutture dello stato.

In Russia, negli Stati uniti, in Turchia, in Venezuela, in Egitto, gli elettori vengono chiamati ad esprimere le loro preferenze politiche, mentre in Cina questo non avviene, ma il controllo esercitato da Erdogan, Putin, Al-Sisi e Maduro sulla magistratura e sulle forze armate non è inferiore a quella di Xi Jinping, mentre Trump e qualche botolo dell’Europa del’est ambirebbero a poter esercitare tale potere.

Più che Democrazie, con qualche distinzioni, ci si può trovare davanti alla Democratura tollerata dall’Occidente per pura convenienza, che viene condannata direttamente o indirettamente.

In Turchia, con la scusa di essere un baluardo contro i flussi migratori, l’Occidente non ha additato più di tanto Erdogan quando ha “rafforzato” i poteri governativi. Una manovra nell’ordine democratico che gli ha permesso non solo di emarginare ogni opposizione, ma di incarcerare giornalisti e parlamentari democraticamente eletti.

Ad al-Sisi si perdona la compressione delle libertà, che hanno esaltato l’esuberanza con la quale riesce a zittire ogni voce che si alza per denunciare le continue violazioni dei Diritti umani e le scomparse di cittadini egiziani e stranieri come il francese Eric Lang o l’italiano Giulio Regeni, anche perché la sua intransigenza tiene sotto controllo, per quanto è possibile, jihadisti nel Sinai.

I presidenti francesi, prima Hollande e ora Macron, hanno sempre voluto distinguere tra la violazione dei Diritti dall’ambito affaristico e lo stipulare contratti per la fornitura di armamenti vari e l’Italia dietro nel firmare accordi per lo sfruttamento dei gas naturali.

La lotta al terrorismo è un ottimo viatico per sospendere o addirittura violare i Diritti umani, d’altronde “non è possibile applicare gli standard europei” e gli interessi commerciali e geopolitici vengono prima della libertà delle popolazioni.

Il Venezuela di Maduro è riuscito ad inimicarsi gran parte dei governi con l’imporre la sua “legittimità elettiva”, senza offrire qualche vantaggio. Gli Stati uniti continuano ad imporre la propria visione del Mondo e quando impongono delle sanzioni a quel governo piuttosto che a quell’altro, è meglio che gli altri si accodino, altrimenti anche loro saranno sanzionati. Nella confinante, e democraticamente riconosciuta, Colombia il presidente ha aperto la caccia non solo ai dissidenti delle Farc ma anche a quell’opposizione rappresentata dai suoi ex esponenti.

Così l’Unione europea anche se volesse intrattenere rapporti commerciali con Putin, non potrebbe perché la politica estera russa ha strappato la Crimea all’Ucraina, ignorando la restrizione delle libertà che hanno  portato le commissioni elettorali a ritenere impresentabili chi non è gradito e quando questo non basta ecco le sparizioni di giornalisti ed oppositori.

Un’arroganza che ha portato i russi del gruppo petrolifero Lukoil a chiedere al ministro degli interni italiano di limitare il diritto di sciopero nel polo petrolchimico di Isab di Priolo nel siracusano.

Mentre Erdogan, con un’economia in recessione e la sconfitta elettorale della scorsa primavera, è tornato a distrarre i turchi con una nuova campagna anticurda e con proclami di nuove operazioni militari in Siria, aumentando la vigilanza dell’organismo di controllo nazionale sui social network, divulgatori di una “visione” della società contraria a quella del sultano, dopo aver chiuse una cinquantina di testate, monitorato il lavoro dei corrispondenti esteri e arrestato 189 giornalisti, tra le oltre 77mila persone e le centinaia di migliaia allontanate dal loro impiego.

Nonostante tutto la Turchia è ritenuta un paese democratico e di fatto lo è se l’opposizione riesce a dispetto degli arresti e delle emarginazioni a vincere, anche se dei sindaci democraticamente eletti vengono destituiti perché curdi. Nelle ultime amministrative si è evidenziando il divario, non solo turco, tra il voto nelle grandi città, aperto ai cambiamenti, e nelle aree urbane e quelle rurali legato ad una politica oscurantista più tradizionalista.

L’Europa e l’Occidente sono portati, per convenienza, ad usare una voce afona quando dovrebbero criticare o magari condannare certe abitudini di quei paesi che intrattengono rapporti politici ed economici favorevoli e abbiamo altri esempi di Democrazie dalle sfumature autoritarie come quella guidata dall’ungherese Orban impegnato soggiogare magistratura e informazione o dal filippino Duterte che suggerisce usare la mano più che pensate con chi infrange la legge, dal brasiliano Bolsonaro intanto a svendere un continente agli interessi di pochi, mentre guarda l’Amazzonia bruciare, così anche il presidente boliviano, presupposto esponente di sinistra, Edo Morales frutta indiscriminatamente l’Amazzonia e i suoi abitanti o l’indiano Modi che vuole un’india monolitica, un unico popolo con un’unica cultura. Poi c’è anche chi da alfiere delle libertà si è trasformato, dietro il vessillo elettivo, nell’autoritario Daniel José Ortega Saavedra.

Mentre le destre europee reputano anche l’Unione europea poco democratica e la Commissione accentratrice, una convinzione dovuta più ad una limitata capacitò di comunicazione, più da un vero potere di Bruxelles, che condiziona ogni esercizio del voto sia comunitario che nazionale, portando l’elettore ad essere vittima di campagne fatte di slogan, esprimendo le proprie simpatie politiche di pancia.

Nella consolidata democrazia britannica è Boris lo sfascia tutto a utilizzare la costituzione per ottenere la firma della regina e decretare la proroga delle ferie dei parlamentari per poter risolvere la Brexit a suo modo.

La realtà della Democrazia è impalpabile, meno tangibile della Libertà perché ognuno si sente libero a suo modo, mentre la Democrazia si confronta e coinvolge anche gli altri.

C’è chi vuol salvare il popolo dalla Democrazia e chi come Winston Churchill che la stigmatizzava “la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora.”

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Una pericolosa eredità in Egitto. Polvere di diamante di Ahmed Mourad
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Turchia: un regime che vuol governare facile
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Migrazione: il rincaro turco e la vergognosa resa dell’Ue
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Migrazione: il rincaro turco e la vergognosa resa dell’Ue
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Europa: la confusione e l’inganno della Ue
Europa, fortezza d’argilla senza diplomazia
Erdogan, il pascià autocrate
Tutti gli errori dell’Unione Europea
Un’altra primavera in Europa

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La Turchia rimuove tre sindaci kurdi

Adnan Selçuk Mızraklı, Ahmet Türk, Bedia Özgökçe Ertan erano stati eletti al primo turno delle recenti amministrative turche, quelle in cui il partito di governo Akp ha perduto le maggiori città del Paese. I tre guidavano rispettivamente: Dıyarbakır, Mardin e Van. Pochi giorni fa un intervento del ministro dell’Interno li ha rimossi dall’incarico in base alle leggi speciali sulla sicurezza e il terrorismo entrate in vigore dopo il tentativo di golpe del luglio 2016 e non più cancellate. Con queste misure il presidente Erdoğan ha compiuto un fenomenale repulisti in molti settori della nazione. Esercito, polizia, magistratura, amministrazione pubblica, istruzione e università hanno conosciuto un ricambio di personale con arresti, pensionamenti, dimissioni d’ufficio e ‘volontarie’ subìte da decine di migliaia di cittadini. Nell’occhio del ciclone la rete Hizmet dei cosiddetti fethullaçi, i seguaci di Fethullah Gülen, che sono spariti (almeno quelli noti all’Intelligence interna) in tutte le strutture in cui erano collocati in ruoli anche di prestigio. Ma l’apparato di regime erdoğaniano ha usato quel tragico evento che, comunque produsse 290 vittime e 1440 feriti, per colpire l’opposizione, specie quella da lui maggiormente temuta del Partito Democratico dei Popoli.

Che dal novembre 2016 vede il co-presidente Selahattin Demirtaş in galera, come peraltro una dozzina di deputati del partito per la rimozione dell’immunità parlamentare, cui si sono aggiunte accuse di presunti legami “col terrorismo del Pkk”. Nella condizione di recluso Demirtaş ha partecipato alle presidenziali del 2018 (8.4% i suffragi ottenuti) e la situazione sua e dei compagni di partito ha spinto la “Corte Europea” a condannare la Turchia per la violazione di alcuni articoli della Carta dei diritti dell’uomo e una compressione della democrazia nel Paese. I tre sindaci rimossi avevano ampiamente vinto la consultazione nei propri distretti col 62.93%, 56.24% 53.83% di voti, infliggendo a tre candidati dell’Akp giunti secondi dal 28% al 13% di distacco. Finora non era accaduto nulla, specie dopo la batosta ricevuta a Istanbul dal partito di maggioranza. Lì Erdoğan aveva spinto per ripetere un confronto che il suo candidato e uomo di governo Yıldırım, aveva perduto contro l’astro nascente del partito repubblicano: Ekrem İmamoğlu. Questi in prima battuta era avanti di dodicimila preferenze poi, col ritorno alle urne il 23 giugno, ha scavato l’abisso di ottocentomila schede a suo favore. Uno smacco che ha lasciato il segno, con la spinta offerta dalla comunità kurda della metropoli che, anziché astenersi, ha dato fiducia allo sfidante capace di battere il regime.

Ora in pieno agosto giunge la reprimenda del dicastero dell’Interno che cerca pretesti nelle misure antiterrorismo per limitare il profondo radicamento della comunità kurda nelle terre abitate e amministrate con rigore dagli esponenti dell’Hdp. Nonostante gli annosi boicottaggi delle risorse finanziarie spettanti a quei distretti che Ankara spesso ritarda oppure cancella. Peraltro figure come Türk ben conoscono le azioni repressive. Durante i molteplici arresti del 2016 anche lui finì detenuto, venendo rilasciato dopo quattro mesi solo per le precarie condizioni di salute. Eppure non s’è fermato, s’è rispeso per la sua gente. La rimozione da sindaco e quella dei colleghi del sud-est non è una novità nella cronaca politica turca anche recente, il pretesto di cavilli burocratici è stato già usato. S’aggiunge l’intento di svilire le scelte di rappresentanza di quella comunità, rendendo vano il cospicuo patrimonio elettorale e magari inducendo fra gli elettori un senso di frustrazione per un’inutilità di orientamento del voto su persone che rischiano d’essere messe fuorigioco da “motivi di sicurezza nazionale”. La mossa del regime è anche quella di logorare la fiducia dei kurdi sulla possibilità di darsi figure di riferimento e strumenti di contropotere locale.

Enrico Campofreda
Pubblicato il 27 agosto 2019
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