Gilles Cuomo torna a Roma con una nuova e affascinante installazione, concepita specificamente per gli spazi di Storie Contemporanee, a due anni di distanza dal suo precedente intervento. La mostra – curata da Anna Cochetti – resterà visitabile fino a sabato 13 dicembre 2025.
Il cuore dell’esposizione è un’installazione parietale che presenta un grande Libro d’artista in copia unica, vero e proprio corpus narrativo e visivo che definisce il percorso della mostra. Cuomo costruisce un dispositivo di racconto e di immersione, una mise en place che trasforma la parete in una mappa concettuale, in una narrazione in divenire, in un paesaggio mentale.
Il titolo, “Sur le fleuve Amor… ou… Une carte du Tendre”, rimanda direttamente alla leggendaria Carte du Tendre, la mappa allegorica dell’amore disegnata nel XVII secolo da Madeleine de Scudéry e illustrata da François Chauveau nel romanzo Clélie. In quel tempo, nelle conversazioni delle salonnières e delle précieuses, prese forma l’idea di un paesaggio simbolico – fiumi, colline, boschetti, laghi – quale geografia raffinata dei sentimenti, un “manuale d’amore” destinato a orientare il viaggiatore nelle sue peregrinazioni affettive.
Cuomo recupera questo immaginario per condurlo nel presente, ravvivandolo con una sensibilità contemporanea e un approccio che unisce arti visive, cinema, filosofia e letteratura.
Artista poliedrico e consapevolmente “periferico”, Gilles Cuomo intreccia nei suoi lavori una vasta trama di riferimenti: miti e archetipi, racconti popolari e narrazioni cinematografiche, iconografie antiche e immaginari contemporanei.
In questa nuova opera, tutto nasce – racconta l’autore – da un improvviso flashback: il ricordo inatteso della Carte du Tendre che riaffiora come scintilla poetica, trasformandosi in un viaggio simbolico sul “fiume Amor”, luogo di riflessione sul binomio Amor vs. À mort, Eros e Thanatos, e sul grande ciclo di Vita-Morte-Rinascita.
Cuomo utilizza la modalità visiva della bande dessinée, creando tavole che ricordano allo stesso tempo antichi atlanti di viaggio, mappe immaginarie di esploratori temerari, scene fiabesche, romanzi cortesi, fabliaux, affiches d’antan, fumetti dell’infanzia e perfino il cinema visionario di Méliès. Il risultato è un universo iconico seducente, capace di richiamare l’attenzione dello spettatore e di invitarlo a salire su un “leggero naviglio” per intraprendere un viaggio fluviale metaforico che, dalla sorgente labirintica, conduce a un’isola fantastica.
Il percorso è un vero romanzo di formazione sentimentale: prove, esitazioni, scacchi, scelte, seduzioni e delusioni che punteggiano il cammino verso la Felicità d’Amore, verso una ricercata coniunctio oppositorum. Al termine del tragitto, quando l’approdo sembra definitivo, il viaggiatore comprende che ogni approdo – ogni isola, ogni Itaca – è soltanto una nuova partenza. Un invito alla ciclicità, alla continua rimessa in gioco, alla rinascita.
Finissage e presentazione del Libro d’artista
Il 13 dicembre 2025, in occasione del finissage e nell’ambito della manifestazione “Strade dell’arte” organizzata da Art Sharing Roma, verrà presentato il Libro d’artista tratto dall’opera, realizzato in un numero limitato di copie, numerate e firmate. Un’edizione preziosa che entra a far parte della Collezione Storie Contemporanee.
Gilles Cuomo “Sur le fleuve Amor… ou… Une carte du Tendre” Dal 29 novembre al 13 dicembre 2025
Inaugurazione: Sabato 29 Novembre 2025 dalle 11.30 alle 13.30
Finissage: Sabato 13 Dicembre 2025 Nell’ambito della Manifestazione “Strade dell’arte”, Art Sharing Roma a.m. dalle 11.30 alle 13.30 p.m. dalle 17.30 alle 21.00 Nota: Nell’intervallo l’installazione sarà visibile dall’esterno
Storie Contemporanee Studio Ricerca Documentazione via Alessandro Poerio 16/b Roma
A cura di Anna Cochetti
Orari: dal martedì al venerdì dalle 17.30 alle 19.30 (su appuntamento)
Sabato 8 novembre 2025, alle ore 18.00, il progetto STORIECONTEMPORANEE, a cura di Anna Cochetti, ospita presso lo Studio Ricerca e Documentazione di Via Poerio 16/B la prima personale romana di Egle Reggio, intitolata “Hortus Conclusus / Toccare la terra”.
La mostra presenta un ciclo coeso di opere su tela e tavola a tecnica mista che segnano una tappa significativa nella ricerca dell’artista intorno alla fenomenologia della presenza e dell’assenza, esplorata attraverso la materia pittorica come esperienza sensibile e come memoria della forma.
Il titolo della mostra – Hortus Conclusus, il giardino chiuso, e Toccare la terra – evoca uno spazio di intimità, di ascolto, di contatto con l’origine. Nelle opere di Egle Reggio la materia si fa soglia: la superficie diventa un campo di tensione in cui il gesto, la sedimentazione e la rarefazione convivono.
Dell’attuale percorso di ricerca, che si sviluppa a partire da un nucleo di lavori realizzati tra il 2013 e il 2020 e ora ripreso e rielaborato in nuove opere per lo spazio romano, l’artista scrive:
“Tutto il mio lavoro può essere raccontato come la storia di una venuta al mondo.”
Le sue forme – vasi, barche, cucchiai – emergono dalla materia come presenze in bilico, generate da una sottile differenza tra pieno e vuoto, tra ciò che è e ciò che si ritira. “La loro durata, la definizione del loro confine – annota Reggio – è instabile e temporanea rarefazione. Il vuoto che si crea è spazio astratto, separato dal tangibile, soffio nella materia.”
Attraverso questi segni essenziali, la pittura diventa atto di nascita, luogo di una continua trasformazione del visibile, in cui anche la figura umana si rivela come impronta effimera del contatto con la terra o con l’acqua.
Hortus Conclusus / Toccare la terra è un percorso di contemplazione, dove il gesto artistico diventa esperienza di cura e di ascolto. Le opere raccontano “l’energia del seme e il mistero, il vuoto” – una tensione tra generazione e dissoluzione che trova nella materia pittorica la propria lingua poetica.
Il progetto espositivo, concepito da Anna Cochetti per lo spazio di Storie Contemporanee, prosegue il dialogo tra arte e pensiero del contemporaneo, indagando la dimensione sensibile e simbolica della materia come luogo di memoria, di presenza e di rinascita.
In occasione del finissage, sabato 22 novembre 2025 (ore 17.30–19.30), verrà presentato il Libro d’artista realizzato da Egle Reggio in 11 esemplari numerati e firmati, che raccoglie testi, immagini e tracce del percorso espositivo, a suggello di un ciclo di opere che è insieme diario visivo e atto di testimonianza.
Egle Reggio “Hortus Conclusus / Toccare la terra” Dall’8 al 22 novembre 2025
Una mostra immersiva dove le immagini appaiono e scompaiono tutt’intorno al visitatore, guidate dalla voce narrante di Massimo Wertmüller, per raccontare le storie di tanti missionari italiani nei cinque continenti. Non solo opere di evangelizzazione, ma anche un impegno concreto nella costruzione di scuole, ospedali, centri di formazione e sostegno per le comunità locali e per i migranti italiani nel mondo.
Un grande planisfero che si illumina, linee di luce che uniscono l’Italia al mondo intero, voci e immagini che narrano partenze, incontri e speranze.
È questa l’atmosfera che, dal 3 ottobre al 16 novembre 2025, accoglierà i visitatori della mostra immersiva “Come Ponti sul Mondo – Storie di Vita, Racconti di Missione”, allestita nel Complesso di Santo Spirito in Sassia a Roma.
L’esposizione nasce in occasione del Giubileo dei Migranti e del Mondo Missionario ed è promossa dalla Fondazione Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana (MEI) e dalla Fondazione Migrantes.
Non una semplice mostra, ma un’esperienza sensoriale e narrativa che intreccia la storia delle missioni cattoliche italiane con quella, ancora viva, delle comunità di emigrati in tutto il mondo.
Il percorso si sviluppa secondo due linee complementari:
La prospettiva geografica, che abbraccia i cinque continenti e racconta la presenza italiana all’estero – oggi oltre sei milioni di persone.
La prospettiva storica, che ripercorre più di un secolo e mezzo di viaggi e missioni, dal secondo Ottocento fino ai giorni nostri.
Il risultato è un racconto corale fatto di missioni, parrocchie, scuole, oratori e centri di accoglienza che, in ogni angolo del mondo, hanno accompagnato gli italiani emigrati in Europa, nelle Americhe, in Africa, in Asia e in Oceania.
La voce di Massimo Wertmüller guida i visitatori in un viaggio nel tempo e nello spazio, evocando figure che hanno segnato la storia della Chiesa e della solidarietà verso gli emigranti:
da Vincenzo Pallotti a Geremia Bonomelli, da Giovanni Battista Scalabrini a Luigi Guanella, fino a Francesca Saverio Cabrini, patrona degli emigranti e prima italiana naturalizzata statunitense.
Accanto a loro, emergono le storie di tanti missionari e missionarie meno noti, ma non meno importanti: sacerdoti che negli anni Cinquanta sostennero la stampa italiana in Germania; religiose che fondarono orfanotrofi in Brasile; laici che diedero voce ai migranti con radio cattoliche in Belgio; e operatori che, più recentemente, hanno avviato progetti di solidarietà in Russia e in altre aree di crisi.
La mostra compone un grande mosaico di esperienze: dalle richieste di assistenza arrivate dalle miniere dell’India agli oratori costruiti nel Nord Europa, dalle parrocchie nate in Marocco ai corsi di lingua organizzati in Svizzera.
Non è solo un viaggio nel passato: le immagini contemporanee ricordano che ancora oggi centinaia di missionari italiani sono presenti nei luoghi più fragili del pianeta, accanto alle comunità locali e ai migranti.
In questo contesto, la scelta di un allestimento immersivo e multimediale assume un significato profondo. L’esperienza sensoriale invita a riflettere sulla capacità dell’arte contemporanea di farsi ponte tra culture, linguaggi e generazioni: potrebbe essere un’altra occasione di dialogo e di comprensione. Un’arte che non costruisce muri, ma li utilizza solo per appendere opere e raccontare storie.
Le tecnologie visive e sonore diventano così strumenti di dialogo e di empatia, capaci di rendere universali le storie dei migranti e dei missionari.
Per chi non potrà visitare Roma, sarà disponibile un video omaggio al MEI di Genova, mentre una campagna nelle metropolitane di entrambe le città inviterà il pubblico a partecipare a questa esperienza.
“Come Ponti sul Mondo” non è solo un’esposizione: è un invito a riflettere sul ruolo delle missioni nell’accompagnare le comunità italiane all’estero e nel dialogo con i migranti che oggi arrivano in Italia. È anche una riflessione sull’arte come linguaggio condiviso, capace di unire memorie e identità diverse, per costruire insieme le pagine del presente e del futuro.
Informazioni dal 3 ottobre al 16 novembre 2025, ore 10-18 Complesso Santo Spirito in Sassia (Borgo Santo Spirito, 3 – Roma) • Ingresso: libero
In un tempo in cui il mecenatismo culturale appare spesso subordinato alla logica dei fondi finanziari più che al gusto personale e all’amore per l’arte, la mostra “Una Regina polacca in Campidoglio” ci riconnette con una stagione storica in cui il sostegno alla cultura era espressione autentica di visione politica, sensibilità estetica e profondo impegno intellettuale.
Oggi, troppo spesso, le scelte di sponsorizzazione culturale si piegano ai calcoli di rendimento e visibilità, rinunciando a quella libertà che ha reso grandi figure come Maria Casimira Sobieska e Cristina di Svezia.
Al centro dell’esposizione c’è Maria Casimira de la Grange d’Arquien, regina consorte di Polonia e vedova di Giovanni III Sobieski, l’eroe della battaglia di Vienna del 1683 contro l’assedio ottomano. Dopo la morte del marito e l’instabilità politica in patria, la regina giunse a Roma nel 1700 per il Giubileo e vi rimase per quasi 15 anni, dando vita a una piccola corte cosmopolita che lasciò un’impronta duratura sulla vita culturale della capitale barocca.
Quella di Maria Casimira è una storia che intreccia Francia, Polonia e Italia, attraversa guerre, diplomazie e passioni artistiche, e si incarna in opere monumentali, lettere, dipinti, spartiti musicali e sculture oggi riuniti per la prima volta in una mostra intima, raffinata e sorprendentemente attuale.
Il confronto con Cristina di Svezia, regina intellettuale e spirito libero, è illuminante. Entrambe, donne regnanti e straniere a Roma, furono protagoniste di un mecenatismo che andava ben oltre la rappresentanza cerimoniale.
Se Cristina trasformò la città nel teatro delle sue ambizioni filosofiche e culturali, accogliendo pensatori, artisti e scienziati, Maria Casimira scelse di incarnare la regalità del sapere attraverso il sostegno alla musica, alla pittura, alla letteratura.
Diverse per temperamento e interessi, condividevano però la convinzione che l’arte fosse un atto politico e personale insieme. Cristina, spregiudicata e modernissima, abdicò per seguire la propria vocazione intellettuale. Maria Casimira, più riservata ma altrettanto determinata, trasformò il proprio esilio in un laboratorio culturale animato da gusto e visione.
Entrambe agirono libere da logiche di consenso, seguendo l’intuito, il cuore e la mente.
La figura della regina emerge non solo come protagonista storica, ma come simbolo di un mecenatismo colto e lungimirante. A Roma fu protettrice di musicisti, pittori, scultori e poeti, offrendo ospitalità, risorse e visibilità.
Nel nostro presente, in cui la cultura è spesso costretta a giustificarsi in termini economici o inserita in strategie di marketing, l’eredità lasciata da Maria Casimira — e prima di lei da Cristina di Svezia — è una lezione preziosa: l’arte vera nasce dalla libertà di chi la sostiene, non dalla prudenza di chi la finanzia.
La mostra riunisce oltre 60 opere, tra dipinti, sculture, documenti, epigrafi e oggetti storici — come l’armatura da ussaro, simbolo dell’eroismo polacco.
Molti pezzi provengono da prestigiose collezioni polacche e italiane, tra cui il Castello Reale di Varsavia, il Museo di Roma, l’Università di Varsavia, la Biblioteca Casanatense e la Dom Polski, e sono esposti per la prima volta al pubblico.
Un momento di particolare suggestione è l’ascolto di musiche ritrovate, composte per la corte sobieschiana e oggi rieseguite da ensemble barocchi grazie alla collaborazione tra musicologi italiani e polacchi.
Questa mostra non è solo un’esposizione storico-artistica: è anche, forse soprattutto, un’occasione di riflessione sul senso del mecenatismo, sulla sua dimensione personale e profondamente umana.
“Una Regina polacca in Campidoglio” racconta un passato che, per contrasto, illumina le criticità del presente: un’epoca in cui la cultura è spesso trattata come prodotto, il mecenatismo come investimento, e la libertà creativa come rischio da contenere.
Passeggiando tra le sale, ci si immerge in un universo in cui l’arte era un gesto di fiducia e appartenenza, un modo per abitare il mondo. Maria Casimira — con il suo raffinato salotto a Palazzetto Zuccari, la protezione discreta agli artisti, la scelta di vivere l’esilio come possibilità creativa — ci ricorda che il vero sostegno all’arte nasce da una dedizione silenziosa, non da un ritorno atteso.
In questo senso, la mostra è anche uno specchio: riflette la nostalgia per quei mecenati autentici che non cercavano consenso, ma offrivano spazio e libertà.
E forse proprio oggi, tra algoritmi, budget e convenienze, è urgente tornare a parlare di coraggio, visione e gusto.
Maria Casimira, regina senza regno, ci insegna che si può essere grandi mecenati anche nel silenzio, lontano dai riflettori, affidandosi al potere trasformativo della bellezza.
A completamento dell’esposizione ai Musei Capitolini, l’Istituto Polacco di Roma ospita una significativa appendice della mostra, intitolata “I Sobieski a Roma”, dedicata alla presenza della famiglia reale polacca nell’Urbe agli inizi del Settecento. Allestita in collaborazione con l’Istituto nazionale del patrimonio culturale polacco all’estero POLONIKA e il Museo del Palazzo di Giovanni III Sobieski “Wilanów”, questa sezione mette in risalto un capitolo affascinante della storia romana: l’arrivo e la permanenza della regina vedova Maria Casimira Sobieska de la Grange d’Arquien e dei suoi figli nella Città Eterna.
Dopo la morte del marito, Giovanni III Sobieski — l’eroe della battaglia di Vienna del 1683 — Maria Casimira lasciò la Polonia nel 1698, ufficialmente per partecipare al Giubileo del 1700. In realtà, il suo fu un esilio diplomatico che la condusse a Roma, dove giunse il 23 marzo 1699 con una corte sfarzosa e cosmopolita. La sua presenza, insieme a quella dei figli, tra cui spicca il principe Alessandro, suscitò grande curiosità tra i romani dell’epoca: cronache, diari e documenti raccontano episodi della loro vita pubblica e privata, non senza accenti scandalistici legati alle eccentricità dei giovani Sobieski.
La figura di Maria Casimira divenne presto centrale nella Roma papalina. La sua residenza al Palazzetto Zuccari divenne un vivace centro di cultura e mondanità, proiettando su Roma un riflesso del prestigio del suo consorte, celebrato come difensore del Papato e della cristianità. L’eco della vittoria di Vienna riecheggiava ancora tra le mura della città, e la presenza della regina contribuiva a tenerne viva la memoria. Non sorprende, quindi, che la famiglia Sobieski sia rimasta impressa nel paesaggio urbano romano: epigrafi, monumenti, dipinti e documenti — disseminati tra San Pietro, i Musei Vaticani, Santa Maria degli Angeli e molti altri luoghi — testimoniano la loro influenza duratura nella città.
L’Istituto Polacco presenta inoltre la mappa “I Sobieski a Roma. Un itinerario nell’Urbe attraverso le testimonianze della famiglia reale polacca”, pubblicata da POLONIKA, una preziosa guida non solo per andare alla scoperta dei luoghi di questa presenza tanto affascinante quanto poco conosciuta, ma anche per conoscere Roma.
Questa appendice non è soltanto un’estensione della mostra, ma un approfondimento che illumina il legame profondo tra Roma e la dinastia Sobieski, offrendo una lettura nuova e suggestiva del cosmopolitismo barocco e del mecenatismo regale nel cuore della cristianità.
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Un itinerario sobiesciano nella città eterna
Il legame tra i Sobieski e Roma si estende oltre le sale espositive, in un itinerario urbano che tocca luoghi emblematici:
• Palazzetto Zuccari a Trinità dei Monti, sede della corte e salotto artistico della regina
• Chiesa dei Cappuccini a Via Veneto, con il monumento al principe Alessandro Sobieski
• Basilica di San Pietro, con il cenotafio di Maria Clementina Sobieska
• Santa Maria degli Angeli, con la Meridiana Clementina che celebra la vittoria di Vienna
• San Luigi dei Francesi, dove riposa il padre della regina, Henri de la Grange d’Arquien
Dal 27 maggio al 27 luglio 2025, il Macro nell’exMattatoio di Roma ospita due mostre che, pur condividendo lo stesso spazio espositivo (i Padiglioni 9a e 9b) e la fotografia come mezzo principale, si muovono su traiettorie espressive e concettuali profondamente diverse. Si tratta di Animalism di Roger Ballen , a cura di Alessandro Dandini de Sylva con l’installazione sonora di Cobi van Tonder, e Porto Roma di Mohamed Keita., a cura di Carmen Pilotto. Due visioni distinte che offrono uno spaccato suggestivo sul nostro rapporto con l’altro: l’altro da noi, l’animale, l’estraneo, l’umano invisibile.
Roger Ballen, figura di culto nel panorama della fotografia contemporanea, espone con Animalism un lavoro che sfida ogni categoria estetica. Nato a New York nel 1950 ma residente da oltre quarant’anni in Sudafrica, Ballen ha sviluppato una cifra stilistica inconfondibile, in cui fotografia, disegno e installazione si fondono in un linguaggio espressionista, surreale, disturbante.
Nel contesto del Mattatoio – ex macello, luogo carico di memoria e simbolismo – l’artista costruisce una vera e propria “scena teatrale ballenesca”, dove l’assurdo si insinua nelle pieghe dell’umano e dell’animale. I suoi scatti non sono semplici rappresentazioni, ma apparizioni: uomini, animali e ambienti claustrofobici si amalgamano in composizioni in cui l’istinto e l’inconscio prevalgono sulla ragione.
La mostra è una riflessione profonda sul dominio, sulla violenza e sulla psiche. Il confine tra uomo e bestia si fa labile: gli animali diventano specchi del nostro lato oscuro, e gli uomini sembrano ridursi a forme istintuali, guidate da pulsioni ancestrali. Il tutto amplificato dall’installazione sonora di Cobi van Tonder, che trasforma il padiglione in un’esperienza immersiva, quasi rituale.
Dall’altra parte, Porto Roma di Mohamed Keita è un viaggio affettuoso e poetico nella città eterna. Nato in Costa d’Avorio e arrivato in Italia da giovanissimo, Keita è oggi uno dei più interessanti narratori visivi della Roma contemporanea. Il suo sguardo, intimo e attento, si posa su una capitale fatta di contrasti e silenzi, di strade periferiche e centro storico, di presenze discrete e assenze eloquenti.
La mostra è un atto d’amore verso Roma, città-porto, crocevia di storie e umanità. Keita la percorre con lentezza e rispetto, documentando volti, trasformazioni urbane, spazi sospesi tra passato e futuro. Le sue immagini – tratte dal volume Roma 10/20, dalla serie Prima-Dopo e da Ritratti – costruiscono una mappa emotiva della città, lontana dagli stereotipi turistici e vicina alla vita vera.
Rispetto alla densità simbolica e onirica di Ballen, Keita sceglie una fotografia più diretta e narrativa. Ma sotto la superficie apparentemente “documentaria” si cela una grande sensibilità formale: l’uso della luce, la composizione, il ritmo visivo contribuiscono a creare un racconto visivo coerente, autentico, empatico.
Se Ballen guarda dentro l’abisso dell’animo umano mettendoci di fronte a ciò che preferiremmo non vedere, Keita restituisce dignità e bellezza a ciò che spesso ignoriamo. Il primo ci mette a disagio, il secondo ci consola. Entrambi, però, ci costringono a guardare con occhi nuovi.
Le mostre – entrambe a ingresso gratuito – non sono solo due esposizioni fotografiche, ma due esperienze complementari. Una ci parla dell’uomo come animale; l’altra dell’uomo nella sua umanità più fragile e vera. In un momento storico attraversato da conflitti identitari e crisi ambientali, Animalism e Porto Roma offrono due prospettive fondamentali: da una parte, la consapevolezza della nostra parte più oscura; dall’altra, la possibilità della relazione, della cura, della memoria condivisa.
Magazine di Spunti & Riflessioni sugli accadimenti culturali e sociali per confrontarsi e crescere con gli Altri con delle rubriche dedicate a: Roma che vivi e desideri – Oltre Roma che va verso il Mediterranea e Oltre l’Occidente, nel Mondo LatinoAmericano e informando sui Percorsi Italiani – Altri di Noi – Multimedialità tra Fotografia e Video, Mostre & Musei, Musica e Cinema, Danza e Teatro Scaffale – Bei Gesti