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BARBEFINTE 2.0

Ho sulla scrivania due libri appena usciti, uno in inglese, l’altro in italiano:

Operation Dragon : Inside the Kremlin’ Secret War in America / R. James Woolsey , Jon Mihai Pacepa. New York, Encounter Books, 2021.

I come Intelligence. Indispensabilità e limiti / Renato Caputo , Vittorfranco Pisano. CI&S , 2021.

Li ho messi insieme perché sono scritti da gente del mestiere: Woolsey è stato direttore della CIA, Pacepa dei servizi segreti romeni, mentre Caputo e Pisano sono docenti di scienze della sicurezza presso una università privata italiana e hanno alle spalle un solido curriculum accademico. Ma l’accostamento dei due volumi è anche suggerito dallo scorrere del tempo: Woolsey e Pacepa lavoravano in piena Guerra Fredda, mentre Caputo e Pisano affrontano il presente. Oggi avere informazioni è più facile: l’OSINT ovvero Open Source Intelligence è non dico alla portata di tutti, ma accessibile a chi abbia lunga pratica del web e la capacità di analizzare la mole delle informazioni disponibili in rete. Nulla di segreto e neanche monopolio degli organi di Stato: se l’intelligence è l’analisi strutturata delle informazioni raccolte e il loro uso funzionale alla sicurezza, alcune procedure sono usate anche da gruppi industriali e centri di ricerca privati. Ma a cambiare dai tempi della Guerra Fredda è l’estensione del lavoro: il range non riguarda più solo l’ambito militare o la sicurezza interna, ma anche settori strategici legati all’informatica, ai brevetti, alle risorse energetiche, alle comunicazioni e ora anche al settore farmaceutico, come è evidente ora in tempi di Covid-19. La guerra dei vaccini vede hackeraggio di siti di ricerca, di archivi ospedalieri, furto di brevetti, controinformazione per screditare il vaccino rivale, infiltrazione di spie al seguito di interventi umanitari, secondo copioni aggiornati al 2021. Tutto questo è diverso dal complottismo, nel senso che non è opera di menti disturbate, ma di precise strategie dell’informazione e dello spionaggio industriale.

Cosa resta del vecchio spionaggio, in epoca di ELINT (Electronic Intelligence)? Beh, l’HUMINT (Human Intelligence) resta basilare laddove non ci sono radio o terroristi così fessi da parlare per telefono. E pare che funzioni sempre l’Honey trap: sedurre e poi ricattare l’uomo d’affari resta un classico, ora aggiornato all’era digitale. Ma la STASI – il servizio segreto di Berlino Est – gestiva persino una scuola di formazione per “agenti Romeo”, seduttori di segretarie che lavoravano in posti chiave, pratica favorita dalla carenza tedesca di uomini (morti in guerra). Ma possiamo scommettere che ancora ci sono imprenditori e funzionari che si fanno incastrare dalla bella Tatiana o dalla cortese orientale che in fiera ti regala la pen-drive. Sono forse passati i bei tempi dei cocktail d’ambasciata, ma la natura umana resta sempre la stessa.


Operation Dragon: Inside the Kremlin’s Secret War on America
by R. James Woolsey, Ion Mihai Pacepa
$25.99


I come Intelligence. Indispensabilita & limiti
di Renato Caputo, Vittorfranco Pisano
Editore: ilmiolibro self publishing
Collana: La community di ilmiolibro.it, 2021, pp. 164
Prezzo: Euro 25,50
EAN: 9788892376328
ISBN: 8892376322




IL CONSENSO

Vanessa Springora non credo fosse nota in Italia prima del suo libro pubblicato nel 2020, Le Consentement (Il Consenso, edito per noi da La Nave di Teseo). La Springora è una scrittrice ed editrice francese e oggi, a 47 anni, narra della sua relazione avuta dai 14 ai 16 anni con uno scrittore e intellettuale francese oggi anziano (83 anni) ma all’epoca cinquantenne. Qualcosa forse in linea con L’amante di Marguerite Duras (1984), ma senza esotismi e aggiornato ai tempi del MeToo. Viene subito in mente uno scandalo simile: l’avvocato e giurista Camille Kouchner (45 anni, figlia del primo matrimonio dell’ex ministro socialista, Bernard Kouchner, fondatore di Medici senza Frontiere) nel libro La Familia grande (2021), denuncia che suo fratello gemello da adolescente fu vittima di incesto da parte del patrigno, il celebre politologo e costituzionalista Olivier Duhamel, che ha subito annunciato le proprie dimissioni dalla carica di direttore della Fondazione nazionale di scienze politiche. E non so quanti si ricordano che il noto fotografo David Hamilton (inglese ma naturalizzato francese) nel 2016 si è suicidato dopo che Flavie Flament (42 anni), nota presentatrice della radio e tv francese, nel suo libro  La Consolation (2017) ha narrato dello stupro subìto a 13 anni da parte di “un famoso fotografo specializzato in raffinati nudi di ballerine e ragazze adolescenti”. Al che una ventina di donne ha confermato la stessa cosa, identificando senza mezzi termini il responsabile e facendo capire che era uno stupratore seriale di ragazzine. Sono tre storie esemplari, ma differenti da quanto avviene ora negli Stati Uniti: le vittime francesi non sono attricette sfruttate sessualmente da produttori cinematografici e imprenditori arricchiti, ma professioniste affermate che scrivono a trent’anni di distanza dal trauma, facendo nomi e cognomi di uomini di potere e di cultura. In Francia il libro ha sicuramente ancora un prestigio e la cultura pure, ma qui sono proprio gli intellettuali a farci brutta figura. Olivier Duhamel è un politologo e costituzionalista, amico influente di François Hollande e di Emmanuel Macron, mentre lo scrittore attaccato da Vanessa Springora è lo scrittore Gabriel Matzneff, un nobile russo naturalizzato francese, autore (oltre che di un’ampia serie di saggi) de L’Amante de l’Arsenal, pubblicato lo scorso novembre, e di cinque volumi di diari dal 1979 al 1992, che ora Gallimard sta cercando di ritirare dalla circolazione. Mazneff in realtà non ha mai nascosto le sue inclinazioni: in Italia nel 1994 fu pubblicato da ES I minori di sedici anni (orig.: Les Moins de seize ans, 1974), dove – a metà tra la narrazione e il trattato – l’autore afferma con veemenza il diritto di avere rapporti sessuali con ragazzi e ragazze minori di sedici anni. A suo tempo quel libro l’ho anche letto ed era sorprendente il tono esplicito e assertivo con cui veniva trattata una materia diciamo delicata. E se qualcuno ancora avesse dubbi, sappia che Mazneff  il 26 gennaio 1977 aveva promosso una petizione di firme per la depenalizzazione del reato di pedofilia dal codice penale francese. L’appello era stato sottoscritto da vari intellettuali vicini al Sessantotto francese, quali: Simone de Beauvoir, Roland Barthes, Gilles Deleuze, Michel Foucault, André Glucksmann, Felix Guattari, Jack Lang, Bernard Kouchner, Jean-Paul Sartre e Philippe Sollers; come si vede, praticamente l’aristocrazia della Cultura francese al completo. Sicuramente all’epoca certe posizioni venivano viste come il superamento della morale borghese, ma la controparte – all’epoca minorenne –  oggi non è di questo avviso e neanche il legislatore: in Francia sarà considerata violenza qualsiasi rapporto con chi ha meno di quindici anni. Maturità sessuale e psicologica ormai si è capito che non sono la stessa cosa, e soprattutto “consenziente” non significa “consapevole”: le vittime per rielaborare la propria esperienza e narrarla ci hanno messo trent’anni. Anche se la storia della ragazzina precoce vende sempre (ricordate i Cento colpi di spazzola di Melissa P. ?), il successo immediato di questi libri s’inquadra in un momento di elaborazione culturale e di reazione a quanto avveniva da anni sottotraccia e persino con la complicità della famiglia. A leggere tutte queste testimonianze – comprese quelle di Matzneff – salta sempre fuori l’immagine negativa di un padre assente e di una madre troppo debole perché divorziata e depressa o perché ammaliata dal prestigio e il potere riflesso offerto dal legame con un uomo famoso. Nella famiglia incestuosa si è spesso notata l’inversione dei ruoli fra madre e figlia, e Matzieff stesso afferma che le sue prede migliori erano i figli delle famiglie labili, il che la dice lunga sul rapporto di dipendenza psicologica ed economica che si forma all’interno di una relazione squilibrata. Unica consolazione è che qualcosa ora sta cambiando sul serio.


Il consenso
Vanessa Springora
La nave di Teseo, pp. 224, 2020
Prezzo: € 17.00

ISBN: 88-346-0327-3 – EAN13: 9788834603277


La sicurezza dello Stato nella gestione dell’informazioni

Scritto da due specialisti, entrambi docenti universitari ma di estrazione diversa (il primo un ufficiale di S.M., un giurista l’altro), il libro è un originale contributo alla conoscenza di un settore delicato ma vitale per la sicurezza dello Stato, ristrutturato nel 2007 sia per venire incontro a nuove esigenze, sia per coordinare sotto una direzione unica funzioni assegnate prima a singoli ministeri, con conseguenze negative per l’efficienza e la trasparenza dei servizi stessi.

Dopo unaprefazione diVittorfranco Pisano, uno specialista nel campo, il primo capitolo descrive appunto la strutturazione attuale del Servizio, complessa ma funzionale. La direzione politica è affidata al Presidente del Consiglio dei Ministri §1.1), responsabile istituzionale unico, da cui deriva un’autorità delegata (§1.2), ove istituita: sono recenti le polemiche sorte durante il governo Conte. Il Presidente del Consiglio dei Ministri è assistito in questo dal CISR, Comitato Interministeriale per la Sicurezza della Repubblica (§1.3), pari del Presidente, mentre invece  ne dipende  gerarchicamente il DIS (Dipartimento Informazioni per la Sicurezza) (§ 1.4), che deve assicurare il livello tecnico – amministrativo del servizio. Dunque, al vertice della struttura c’è un responsabile unico, ma assistito da un organismo di indirizzo politico collegiale e da una struttura istituzionale di supporto. A caduta, seguono AISE e AISI (§ 1.5), rispettivamente i Servizi di Informazione per la Sicurezza esterna e interna, secondo uno schema ormai diffuso in tutti i paesi moderni ma da noi recepito in ritardo. All’interno del DIS il Presidente del Consiglio ha competenza assoluta di apporre il segreto di Stato, di nominare o rimuovere i direttori amministrativi e di stabilire il bilancio assegnato, come pure  delega i Direttori di AISE e AISI a richiedere all’Autorità giudiziaria l’autorizzazione a poter svolgere specifiche attività di raccolta informazioni, Dopo la riforma della Legge n. 124 del 3 agosto 2007 nessuno può esercitare in modo autonomo le funzioni assegnate, come facevano prima i singoli ministri, vigendo ora la centralità del Presidente del Consiglio dei Ministri.

Altro aspetto innovativo della legge (artt. 30-38) è il controllo parlamentare tramite il Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica (COPASIR), che ridefinisce i poteri del vecchio COPACO (Comitato Parlamentare di Controllo, Legge 801 del 1977) (§ 1.6). Il Comitato è ora formato da cinque deputati e cinque senatori bilanciati fra maggioranza e opposizione, Il Comitato verifica, in modo sistematico e continuativo, che l’attività del Sistema di Informazione per la Sicurezza si svolga nel rispetto della Costituzione, delle leggi, nell’esclusivo interesse e per la difesa della Repubblica e delle sue istituzioni (comma 2).  Il potere di controllo del Comitato (art. 31) si esplica nella convocazione, per lo svolgimento periodico di audizioni, del Presidente del Consiglio, dei membri del Comitato interministeriale (CISR), del direttore generale del Dipartimento (DIS), dei direttori dei servizi (AISE ed AISI). Il Comitato è, in sintesi, l’organo di controllo parlamentare della legittimità e della correttezza costituzionale dell’attività degli organismi informativi, e può persino richiedere l’accesso ad atti giudiziari in deroga al segreto delle indagini preliminari, e allo stesso modo può richiedere atti riservati prodotti dai Servizi, ovviamente a precise condizioni che non mettano in pericolo gli interessi dello Stato e gli uomini. Di tutto questo deve esser sempre preventivamente informato il Presidente del Consiglio, che è tenuto a consegnare al COPASIR una relazione semestrale riservata, mentre il Comitato è tenuto a presentare una relazione annuale davanti al Parlamento. Neanche a dirlo, l’arti. 36 della Legge 124/2007 vieta la divulgazione di atti riservati, estesa a tutti i componenti dei vari rami dei Servizi e ai membri del COPASIR.

Questo per la parte strettamente legislativa. Il secondo capitolo invece analizza le Risorse Umane e il rapporto di lavoro nel settore della Sicurezza Nazionale. La legge 124 del 2007 introduce molte novità (§2.1): il “dualismo razionalizzato” fra agenzie con ruoli diversi sotto una guida unica (al posto dei servizi dipendenti da Difesa e Interni) ; precise garanzie funzionali nei riguardi degli addetti ; infine, la selezione per concorso pubblico (tranne casi particolari) e l’inquadramento in un ruolo unico SIS e DIS;  la creazione di una scuola specifica per la formazione, aperta anche all’università e ai centri di ricerca. Questo garantisce una migliore preparazione professionale, una maggiore omogeneità e un migliore coordinamento operativo, tenendo presente la complessità della situazione mondiale. Materia delicata, sottoposta a segreto di Stato, opponibile all’autorità giudiziaria, la quale può però chiedere verifica dell’autorizzazione al Presidente del Consiglio. Anche qui vige un sistema di garanzie e controlli reciproci.

Il terzo capitolo intriga anche il lettore comune: la gestione delle Risorse umane nella Human Intelligence (HUMINT).  In sostanza, quanto si usava al tempo della Guerra Fredda sembrava superato dallo sviluppo e l’uso dei nuovi mezzi tecnologici, salvo poi accorgersi delle loro limitazioni in un ambiente – come quello del terrorismo internazionale o del narcotraffico – politicamente frazionato, privo di una vera struttura centralizzata, caratterizzato da attori che agiscono per gruppi autonomi, caratterizzati da strutture clanico-mafiose, localizzate in zone circoscritte ma difficilmente penetrabili, e magari anche poco avvezze all’uso di mezzi di comunicazione tecnologici. In sostanza, fino alla caduta del Muro di Berlino (1989) i due blocchi contrapposti sapevano cosa cercare e dove: in genere le informazioni riguardavano centri militari e industriali, impianti nucleari e catene di comando. Il Corpo Diplomatico si dava da fare, si faceva certamente  uso della tecnologia, ma più spesso ci si valeva di collaboratori e infiltrati; tutte cose che abbiamo visto nei film di spionaggio o imparato dai libri di Le Carré. Ora il terrorismo internazionale del nuovo secolo ha scompaginato le carte. Proteggere una centrale elettrica da un attacco di cyberwar, sventare il furto di codici di carte di credito, proteggere un brevetto, identificare una cellula terroristica o infiltrarsi tra i mafiosi, è tutto nuovo L’ELINT (Electronic Intelligence) poco ne ricava, ma anche l’HUMINT ha le sue difficoltà, non essendo facile infiltrarsi o reclutare collaboratori nelle strutture chiuse sopra descritte. A questo punto, con la globalizzazione, più che di Secret Service potremmo parlare di Security Service. A maggior ragione l’operatore HUMINT, sia esso un ufficiale reclutatore, un informatore o un analista di dati, deve avere – ferma restando la preparazione tecnica e culturale – qualità e attitudini particolari, alcune delle quali, come l’OSINT (Open Source Intelligence, la capacità di rielaborare dati dalle fonti aperte, soprattutto in web) dovrebbe far parte anche oggi della formazione civile, in ogni caso tutto è lontano dallo spionaggio classico. Un paragrafo interessante (3.1.1) riguarda la differenza fra notizia, informazione e rumor. L’informazione è attendibile e comprovata, il resto va confrontato e valutato. Da parte mia osservo che certi metodi dovrebbero essere patrimonio anche dei comuni giornalisti, che possono anche permettersi tempi meno stretti di un “Case officer”, l’ufficiale di riferimento nelle operazioni di Intelligence. Nel testo c’è comunque un paragrafo importante (§ 3.4) sul processo di ricerca informativa HUMINT: la ricerca, la selezione e la valutazione delle fonti; il reclutamento delle fonti; la loro gestione (nota: alcune tabelle aiutano l’analisi). Ciò non toglie che una delle maggiori criticità resta la valutazione della fonte e delle notizie fornite, pur ben sapendo che disinformazione e/o doppiogioco sono frequenti. Viene anzi riportato a titolo esemplificativo (§ 3.5.1) un caso di studio di disinformazione.

Il quarto e ultimo capitolo pone a confronto due interviste, ovviamente anonime. La prima con un agente HUMINT, l’altra con un analista operatore sistemi tecnologici DISCIPLINA IMINT (Fotointerprete/Analista di immagini digitali). Da non perdere.

Infine, interessanti e aggiornate sia la bibliografia che la sitografia (elenco strutturato di siti web in argomento).


Il sistema di informazioni per la sicurezza della Repubblica e la gestione delle risorse umane
di Renato Caputo, Antonello Vitale
Prefazione di Vittorfranco Pisano
Editore: ilmiolibro self publishing, pp, 128, 2020

Collana: La community di ilmiolibro.it
C&IS, (Collana Intelligence e Sicurezza)
Prezzo: 22,00 euro

EAN: 9788892373242
ISBN: 8892373242


Dalle stalle alle stelle (nelle stalle)

Sono in ritardo di una decina d’anni lo so, ma non ricordo che a suo tempo questo romanzo abbia ricevuto la visibilità che merita. Fortuna vuole che in questo periodo il libro sia in promozione sulla maggior parte delle piattaforme di vendita digitali, e da li mi è balzato all’occhio.

Ammetto che un po’ la lettura è stata condizionata dal fatto che l’autore Livio Macchi è un mio compaesano, ma sono bastate poche pagine per farmi dimenticare questo particolare e lasciarmi prendere completamente dalla storia.

La storia è quella di Giovanni Pepere, un cafone (contadino e non per forza dispregiativo, perlomeno nel 1500) originario di Melfi che un bel giorno, durante una battaglia, salva il viceré e in cambio ottiene terre e moglie dal principe che presiede Melfi e dintorni. L’ambizione del cafone lo porta a far fruttare quei terreni ostili fino a scoprire “l’olio di pietra” che lo rende l’uomo più ricco della zona.

Però, da che mondo è mondo, più sei ricco più sei a rischio, e il rischio era in quel tempo quello di trovare qualcuno più forte di te che era interessato ad impossessarsi delle tue terre e delle tue ricchezze e che, se all’ambizione ti mancava la scaltrezza, bastava poco per perdere tutto.

Ma Giovanni Pepere era anche scaltro, oltre che fortunato. Ma poteva tutto ciò durare per sempre? Qui mi fermo per lasciare che siano le pagine a parlare, pagine ricche di paesaggi, di personaggi e di costumi. I costumi di un Sud Italia che colpisce sempre per il suo fascino, e di un paese che, più in generale, non smette mai con la sua storia di offrire spunti per altre piccole storie da raccontare. Se poi queste storie sono scritte in un certo modo c’è ancora più piacere a leggerle, inventate o meno, con personaggi reali e con altri immaginari che ben si inseriscono nel contesto.

E’ una lettura veloce e coinvolgente, dove non mancano la passione, la famiglia e i suoi drammi, l’eroismo di taluni e la codardia di altri; è una terra che parla, che racconta di come un uomo con poco può elevarsi a principe e a rendere reali cose che prima poteva solo disegnare nella terra, cinquecento anni fa come oggi.

Di Giovanni Pepere in effetti se ne vedono tutti i giorni, o sbaglio?


Titolo: Il Principe del fuoco
Autore: Livio Macchi
Editore: Piemme, pp. 332, 2012
Prezzo: € 8,75 (€ 17,50)
Disponibile in ebook

EAN: 9788856623826

Livio Macchi, originario di Gallarate in provincia di Varese, si è fatto conoscere ai lettori con il romanzo “A metà della notte” per poi continuare con altri romanzi sempre su base storica.

http://www.liviomacchi.com/

TRIESTE di nuovo porto della Mitteleuropa

Trieste è una città che ha pagato cara la sua annessione all’Italia nel 1919: da porto dell’Impero asburgico è diventato un porto decentrato e in più è stata testimone di tutti gli attriti di frontiera possibili. Occupata da Tito nel 1943, fu restituita all’Italia nel 1954 e fino a tempi recenti non è più riuscita a riprendere la sua funzione originaria di porto dell’Europa centrale: nel primo dopoguerra la frammentazione degli stati nazionali ne ha distrutto il monopolio, mentre nel secondo il mondo comunista come sistema economico chiuso ha persino militarizzato le frontiere, col risultato di un’anemia portuale bilanciata anche tra le due guerre da un forte investimento statale nella cantieristica e nei servizi. Il discutibile Trattato di Osimo (1975) prevedeva accanto a Trieste una zona industriale con manodopera slava residente, sorta di “Novi Trst”, mentre i fondi per il rilancio del porto furono dirottati da Tito al potenziamento di quello di Capodistria. La successiva dissoluzione della Jugoslavia riaprì le frontiere ma frammentò di nuovo i flussi commerciali. In più, i collegamenti ferroviari erano rimasti praticamente quelli imperial-regi: chi scrive ricorda che ancora negli anni Settanta i lunghi treni merci scorrevano la sera da Trieste Centrale verso il porto industriale passando davanti a piazza Unità, fin quando nel 1983 non fu ultimata una galleria che dal porto nuovo si ricollega al tronco della vecchia Ferrovia Meridionale e quindi ad Austria e Germania. Mentre l’Ungheria ha comprato un molo, nel frattempo i Tedeschi attraverso un loro colosso della logistica portuale, il porto di Amburgo (Hamburger Hafen und Logistik, o HHLA) hanno acquisito una quota maggioritaria pari a 50,01% del terminal multifunzione del porto di Trieste (Piattaforma Logistica Trieste, o PLT). Si ricorda qui che i Cinesi volevano comprare il porto anche loro, ma le pressioni americane sotto la presidenza Trump hanno condizionato le nostre scelte di governo e di fatto bloccato (per ora) lo sviluppo della Nuova Via della Seta (BRI) e delle sue implicazioni strategiche, peraltro sottovalutate dal nostro governo. L’ingresso del capitale tedesco mette a nudo la mancanza di una solida logistica italiana, ma è coordinato con l’Unione Europea ed entra in competizione con un rivale sistemico, la Cina. Trieste ha comunque recuperato la sua centralità, ma è difficile spiegare questo sviluppo se non si tiene conto da un lato della migliorata logistica ferroviaria del porto e delle linee di collegamento intermodale a impatto zero con Austria e Germania (i c.d. corridoi TEN-T EU), ma soprattutto dell’evoluzione del flusso merci mondiale, che finora previlegiava la rotta Asia – Sudafrica – Amburgo/Rotterdam per poi distribuire le merci per le comode vie d’acqua (fiumi e canali navigabili) dell’Europa continentale. Oggi invece  la crescita dei paesi dell’Est Europa e la migliore logistica ferroviaria stanno dirottando parte delle navi attraverso la rotta Asia – Suez – Pireo – Trieste. A questo punto l’integrazione con la Germania e il suo blocco economico (comprendente l’Austria, i Paesi dell’Europa orientale, il Benelux e, attraverso i legami con l’industria manifatturiera italiana, il Nord del nostro Paese) è parsa anche alle autorità portuali di Trieste la strada più funzionale per restituire alla città giuliana il ruolo strategico di crocevia dei commerci assunto per secoli durante la dominazione austriaca. La Germania ha trovato in pochi mesi a Trieste quel ruolo strategico che a lungo i governi italiani hanno paventato ma mai, in fin dei conti, costruito a livello sistemico. Da un lato tardiamo a fare sistema, dall’altro siamo in ritardo non tanto nei porti, ma nel collegamento tra i porti e le vie di comunicazione.

Questo mi ha portato fra l’altro a leggere un libro quest’anno (2020) ma in realtà aggiornato solo al 2006: L’Italia e il confine orientale, di Marina Cattaruzza, molto utile per capire non solo la situazione attuale, ma anche la debole capacità dello Stato italiano nel gestire e organizzare le risorse e i problemi della Venezia Giulia, un’entità mai ben definita sul piano politico ed etnico, dove le varie comunità locali – a cominciare dalla stessa borghesia triestina – avrebbero preferito collaborare in regime di autonomia piuttosto che subire l’italico centralismo amministrativo. Il Trattato di Rapallo (1920), anche se deluse la nazione e fece coniare a D’Annunzio la nota espressione della Vittoria Mutilata, assegnava comunque all’Italia 200.000 germanofoni tirolesi e 400.000 slavi tra sloveni e croati. Il presidente Wilson passa per campione dell’autodeterminazione delle nazioni, ma in realtà tre milioni di ungheresi furono assegnati alla Romania. L’Italia ottenne anche il Brennero per riconosciuti motivi strategici (ancora nel 1943 entreranno da lì le truppe di occupazione della Wehrmacht), ma l’Austria era un perdente, mentre l’artificiale Regno di Jugoslavia si presentava come potenza giovane, vittoriosa e concorrente con l’irredentismo italiano, nel primo dopoguerra ormai difficilmente scindibile dalla politica di potenza. Da qui l’inevitabile attrito con gli slavi, specie in un’epoca dove nessuno stato europeo tutelava realmente le minoranze. Il Fascismo poi appoggiò l’insufficiente azione dello Stato dando mano libera alle proprie squadre, operazione non solo sbagliata sul piano giuridico, ma indice di scarsa capacità di governo delle proprie zone di confine. E se i confini fisici dell’Italia sono assolutamente definiti – l’arco alpino da Ventimiglia fino a Pola – non sempre sono lo spartiacque perfetto fra diverse nazioni: francesi, tedeschi, slavi.

La seconda Guerra Mondiale avrebbe visto una dura guerra nei Balcani e nel 1943 il collasso dell’Italia e del suo esercito, mentre le formazioni partigiane di Tito occupavano per sempre Istria e Dalmazia e completavano un processo storico che nel lungo periodo avrebbe comunque visto la slavizzazione di zone una volta italofone e in gran parte costiere. Trieste fu restituita all’Italia nel 1954 dopo un periodo di occupazione alleata e per anni è sopravvissuta grazie al commercio frontaliero e a forti commesse di Stato, essendo i confini sigillati e militarizzati. Nel libro purtroppo non si parla mai del dispositivo militare italiano che dipendeva dal V Corpo di Armata e presidiava il confine e l’entroterra per tutta la Guerra Fredda, mentre sarebbe interessante capire il costo dell’impresa. Un tentativo di chiudere una volta per tutte la partita fu il Trattato di Osimo (1975), negoziato da Aldo Moro ma sicuramente influenzato dai colloqui tra Berlinguer e Tito svolti qualche mese prima. Con quel trattato firmato di nascosto in una villa privata in un paesino delle Marche e firmato dal capo del Governo (Aldo Moro) invece che dal ministro degli Esteri (Mariano Rumor) si chiudeva il lungo contenzioso, ma soprattutto si dava sponda a Tito cercando di attirarlo nell’area occidentale e garantendo ossigeno alla sua Jugoslavia. Era l’anno del Trattato di Helsinki, si parlava solo di distensione e sicuramente il governo americano fece pressioni sul nostro, che cercò goffamente di presentare il trattato come una vittoria della diplomazia italiana. Si temeva tra l’altro che dopo Tito la Jugoslavia sarebbe stata invasa o divisa dall’Unione Sovietica, ma nessuno poteva sapere che le due entità statali sarebbero sparite dalla faccia della Terra praticamente insieme. Fortemente voluta da Germania, Austria e Ungheria (e Vaticano) fu invece l’indipendenza di Slovenia e Croazia dalla morente Federazione Jugoslava, riconosciuta solo dopo poche ore dall’inizio del conflitto che doveva distruggere quello che Tito aveva pazientemente creato. Anche qui il nostro margine di manovra fu minimo, col risultato di ratificare con “Slo & Cro” il trattato di Osimo, mentre qualcosa avremmo anche potuto ottenere dai nuovi vicini. Come si vede, la storia di Trieste è indissolubilmente legata all’asse geostrategico e commerciale mitteleuropeo e, pur essendo Trieste una città italiana, i veri padroni del porto alla fine non sono gli italiani, ma i destinatari finali delle merci ivi sbarcate e smistate.


L’ Italia e il confine orientale
Marina Cattaruzza

Editore: Il Mulino, 2007, pp. 392

Prezzo: € 15,00

EAN: 9788815121660