Archivi categoria: Oltre l’Occidente

Europa che si emancipa

L’Europa esiste, nonostante le minacce dei sovranisti leghisti e dei nazionalismi di Visegrád, forse non per essere una grande nazione, ma sicuramente come una forte confederazione, se riuscirà ad unificare le strategie economiche e la politica estera, trovando in un esercito europeo una forte coesione.

Come una forte coesione darebbe un Servizio civile europeo che possa offrire alle nuove generazioni delle occasioni non solo di essere coinvolte in attività sociali, ma anche di studio e conoscenza in qualsiasi paese dell’Unione.

Nella prospettiva delle Elezioni europee solo un’Unione che integri e che riesca a coinvolgere tutti i paesi aderenti sarebbe l’unico argine agli egoismi dei capi banda capaci solo di additare nemici. Gli appelli ad un fronte anti populista come quello lanciato da Massimo Cacciari può aprire ad un impegno militante degli intellettuali, se mai ha avuto senso questo vocabolo da trent’anni a questa parte.

La chiamata alle “armi” contro le destre sovraniste o nazionaliste che siano non ha prodotto risultati clamorosi, escludendo le parole di consenso di alcuni politici, come il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, per dare vita a un “campo largo”.

Walter Veltroni non si limita a ribadire la necessità di un dibattito sulla costruzione dell’alternativa, ma di distinguere il populismo da questa destra estrema che non si limita ad evocare una società chiusa, ma sbeffeggia il pensiero degli altri e lo demonizza, oltre a mettere in discussione il valore della democrazia rappresentativa, scagliando i propri anatemi contro il “nemico” di turno.

Nel 2015 una serie di intellettuali (Roberto Castaldi, Edmond Alphandery, Enrique Baron Crespo, Franco Bassanini, Vitor Bento, Lorenzo Bini Smaghi, John Bruton, Carlos Closa, Anna Diamantopoulou, Sergio Fabbrini, Franco Gallo, Anthony Giddens, Daniel Innerarity), avevano firmato un appello agli organi dell’Unione europea per integrazione bancaria fiscale economica politica, ma rimase inascoltato.

Anche altri politici hanno espresso la volontà di costruire un cosiddetto “campo largo” che comprenda la sinistra e il centro sinistra, ma è necessario impegnarsi perché manca meno di un anno alle prossime consultazioni europee e non è stato scandito a chiare lettere come dovrebbe essere questa Europa unita.

Sappiamo che dovrà essere ospitale e solidale, ma non basta per mettere d’accordo centinaia di milioni di persone, in gran parte interessate a sapere cosa ci guadagnano concretamente e non filosoficamente. Se si esclude l’impegno europeista di Emma Bonino, con la sua +Europa https://piueuropa.eu/, che si può sintetizzare con l’obiettivo di realizzare gli Stati uniti d’Europa, nessun altro europeista ha contribuito all’Europa dalle molteplici culture.

Gli Stati uniti d’Europa strutturati con un’unica politica economica ed estera, oltre alla difesa integrata, non avrà bisogno di tutori o padrini e l’ultimato di Trump a tutte le nazioni che intendono continuare a fare business con l’Iran potrebbe essere l’occasione per l’Europa di affrancarsi dai capricci statunitensi tronfi e obesi che non possono continuare a mangiare all’infinito: forse è tempo di mettersi a dieta.

In un’epoca dove gli schieramenti sono fluidi, le alleanze variabili e i fronti indefiniti, l’Europa deve contare su sé stessa per una globalizzazione prima di tutto interna che si rapporti concretamente alle realtà locali.

Gianīs Varoufakīs, economista e ministro delle finanze nel primo governo Tsipras, nel 2016 ha lanciato il Democracy in Europe Movement 2025, un movimento politico paneuropeo che cerca di sensibilizzare, criticamente, all’europeismo.

La voglia di Europa si esprime in vari modi ad esempio con Europeana, un sito web inaugurato nel 2008 e cofinanziato dall’Unione europea, che non si limita ad essere un accesso, anche se macchinoso, al patrimonio bibliotecario diverse istituzioni dei paesi membri, ma anche alle opere d’arte e di argomenti storici.

Europeana, nel primo giorno, non resse i 10 milioni di utenti e venne riproposta nel gennaio del 2009 con, inizialmente, più di metà dei contenuti forniti dalla Francia, in gran parte della il 10% dalla Gran Bretagna, l’1,4% dalla Spagna e l’1% dalla Germania.

L’Italia è presente con il portale nazionale CulturaItalia e la Francia con Bibliothèque nationale de France e la Germania, dal 2012, contribuisce con Deutsche Digitale Bibliothek.

Non può essere un Europa dei volontari vuoi in ambito migratorio e ora anche per l’utilizzo dell’ora solare o legale e magari scegliere a quale fuso orario aderire. Non è così che si realizza il sogno di Ventotene di un’Unione europea.

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Afghanistan, conservare una guerra infinita

La vicenda narrata da alcuni ricercatori afghani sul caso dell’unico gruppo del Daesh afghano collocato nell’area centro-settentrionale del Paese, e formato come in altri casi da talebani dissidenti, è sintomatica di quello scontro indiretto e ormai anche diretto, fra miliziani che fino al 2015 erano un tutt’uno. Una sorte di competizione per il titolo di “resistente” all’Occidente che da mesi fa strage di civili. Nel distretto Darzab, 150 km sud-ovest da Mazar-e Sharif, un tal comandante Hekmat aveva distaccato i suoi guerriglieri dalle indicazioni della centrale talebana. I suoi uomini (e ragazzi, vista la giovane età di molti reclutati) usavano la sigla dello Stato Islamico della provincia del Khorasan, sebbene si trattasse di un’auto dichiarazione, probabilmente non concordata con la componente più corposa dell’ISKP, collocata nella provincia di Nangarhar. Dicono gli osservatori che i miliziani di Hekmat fossero prevalentemente d’etnìa uzbeka e tajika, con un numero ristretto di pashtun. Il gruppo, restando nella zona, si distingueva soprattutto per scorribande e rapimenti a scopo d’estorsione, fino a quando il leader è stato ucciso da un attacco coi droni statunitensi. Sostituito da Mawlawi Habib Rahman, proveniente dalla zona di Balkh, l’operatività dei jihadisti non veniva contrastata da nessuna struttura governativa. Il capo della polizia risultava rifugiato in una base dell’esercito di per sé, comunque, inattiva.

Nel busillis di “chi controlla cosa”, che comunque esclude a priori reparti e amministratori del presidente Ghani ben rintanati altrove, un governatore-ombra della confinante provincia di Faryab, quasi omonimo del neo leader jihadista: Mawlawi Abdul Rahman, avvertiva il nucleo dissidente che se non avesse deposto le armi ci sarebbero state pesanti conseguenze. Dopo uno scambio d’insulti, con funzione anche da propaganda verso gli abitanti dell’area, e tanto di reciproche accuse d’essere fantocci dell’occupazione straniera, le due componenti passavano alle vie di fatto. Ovviamente armate. Ne è seguito il disegno talebano di sradicare con la forza la presenza dei dissidenti nel Jawzjan con due offensive negli scorsi mesi di dicembre e gennaio. Alle battaglie partecipava, anche perché direttamente interessato il governatore-ombra del Jawzjan, tanto per chiarire che il controllo del territorio continua a rappresentare uno dei fini irrinunciabili della strategia talebana, fedele all’orientamento nazionale del proprio Jihad (mentre i dissidenti parlano di Califfato, secondo le direttive del Daesh). Nell’indagine svolta in loco dagli indomiti ricercatori afghani, fonti governative hanno confermato che i talebani ortodossi hanno impiegato truppe provenienti da altri distretti, come Sar-e Pul e Ghor, usando armi pesanti, proprio per piegare definitivamente la concorrenza. Con l’uccisione, avvenuta a fine luglio, di due comandanti dell’ISPK il morale dei seguaci è parso crollare.

L’impegno nello scontro pur locale è risultato intensissimo, ed è stato monitorato da reparti dell’Afghan National Forces, rimasti a guardare in alcuni avamposti confinanti con le zone del conflitto, cui s’aggiungevano osservazioni aeree statunitensi accompagnate a uccisioni mirate. Gli stessi Taliban hanno registrato numerose perdite, causate da azioni talune ardite, altre subdole operate dagli avversari, che, ad esempio, li hanno colpiti durante i funerali riservati ai capi caduti nei conflitti a fuoco. Dai primi di agosto la morsa talebana s’è stretta sui nemici superstiti. Non facendo, comunque, mancare esplicite trattative: essi avrebbero dovuto scegliere se rientrare fra gli ex compagni oppure esser trattati come le truppe governative. La proposta ha spaccato i miliziani dell’ISPK, alcuni si sono dichiarati disponibili ad avvicinarsi all’esercito di Kabul. E ci sono testimonianze di capi tribali di alcuni villaggi del Darzab che sostengono d’aver visto elicotteri governativi trasferire gruppi ristretti di combattenti e tre capi dell’ISPK in luoghi riparati dall’offensiva talib. Più tardi è giunta una dichiarazione di Mawlawi Habib in persona che s’è detto stanco di guerra e disposto ad accettare i colloqui di pace, sebbene il tavolo maggiore sia rivolto ai talebani, non ai dissidenti come lui. A conferma d’un giro a 360° fra le parti c’è un servizio di Tolo Tv che intervista alcuni jihadisti in questione e sullo sfondo passano tranquillamente militari dell’esercito afghano, i loro probabili liberatori.

In questo viscido quadro, che ha comunque logiche scritte in decenni di presenza di Signori della guerra nelle vicende interne, coi legami etnici, le alleanze di comodo non durature, gli interessi di parte, può rientrare il filo d’unione uzbeko che spiega la mano tesa governativa a questi jihadisti. Ricordiamo che il vecchio boss Dostum, pur provato da qualche problema di salute, è tuttora vicepresidente di Ghani. Quest’ultimo, mentre cerca di giungere alle elezioni di ottobre in un clima diventato roventissimo, farebbe carte false con qualsiasi miliziano pur di provare ai suoi protettori di Washington e agli amici della Banca Mondiale, che il suo esperimento governativo è flessibile e non è fallito affatto. Ora con la sedicente ‘riconciliazione nazionale’ per assegnare un’amnistia, il presidente lancia un discrimine fra coloro che hanno commesso crimini e quelli che non li hanno commessi. Cos’è un crimine nella terra di criminali inveterati promossi capi di Stato da quegli interventi criminosi definiti negli anni: Enduring Freedom, Isaf Mission, Resolute Support è facilmente spiegabile nelle inascoltate parole di chi cerca un Afghanistan libero da ingerenze d’ogni tipo. Voci tuttora ai margini, odiate dai jihadisti d’ogni sponda e dagli altri poteri forti (eserciti d’occupazione, governi fantoccio, potenze regionali) che si spartiscono affari privati in una terra obbligata alla guerra.

Enrico Campofreda

17 agosto 2018
Articolo originale

dal blog di Enrico Campofreda

Arabia Saudita, l’altra faccia di Bin Salman

L’intensissima propaganda attorno alla modernizzazione del suo progetto ‘Vision 2030’, le ripetute visite internazionali, la disponibilità, i sorrisi, l’aspetto gentile accanto alle aperture su permesso di guida, pratica sportiva, accesso al cinema per le donne sono abili meccanismi diplomatico-distrattivi del principe saudita Bin Salman. Già da tempo il delfino di sovrano Saud ha mostrato l’essenza d’un realismo politico bene in linea con la tradizione della petromonarchia: assolutismo e interessi classisti, mire d’egemonia regionale in sintonìa con la geopolitica del Pentagono in fatto di armamenti, repressione para imperialista. Resta solo l’incognita d’una prosecuzione del sostegno al fondamentalismo wahhabita.  Quanto alla Shari’a usata a  strumento di coercizione politica, giunge la notizia della possibile condanna a morte da infliggere a cinque attivisti dei diritti accusati di terrorismo. Fra loro una donna, Israa al Ghomgham, una sciita già nota per azioni di protesta e arrestata col marito nel 2015, che potrebbe diventare la prima condannata di genere in materia.

Il presunto terrorismo su cui si pronuncerà la Corte Criminale altro non è che: incitamento alla protesta, esecuzione di canti e cori ostili al governo, pubblicazione sui social media di immagini e video relativi alle manifestazioni organizzate nel governatorato di Qatif. Eppure tanto basta al magistrato per applicare il ta’zir della Legge Islamica che, sebbene sia rivolto ai reati minori, può a discrezione trasformarsi in pena capitale. Sentenza da emettere entro il prossimo 28 ottobre. Nonostante i ripetuti pronunciamenti di apertura il clima repressivo sembra tornato indietro ai momenti bui della monarchia, quando infiammava la guerra Iraq-Iran e venivano comminate condanne a morte per gli attivisti della minoranza sciita presenti nei Paesi del Golfo. L’Ong Human Rights Watch interessata al caso, chiede a Riyadh e alla comunità internazionale il rispetto della ‘Carta araba dei diritti umani’ che il locale governo ha sottoscritto. Ciò che viene contestato agli attivisti non ha nulla a che vedere col terrorismo, riguarda la libertà di pensiero e d’informazione, perciò anche le Nazioni Unite muovono interrogazioni sul comportamento della corona saudita. Finora senza esito.

Pubblicato 23 agosto 2018
Articolo originale

dal blog di Enrico Campofreda

Una Intellettuale Migrazione

Non è necessaria la diatriba accesa dall’appello di Roberto Saviano per contrapporsi al dilagante senso di egoismo, dopo che gli intellettuali appaiono come le fiaccole che illuminano il cammino per una nuova società e gli altri zotici che ignorano la storia e la realtà geopolitica. È restrittivo basarsi su chi ritiene l’avvento di una popolazione senza confini e su chi vuol difendere quello che non ha mai posseduto e perdere di vista il vero quesito: fare la cosa giusta o rinchiudersi impauriti in un angoletto buio di qualche periferia degradata.?

Sono proprio le periferie degradate, con la sua popolazione, ad essere uno degli argomenti di Paola Mastrocola, nel suo articolo “Quel muro tra buoni e cattivi” sul Sole 24 Ore di domenica 29 luglio 2018, a rispondere a Roberto Saviano, prendendo in considerazione lo scontento di vivere nello squallore, come motivo per scagliarsi contro chi affronta svariati pericoli per trovare un luogo dove vivere senza paura di morire per conflitti o per carestia.

Se per Paola Mastrocola il problema di tanto dissapore verso gli altri nasce dalle condizioni in cui versano le periferie, sarebbe più proficuo fare pressione sulle Amministrazioni per risanarle, invece di scegliere di fomentare una polemica sull’accoglienza.

Paola Mastrocola si sente a disagio tra gli scrittori che pontificano stando comodamente seduti sulle poltrone dei loro salotti, ma sono solo parole come quelle di Sandro Veronesi, nell’invitare, con una lettera aperta sul Corriere della Sera del 9 luglio, Roberto Saviano a mettere «i nostri corpi sulle navi che salvano i migranti», mentre Eraldo Affinati risponde all’appello con “L’impegno è agire, io lo faccio a scuola”.

Mentre non ci sono parole per tutti quegli atti di solidarietà svolti in silenzio, come quelle centinaia di famiglie che accolgono rifugiati.

È arrogante ergersi come quelli che fanno la cosa giusta, limitando il coinvolgimento a opportune prese di posizioni, ma difficilmente si può contare su di loro per un turno alla mensa e sicuramente non si può chiedere di aprire le porte dell’accoglienza in spazi fisici dei loro salotti a persone che non si conoscono.

Anche gli altri sono convinti di essere nel giusto e non essere razzisti, ma tutt’al più un po’ xenofobi, come dire ti odio un pochino, quanto basta per non volerti vedere. Poi ci sono quelli che strumentalizzano lo scontento per fare la loro “cosa” giusta, quella che gli permette di mangiare senza lavorare.

Polemiche aride, parole al vento, che non sono di alcuna utilità se non si è disposti a dare il buon esempio.

È il caso, per chi si dice Cristiano, ricordagli i vari riferimenti nell’Antico e Nuovo Testamento alla difesa dello straniero, della vedova e dell’orfano. Se sbandiera la sua appartenenza a una religione, impugnando la Bibbia come se fosse un moschetto, non si può esimere dal seguire suoi insegnamenti.

Insegnamenti come nei libri della Genesi (17:8) “A te e alla tua discendenza dopo di te darò il paese dove abiti come straniero”, dell’Esodo (22:21) “Non maltratterai lo straniero e non l’opprimerai, perché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto”, del Levitico (19:33) “Quando qualche straniero abiterà con voi nel vostro paese, non gli farete torto”, sino al Vangelo di Matteo (25,35-44) “Ero straniero e mi avete ospitato

Sono solo alcuni esempi di come si dovrebbe aver rispetto dello straniero e non si fa riferimento allo straniero danaroso che può comprare ogni cittadinanza che desidera, ma di quello che necessita protezione.

Non ci sono buoni o cattivi, ma solo chi è quotidianamente un esempio di vita e chi arringa le folle per propri interessi. Folle spesso pigre per usare le proprie capacità mentali, fermandosi e riflettendo, optando per un pensiero omogeneizzato, quello predigerito che non comporta fatica nell’accodarsi all’armento.

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Il Verde d’Africa

I mille drammi che gli africani vivono possono passare in secondo piano nell’interesse delle redazioni telegiornalistiche, ma anche sull’informazione cartacea, escluse due/tre testate, non godono di molta attenzione, come padre Alex Zanotelli ha sottolineato nel rinnovare il suo appello per l’Africa.

Tra le situazioni che mancano di un monitoraggio continuo c’è la lotta intrapresa, una decina di anni or sono, dai paesi della striscia del Sahel contro il deserto, proponendo un rimboschimento lungo un’area di quasi 8mila km, larga 15, con la creazione di una barriera, una grande muraglia verde (Great Green Wall) che colleghi la costa atlantica africana a quella sull’Oceano Indiano, per impedire al deserto di spostarsi sempre più in basso.

Una grande muraglia verde per smorzare la forza dell’Harmattan, il vento secco e polveroso del Sahara, che nel Burkina Faso ha il volto di un gruppo di donne del villaggio di Kao, impegnate, con la realizzazione di un vivaio ed con il supporto della Ong Bambini nel Deserto, a tenere viva una barriera “frantumata” in forma triangolare per usufruire dell’aerodinamicita’ e far scorrere il vento, proteggendo le case e le coltivazioni.

Nel Ciad si è venuto a conoscenza, grazie ai post del missionario gesuita padre Franco Martellozzo, di una gioiosa attività di rimboschimento, che si rinnova ogni anno in concomitanza con la Festa dell’Albero.

Una Festa rallegrata dall’irremovibile entusiasmo di una bimbetta di 4 anni, che padre Franco Martellozzo chiama Bakhita, nel contribuire alle operazioni di scarico delle 400 piantine arrivate con un pick up.

Una campagna arboricola che il sultano di Baro ha voluto concludere non solo con canti e danze, ma con una cerimonia di premiazioni di tutti quelli che si sono impegnati in ogni villaggio, donando altre piantine da curare e uno zainetto per andare a scuola.

Questo entusiasmo delle giovani generazioni è probabilmente tramandato dalle loro madri, con la loro operosità ed ingegno nel quotidiano , visto il ruolo bellicoso o apatico del maschio, la locomotiva della società. Infatti, come viene evidenziato nel recente studio del World Farmers Organisation, il 43% dei contadini sono donne, anche se in alcuni Paesi la percentuale sale al 70%, e sono ancora le donne, secondo la Fao (agenzia Onu per l’alimentazione e l’agricoltura), a farsi carico dell’approvvigionamento del 90% della fornitura d’acqua domestica e tra il 60% e l’80% della produzione di cibo consumato e venduto dalle famiglie.

Un’operosità che trova negli Orti comunitari del Ciad una risposta alle multinazionali ed ai Fondi sovrani impegnati a fare incetta, con land grabbing, di terre fertili per imporre coltivazioni intensive di ciò che loro ritengono avere bisogno e non di quello che necessita alle comunità di quei territori per la loro quotidianità.

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