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Campagna per una guida responsabile dei conducenti dei mezzi pubblici

Decalogo del trasporto pubblico comporta l’educazione di ogni persona coinvolta nel viaggio e renderlo gradevole

1 La guida deve essere un momento di condivisione del tempo e del tragitto piacevole

2 La guida consapevole è responsabilità dell’incolumità di numerosi nostri simili

3 La guida consapevole non trasforma il mezzo pubblico in carro bestiame

4 La guida consapevole non deve prevedere partenze repentine

5 La guida consapevole non deve prevedere frenate brusche

6 La guida consapevole significa non rappresentare un pericolo per se e gli altri

7 La guida consapevole esclude la prepotenza nell’imporre la propria presenza sulle strade

8 La guida consapevole prevedere un comportamento altruistico

9 Una guida consapevole comporta la collaborazione anche del passeggero

10 Una guida consapevole è possibile grazie al comportamento corretto anche di ogni passeggero

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Lambando (e traballando) sul bus

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 Tram 8 L'OTTO NON SOLO UN TRAM web

Lambando (e traballando) sul bus

C’erano una volta, a Roma e non solo, mezzi pubblici spartani e rumorosi, ma anche quelli che usavano l’elettricità sferragliavano allegramente, con panche di legno o sedili in formica e plastica.

Al mattino non era difficile trovare quei mezzi ancora bagnati per l’energico trattamento di pulizia coi vetri che brillavano ai primi raggi del sole.

In quei lontani anni non sarebbe stata necessaria l’estrema cautela con la quale oggi si tende a prendere posto sui sedili, non rischiando di impataccarsi con sospetti untumi spalmati ovunque.

Oggi i glutei trovano la morbidezza delle poltrone ben imbottite, ma polverose e con un tessuto che non ha la consistenza per sopportare l’irruenza dei nostri giorni. I bus sono più veloci,ma dove mai può correre un tale mezzo nel traffico cittadino con una ripresa degna di essere utilizzata per scattare in pole position? Forse sono un ottimo test per mettere alla prova di tali improvvise sollecitazioni gambe e braccia di noi passeggeri. In fondo gli anziani dovrebbero essere grati di poter viaggiare, anche gratuitamente,su mezzi pubblici così tecnologicamente avanzati, non solo adatti per trasportarli da un luogo all’altro, ma anche per l’attività ginnica alla quale vengono forzatamente sottoposti.

Cosa c’è di meglio contro l’artrosi delle mani di un continuo, disperato articolare delle dita intorno agli appositi sostegni?

Un continuo accelera e frena, un’inutile esibizione di potenza di un motore Mercedes, ma forse un mezzo di trasporto pubblico dovrebbe avere delle caratteristiche diverse da un’auto di formula uno!

Del resto non tutti i conducenti esprimono le loro frustrate ambizioni da pilota sportivo in grugniti con il prossimo o tanto veloci e distratti da saltare una fermata o di abbreviare drasticamente la sosta. Altri autisti sono pazienti e cortesi, fanno scivolare il mezzo senza sobbalzi evitando le mille buche del flipper stradale, guidando con leggerezza i bestioni che trasportano l’umana varietà.

Esperti nello zigzagare tra le distrazioni del vigile che pure non coglie gli inverosimili parcheggi in doppia e tripla fila, essi portano alla sospirata destinazione migliaia di utenti soddisfatti, passeggeri che una volta tanto non trovano la necessità di esibire la loro atleticità nel rimanere saldamente avvinghiati ai sostegni di fortuna o in forbiti soliloqui di sopravvivenza urbana.

Perciò niente “pole dance” sui pali del bus e del tram, e più che “lambate” dei valzer, per giungere senza scossoni alla meta.

Solo Marinetti avrebbe potuto dare un senso poetico al turbinoso condurre del mezzo pubblico, ma si sarebbe arreso davanti allo sconfortante spettacolo del lerciume.

Il mezzo pubblico pulito e con un’armoniosa guida è uno dei migliori biglietti da visita per il turismo. Quale tristezza e pena vedere dei sedili che nella loro sporcizia perdono l’imbottitura non trascurando l’odiosa difficoltà di vedere malamente attraverso i finestrini per la ragnatela intollerante delle sovrapposizioni pubblicitarie.

Tra il contrastare la legge di gravità e rendere possibile la compenetrazione dei corpi, sul viso dell’utente il più sereno, il più distinto, il più serafico, almeno una volta è apparsa la mefistofelica espressione d’intolleranza verso gli inopportuni zainetti portati a spalla con estrema disinvoltura e sbatacchiati a destra e a sinistra senza rispetto per l’altrui scomodità.

L’amabile utente, in questo caso, vorrebbe trasformarsi nel tagliuzzatore mascherato, impugnando affilate forbici e tranciando senza rimorso le cinghie degli zaini per sentirsi di nuovo libero di respirare, non più urtato dagli inopportuni ingombri, e gioire finalmente nel veder rotolare in terra il lurido e maleducato sacco.

Stranamente sono molti i proprietari di zaini che ignorano la utile funzione della morbida e opportuna cinghia posta alla sommità del sacco. E infine, il decoro urbano non è solo il centro storico decontaminato dagli interventi graffiti sui muri, ma sopratutto l’efficienza dei mezzi pubblici puliti per passeggeri sollevati e sorridenti, con posti a sedere che non assomiglino ai logori inginocchiatoi delle antiche chiese per alleviare il disagio delle rotule degli anziani in preghiera.

Una nota piacevole la visione delle recenti pensiline con le loro candide linee, molto più indicate delle tonalità di rosso cupo del logo capitolino.

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 Decalogo

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Tram 8 L'OTTO NON SOLO UN TRAM web

 

Riflessione di fine anno e buoni propositi per l’anno nuovo

Buoni propositi? L’inguaribile misantropo che è in me (muoia Sansone con tutti i filistei!) arriva cinicamente ad augurarsi come rimedio ai bubboni di questa nostra malatissima umanità che la deflagrazione di una prossima stella riduca coi suoi raggi gamma in un istante questo azzurro pianetino in una specie di caldarrosta spaziale!…

Calma, scherzavo!… Vediamo: pirateria finanziaria, corruzione politica, malavita organizzata, inquinamento planetario, morti per fame guerra e terrorismo.. . che altro si porta in dote la nostra gente oltretutto collettivamente “intubata” in una demenza virtuale che la allontana definitivamente dalla sacrosanta realtà?… Chi dice che ci vorrebbe una “decrescita” felice, tornare alle sane origini (ma erano poi così sane le toppe al sedere e i bracieri affumicati?), chi auspica la dittatura etica ed illuminata di un superuomo (ahimè! Il potere illimitato trasforma gli angeli in demoni), chi semplicemente ripete la cantilena: i politici corrotti e non tutti a casa! (e poi? Ci ammazziamo per strada nella libertà indiscriminata del mors tua vita mea?), chi si aspetta dal Papa “buono” un ritorno (ma c’è mai stato?) al francescanesimo planetario. Ma il fatto è che non siamo santi e nemmeno eroi.

Guardiamoci in faccia: magari non uccidiamo né rapiniamo, ma dove la mettiamo l’indifferenza, l’ipocrisia, l’egoismo, la vigliaccheria con cui ci dobbiamo penosamente confrontare ogni giorno?…

No, non siamo santi, e forse siamo anche un tantino disonesti: quel tanto, ci giustifichiamo, per poter sopravvivere in questa laguna di alligatori in cui ci troviamo. Bé, nonostante tutto non disperiamo. Se non crediamo più a Babbo Natale e alla Befana però qualcosa ci resta in tasca. Ogni tanto ci accorgiamo che qualcuno fra noi si butta, rischia la vita per tirarci fuori dall’ acqua ( ma noi diciamo chi glielo fa fare?), un altro si sporca le mani per tirare sù qualcuno sommerso nei suoi escrementi, qualcun’altro rischia malaria leoni e colpi di machete per dar da mangiare a una tribù, qualche pazzo rinuncia al successo e ai piaceri di una ricca professione per medicare piaghe tra capanne di fango e miseria, e c’è anche chi (invece di abbandonare la sua nave!) preferisce uccidersi col suo aereo lontano dalle case piuttosto che salvarsi col paracadute… Insomma, dico che se ci guardiamo intorno qualche buona semente ogni tanto fruttifica fra la molta gramigna. Ma sì!

Forse c’è un Gandhi o uno Scwheitzer sepolto in fondo a ognuno di noi. Preghiamo che prima o poi, almeno una volta, possa venire a galla. Alla fin fine gli angeli che dovevano distruggere Sodoma e Gomorra si sarebbero accontentati di trovare un uomo giusto, una sola pianta sana per salvare tutta la baracca. Speriamo, sì fortemente speriamo in un nuovo anno che ci redima e ci salvi tutti tanto da allontanare i devastanti raggi gamma della stella punitrice Ed io, che dire?

Siccome son piccino mi accontenterò di trovare doni modesti in attesa delle grandi soluzioni. Per esempio sarebbe bello che nel nostro antico e felice paese la gloriosa lingua italica non fosse un maldestro “optional” nel dilagare cafone e provinciale di una anglofonia a tutti i costi. Sarei felice anche che una certa fasulla avanguardia artistica la smettesse di intristirci coi suoi rattoppi presuntuosi e cialtroni!

Sarei felice che la gente tornasse a guardarsi intorno invece che vivere attaccata a un filo o a un “display” ipnotizzante!… Ma sì!

Infine, lo dico?… è una speranza proprio piccina picciò: sarei felice di sentire chiari e limpidi i dialoghi nei film senza assordanti e roboanti colonne sonore che coprono i bisbigli dei protagonisti nel momento decisivo!…

È vero, sembra davvero poca cosa, ma che rabbia chiedersi poi all’uscita: ma che accidenti ha detto lui a lei? Insomma, andiamo al cinema a sentire storie o concerti sinfonici?…

Buon 2014 a tutti!

 01 Italia Riflessione di fine anno e buoni propositi per l’anno nuovo 2014 Cometa Hale-Bopp50400

La grande Schifezza

Mi sia perdonata la parafrasi del film di Sorrentino, ma da romano sono convinto che come esiste Cosmos, il dio della Bellezza, a Roma dimori anche il suo gemello perverso e infero. Scendete dal Campidoglio di Michelangelo e andate a piedi verso il Colosseo: i turisti in mutande e ciavatte sono forse migliori dei saltimbanchi in fila lungo via dei Fori Imperiali? E quando scoprite che un mimo imbiancato in realtà è un nero e che i falsi santoni arancioni sul palo – emuli di Simeone stilita – sono dislocati a distanze precise uno dall’altro, davvero non esiste un’organizzazione centralizzata che smista, veste e autorizza secondo regole ferree i vari artisti come nell’Opera da tre soldi di Bertolt Brecht? Peccato che abbiano allontanato il mimo che imitava perfettamente papa Wojtila: sicuramente lo rappresentava meglio del monumento che campeggia nel piazzale della stazione Termini. Il nostro film continua davanti al Colosseo, con centurioni e turisti vari, ma è una scena facile. Prendiamo invece la metro B per scoprire che, a differenza delle altre stazioni, quella del Colosseo è un solo un modesto esempio di edilizia. Altra scoperta sorprendente: pur essendo la più trafficata di turisti, è la meno presidiata in assoluto. Saremo arrivati almeno alla terza generazione di borseggio minorile, ormai ci riconosciamo e ci salutiamo pure. Ormai te li tieni come ti tieni i mendicanti professionisti che presidiano stabilmente le chiese come ai tempi della Controriforma, o come gli storpi d’epoca, importati dai Carpazi, che popolano Fontana di Trevi. Sarò anche cinico, ma è facile vedere la facile teatralità di certi gesti, di certe vestizioni, di atteggiamenti ripetuti con poche varianti. Nel periodo della globalizzazione tutto è omologato, come i negozi dei cinesi a piazza Vittorio, come il gelato artigianale (?), come la serie dei negozi senza porta che vendono i souvenir a un euro e sembrano realmente un solo negozio con quaranta ingressi. Parlo di Fontana di Trevi, del Pantheon. In realtà la rogna si espande e si attacca dappertutto: negozi del genere si vedono ora anche dietro al Tritone, lungo il corso Vittorio, verso Campo di Fiori, ormai un mercato-farsa per turisti e un luna park per alcolisti la notte. E cresce il vouyerismo: se il turista low-cost ora fotografa le cartoline con la digitale per non spendere 10 centesimi di euro, ieri ne ho còlto uno mentre fotografava i gelati. Forse non era normale fotografare le ragazze scollate, ma di questi cosa dire? I turisti giapponesi spesso fotografavano mio padre antiquario nel suo negozio, ma almeno quello era colore locale, un prodotto caratteristico. Qui invece stiamo al livellamento, penso allo scrittore Ian Fleming che in 007 ti descrive per tre pagine un banalissimo pacchetto di sigarette Malboro. Penso anche al genio di Andy Warhol, analista della ripetitività iconica industriale. In fondo avevamo i profeti, ma non li abbiamo saputi ascoltare. Nello stesso momento – siamo in campagna elettorale – un candidato sindaco promette la chiusura dell’anello ferroviario e l’eliminazione di tutte le buche. E tante, tante piste ciclabili.

Roma non sia più schiava dei palazzinari

Christian Raimo ha lanciato dalle pagine de Linkiesta una sfida (dal titolo: Roma, così si è scelto di uccidere la città) ai candidati sindaco di Roma; una lettera aperta per un radicale cambio di rotta nell’amministrazione della capitale, oggi divisa in periferie ghetto ed enclave di lusso, per colpa dei politici, ma anche degli intellettuali. Sandro Medici, candidato della sinistra (Rifondazione comunista, Comunisti italiani, Liberare Roma, Roma Pirata e Repubblica Romana) gli risponde con una lettera. Saremo lieti di ospitare anche le repliche degli altri candidati.

Raccolgo l’invito a ragionare su Roma che Christian Raimo rivolge un po’ a tutti, oltreché ai candidati a sindaco. Colgo nella sua analisi molte verità e quella densità critica che è in gran parte la stessa che mi ha spinto a promuovere la Repubblica Romana.

Al di là dei tanti spunti e delle svariate argomentazioni, nella lettera di Raimo mi colpisce la sua accusa a quel corpo intermedio intellettuale che da decenni ha rinunciato (si rifiuta) di svolgere la sua funzione preminente: quella di sollecitare la politica a comprendere la città e a progettarne il futuro. Una funzione che nel passato, anche tra contrasti a volte furenti, ha spesso determinato scelte politiche consapevoli e felici. E sulla quale si sono formati amministratori che ancora rimpiangiamo: tra questi, i citati Nicolini e Tocci, più una larga schiera di politici-intellettuali che ancor oggi sopravvive qua e là, dispersa e sostanzialmente neutralizzata.

Ha ragione Raimo: l’assenza di dialettica tra chi pensa e chi agisce, tra chi legge la realtà e chi s’incarica di cambiarla ha determinato quel vuoto nella cultura della sinistra romana che ha finito per indebolire la centralità dell’istituzione pubblica sulle scelte urbane. C’è da aggiungere che per alcuni è stata una sventura, per altri è stato un sollievo. Sia come sia, quel che si è via via consolidato è stato un processo di subordinazione della politica all’economia, appena scalfito da pratiche di riduzione del danno che in pochi, pochissimi abbiamo cercato di agire.

Non per essere pedante, ma lungo gli anni Sessanta, dal Gruppo ’63 al Sessantotto, s’è sviluppata (e non solo a Roma) una tempesta critica che ha poi nutrito e sedimentato l’esperienza delle giunte rosse, per molti aspetti la migliore del secolo scorso. Per anni e anni abbiamo tutti attinto a quella fonte culturale originaria, che tuttavia non siamo più riusciti a rinnovare e/o attualizzare. Forse non era possibile o forse non ne siamo stati capaci. La conseguenza è stata comunque quella d’inaridire la nostra proposta, il nostro immaginario. E dunque consumare una sconfitta.

Oggi Roma è una bottega. Dove tutto si compra e tutto si vende, compresa la dignità della rappresentanza politica. Se per realizzare un asilo-nido si deve concedere l’edificazione di un paio di palazzine, se per qualche km di metropolitana bisogna autorizzare milioni di metricubi, vuol dire che il Campidoglio è un’agenzia d’intermediazione urbanistica e i vari amministratori agenti fiduciari delle centrali immobiliari.

Non sfugge a nessuno che tale avvilente situazione sia soprattutto figlia delle politiche economiche dominanti, che in generale, riducendo i trasferimenti di bilancio, impongono alla sfera pubblica di ritrarsi dal suo ruolo regolatore per far posto alle dinamiche di mercato, attraverso la privatizzazione di servizi e patrimoni, la dismissione di competenze economiche e sociali. Al punto da ridurre l’amministrazione a un mero ufficio certificatore di interessi privati.

Difficile valutare quanto la politica abbia consapevolmente contribuito alla sua eutanasia. Di certo, non ha fatto molto per evitarla. E qui a Roma l’ha perfino accompagnata e favorita, grazie al furore liberista delle giunte di centrosinistra e, successivamente, ai comitati d’affari e al penoso clientelismo della destra.

C’è consapevolezza di tutto ciò? A me non pare proprio. Anzi, l’impressione è che sia in corso un tentativo di rimozione e dunque una sostanziale accettazione di quel ch’è stato. Anche perché prendere atto delle proprie responsabilità comporterebbe uno scatto di discontinuità che le maggiori forze politiche oggi non sono in grado di produrre: per farlo, dovrebbero transitare lungo un ripensamento talmente profondo che finirebbe per scardinarle completamente. Per questa ragione sono ancora lì, con i loro assetti oligarchici che fanno e disfanno, preoccupati solo di consolidare i propri poteri, sostanzialmente indifferenti ai contenuti, alle proposte di cui dovrebbero essere portatori.

La conseguenza è che la campagna elettorale vivacchia su improvvisazioni e banalità, micro-polemiche e scemenze varie. Non c’è una visione di Roma, non c’è prospettiva strategica, non c’è cultura del futuro. E gli stessi programmi che vengono offerti agli elettori risentono di mancanza di spessore e di respiro.

L’elencazione dei problemi che Raimo sintetizza con efficacia necessiterebbe di ben altro, di ben altra passione, di ben altra competenza. Purtroppo, resta senza risposte.

Nel nostro piccolo, stiamo provando a tratteggiare un’idea di città, che meglio corrisponda all’inquietudine e al desiderio dei tanti e tante che non intendono rassegnarsi. Con la quale vorremmo raccogliere la disponibilità e il consenso di chi sta ritrovando la passione per la politica. Sappiamo quanto sia difficile, ma sappiamo anche che solo in una condizione di libertà e indipendenza è possibile ricominciare un cammino di cambiamento: di se stessi e della città