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Il vascello fantasma

Erebus è per i greci un dio degli Inferi; è anche il nome dato dagli esploratori a un vulcano attivo in Antartide. Infine, è anche il nome di un veliero partito nel 1845, disperso tra i ghiacci alla ricerca del Passaggio a Nord-Ovest e ritrovato quasi intatto in fondo al mare nel 2014 da una spedizione oceanografica in una delle zone meno ospitali del pianeta: la fascia a nord del Canada, punto di incontro fra mari diversi, ma anche di ghiacci, nebbie e tempeste che ne rendono ancora oggi antieconomica la traversata. Ma nell’800 ancora non era stato scavato il Canale di Panama e per passare da un oceano all’altro le navi dovevano scendere fino in Patagonia e forzare il Capo Horn, sferzato dai Quaranta Ruggenti, i vènti che s’incuneano da Ovest scorrendo la costa cilena e argentina, permettendo ai lunghi, invelati cutter inglesi di portare il tè a Londra dalle Indie in poche settimane. L’Erebus  invece somiglia molto al Bounty: una solida, lenta nave da guerra convertita alle esplorazioni scientifiche. Esse erano finanziate dall’Ammiragliato e dalla Royal Geographic Society e univano il progresso delle scienze alla ricerca di nuove rotte commerciali e di espansione coloniale. Gli Inglesi avevano il dominio del mare, idee chiare e capitani coraggiosi. Studiare venti e correnti, registrare le variazioni del nord magnetico o perfezionare il cronometro marino significava anche rendere più sicure le rotte marittime. Nel libro che ho davanti, la vita a bordo è ricostruita al dettaglio e ammiriamo l’energia dei suoi ufficiali e marinai. Il libro è la storia di una nave, ma anche di chi l’ha governata in mezzo a tempeste, correnti, iceberg, nebbie, venti oceanici e onde lunghe. Anche se bloccata dai ghiacci, l’Erebus è la nave di legno che prima di Amundsen più si è avvicinata ai poli Nord e Sud, perdendo in tanti anni pochi uomini (la spedizione finale è un altro discorso), anche grazie a comandanti come James Clark  Ross, che ha dato il nome a toponimi situati in zone estreme, raggiunte dopo aver navigato mezzo mondo in condizioni di mare abominevoli. Autore del libro è Michael Palin, appassionato ricercatore più noto come attore comico dei Monty Python e produttore dei documentari Palin’s Travels. La sua personalità eclettica rende la lettura del libro ben diversa da quella di un testo accademico. Palin sa scrivere, ma ha esplorato con metodo gli archivi della Royal Navy e della Royal Geographic Society, dove sono conservati i disegni della navi, i diari di bordo, la corrispondenza e tant’altro, riuscendo a comporre un quadro d’insieme che ci fa quasi vivere a bordo con i marinai. Erano ben pagati, ben nutriti e ben trattati, almeno secondo gli standard dell’epoca; eppure i ritmi di lavoro erano rigidi, la disciplina dura e prevedeva anche le frustate. Gli alloggi degli ufficiali erano razionali, ma gli altri sessanta uomini, pur curando l’igiene, vivevano pur sempre in una nave di trenta metri. Merci, attrezzature e provviste erano stivate fino a saturare gli spazi; la dieta dei marinai non era bilanciata e pochi campavano oltre i sessanta. I viaggi dell’Erebus duravano anche due anni, ma era nel conto: gli esperti equipaggi erano reclutati nelle isole a nord della Scozia o in Irlanda, dove a terra si viveva peggio che in mare. Gli scali dispersi negli oceani offrivano agli ufficiali una vita sociale adeguata – abbiamo resoconti da Città del Capo, da Hobart (Tasmania), da Sidney, mentre i marinai in franchigia – se non disertavano – andavan per bettole e donne: dal diario di un giovane scienziato imbarcato, la descrizione di una trentina di ragazze creole a Rio suggerisce uno sfiorato infarto. Nel frattempo la nave veniva riparata e rifornita di provviste, si smistava la posta e si mandavano in patria mappe, relazioni e campioni di piante e animali ignoti e minerali da sfruttare. Gli ufficiali dovevano pagarsi di tasca loro vitto e vita sociale, ma diverte l’idea che spendessero non solo per le posate d’argento personali, ma anche per i costumi di scena per il teatro e le feste di bordo, con cui si passava il tempo libero tra uomini: nel libro sono riportate le immagini del rituale di bordo al passaggio dell’Equatore e di un surreale capodanno in maschera su un lastrone di ghiaccio in Antartide, con tanto di musica e alcoolici. La razione di ‘grog’ era parte del vitto e tale tradizione è stata dismessa non troppi anni fa. Purtroppo nel corso delle lunghe navigazioni la dieta si rivelava povera di alcune vitamine, e lo scorbuto era una piaga tipica dei marinai. Ma questo è noto.

Parliamo ora dei viaggi dell’Erebus. Se in guerra pattugliava il Mediterraneo, in tempo di pace fu attrezzata per le esplorazioni polari. Dal 1829 al 1833 al comando di John Ross e di suo nipote James Clark Ross la nave arriva al Polo Nord magnetico, ma resta bloccata dai ghiacci e tutti rischiano di morir di fame, prima di essere salvati da una baleniera. Nel 1839 l’Erebus insieme alla Terror viene equipaggiata per la spedizione in Antartide di James Clark Ross. Dopo uno scalo in Tasmania nel 1840 salpa per l’Antartide, superando il 1 gennaio del 1841 il Circolo Polare Antartico e percorre la Grande Barriera Australe (poi ribattezzata Barriera di Ross). Torna in Tasmania per preparare la seconda spedizione antartica, che raggiunge i 161° W e i 78° 9’ 30” S per poi riparare alle Falkland/Malvine. Una terza spedizione salpa nel 1842 ma è costretta a rinunciare per i ghiacci che rischiano di bloccare la nave. James Clark Ross ha sempre saputo fermarsi al punto giusto e quando torna a Londra è nominato cavaliere. Nel 1845 l’Erebus viene equipaggiata per trovare il Passaggio a Nord-Ovest dopo i fallimenti precedenti. Il comando viene affidato al sessantenne John Franklin, già veterano della sfortunata spedizione del 1819 ed ex governatore della Tasmania. Ross sconsiglia l’uso di navi grandi e lente, ma la sua esperienza non viene tenuta in debito conto. L’Erebus e la Terror saranno avvistate per l’ultima volta a fine luglio 1845 nella baia di Baffin. Da quel giorno tutti cercheranno per anni le navi fantasma e la vedova del capitano Franklin sarà la promotrice delle ricerche.

Che era successo? Verranno inviate tre spedizioni di soccorso fra il 1847 e 1848, due delle quali guidate da Ross, ma senza esito. La verità si saprà nel 1854, vista anche la ricompensa di 10.000 sterline in palio. John Rae, un medico-geografo della società che gestiva la baia di Hudson, mentre sta mappando la costa artica viene a sapere dagli inuit (una volta si chiamavano eschimesi) che quegli uomini erano tutti morti: le navi erano rimaste incastrate nei ghiacci nell’Isola di re Guglielmo e le navi abbandonate nel 1848. Tutti erano morti di freddo e malattie cercando di andare a sud. John Rae era diverso da loro: si vestiva e viveva come gli inuit e da loro aveva imparato a sopravvivere tra i ghiacci artici. Proprio gli inuit narravano nelle loro saghe di questi autentici vascelli fantasma alla deriva fra nebbie e ghiacci, e questo ha permesso a una nave oceanografica guidata proprio da un inuit di rilevare fra il 2014 e il 2016 la sagoma delle due navi sul fondo del mare, ben conservate nell’acqua gelida. Un’esplorazione condotta con un drone subacqueo ha permesso di sapere molto di più della nave e del suo sventurato equipaggio. Solo nel 1906 Amundsen sarebbe riuscito a forzare il Passaggio a Nord-Ovest, ma con una nave più piccola e un equipaggio di marinai e sciatori norvegesi addestrati a vivere come gli inuit.

Infine, una nota sull’edizione. Che dire? Traduzione scorrevole, ottimi indici e tante mappe dettagliate, spesso assenti in altri editori. I termini marinareschi sono tradotti con competenza. Unico neo: le misure sono espresse solo in piedi, galloni, yarde, fathom, miglia, pinte, pollici e libbre. Fa molto Old England, ma crea difficoltà al lettore ‘continentale’.


Il mistero dell’Erebus
Michael Palin
Traduttore: Ada Arduini
Editore: Neri Pozza, 2020, pp. 416
Prezzo: €19,00
ISBN: 978-88-545-1990-9
EAN: 9788854520912
EBOOK


Il Duce e la casta grigioverde

Il ruolo dei militari di alto grado nel Ventennio è stato spesso analizzato, ma senza che le loro biografie fossero strutturate in modo sistematico; ben venga quindi questo studio di un giovane storico militare, il quale inquadra le figure di ben 37 generali di Mussolini (di ogni tipo: politici, condottieri, burocrati, monarchici, fascisti) in una cornice complessiva che ne individua le diverse personalità, ma anche le costanti, alcune delle quali sono tuttora dure a morire. La guerra fu voluta dal Fascismo, ma avallata da generali in gran parte fedeli al Re. Perché di questo si tratta: la generazione degli ufficiali di S.M. che aveva vinto la prima G.M. si era chiusa in casta, mantenendo un esercito di caserma sovradimensionato, forgiando anche i nuovi quadri (alcuni dei quali provenienti realmente dalla gavetta) nella stessa mentalità, ostacolando le riforme e ben lieta di aderire al Fascismo – nato in fondo dalle trincee e ostile ai politici responsabili della Vittoria Tradita – ma profondamente fedele al Re, il quale riuscì a liquidare gli squadristi e a mantenere sempre ai vertici i generali piemontesi, come Badoglio e Cavallero, e figure carismatiche come Amedeo duca d’Aosta o il principe Umberto: eroe e diplomatico il primo, un complessato obbediente il secondo. Roatta e Bastico erano filofascisti, ma pur sempre ufficiali di carriera; che l’Esercito fosse del Re lo dimostra da solo l’8 settembre: i reparti che per tre anni avevano combattuto su cinque fronti si sfaldarono in poche ore perché la struttura era diventata acefala. Dal canto suo il Duce gestì bene l’immagine delle FF.AA., ma si guardò bene dal riformare la casta o modernizzare veramente lo strumento militare: i riformatori duravano poco; piuttosto, da un lato inserì ai vertici anche i suoi uomini (Balbo, Graziani, De Bono) e creò una serie di organi e comandi paralleli (vecchio vizio italico), in modo che la struttura di comando risultasse bilanciata e nessuno potesse realmente averne un controllo completo; è chiaramente un sistema figlio della politica e forse può anche andar bene in tempo di pace, ma è un suicidio in tempo di guerra. Guerra i cui obiettivi non furono mai strategici, ma politici, non ultima la concorrenza con la Germania di Hitler. Ma pure questa è una costante, visto che neanche oggi la politica estera italiana riesce a definire con precisione gli interessi nazionali. Lo storico inglese Denis Mack Smith ne Le guerre del Duce (1976) notava allibito che il Fascismo pensava solo alla guerra, ma non ha mai organizzato le risorse per farla bene. Tutti i generali e i gerarchi erano coscienti per primi delle carenze dello strumento militare e industriale, ma speravano in fondo di cavarsela a buon mercato e di mantenere comunque i loro previlegi economici e politici. Le divisioni binarie sono un esempio da manuale: passare da tre brigate a due per ogni divisione moltiplicò il numero dei reparti e dei comandi, aumentando le possibilità di carriera e mostrando un’immagine di potenza numerica, ma di fatto creando grandi unità deboli sul campo perché prive di riserve, malamente integrate dalle Camicie Nere. Ma se le guerre in Albania, Abissinia e Spagna erano conflitti limitati, dopo il 1940 il bluff non poteva più reggere, col risultato di diventare vassalli dei Tedeschi invece che comprimari, e di portare l’Italia a una rovina dalla quale non si è più rialzata, almeno come potenza regionale indipendente. Ma in questo disastro i generali italiani hanno avuto la loro responsabilità, accettando una guerra moderna ben sapendo di non essere preparati a combatterla in condizioni realistiche e su fronti troppo estesi. Quando poi la situazione è precipitata, hanno allegramente creduto di poter eliminare il Duce, fregare i Tedeschi e poter negoziare alla pari una pace separata con Alleati, come se Eisenhower fosse disposto a capire le doppiezze rinascimentali di Ambrosio e Badoglio o Kesselring fosse un cretino. Alcuni generali valevano sicuramente qualcosa sul campo – Messe, Gariboldi, Baldissera – come pure anche alcuni burocrati come Grazioli o Baistrocchi. L’insieme però è desolante: se Graziani e Balbo erano fascisti, gli altri non lo erano, ma nessuno di loro ha alzato la voce o ha sbattuto la porta davanti al Duce; se l’ha fatto, era tardi. Ma il prezzo l’hanno pagato i soldati, sia i caduti sul campo che i 600.000 internati in Germania. Quasi tutti i generali hanno poi riempito estesi memoriali per dichiararsi vittime del Fascismo o screditare i colleghi. Nessuno è stato mai estradato nei paesi dove aveva compiuto crimini di guerra. In più, l’8 settembre del ‘43 in troppi hanno abbandonato i soldati a se stessi. Quello che è peggio, per anni gli italiani avrebbero avuto scarsa stima dei propri militari, continuando il mito della Grande Guerra ma sorvolando sulla seconda o esaltandone le sconfitte (El Alamein p.es.). Purtroppo dopo la guerra gli Alleati si accontentarono di acquisire basi militari – ma questo lo dico io, non l’autore – senza incidere nella sostanza: mentre hanno riformato l’esercito tedesco, in Italia hanno ricostruito l’esercito che c’era prima, col risultato di modernizzarne la struttura materiale e la formazione dei giovani quadri, ma senza imporsi per cambiarne mentalità e abitudini. I partiti politici del dopoguerra dal canto loro non hanno mai espresso salvo rari casi gente competente in materia militare, quindi i vertici militari rimasero se non una casta, sicuramente un gruppo chiuso e autoreferente. L’industria continuò a condizionare le forniture militari e i sistemi d’arma; la burocrazia rimase sproporzionata, sottraendo risorse all’addestramento; la mentalità conservatrice dei quadri avrebbe cozzato più tardi con una società ben più avanti del suo esercito; le promozioni ai vertici di comando avrebbero risentito comunque degli equilibri di governo. In più, alcuni ex generali si lanciarono in carriere politiche di alterna fortuna e qualcuno ci prova ancora adesso. Ma in Italia i problemi vengono sempre da lontano.


I generali di Mussolini
Giovanni Cecini
Editore: Newton Compton Editori, 2019, pp. 538
Prezzo 12 euro

EAN: 9788822725844
ISBN: 8822725840


Fear – La Paura

Sir Ranulph Fiennes è un nome che a noi italiani dice poco. Eppure è il più grande esploratore vivente e come tale è registrato nel Guinness; tiene di continuo conferenze, è presente su Youtube https://www.youtube.com/watch?v=N_yH5rw4LUc con una dozzina di filmati, ha un fan club e una pagina Facebook; è un sincero ecologista, finanzia la ricerca sul cancro e ha scritto ventiquattro libri, di cui uno solo tradotto in italiano, ma solo perché era uscito un film (Killer élite, 2011) basato su un suo romanzo. Già, perché il nostro esploratore da giovane è stato anche un incursore di Sua Maestà, erede del suo antenato guerriero schierato nel 1066 nella battaglia di Hastings. In seguito ha intrapreso numerose spedizioni geografiche ed è stato la prima persona a visitare sia i poli Nord e Sud con mezzi di superficie ed anche il primo ad attraversare a piedi l’Antartide. Ha corso sette maratone e scalato la parete nord del Cervino. Nel maggio 2009, all’età di 65 anni, ha scalato la cima del Monte Everest. Difficile capire a questo punto perché il più grande esploratore vivente del mondo sia ignoto in Italia, a parte qualche raro articolo su di lui (uno p.es. sulla rivista Focus). Personalmente mi sto impegnando per tradurre almeno un paio dei suoi libri e divulgare la sua opera interessando la Società Geografica Italiana, che potrebbe magari invitarlo ufficialmente. E visto il periodo che stiamo vivendo, ho scelto per primo FEAR: parla appunto della Paura, col sottotitolo “la nostra sfida suprema” (our ultimate challenge). L’ho scelto in seguito a una riflessione precisa: è da tre mesi che invece di puntare sulla sicurezza, la narrazione politica e la sua traduzione nei media è incentrata unicamente sulla paura, col risultato di creare ansia e frustrazione in una società già insicura. Scatenare l’ansia può anche essere una strategia, ma a patto di saperla riassorbire; ma se la paura viene invece vissuta senza essere analizzata, allora si apre una depressione sfruttata da paranoici, falsi profeti e destre nazionaliste e reazionarie. Più o meno come adesso e negli anni ‘20 e ‘30 del secolo scorso, con cui non son poche le analogie.

Passiamo ora al libro: l’autore cita la letteratura scientifica sull’argomento, ma si basa essenzialmente sulla sua esperienza personale e su testimonianze di chi ha vissuto esperienze traumatiche. Fisiologicamente, la paura è una reazione istintiva a una situazione di pericolo e il suo centro di elaborazione risiede nell’amigdala, che è la parte più antica del nostro cervello: in comune coi rettili, mantiene memoria dell’esperienza difensiva. Non a caso paure così diffuse come quella dei ragni e dei serpenti sono assolutamente ataviche. L’autore è chiaro: dobbiamo avere paura, essere coscienti del pericolo, altrimenti è temerarietà, pura incoscienza che non garantisce incolumità se non addirittura la sopravvivenza. Affrontare il pericolo o reagirvi implica dunque la paura, la quale produce adrenalina, accelera il ciclo cardiorespiratorio, prepara sensi e muscoli alla difesa e trasmette alla memoria informazioni per il futuro. Diversamente dal panico – irrazionale e dannoso – la paura è dunque nostra alleata, e Fiennes, avendola vissuta nel profondo, ci spiega esattamente cosa sentiamo nel provarla.

Premesso questo, il libro si sviluppa in sedici diversi capitoli: un’analisi del fattore paura; la paura dei bulli, sperimentata dall’autore nei migliori (?) college britannici e nell’esercito (nonnismo); paura del nemico (l’autore ha realmente combattuto in guerra); paura del fallimento (sportivo, familiare, finanziario, di carriera); paura della malattia (più che attuale); paura del vicino (immigrato o meno); paura dell’Oceano (navigatori); paura del futuro (ambiente, clima, economia, migrazioni, guerre). E così via. Ma il vero pregio di questo libro è la continua interazione tra concetto ed esperienza: Fiennes descrive con sincerità i brutti momenti che ha passato quando ha rischiato la morte in guerra, l’infarto, il congelamento e altro, altrimenti viene analizzato un caso di studio: la vittima del pedofilo, la ragazza schiava del sesso, il naufrago oceanico, il reduce sconvolto dai disturbi da stress differito, il profugo di guerra, l’atterrito inquilino delle case popolari. Già, perché la paura non riguarda solo mari e foreste, ma pervade anche la metropoli, spesso vero inferno in terra. E qui si apre un altro aspetto studiato dall’autore: la paura e/o il terrore come strumento di potere. Ce n’è per tutti: maschi padroni, mafiosi, dittatori, santoni, movimenti di guerriglia (tutt’altro che idealizzati, ndr.), narcos, terroristi politici e/o religiosi, tutti accomunati dall’uso cosciente e sistematico della paura per governare o per convincere la popolazione locale a schierarsi dalla loro parte. Ma anche senza far uso della violenza, il populista spinge la gente dalla paura all’odio verso l’altro e a definire la propria identità per sottrazione. Dal canto loro il mafioso, il dittatore e il terrorista – criminali a tempo pieno – fanno capire con la violenza pervasiva che nessuno è al sicuro o può ritenersi esentato. In questo modo si diffida anche del vicino e si spezza la solidarietà sociale, fenomeno che abbiamo avuto modo di sperimentare anche ora in tempo di pandemia. Ma solo in un regime di terrore le misure temporanee diventano permanenti, sia per la natura stessa del regime, sia perché le paure vengono alimentate di continuo – stavo per dire prorogate – dalla propaganda. Gli esempi non mancano: basta pensare alla Guerra Fredda, dove in fondo un contendente aveva bisogno speculare dell’altro. Ma in una vera democrazia, dove viene incoraggiata la convivenza civile ed è garantita un’informazione indipendente, è invece chiaro che il gioco non può funzionare in eterno, e infatti la stampa è sempre la prima vittima del terrore e dei nemici della democrazia.

In appendice al libro, una curioso elenco – non privo di “humour” – dei nomi scientifici dati a tutte le paure possibili. Sono ben sedici pagine di termini derivati dal greco e latino e dimostrano la patetica tendenza a controllare la paura assegnandole un nome accademico.


Fear: Our Ultimate Challenge
Ranulph Fiennes
Editore: Hodder & Stoughton, 2017, pp. 336
Testo in English
Prezzo: € 12,42 – 20 dollari / 15 sterline

ISBN-13: 978-1473617988
EAN: 9781473618008

Esiste anche in e-book e in audiolibro con britannica voce originale dell’autore.


Un secolo di Leggende

Terzo e ultimo capitolo della trilogia “Il secolo dei Giganti” di Antonio Forcellino che, dopo “Il cavallo di Bronzo” e “Il colosso di marmo”, si conclude con “Il fermaglio di perla”, opera che va a completare questa serie dedicata ai tre grandi maestri del rinascimento: Leonardo, Michelangelo e Raffaello.
In quest’ultimo libro l’autore dedica le prime pagine alla fase conclusiva della vita “breve ma intensa” di Raffaello, morto a soli 37 anni a causa di “eccessi amorosi”. Vita breve che gli è bastata per lasciare ai posteri una serie di opere che hanno condizionato profondamente il mondo dell’arte; senza contare i magnifici decori che ricoprono le pareti di molti palazzi, a Roma e non solo.
Archiviata in breve la vita del pittore, nelle pagine successive Forcellino si concentra sui tumulti che colpirono l’Europa in quel tempo con protagonisti personaggi del calibro dell’imperatore Carlo V, del re di Francia Francesco I, dei Papi Leone X, Clemente VII e Paolo III e, infine, di Solimano il Magnifico, che dalla Turchia coltivava il suo sogno di conquistare Roma, forte anche della sua flotta guidata dal Barbarossa.
Alla base di questi tumulti c’era, ovviamente, la religione. La storia ci insegna che quegli anni nella prima metà del 1500 segnarono profondamente il cristianesimo, fu infatti allora che la Germania era scossa dalle proteste religiose di Martin Lutero contro la corruzione della Chiesa di Roma, senza tralasciare Enrico VIII, che dall’Inghilterra minacciava lo scisma, come poi effettivamente avvenne, e in ultimo Solimano, che più volte tentò di portare l’Islam nel continente.
Su questi avvenimenti l’autore tesse la trama del romanzo, inserendo tutti i protagonisti che presero parte a quelle vicende, anche quelli minori.
Ma può in un’opera di Forcellino mancare la componente artistica o limitare questa al solo Raffaello? Ovviamente no, e infatti dopo la morte di questo è ancora una volta Michelangelo a diventare il protagonista di questa parte del romanzo, decorando le pagine del libro con le creazioni che lo hanno consegnato alla storia più come una leggenda che come scultore e pittore.
Come nei romanzi precedenti l’autore sottolinea l’importanza che le opere di questi artisti avevano all’interno delle trattative politiche o del peso che avevano in ambito religioso, vedi il Giudizio Universale, senza dimenticare che spesso erano queste stesse opere a tenere in vita i loro creatori, basti pensare a Leonardo che era tutto fuorché un santo.
La lettura del romanzo scorre ancora una volta velocemente, complici i capitoli brevi e le vicende concentrate che difficilmente creano noia, così come anche la vita di certi personaggi che con il loro temperamento sono stati in grado di condizionare pesantemente il corso della storia.
Parlare di sorprese in un romanzo storico basato su fonti reali è difficile, certe storie però fa sempre piacere sentirle raccontare con qualche particolare in più o da un punto di vista diverso dal solito, come ci insegna l’autore le cui opere hanno spesso trattato questi personaggi.
La trilogia si è quindi conclusa ma la storia no; per chi quindi fosse interessato, è Forcellino stesso a suggerire alcune letture sugli artisti menzionati, per il resto, se volete scoprire cosa è successo dopo la fine del romanzo, di materiale per approfondire se ne trova ovunque, dalla rete alle care vecchie librerie dove sarà sempre piacevole trovare un’opera di questo autore.


Titolo: Il secolo dei giganti. Il fermaglio di perla. Vol. 3
Autore: Antonio Forcellino
Editore: HarperCollins Italia, 2020, pp. 536
Prezzo: 12,90 €

EAN: 9788869054754

Disponibile anche in ebook


Viaggi spaziali made in Italy

Da grande appassionato della fantascienza quale sono, da anni aspetto un romanzo “stellare” che mi convinca e per stellare intendo proprio ambientato tra le stelle.

Avevo provato anni fa con la “Trilogia della Fondazione” di Asimov che, per quanto bello, aveva ben poco di spaziale, lasciando così il mio desiderio inesaudito.

Capita poi di leggere tra le nuove uscite questo libro, il cui titolo è bastato per suscitare il mio interesse: “Universum. Cronache dei pianeti ribelli”, opera prima dell’autore cento per cento italiano Giorgio Costa.

La scelta è stata ben ripagata da una storia scorrevole e ben costruita, che va a sfiorare l’immaginario collettivo di questo tipo di fantascienza condizionato dal cinema senza però ricalcarne troppo le immagini.

E’ interessante il nuovo concetto di viaggio spaziale ideato dall’autore, che segue delle regole ben precise, dove oltre all’abilità dell’equipaggio nel manovrare enormi astronavi vi sono anche altri fattori che ne condizionano la direzione e la rotta, un concetto questo ribadito a più riprese in modo da mettere il lettore nell’ottica di comprenderlo a piccole dosi. Così come interessante è la struttura “politica” su cui si basa l’impero di Universum e i personaggi che ne fanno parte.

Un ulteriore punto a favore si trova nelle razze aliene che si incontrano nel corso della storia, poche ma sufficienti a dare l’idea dell’ambientazione in cui tutto si svolge.

Il protagonista principale è Tom Rivert, un giovane ragazzo dal carattere forte che dovrà fare i conti con una forza di gran lunga superiore alla sua: un impero praticamente. A lui si affiancano numerosi comprimari che lo accompagnano nella sua battaglia ricca di colpi di scena, non tutti purtroppo a lieto fine.

Se proprio vogliamo trovare qualche difetto in quest’opera dobbiamo per forza arrivare al finale, forse un po’ affrettato e che lascia aperti molti interrogativi che si trasformano in chiari indizi per un seguito a cui non manca di certo il materiale per vedere la luce in futuro.

Non nego che inizialmente mi aspettavo un romanzo diretto ad un pubblico più giovane, come forse doveva effettivamente essere; nel corso della lettura, però, questa idea è cambiata radicalmente trovando una storia matura e mai banale, adatta a tutti gli amanti del genere senza distinzione di età che va a solleticare i ricordi di storie viste in tv e al cinema, creando però ambientazioni, personaggi e idee più moderne che non fanno storcere il naso a lettura conclusa.

L’esordio di Giorgio Costa è senza dubbio positivo, lo attendiamo ora alla prova del nove nel caso in cui da questo romanzo nascerà realmente una saga, se Mondadori ha creduto in lui non ci resta che farlo anche noi.


Titolo: Universum. Cronache dei pianeti ribelli
Autore: Giorgio Costa
Editore: Mondadori (collana Chrysalide), 2019, pp. 348
Prezzo: € 19,00

EAN: 9788804713302

Disponibile anche in ebook