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Un antiquario a Caserta


La Reggia di Caserta è uno splendido edificio degno di confrontarsi alla pari con Versailles; la costruzione fu iniziata nel 1752 dall’architetto Vanvitelli per disposizione di Carlo di Borbone capostipite dell’omonima dinastia che regnò sul reame delle Due Sicilie fino al 1861. Durante tale periodo l’edificio fu ampliato e abbellito, successivamente ebbe una certa decadenza in quanto i Savoia vi fecero solo visite saltuarie; negli anni Trenta del ‘900 ospitò l’Accademia Aeronautica, trasferita poi a Pozzuoli nel 1961, come si può constatare vedendo il film del 1943 “I Tre Aquilotti”, successivamente vi fu istallata la Scuola Specialisti, ora Sottufficiali, dell’Aeronautica, che ancora ne detiene una piccola porzione. Nel 1944 fu occupata dagli Alleati che vi posero il loro Comando e all’inizio del maggio 1945 vi fu firmata la resa delle Forze Armate Tedesche in Italia. Nel dopoguerra la Reggia fu musealizzata con il suo immenso edificio di cinque piani, l’acquedotto che la alimenta e i 120 ettari del parco popolato di statue e fontane. Nel 1997 l’Unesco ha dichiarato tutto il complesso Patrimonio dell’Umanità.
Nella Reggia dal 13 settembre prossimo sarà ospitata la mostra “ Da Artemisia ad Hackert. Storia di un antiquario collezionista alla Reggia”; coordinata da Vittorio Sgarbi espone un centinaio di opere provenienti dalla collezione del noto antiquario Cesare Lampronti. I due artisti citati non hanno una particolare rilevanza nell’ambito della mostra, indicano soltanto i termini temporali dell’esposizione che copre il periodo tra i primi decenni del ‘600 e gli ultimi del ‘700. La mostra sarà ospitata nelle sale degli Alabardieri e delle Guardie del Corpo ed in più contenute retrostanze settecentesche ed è articolata in cinque sezioni: pitture caravaggesche, a loro volta suddivise tra autori napoletani, romani e nordici, pitture del ‘600, vedute, paesaggi, nature morte.
Si inizia con il “Bagno di Betsabea” di Artemisia a cui seguono dipinti di Stanzione, Cavallino, Salvator Rosa, Micco Spadaro, Luca Giordano, Mattia Preti, Baciccio, Pietro da Cortona, Cavalier d’Arpino, Hontorst, Therbruggen, Rubens, Crespi, Cagnacci, Domenichino, Guercino, Canaletto, Bellotto, Carlevarijs, Batoni, Guardi, van Wittel, Dughet, Poussin, Solimena, Van Lint. In pratica una veloce ma densa carrellata sulla pittura di quasi due secoli attraverso autori, scuole, mode. Il termine finale della mostra è un dipinto di Jackob Philipp Hackert rappresentante “Il Porto di Salerno”; l’autore fu un celebre vedutista tedesco che raggiunse grande fama in Italia, nel 1788 Ferdinando IV di Borbone gli commissionò una serie di 17 dipinti illustranti vari porti del suo regno. Sono attualmente tutti conservati nella Reggia di Caserta tranne quello relativo a Salerno che, per motivi ignoti, si è staccato dal resto della serie finendo a Londra passando poi per varie mani fino ad un’asta recente che lo ha attribuito all’antiquario Lampronti.
Con l’occasione della mostra, per quattro mesi, riprenderà il suo posto nella serie dei porti. L’antiquario Lampronti è l’erede di una attività iniziata dall’omonimo nonno nel 1914 e proseguita dal padre nonostante gravissimi problemi provocati dalla guerra e dalle leggi razziali, l’allora giovane Cesare negli anni ’60, in pieno boom economico, potenziò la sua attività di antiquario colto, informato ed attento al mercato italiano ed estero.
Dal 2012 in dissenso con la legislazione italiana sulla gestione e commercio dei beni artistici e a fronte della diffidenza nei confronti del lavoro di antiquario ha preferito spostare la sua attività a Londra creando la Lampronti Gallery che espone un rilevante numero di opere d’arte e da cui sono state selezionate quelle in mostra nella Reggia di Caserta. A fine mostra il Lampronti donerà un dipinto di Salvator Rosa ed un altro di Pompeo Batoni.

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Da Artemisia a Hackert
Storia di un antiquario collezionista alla Reggia
Dal 15 settembre 2019 al 13 gennaio 202

Reggia di Caserta
Caserta


Immagini di Parole


I 21 artisti:
Claudia Bellocchi, Elisabetta Bertulli, Paolo Bielli, Michiel Blumenthal, Manuel Cecchinato Posadas, Gilles Cuomo, Eleonora Del Brocco, Venera Finocchiaro, Giorgio Fiume, Cristina Giammaria, Silvana Leonardi, Adrian Levy, Maurizio Morandi, Mattia Morelli, Marco Mucha, Claudia Nizza, Laura Rago, Graziella Reggio, Maria Teresa Romitelli, Giulia Sargenti, Stefano Sartini

Le Nuvole liberate nel libro di Luigi M. Bruno sono dei frammenti di vita osservata e vissuta in un viaggio introspettivo e come ogni viaggio introspettivo veleggia tra la realtà del quotidiano e l’immaginario indefinito dove l’Io e l’alter ego si mescolano e si sovrappongono.

In questo rimpallo di ruoli si inseriscono le opere di una ventina di artisti che hanno trovato ispirazione nella scrittura di Luigi.

Opere essenzialmente narrative, ma non mancano quelle di ispirazione minimalista ed astratta, per indagare nelle varie figurazioni scaturite dalle suggestioni che i racconti sono stati capaci di far emergere dalla consequenzialità delle parole.

Viaggi per rincorrere amori sognati o rifugiarsi nei peccati di gola, per sfuggire alla realtà o a una vita che sprofonda nella routine dell’incomunicabilità: sono alcune delle trame dalle quali si dipanano le immagini.

Lavori di varie tecniche e stili che rappresentano l’individualità creativa nelle varie manualità pittoriche per elaborare composizioni fotografiche e collage, incisioni, stampe a secco e riverberi grafici, trasformando la mostra in una vetrina di come si può tradurre in immagini le parole e ancor di più un piccolo campione statistico di quali racconti di Bruno hanno riscosso maggior interesse.

Libro di Artista: Un viaggio nei Racconti di Luigi M. Bruno
intrapreso da 21 artisti 15×21

Racconto inedito di Luigi M. Bruno


Immagini di Parole
Dal 5 al 25 maggio 2019
Un viaggio nei Racconti di Luigi M. Bruno
intrapreso da 21 artisti:
Claudia Bellocchi, Elisabetta Bertulli, Paolo Bielli, Michiel Blumenthal, Manuel Cecchinato Posadas, Gilles Cuomo, Eleonora Del Brocco, Venera Finocchiaro, Giorgio Fiume, Cristina Giammaria, Silvana Leonardi, Adrian Levy, Maurizio Morandi, Mattia Morelli, Marco Mucha, Claudia Nizza, Laura Rago, Graziella Reggio, Maria Teresa Romitelli, Giulia Sargenti, Stefano Sartini

Storie Contemporanee
Studio Ricerca Documentazione
via Alessandro Poerio 16/b
Roma

Orario:
martedì – giovedì – dalle 11.00 alle 13.00
mercoledì – venerdì – dalle 17.00 alle 19.00

Si inaugurerà Domenica 5 maggio 11,00 – 14,00
si chiuderà sabato 25 maggio, pomeriggio

a cura di Gianleonardo Latini
con un testo di Anna Cochetti

tel. 328 8698229


Egoismo e generosità dell’Arte

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Forse non esiste individuo nella umana società con un potenziale narcisistico maggiore dell’individuo-artista. Narcisismo non nel senso di gratuito e superficiale autocompiacimento ma concentrazione complessa e profonda sulle proprie prepotenti necessità esistenziali. Tutto ruota intorno al sole di questo inevitabile antropocentrismo, inevitabile perché in definitiva la grande e autentica opera d’arte vive di sé e per sé: figlia dolorosamente e gioiosamente carnale dell’artista e del suo destino.

Narcisismo o se preferite egoismo come nutrimento fondamentale dell’opera: tranne rarissimi (e mediocri) casi di artista-filantropo, artista-sociale o altro, costui elabora e ricrea un universo poetico a sua immagine e somiglianza perché inestinguibile e radicato è il desiderio fondamentale di lasciare impronta di sé e del proprio percorso emotivo. Desiderio struggente di eternità negata all’essere umano, desiderio innato e incoercibile che la maggior parte degli individui realizza con la pretesa continuità di sé nei figli.

L’opera d’arte è per l’artista l’inganno e il sogno della propria eternità edificata intorno al monumento del proprio sublime narcisismo: ogni suo elemento, frammento e divenire vive di questo riflettersi e comunicare col mondo degli altri il tramandare le infinite varianti del proprio autoritratto. E più vive di queste individuali necessità più l’opera d’arte è autentica e grande; più invece l’artista illustra e documenta il suo tempo estraniandosi da sé come puro e semplice obiettivo vivente, più l’opera d’arte è limitata e non travalica i confini della sua epoca se non appunto come documento.

Perché è questo il miracolo: il grande artista che racconta di sé e per sé diventa poi eredità di tutti e per sempre. Ecco che la grande opera d’arte, nata da una necessità individuale, diventa ricchezza universale a cui le generazioni attingono e in cui trovare, oltre che soddisfazione estetica, anche fondamentali risposte alle proprie necessità espressive. E questa solenne e pur commovente condivisione dell’opera d’arte, riflesso di quell’individuale vissuto, diventa sangue e pelle di ognuno di noi, diventa grido e sussurro, bandiera e proclama di altri infiniti individui che non seppero dar voce al mistero e agli enigmi della propria esistenza.

Ecco il miracolo dell’artista egocentrico che seguendo l’imperio della sua voce parla poi per noi e per tutti riflettendo ognuno di noi, pur in modo personale e differente, nella propria vicenda, tracce e risposte nostre. E’ la grande, stupefacente solidarietà dell’uno e degli altri, è l’egoismo come materia iniziale che si trasforma nella umanissima comprensione della universale umana esistenza e del suo mistero. L’artista, raggiando di sé, ci getta corde e appigli per riconoscerci e dar senso e motivo alle nostre più segrete emozioni.

Aldilà di questa straordinaria estetica fratellanza esiste più vera e grande solidale comprensione di sé e degli altri? Noi adottiamo i “figli” dell’artista come nostri consanguinei e ad essi affidiamo ogni risposta; siamo con l’artista che fù e con esso condividiamo il suo nutrimento come nostro. Nel suo specchio ci riflettiamo tutti e il ritratto di un uomo diviene il ritratto stesso dell’umanità.

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Precedentemente:

Dialoghi di un pittore “Out” e di una gallerista “In”: 2 Approfondimento
Dialoghi di un pittore “Out” e di una gallerista “In”: Ovvero come fare per ottenere i favori della lungimirante critica odierna

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Un poveraccio con due mogli terribili

Questo è quanto si ricava dall’esame delle fonti antiche relative all’Imperatore Claudio, in particolare da Tacito e Svetonio, autori di fazione senatoria che abitualmente maltrattano i vari imperatori: inoltre è descritto come balbuziente, zoppicante e, con termine moderno, con lievi deficit psichici. Tiberio Claudio Druso nacque nel 10 a.C. a Lugdunum, odierna Lione, dove il padre stava organizzando una campagna militare contro i Germani; il padre era Nerone Claudio Druso, fratello minore del futuro imperatore Tiberio e figlio di Livia Drusilla, seconda moglie di Augusto, la madre era Antonia Minore figlia del triumviro Marco Antonio e di Ottavia Minore sorella di Augusto. Era quindi di nobilissimi natali imparentato con Augusto direttamente o indirettamente sia per parte di padre che di madre : suo fratello maggiore era Nerone Claudio Druso, più noto come Germanico, grande generale distintosi nelle campagne contro i Germani e morto, forse avvelenato, a 35 anni: dal suo matrimonio con Agrippina Maggiore, figlia di Giulia figlia di Augusto e del generale Agrippa, nacquero diversi figli che ebbero sorte tragica.
Nella famiglia Giulio-Claudia attività importanti erano congiurare e sterminare i congiurati o presunti tali; si salvò solo uno dei figli di Germanico che divenne imperatore alla morte, forse affrettata, di Tiberio e che regnò con il soprannome di Caligola, datogli da bambino per la sua abitudine di indossare una sorta di scarponcini da soldato, le caligae. In mezzo a tutte queste sanguinose vicende che gli distrussero la famiglia il nostro Claudio sopravvisse tenendo un basso profilo; data la sua non buona salute da giovane ebbe una ottima educazione classica piuttosto che militare e divenne uno studioso di grande spessore, fu cultore di studi sull’etruscologia e parte di quello che attualmente conosciamo risale a frammenti di sue opere riportate da scrittori posteriori. Si sposò con Plauzia Urgulanilla e poi con Elia Petina ed ebbe una figlia, fatta uccidere anni dopo da Nerone. Si unì poi in matrimonio con la giovanissima Valeria Messalina di nobile famiglia imparentata con i Giuli-Claudi e da lei ebbe due figli, Ottavia e Cesare detto Britannico per celebrare la conquista della Britannia: dopo l’assassinio di Caligola rimase l’unico superstite della sua famiglia e fu eletto al trono dai pretoriani a cui concesse donativi in denaro.
Di Messalina gli storici antichi hanno detto cose terribili, descrivendola come una ninfomane assatanata che insidiava tutti gli appartenenti alla corte e poi, non contenta, mascherata con una parrucca bionda, si recava in squallidi bordelli unendosi con uomini di infima estrazione sociale e ritornando poi al Palatino “stanca ma non sazia”. In realtà nulla di preciso conosciamo delle attività sessuali dell’imperatrice, sappiamo però che anche lei complottava ed infine iniziò una relazione con il patrizio Gaio Silio che decise di sposare mentre lo era ancora con Claudio che reagì immediatamente facendo uccidre Silio e Messalina che aveva appena compiuto 23 anni. Di nuovo solo l’imperatore dietro pressione dei suoi potentissimi liberti e consiglieri Narcisso e Pallante decise di risposarsi e gli fu proposta sua nipote Agrippina Minore, figlia di Germanico, divorziata e madre di un ragazzo di nome Domizio Enobarbo.
La nuova imperatrice, intelligente ed astuta, riuscì a circuire l’ormai quasi sessantenne Claudio convicendolo ad adottare Domizio che così divenne il notissimo Nerone a cui fu fatta sposare Ottavia mentre Britannico veniva progressivamente emarginato. Nel 54 d.C. Claudio morì, secondo i soliti malevoli storici antichi, avvelenato con dei funghi da Agrippina, che riuscì a far diventare imperatore Nerone che si sbarazzò di Britannico, di Ottavia ed infine della stessa Agrippina.
Questo è quanto sappiamo della vita dell’imperatore ma mentre gli antichi ne davano un giudizio negativo gli storici moderni hanno invece visto molti motivi di rivalutazione non nella vita privata ma nell’attività di capo di stato di Claudio. Fu un buon amministratore e si adoperò per la centralizzazione dell’impero allargando contemporaneamente la partecipazione dei provinciali alla gestione degli uffici pubblici, creò una efficiente burocrazia ponendo i suoi fidi liberti a capo degli uffici “ad epistulis, a rationibus, a libellis, a studis”, lanciò i suoi generali, Svetonio Paolino, Corbulone, Vespasiano, in una serie di conquiste: Britannia, Mauritania,Tracia, Rezia, Norico. Si impegnò in una serie di grandi lavori pubblici, fece scavare il porto di Ostia, tentò la bonifica del Fucino, completò gli acquedotti dell’Aqua Claudia e dell’Anio Novus. Rispettò il Senato ma fece uccidere parecchi senatori accusati di cospirare contro di lui, fu tollerante verso le varie religioni esistenti anche se, secondo Svetonio, espulse da Roma molti Giudei “impulsore Chresto adsidue tumultuantes” che forse è la prima testimonianza dell’esistenza dei Cristiani intorno al 40 d.C..
Il bilancio quindi non è così negativo come si è creduto per due millenni, Claudio non è stato un Augusto o un Traiano ma comunque un imperatore decorosamente nella media.
La città di Lione e il locale Musée des Beaux Arts lo scorso anno, per celebrare l’illustre concittadino, hanno organizzato una mostra che ha ripercorso la vita privata e quella pubblica dell’imperatore con grande successo di pubblico, ora la mostra si è trasferita a Roma presso l’Ara Pacis. Con il titolo “Claudio Imperatore. Messalina, Agrippina le ombre di una dinastia” è stata promossa dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, dalla Ville de Lyon, ideata dal Musée des Beaux Arts organizzata da Zetema.
In mostra sono esposte numerose opere provenienti da musei italiani ed esteri, statue, bassorilievi, monete, gioielli, iscrizioni, molti busti di membri della famiglia Giulio-Claudia, il tutto dominato da una grande statua dell’imperatore.
Suggestivo l’allestimento con un fondale rosso che richiama la porpora imperiale e le luci che indugiano sulle opere esposte. Unico neo, i cartellini esplicativi, con caratteri piuttosto piccoli e talvolta in ombra, sono a caratteri bianchi su fondo rosso, non sono facilmente leggibili, forse lo sarebbero di più se fossero a caratteri neri.


Claudio Imperatore
Messalina, Agrippina e le ombre di una dinastia

Dall’6 aprile al 27 ottobre 2019

Museo dell’Ara Pacis
lungotervere in Augusta
Roma

Informazioni:
tel. 060608

Orario:
tutti i giorni
9,30/19.30

Catalogo:
L’Erma di Bretscheider


Mathurin Bertrand: Ritratto d’esterno

È presente, nell’ambito della primavera parigina che i mercatini Dauphine e Biron dedicano all’arte, il ventisettenne fotografo Bertrand Mathurin. La fotografia di Mathurin appare distaccata, dedita a modulare il ritmo dei pieni e dei vuoti dell’architettura, delle sue luci e delle sue ombre. Una luce che scivola sulle superfici per poi sprofondare nel vuoto, sviluppando un’estetica fredda e futuristica che ci spinge a dare un nuovo sguardo alla realtà urbana.

È un’architettura ripetitiva quella fotografata da Mathurin, postmoderna, ripetitiva nel suo comporsi in grandi edifici con materiali grezzi, per combinare l’architettura brutalista, un trionfo di cemento armato e vetrate, e l’arte concreta in suggestivi scatti.

Ispirato alla fantascienza e alla distopia, il suo lavoro trascrive la relazione ambivalente e complessa che abbiamo con le nuove tecnologie.

Artista emergente parigino, Bertrand Mathurin condivide la sua vita quotidiana come comunicatore in un’agenzia pubblicitaria e la sua passione per la fotografia e il video.

Il suo lavoro fotografico ci immerge in un mondo futuristico in cui forme e trame assumono un nuovo significato.

Ispirato dal pittore Escher e dalla sua estetica dell’illusione, Mathurin crea pezzi con geometrie ipnotiche, miraggi urbani in cui i confini della realtà scompaiono.


LE PRINTEMPS DES PUCES:
un marchand un artiste

(La Primavera delle Pulci)
Dal 18 maggio al 30 giugno 2019

Mercatini Dauphine e Biron
Saint-Ouen
Parigi

https://www.unmarchandunartiste.com/