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Il carattere dispotico di un tempo storico che va rimesso in sesto

In queste settimane il governo di Matteo Renzi ha intrapreso una serie di iniziative. Ha varato un Jobs Act dedicando solo un’ora a ricevere le organizzazioni sindacali e dichiarando pubblicamente che lui si confronta direttamente coi lavoratori e non con i rappresentanti (magari con un “tweet”). Ha presentato una “riforma” della scuola che docenti, studenti e altri lavoratori del comparto dovrebbero valutare in forma digitale (come fosse un “mi piace” su Facebook). Ancora, ha presentato una manovra economica che va ad aggravare le già penose condizioni dei bilanci locali. Il tutto, ed altro, molto spesso utilizzando lo strumento della “fiducia” per contingentare o eliminare il dibattito parlamentare. Atteggiamenti e metodi che dimostrano quanto, come esposto ne La democrazia dispotica di Ciliberto, questo nuovo dispotismo abbia ancora in comune col vecchio l’arbitrio che si sostituisce alla legge, anzi che si fa esso stesso legge. D’altronde era già Marx che parlava di “democrazia delle illibertà”. Ma forse a noi interessano più gli elementi di novità, di discontinuità col passato, quelli che ci permettono una maggiore comprensione dei tempi che viviamo. Ciò che il berlusconismo ha portato in dote a Renzi è intanto la capacità di trasformare l’uso privatistico (o di lobby) della legge in “senso comune”, in (dis)valore culturale. L’altro elemento di discontinuità col dispotismo classico è il fatto di parlare non più a classi o a movimenti collettivi, ma ad “individui” isolati, senza identità comuni e pronti a schierarsi a destra o a sinistra a seconda delle loro convenienze. I “nuovi despoti” sono oggi in grado, con un segno ovviamente conservatore e/o reazionario, di interpretare i bisogni di affermazione individuale emersi nell’epoca della “crisi dei partiti” (1990-2000) e di fornire delle proposte o delle vie d’uscita.
Ma quali sono gli effetti di questo nuovo dispotismo nella società e nella politica italiana? Sul piano sociale essi possono essere riassunti, secondo l’autore del volume, in questo modo: un forte acuirsi delle diseguaglianze; la riduzione ed il livellamento verso il basso dei redditi popolari; l’impossibilità di pensare una strategia di cambiamento che esca dagli ordini e dalle gerarchie prestabilite. Sul piano politico, invece, si afferma un governo “carismatico” ed un modello politico leaderistico in cui tutta la società (permeata, abbiamo visto, da individualismo ed egoismo) si riconosce, oltre che nelle nuove forme di autoritarismo di massa imperniate sul consenso (alimentato e orchestrato dai mass-media) in una classe politica e parlamentare dequalificata. Sullo sfondo si staglia la crisi strutturale del principio del “pubblico” e della solidarietà come valore comune. Quindi gli uomini sono resi più diseguali e meno liberi, ma – e qui sta l’elemento di novità col passato – col loro consenso.
Il lento smantellamento della Costituzione (peraltro già in passato rimasta spesso lettera morta), non solo sul piano dei valori solidali ed egualitari che contiene, ma anche su quello della struttura costituzionale dello Stato, è quindi l’orizzonte normativo fondamentale del nuovo dispotismo: un Parlamento “asciugato” nei numeri ed assuefatto, una riforma presidenzialista (o di segno analogo) e la dipendenza diretta del potere giudiziario da quello politico sono le “malattie” conclamate della democrazia che il “virus” dispotico sta incubando.

Eppure tutti i fan e gli esponenti del PD potrebbero obiettare: ma come? Noi abbiamo introdotto in Italia un elemento fortemente democratico, ovvero le primarie. Ciliberto sostiene che il PD, della cui genesi ed identità dà un giudizio durissimo, è rimasto esso stesso “vittima” e “carnefice” di quelle tendenze plebiscitarie e carismatiche che dichiaravano di combattere. Di fronte all’allargamento dello scarto fra “governanti e governati” le forze di centro-sinistra avrebbero, secondo lui, dovuto operare in quattro direzioni: in primo luogo una rinnovata analisi di carattere materiale della società italiana e del nuovo dispotismo democratico, e delle trasformazioni sociali e politiche delle quali esso è causa ed effetto; in secondo luogo una riflessione seria ed aperta per uscire dalle vecchie ideologie novecentesche e dai vecchi partiti; ancora, una attenzione adeguata a quella che l’autore chiama la “dimensione dei ‘valori’ dell’agire sociale e politico; infine, un profondissimo rinnovamento dei vecchi gruppi dirigenti.
In particolare, la “centralità dell’individuo”, è intesa da Ciliberto come «nodo teorico e politico da cui occorre muovere per ricostituire nuove forme di comune identità e di solidarietà sociale», ma mantenendo aperta la «critica rigorosa» all’individualismo egoistico di cui è portatore il nuovo dispotismo democratico. Oggi nella società, secondo Ciliberto, esistono individui “nuovi”, con aspettative di vita nuove con le quali occorre misurarsi con forme e metodi nuovi. Insomma, serve un moderno partito imperniato sui “diritti individuali” e su una forte solidarietà sociale.
Per cercare di ristabilire il circuito fra governanti e governati, il PD si è affidato alle “primarie”, le quali hanno però assunta, per Ciliberto, una caratteristica “plebiscitaria” e “carismatica” a causa dell’intrinseca e strutturale fragilità del partito: è venuto sostanzialmente meno il ricco ed articolato tessuto di sezioni, case del popolo, ecc., che hanno costituito la forza prima del PSI e poi del PCI. In questo modo sono venuti meno quei rapporti di comunicazione e mediazione politica fra “dirigenti” e “diretti” che ha favorito l’allargamento del fossato fra politica e società civile, brodo di coltura del nuovo dispotismo democratico. Da ciò sono scaturite, secondo l’autore, le “primarie” come unico mezzo, per il “popolo della sinistra”, di far sentire la propria voce; ma anche queste, se il partito non è forte, strutturato e radicato sul territorio, con strutture organizzative in grado di orientare e sviluppare il dibattito politico, finiscono per diventare dei plebisciti, nei quali si azzuffano i diversi “capi bastone” del partito, i quali arringano le piazze né più né meno come i loro avversari di centro-destra. Ora è venuta meno anche l’unica differenza che, all’epoca in cui Ciliberto scrive La democrazia dispotica, esisteva col centro-destra, ossia la presenza di un “capo carismatico”.
Ciliberto comunque non si arrende al pessimismo: alle tendenze dispotiche, infatti, continua a contrapporsi l’esigenza di partecipazione (secondo lui rappresentata con l’esempio delle primarie, a mio avviso meglio impersonata da vasti movimenti politico-sociali, come per esempio quello referendario per l’acqua pubblica). Si tratta quindi, da una parte, di ricomporre lo scarto fra governanti e governati, combattendo la passività degli individui, di una società civile che deve riappropriarsi delle proprie forze e del proprio “libero arbitrio” per affrancarsi dalla schiavitù nei confronti della politica (come affermano Tocqueville, Marx, Gramsci, ma anche Kant); dall’altra, e al tempo stesso, di ridare sovranità alla politica rispetto alla burocrazia (come auspicato da Weber) e/o alla finanza, una politica che è sì una delle tante attività dell’uomo (come scrive Marx), ma che ne resta una dimensione essenziale, a patto che rinunci alla velleità di “autofondarsi”.
Per Ciliberto ciò equivale a “rimettere in sesto il tempo”, e per questo l’autore formula alcune “modeste proposte” (come le chiama), per certi versi discutibili nei contenuti, ma dall’oggettivo contenuto anti-dispotico: la prima è quella di stabilire rapporti organici fra democrazia diretta e democrazia rappresentativa, ma riaffermando la forza ed il primato della seconda, sebbene attualmente in crisi; la seconda è ripartire dall’analisi della situazione concreta dei cittadini dal punto di vista materiale, cioè dei rapporti di proprietà, dei “rapporti di classe”; in particolare, le diseguaglianze sono il problema prioritario (comprese le sperequazioni a danno dei migranti); qui, secondo Ciliberto, sta l’attualità di Marx; la terza è sviluppare un linguaggio basato su valori anti-dispotici contro il lessico, orale e corporeo, dei media, basato sull’individualismo e sull’impolitica; la quarta è fare in modo che il conflitto torni ad essere l’animatore di ogni società democratica e il “contrafforte” della libertà; l’ultima è costruire vincoli e contrafforti che limitino il potere dell’Esecutivo, mantenendo aperto il conflitto fra eguaglianza e libertà così come fra libertà dei cittadini e potere dello Stato, nel quale il partito politico rimane uno strumento necessario.

Seconda parte di
La democrazia dispotica secondo Michele Ciliberto

04 La democrazia dispotica di Michele Ciliberto 1

 

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Titolo: La democrazia dispotica
Autore: Michele Ciliberto
Editore : Laterza, Roma-Bari, 2011
Prezzo: €. 18,00

ISBN 978-88-420-9464-7

Formato: ePub con DRM – richiede Adobe Digital Editions
Editore: Laterza (collana Ebook Laterza)
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Riforma elettorale: Renzi tenta l?intesa con Berlusconi

La metamorfosi della democrazia nelle riflessioni dei classici

Abbiamo vissuto nel nostro Paese, in questi ultimi 3 anni, repentine trasformazioni della situazione politica: dalla caduta del governo Berlusconi alla ascesa e poi caduta del governo “tecnico” di Mario Monti, dall’inaugurazione della politica delle “larghe intese” PD-PDL (con Enrico Letta alla Presidenza del Consiglio) fino al “blitz” del “rottamatore” Renzi, con annesso plebiscito elettorale nel maggio scorso. Tre anni convulsi ed intensi, vissuti fra bonapartismi e tecnocrazia, che stanno mettendo a nudo le precarie condizioni di salute della democrazia italiana. Proprio di queste ultime si occupa Michele Ciliberto nel suo saggio La democrazia dispotica, edito da Laterza nel 2011.
L’autore muove dalla crisi costituzionale della Repubblica: il periodo è quello della crisi del governo Berlusconi, che poi avrebbe portato alla nascita del governo “tecnico” guidato da Mario Monti. Ciliberto, lungi dal relegare il berlusconismo a fenomeno “provinciale” della politica, ritiene che l’ultimo ventennio non solo si inscriva in un contesto più ampio di crisi del sistema democratico italiano, ma che possegga delle peculiarità e caratteristiche “nuove”, tipiche di quella che viene definita la politica “post-novecentesca”. Nel cercare di individuare questi elementi di novità – e di formulare proposte di via d’uscita dall’attuale stato di crisi della democrazia – l’autore inizia col chiedere aiuto ai “classici” del pensiero politico contemporaneo.
Perché, al contrario di certe frenesie “rottamatrici” contemporanee e nonostante l’ultima moda di tacciare di “gufismo” gli intellettuali critici col nuovo corso renziano, proprio i classici – e solo essi – sporgono oltre il loro tempo storico, acquisendo un valore universale. Fondamentale quindi servirsi delle loro riflessioni, ma facendo attenzione a non leggerli facendo inutili forzature o stabilendo astratte corrispondenze fra i contesti in cui essi hanno scritto e la nostra situazione contemporanea.
Cosa c’è allora di ancora utile nel pensiero dei classici? Ciliberto prova ad elencare alcune idee, e lo fa partendo da Alexis de Tocqueville, che, nel saggio La democrazia in America, vede nell’affermazione della democrazia anche la tendenza degli uomini a chiudersi nella propria dimensione individuale e utilitaristica, delegando al potere esecutivo la funzione di guida degli affari generali, della cosa pubblica. In questo modo essi sono “cittadini” solo quando, periodicamente, si recano alle urne per le elezioni, ma prima e dopo essi sono “individui”, totalmente alieni alla politica. Ed è in questa dinamica che si cela il rischio del dispotismo, basato sul consenso, frutto avvelenato dello stesso sviluppo della democrazia, incentrato sulla progressiva riduzione della politica ad amministrazione e sulla distruzione dei poteri “secondari” (come quello giudiziario), basato sulla disintegrazione del “libero arbitrio” e sulla riduzione dell’autonomia del cittadino, ridotto a servo passivo del potere. Alla crisi dei legami sociali, all’affermazione dell’egoismo utilitaristico ed alla conseguente affermazione del dispotismo democratico come risposta, Tocqueville propone di reagire potenziando le forme della partecipazione attraverso un sistema articolato di associazioni che salvaguardi e valorizzi i diritti nei quali affonda il principio di libertà civile e politica.
Karl Marx, (di cui Ciliberto prende in esame fondamentalmente due testi: la Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico e la Questione ebraica), pur dando un giudizio diametralmente opposto a quello di Tocqueville sulla democrazia (per lui essa è la vera costituzione del popolo, perfettamente adeguata ai suoi bisogni ed alla sua vita), ne condivide invece l’interpretazione della crisi moderna come rottura dei “legami” sociali. Per Marx, l’uguaglianza politica propagandata dallo Stato moderno nasconde, in realtà, le profonde disuguaglianze sociali esistenti in realtà. Per risolvere questa contraddizione, è necessario superare le diseguaglianze umane, individuando il luogo dove ciò possa avvenire (per Marx, questo luogo sarà prima l’uomo “generico” di Feuerbach, poi i rapporti sociali di produzione capitalistici). Allo stesso tempo, egli fa una forte apologia della democrazia diretta e un’esaltazione delle elezioni come strumento per uscire dalla crisi del mondo moderno-borghese e realizzare la vera emancipazione umana lungo una prospettiva ultrapolitica e ultrastatuale (piena autogestione, estinzione dello Stato, quanto meno per come lo conosciamo noi). La democrazia concepita come dimensione sostanziale della società (e non più come “astrazione”), cancella la contrapposizione fra Stato e società civile, perché essa è il terreno in cui il popolo si autodetermina. A Marx interessa, quindi, rovesciare i termini del rapporto fra politica e uomo, individuando nel secondo il soggetto reale che crea la “costituzione”.
Ciliberto annovera poi Max Weber fra i “nostri contemporanei” innanzitutto per aver formulato il concetto di carismaticità: in un’epoca caratterizzata dalla “politicizzazione di massa”, la politica deve imparare a controllare la forza “ottusa ed autoritaria” della burocrazia, e per farlo deve divenire “carismatica”, cioè poggiare sulle virtù “sacre”, “eroiche”, “esemplari” di un capo. Per Weber, quindi, “negli Stati di massa” il cesarismo è inevitabile, ma accanto al motivo della carismaticità, lo scienziato politico tedesco non rinuncia a porre la centralità del Parlamento, investito di una duplice funzione: da una parte terreno, attraverso la lotta politica, di selezione della classe dirigente (e in particolare dei capi carismatici), dall’altra strumento di controllo del potere burocratico.
Attraverso il concetto di “educazione” delle masse (attraverso non solo la scuola, ma anche istituti sociali e sindacali o provvedimenti legislativi), Benedetto Croce pone invece, secondo Ciliberto, due obiettivi alla politica: rinsanguare le fila dell’aristocrazia (intesa in senso intellettuale) e favorire la maggiore comprensione di massa delle posizioni e delle teorie elaborate dalle élites politiche. Croce è un liberale, ma sa apprezzare la funzione “positiva” che la democrazia ha nel costringere il liberismo a non rinchiudersi nelle “alte vette” delle concezioni del mondo e a scendere sul terreno della concretezza. Infine, egli, pur essendo legato alla classica visione liberale della politica, come invenzione e creazione personale, concede ai partiti, forse perché influenzato da Weber, la funzione di strumenti delle personalità per forgiarsi come capi e perseguire i fini politici ed affermare i valori etici dichiarati.
Come Weber, anche Gramsci coglie la centralità della “carismaticità” nel mondo contemporaneo, ma muovendosi su prospettive diverse. Al capo carismatico borghese va, quindi, sostituito il “moderno principe”, l’intellettuale collettivo rappresentato dal partito politico della classe operaia. Per il dirigente comunista italiano, il capo carismatico “deve rinnegare la sua origine e lavorare a rendere organica la funzione della direzione, organica e coi caratteri della permanenza e continuità”. Questi soggetti collettivi, composti dai nuovi “intellettuali organici” del moderno proletariato, possono svolgere una funzione di direzione politica solo se entrano in un rapporto vivo con le masse che intendono rappresentare (Ciliberto usa i termini “sentire”, “sapere” e “comprendere”), evitando da una parte il “codismo”, dall’altra il settarismo: infatti, “l’elemento popolare ‘sente’, ma non sempre comprende o sa; l’elemento intellettuale ‘sa’, ma non sempre ‘comprende’ e specialmente ‘sente’…”. Solo in questo modo il rapporto di rappresentanza non genera la passività delle masse.
Proviamo, quindi, a fare un primo punto: per Ciliberto, l’elemento – ancora di estrema attualità – che accomuna tutti gli autori fin qui esposti, pur nei differenti e divergenti percorsi, idee, prospettive e possibili soluzioni, risiede nella critica al dispotismo democratico di separare gli individui, di renderli politicamente deboli tanto da ridurli (come dice Tocqueville) a “servi”. Anzi, questo isolamento individuale è il brodo di coltura del dispotismo democratico. Senza ricostruire questi legami non è possibile riannodare il filo che lega la triade democrazia-libertà-uguaglianza. Pertanto, la ricostruzione di questi legami è il punto di partenza di ogni posizione politica anti-dispotica.

Prima parte di
La democrazia dispotica secondo Michele Ciliberto

04 La democrazia dispotica di Michele Ciliberto 1

 

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Titolo: La democrazia dispotica
Autore: Michele Ciliberto
Editore : Laterza, Roma-Bari, 2011
Prezzo: €. 18,00

ISBN 978-88-420-9464-7

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04 La democrazia dispotica di Michele Ciliberto 2339704 La democrazia dispotica di Michele Ciliberto Marx ciliberto-07 copia

Il Grillo visto da Greblo

Non si può eludere il nodo grillino, ops penta stellato, con un manzoniano «Carneade! Chi era costui?» ruminato tra sé dal don Abbondio di turno o il più contemporaneo «Fassina chi?» echeggiato da Renzi in una conferenza stampa.

Il MoVimento 5 Stelle con il suo promotore Beppe Grillo e il guru Casaleggio viene da lontano, un po’ come la Lega, incanalando lo scontento sconnesso di un elettorato più interessato al cambiamento che all’ideologia.

Un elettorato che è emigrato, in gran parte, da Forza Italia alla Lega sino al Movimento di Beppe Grillo, per poi guardare ad un Pd renziano. Un elettorato irrequieto, confuso tra “antipartitocrazia” e “antipolitica”, ma che vuole scardinare i privilegi di pochi per non mortificare i molti, volendo porre in evidenza il tema del bene comune per contestare il patrimonialismo e le lobby.

Non si può ridurre il Movimento alle invettive di un esagitato che barcolla sulle esacerbate grida reazionarie a serie proposte di un popolo di sinistra, per poi stigmatizzarlo come guidato da un demagogo che ha sdoganato un linguaggio politicamente “scorretto” perché M5S possa arrivare con violenza ad essere udito e sentito nello stomaco dell’elettorato.

Beppe Grillo evita qualsiasi collocazione e afferma che lui non si è mosso, sono gli altri hanno modificato le varie linee politiche. In effetti sono da molti anni che Beppe Grillo, nei suoi spettacoli, porta avanti una rivendicazione ecologista, arricchita dalle proposte informatiche, per un nuovo sviluppo economico.

Un movimento con delle giuste rivendicazioni sociali, condite da rancorosi reflussi gastrointestinali verso il prossimo, coniugando l’intelletto alla pancia, per far ruotare il tutto intorno all’individuo come fideistica comunità, differenziandosi da una destra individualista e da una sinistra collettivista.

Le 5 Stelle del Movimento rappresentano: l’Istruzione, la Salute, l’Informazione, i Trasporti, lo Stato con i Cittadini, l’Energia e l’Economia, ponendo l’accento sulla differenza che intercorre tra casa e città – tra l’oikos e la polis – il privato e il pubblico.

In questo panorama sarebbe difficile individuare una filosofia da assegnare a Beppe Grillo, ma Edoardo Greblo sembra riuscirci con La filosofia di Beppe Grillo. Il movimento 5 stelle (2011), ma a tre anni dalla pubblicazione cosa rimane delle speranze riposte nella volontà di cambiare il rapporto tra Stato e Cittadini, tra il Progresso e l’Ambiente?

Una delle innovazione tentate dai PentaStellati è sopratutto l’utilizzo del web come spazio di un dibattito ininterrotto, strumento per “rendere” il cittadino in un elettore consapevole, coinvolgendolo nelle proposte e nelle scelte, anche se la partecipazione non sembra esaltante.

Sfogliare le pagine del libro di Edoardo Greblo può aiutare a riflettere sulle ambiziose mete e sulla difficoltà nel raggiungerle senza dover giungere a compromessi.

I risultati non sono esaltanti dal lato partecipativo: il cittadino rimane propenso a delegare i cambiamenti e non esserne protagonista, tutta al più esserne un comprimario che spinge il “campione” verso la volata finale.

Sono scoppiate, con Grillo nella politica attiva, tutte le contraddizioni che hanno corroso i rapporti tra eletti ed elettori. Così i gruppi impegnati a modificare la Costituzione o l’accesso e la tutela del lavoro bollano la schiera di persone che pongono dei dubbi sul da farsi come conservatori e dinosauri. Conservatori per il solo motivo di voler salvaguardare i diritti fondamentali e non sottostare alla coercizione dei Poteri “forti”, con pensieri deboli, sui cittadini.

Sarebbe utile rispolverare Gustave Le Bon e il suo trattato sulla Psicologia della Folla (Psychologie des foules) per disinnescare il carisma che certi politici esercitano sui cittadini e non far finta di essere degli attivi elettori solo perché si usa la rete per confrontarsi. Discernendo il virtuale e il reale, dalla parola ai fatti.

 

04 DemosKratia Il Grillo visto da Greblo cop

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Titolo: La filosofia di Beppe Grillo. Il movimento 5 stelle
Autore: Edoardo Greblo
Editore: Mimesis, 2011
Prezzo: € 12,00

EAN:9788857506944

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Il disagio della Democrazia di Carlo Galli

Il disagio della democrazia, come chiaramente descrive Carlo Galli nel suo omonimo saggio, è un disagio oggettivo per l’inadeguatezza dell’attuale democrazia (e dei suoi istituti) a mantenere le proprie promesse, ma è anche il disagio soggettivo dei cittadini che sembrano accettare passivamente “una morte che non si può annunciare”. Siamo spettatori di un paradosso: l’occidente dalla grande tradizione democratica, ritiene la democrazia l’unica forma di organizzazione politica legittima e tuttavia ne sperimenta il disagio; i paesi caratterizzati da regimi autoritari (es Africa) invece lottano per averla. Carlo Galli, accademico e politico, auspica che ciascuno faccia il primo passo verso una “deliberata volontà di democrazia” e ci conduce quindi attraverso la storia della democrazia: in fondo la democrazia è un termine polisemico, nel quale si sono stratificate diversi significati in funzione dell’evoluzione storica e umanistica. E’ dai suoi fondamenti e dalle sue trasformazioni che possiamo porre un parziale rimedio a quel disagio, poiché ci può aiutare a realizzare la riattivazione selettiva della complessità dentro la quale stanno diverse e molteplici possibilità della democrazia a “venire”. E’ necessario però abbandonare l’insoddisfazione per l’attuale democrazia unita alla sensazione che non ci siano a questa, alternative, perché crea “spaesamento che rischia di essere costante e insuperabile, ma non produttivo”. Lasciare troppo spazio al “disincanto tecnico”, al rifugio nell’individualismo, alla sensazione di tradimento dell’ideale moderno di autenticità della democrazia, dovuta alla perdita della libertà e della piena espressività del singolo, rischia di renderci complici della sua morte.
La parola Democrazia coniata nel mondo greco si riferiva a δῆμος (démos) e κράτος (cràtos) cioè al governo del popolo (che era comunque una minoranza – non partecipavano donne, schiavi, meteci – gli stranieri residenti- ed i troppo poveri). In genere nella prassi politica greca la democrazia si riferiva ad una parte (démos) ritenuta peraltro violenta e rancorosa in contrapposizione all’altra, l’aristocrazia. Sinteticamente il pensiero greco, troviamo, solo Aristotele a interpretare la democrazia (la politeia) in termini positivi o meglio come il governo perfetto per gli imperfetti (il ceto medio ritenuto per il pensiero dell’epoca non in grado, per cultura e per necessità, di pensare a visioni di più ampio respiro relative all’intera città e al bene comune). Galli pone infine l’accento sull’ideale della democrazia espresso da Tucidide, dove “la parte” non è faziosa ma in grado di promuovere i valori multiformi di un umanesimo attivo da tenere sempre presenti per l’analisi critica della situazione attuale: “l’uguaglianza davanti alla legge, la trasparenza della politica, l’autogoverno, la tolleranza di ogni diversità dei singoli purché ciascuno riconosca il proprio obbligo verso la città nella quale lavoro e politica, pubblico e privato, parola e prassi camminano di pari passo”.
Dagli ideali degli antichi alla declinazione democratica nell’età moderna, nella quale il nodo centrale si sposta dal governo (chi governa chi: saggio, aristocratico, filosofo, guerriero) alla legislazione: è il potere generale ed universale che rappresenta tutti (sovranità) e che garantisce unità e pace tramite l’ordine artificiale delle leggi.
A partire dalla Riforma protestante, propulsiva del capitalismo industriale, cominciano a liberarsi energie soggettive individuali e si reinventa un nuovo spazio politico, che si modellerà lungo lo scorrere dell’età moderna fino collassare nell’Era della Globalizzazione. La democrazia degli antichi cede il passo ad un nuovo pensiero che dà forma alla democrazia moderna: l’uguaglianza di tutti gli uomini in natura, che quindi hanno diritto di essere uguali anche davanti alla legge. Il popolo governa e viene rappresentato tramite un intero ordinamento, che in regime di uguaglianza lo coglie non nelle sue specificità ma nella forma astratta e universale delle leggi. In questo momento trovano espressione i concetti di Stato e cittadinanza, come dimensione universale del popolo all’interno dello Stato. L’orizzonte politico inventato ex-novo dalla borghesia mantiene tuttavia le disuguaglianze materiali derivanti dalla legittimazione del nascente capitalismo industriale. Nel secondo dopoguerra la democrazia evolve nella sua figura tardomoderna, cioè il “compromesso socialdemocratico”: accanto ai diritti politici, prendono forza i diritti sociali che tendono a garantire l’uguaglianza delle condizioni. L’epoca moderna, diversamente da quella antica, funziona per separazioni e astrazioni: “è l’insieme delle condizioni formali a dare alla politica una finalità umanistica di espressività delle soggettività, che attraverso i diritti dovrebbero ricomporre la scissione tra universalità della legge e particolarità concrete”; proprio per questo è segnata dalla rivendicazione dei diritti non solo politici ma anche sociali. “Che le lotte siano state necessarie significa che la democrazia non è automatica, ma deve essere voluta nella prassi”. Se il popolo è il grande assente della democrazia moderna nel senso che vi compare come “istanza originaria costituente legittimante le istituzioni”, i partiti politici nello spazio politico dovrebbero essere portatori della pluralità. E’ proprio la partecipazione dei singoli con un’attiva “volizione” costante e continuativa che mantiene in una dialettica sana di un pluralismo sociale e nella trasparenza politica; è proprio questa partecipazione il ponte tra l’individuo e l’interesse generale, non c’è democrazia con un pensiero unico o assenza di pensiero.
Con l’avvento della Globalizzazione la grande sfida della democrazia moderna di fare unità mediando fra le parti è svanita: l’unico protagonista, il capitale (la finanziarizzazione) è fuori controllo e domina indiscusso lo scenario globale. Lo stato democratico moderno s’indebolisce e la politica sprofonda in maneggi di “oligarchie economiche affaristiche”. I partiti sono potenti ma meno collegati con la società è quindi più deboli nel senso democratico del termine, l’omogeneità culturale della nazione si fa precaria ed il dilagare dei conflitti scuote l’apparato democratico costituendo un vero e proprio detonatore per forme meno democratiche, come la democrazia autoritaria o amministrata (“dove il consenso che si attiva non è spontaneo ma passivo”) o come forme di populismo democratico che, esaltando retoricamente la centralità del popolo determinano un movimento anti-establishment. Forme di esemplificazione della realtà e di fuga non sono mai risolutive: “il popolo del populismo è tanto meno reale quanto quello della democrazia istituzionalizzata: un fantasma comunitario che vuole opporsi alla finzione della cittadinanza, un Tutti anonimo che pretende di opporsi all’anonimato della globalizzazione”. Questo “Noi inventato” del populismo “si fa strumento di una politica, che in realtà è ancora più distante dal popolo di quanto lo fosse la tradizionale” e anche se si crede d’opposizione è sempre più spesso utilizzato dai governi. “Una passività di massa mascherata da attività che esprime il pieno disagio della democrazia”.
Galli chiude l’articolata trattazione con un monito: “se è giusto riconoscere la non democraticità del tempo presente”, non ci si può ingenuamente abbandonare a soluzioni immediate o semplicistiche. Partendo dalla consapevolezza della complessità del fenomeno democratico e “in funzione della storia si può selettivamente reinterpretare la complessità e avere il coraggio di indicare ciò che di nuovo va colto e ciò che di vecchio non è più vitale”. Volontà e mediazione ma nello spazio sociale dove gli ingredienti della politica reale e dell’energia formante la democrazia sono vivi e non già nelle istituzioni della politica dove si trovano “sublimazione, stilizzazione e a volte mistificazione”.

04 DemosKratia Il disagio della democrazia******************************

Titolo: Il disagio della democrazia
Autore: Carlo Galli
Editore : Einaudi (collana Vele), 2011
Prezzo: € 10,00

Disponibile anche usato a € 5,00 su Libraccio.it
Disponibile in eBook a € 6,99

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Homo videns

Come è cambiata l’informazione con la comunicazione di massa e con l’avvento della televisione? Non c’è bisogno di risalire alle opinioni di Pasolini, agli sketch comici di Guzzanti sul telegiornale o ancor di più alla pellicola “Videocracy”, presentata al Festival del Cinema di Venezia, per intuire cosa è avvenuto da circa cinquant’anni or sono. Ma parlare del tema è utile solo per alimentare la chiacchiera heideggeriana? Abbiamo veramente compreso la portata di certi meccanismi?
Giovanni Sartori quasi 10 anni prima di Crouch Colin punta il dito sul fenomeno del “tele-vedere” e del “video vivere”. Il politologo italiano nel suo libro “Homo videns” pretende di dimostrare, senza lasciare spazio a spiragli di ottimismo, l’effetto totalmente deleterio dello strumento televisivo.
Con una sagace dissertazione Sartori asserisce che la televisione sta producendo una metamorfosi che investe la natura stessa dell’uomo: ribalta il rapporto tra capire e vedere. “La televisione non è soltanto uno strumento di comunicazione, è anche al tempo stesso, paidèia, uno strumento «antropogenetico», un medium che genera un nuovo ànthropos, un nuovo tipo di essere umano”: l’homo videns appunto.
E’ il “prevalere del visibile sull’intellegibile che porta a vedere senza capire”, ad atrofizzare il processo cognitivo. Disabituarsi a capire e a pensare tramite il processo di astrazione che ci differenzia dagli animali, produce l’homo videns, ultimo anello della catena non evolutiva ma involutiva!. “L’homo sapiens è entrato in cri-si, in crisi di perdita di sapienza e capacità di sapere”.
In estrema sintesi l’homo videns, è un essere videodipendente non più capace di un pensiero razionale ma preda delle sensazioni emotive indotte dalle immagini e da un flusso di notizie il più delle volte inconsistenti. L’informazione che non spiega l’immagine ma è scelta in funzione dell’immagine e della sua capacità di creare “sensazione” a prescindere dal valore della notizia crea “disinformazione” e vuoto conoscitivo.
Contro i nuovi profeti della democrazia virtuale, della tecnocrazia al potere e contro tutti i “negropontini”, il nuovo Savonarola mette anche in guardia dall’uso d’internet, che potrebbe essere un nuovo mezzo di crescita culturale se, l’adolescente o l’adulto che si avvicina, non fosse stato il bambino nutrito da tanta televisione. Il cibernauta “non avendo un interesse cognitivo più sensibilizzato in chiave astraente”, naviga con obiettivi per lo più ludici, rischiando di perdere il senso del reale, cioè il confine tra vero e falso o tra esistente e immaginario.
Sartori denuncia i Murdoch e i Berlusconi – e tutti i grandi burattinai dell’informazione – che nutrono di spazzatura lo spettatore, perenne video-bambino, pilotando la sua bulimia a favore dell’accrescimento del portafoglio o e del potere.
Proprio in merito al condizionamento televisivo Sartori introduce osservazioni ancora attuali sulla trasformazione del potere politico, mediante l’uso dell’immagine televisiva.
La televisione diventa l’autorità cognitiva per eccellenza: “si esibisce come portavoce di una opinione pubblica, che è in realtà l’eco di ritorno della propria voce”.
Se da un lato l’opinione del pubblico intervistato non da luogo necessariamente ad un’azione coerente con l’opinione stessa (ad es.: l’opinione di voto politico rispetto al risultato elettorale), il sondaggio d’opinione darà risultati variabili in funzione di come verrà posta la domanda. L’homo videns ascolta il messaggio televisivo non relativizzando l’informazione che riceve, anzi a volte è indotto in errore per l’inadeguata descrizione delle rilevazioni statistiche presentate che “sono « false» nella interpretazione che ne viene data”.
Senza aderire radicalmente al pensiero di Sartori a distanza di 20 anni il panorama è desolante: colui che è stato esposto alla “disinformazione” televisiva e successivamente a quella dei quotidiani, ora deve recuperare un gap conoscitivo che non gli richiede solo sforzo di tempo e di attenzione (almeno fino a che l’informazione immagazzinata non arrivi alla sua massa critica), ma ha anche difficoltà di reperire una informazione valida ed accessibile per creare un reale bagaglio conoscitivo.
Anche dissentendo dalla linea di Sartori, è difficile non osservare come la televisione, oggi forse meno incisiva a causa dell’effetto assuefattivo, sembra aver modificato comunque i modelli di riferimento e gli stereotipi: nutrirsi d’immagine ed essere immagine. Basta apparire! fare spettacolo, essere spettacolo a tutti i costi non importa se in maniera triviale: vince chi urla più forte, l’affermazione eclatante, la posizione più eccentrica, se aggressiva meglio, lo stile più inusuale. In fondo anche i politici, che ci rappresentano sono così!
Una possibile via di uscita? Fuggire gli schemi, anche quelli della protesta e del cinismo! Ritornare sul proprio sé e solo dopo individuare le proprie scelte e il modo personale di percorrerle.

 

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Titolo: Homo videns. Televisione e post-pensiero
Autore: Giovanni Sartori
Editore : Laterza (collana Economica Laterza), 2007, XVI-166 p.,
Prezzo: € 8,50

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I sondaggi da: Tunnel

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