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Sull’impalatore Valacco

“Ecco”, pensai “un nuovo romanzo su Dracula ma non potrebbe esistere se non a condizione della più assoluta fedeltà alla storia: il reale, il tal caso, supererebbe ogni immaginazione, e ogni nuova invenzione non sarebbe che un debole riflesso, uno squallido rifacimento di fatti storici ben più. vivi e veri.”

Così lo studioso rumeno Mario Mincu, in una delle sue prime osservazioni, introduce il lettore al suo “II Diario di Dracula” (Bompiani, 1992, pagg. 220, lire 11.000).

Da uomo di cultura quale è, Mincu scrive direttamente in italiano questo libro, sotto lo stimolo, come narra nelle prime pagine, dell’incontro con un sedicente conte bessarabico, avvenuto durante il suo primo viaggio in Italia, su di un treno.

Una “scusa” quella di essere stato incaricato dallo strano personaggio di riordinare l’antico scritto, fortunosamente ritrovato, del principe valacco.

Un escamotage narrativo che porterà Mincu ad interrogarsi, più di una volta, sul perché di tanto ritrovato interesse. dopo 500 anni, per il personaggio Dracula, un quesito difficile da comprendere e al quale non dà mai una risposta diretta, lui che mai aveva letto Bram Stoker.

Una prova letteraria curiosa, costruita su di una ricerca storica minuziosa e confezionata sotto forma di impressioni, memorie e considerazioni riordinate dal principe Dracula “voivada” Vlad nei 13 lunghi anni della sua prigionia nel castello di Visegràd, nei pressi di Budapest.

Il narratore Mincu-Vlad, rielabora e mette su carta i dubbi e le perplessità dei suoi rapporti con il suo amico carceriere Mattia Corvino principe di Ungheria, con i parenti, con gli amici, con Elisabetha sua sposa per volere di Mattia Corvino, con i nemici e con il papa Pio II.

Attraverso le riflessioni di carattere filosofico viene tracciato il ritratto di un uomo sanguinario, dispotico e guerriero, ma anche di un uomo di cultura e poliglotta, dalle molte speranze e dalle mille sfaccettature. Un principe vissuto in una terra di in equilibrio tra Occidente e Oriente e lui stesso diviso tra la Cristianità e l’Islam, in un’epoca in cui l’intera zona era allo stesso tempo un ponte fra Oriente e Occidente ed un’enorme palestra per incursori.

Brani come “… Ammazzare è proibito, anche se di fatto se ne ammettono tante legittimazioni, guerra di difesa, di punizione, ecc. Tutto per uccidere la noia. la gente si annoia: allora si distrae con il sangue. Solo lo spargimento di sangue è un diversivo di sufficiente soddisfazione. Nessun altro spettacolo può dissimulare la noia degli umani. Nerone incendiò Roma per sconfiggere la noia. Non vi riuscì è vero, ma fece parlare di sé …” o come “Vivo solo di notte. Di giorno non posso far altro che dormire. Mi sento assuefatto al buio … La luce del sole mi acceca. Nella notte il mio sguardo penetra gli oggetti e li attraversa.” e ancora “Sogno continuamente un orrendo oceano di sangue che si avvicina minaccioso. Morirò annegato nel sangue delle mie vittime. Se morirò…” sono continue ed insinuanti allusioni dell’autore per dare una spiegazione alla nascita della leggenda di Dracula il “non morto”.

Ai fini della leggenda è interessante anche la scritta tombale “Qui giace Dracula. Allorché io volli essere, proprio allora cessai di essere” rinvenuta in Bosnia (!).

Ma se non è certo che i morti hanno assalito i vivi, certo è che i vivi non hanno mai lasciato i morti in pace.

da EcoTipo – L’Evasione Possibile
del maggio 1993


Il diario di Dracula Condividi
di Marin Mincu
Bompiani, pp. 220
prezzo: € 7,20 €
EAN: 9788845201332


Il bellicoso Putin

L’operazione speciale di Putin è proprio tale, visto che dura da sei mesi. Ma è una storia che parte da lontano, e questo libro – 150 pagine in formato tascabile – ce la racconta per intero, in forma di domande e risposte (standard molto diffuso nel mondo americano). Sorta di biografia non autorizzata, riscostruisce una carriera nata in sostanza come reazione al caos ladrone (cleptocrazia per chi ha fatto il classico) permesso da Eltsin in seguito al confuso periodo seguito al maldestro tentativo della Nomenklatura di far fuori Gorbaciov, a tutt’oggi stimato in Europa quanto non compreso e odiato a Est. Quanto a Putin, detto in breve ha ricostruito lo Stato, prima identificato nel Partito e crollato insieme proprio per questo. Seconda azione: mettere ordine con l’aiuto dei Siloviki (i potenti funzionari di Stato) e del KGB da cui Putin proviene. A questo punto viene ridimensionato lo strapotere degli Oligarchi, ex dirigenti del Partito che in aste riservate avevano comprato al ribasso gli enti di Stato con l’aiuto di banchieri privati. Cosa fa Putin? Li legittima e quindi li lega a sé, ma chiede loro parte dei loro profitti. E soprattutto, vieta loro di entrare in politica, mandando in Siberia chi si presenta alle elezioni, che vince ogni volta modificando anche le regole costituzionali. In quelle del 2014 il nostro Berlusconi esalta la vittoria elettorale di Putin ma dimentica di dire che non c’erano più avversari autorizzati. Qui emerge anche il Putin cupo agente del KGB a Berlino: chi non è d’accordo prima o poi sparisce: giornalisti, imprenditori, intellettuali. Gli attentati dei Ceceni poi sono l’occasione per operazioni militari a dir poco brutali quanto efficaci. Ma da chi sono stati realmente organizzati? Anche il recente attentato a Dugin presta il fianco a interpretazioni non verificabili. Già, perché l’apertura degli archivi di Stato è durata solo una decina d’anni, dalla fine dell’Unione Sovietica all’ascesa di Putin, il quale riporta la nostra idea di Russia a qualcosa di immanente, primordiale: uno Stato con un potere esclusivo e mistico. Esclusivo perché di fatto resta gestito da un gruppo di potere limitato (Putin ha abolito anche l’eleggibilità dei presidenti provinciali) e in parte impermeabile alla società, che peraltro non riesce mai a far crescere i c.d. corpi intermedi su cui si basa la nostra democrazia. Mistico e visionario perché legato alla religiosità ortodossa, alla grande letteratura russa e all’idea della Terza Roma erede di un Impero. Papa Francesco suggerisce di negare la superiorità di una singola cultura sulle altre, ma questo è un bel discorso accettabile da un antropologo ma mai da un politico, e Putin è un politico. E quello che suggerisce il libro è la continuità della carriera e della personalità politica di uno statista che solo ora che c’è una guerra in corso viene giudicato un autocrate ambizioso, freddo e spietato. Resta ora da capire se e fin quando i vertici industriali e militari lo appoggeranno in una guerra ferma al fronte da mesi. Putin non ha solo costruito e diffuso ad arte la sua biografia, ma ha interpretato il profondo desiderio di rivalsa del popolo russo dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. In Cecenia è andata bene, in Georgia e in Crimea pure, utilizzando patrioti e milizie di fatto inquadrate nell’esercito regolare. Qualcosa però in Ucraina è andato storto: la guerra di posizione dura da mesi e ha un costo per tutti, anche se la capacità di resistenza della società russa è notoria e i disagi si vedranno solo nel lungo periodo. Putin può vincere solo accettando di limitare gli obiettivi, mentre invece – un po’ come la Germania nel 1939 – tende ad estenderli al Baltico e al Mar Nero. Ricostruire la mappa della vecchia Unione Sovietica è antistorico. Più senso strategico avrebbe stabilizzare i rapporti con l’Europa e dedicare le forze allo sviluppo delle enormi regioni orientali, vista anche la presenza della Cina, demograficamente ed economicamente più forte ora e in futuro. Ma questo esula dal contenuto del libro, peraltro pieno di aneddoti e dettagli molto sfiziosi sulla vita e la distorta personalità di un uomo politico sottovalutato per anni da noi occidentali.


Le guerre di Putin.
Storia non autorizzata di una vita
di Giorgio Dell’Arti
La nave di Teseo, 2022, pp. 160
EAN: 9788834610701

Prezzo: 14,00 euro


Un Surrealista visionario

I “Racconti del signor Dido” di Alberto Savinio. Li leggo tra la filigrana della pioggia e il plumbeo delle stanze in penombra. A distanza di tanti anni mi svelano i labirinti dolorosi e sorprendenti delle ultime invenzioni di Savinio. E sembra la stessa pioggia,lo stesso quartiere “rispettabile” e desolato,gli stessi filtri e li stessi alambicchi dei nostri pomeriggi domenicali, lunghissimi e torpidi.
Magnifici racconti,di una malinconia preziosa e forte, la malinconia d’un genio satirico,la malinconica discesa d’un vecchio genio surrealista, il crepuscolo d’un antico fauno che ancora morde e sorprende.
Le verità astratte e concretissime d’uno strano poeta cresciuto tra le ghette e i papillon d’una generazione privilegiata,solare e geniale,baciata dagli accordi d’un Orfeo col viso di Apollinaire, raccolta e svezzata dalle vesti cubiste di angeli smaniosi e birichini…


Il signor Dido Condividi
di Alberto Savinio
Adelphi, 1978, pp. 166
Prezzo: 11,40 €

EAN: 9788845903441


Leggendo del conflitto in Ucraina

Il 24 febbraio 2022 fissa lo spartiacque tra due epoche: dopo la seconda G.M. l’Europa ha goduto 77 anni di pace e la fine della Guerra fredda aveva fatto credere che la guerra come strumento di pressione politica non fosse più una scelta praticabile. Il libro inizia in un modo insolito: una scena teatrale con due possibili finali, protagonisti Putin e i suoi generali alla vigilia dell’”operazione speciale”. Puntavano in realtà su Kiev per far cadere il governo Zelensky e imporne uno loro: storicamente i sovietici puntavano sempre sulla capitale per imporre un loro uomo (Budapest, Praga, Varsavia, Kabul), ma stavolta hanno fatto male i calcoli. Ora, dopo quattro mesi si può fare il punto e trarne alcune conclusioni. L’autore è un generale ora in congedo, con una lunga esperienza nella NATO e nelle missioni internazionali.
Si comincia dalla storia: l’Ucraina, estesa nazione slava per secoli ha gravitato fra Est e Ovest per poi essere assorbita nell’orbita russa almeno fino al 2014, quando l’Ucraina decide di gravitare verso l’Occidente. Si tende a giustificare l’aggressiva politica russa come reazione all’espansione della NATO a Est, ma l’adesione era libera, come libere erano le nazioni che volevano entrare in un’alleanza difensiva. Stranamente, un processo negoziale così importante ha lasciato pochi documenti ufficiali, né provocava una decisa reazione diplomatica da parte russa, nonostante Putin fosse già al potere e potesse esercitare pressioni sulla NATO, con la quale si manteneva un rapporto di collaborazione. Quindi è verosimile pensare che la saturazione risalga al 2014, quando l’Ucraina cambia governo e la Russia si riprende la Crimea, peraltro assegnata nel 1954 all’Ucraina da Krus’ev in un contesto diverso, tutto interno all’URSS. A seguire, il problema del Donbass, vasta e popolata regione ucraina ricca di risorse, ma abitata anche da una forte componente russa, alla quale non si riconosce un’autonomia simile a quella da noi concessa ai sud-tirolesi. Risultato: 4000 morti in 8 anni e una guerra civile strisciante, con l’uso spregiudicato di milizie irregolari.
Nell’”operazione speciale” in realtà di fantasia se ne è vista poca: i russi si sono mossi in modo schematico, con disfunzioni logistiche e tattiche ben sfruttate dalle fanterie leggere ucraine nel contrasto dinamico. L’ossatura tattica dei russi si basa sui BTG (pag.30-31), battaglioni meccanizzati con mezzi, armi e autonomia. Non sono in realtà un’invenzione russa, ispirati piuttosto ai Kampfgruppe tedeschi. Nei primi tre mesi ne sono stati impiegati 90 sui 180 teoricamente disponibili: una forza di manovra 90.000 uomini, più 150.000 tra regolari e miliziani per tenere le retrovie e rimpiazzare le perdite. Le forze ucraine – 250.000 uomini – hanno dovuto dislocare almeno 150.000 soldati lungo il fronte, anche se solo in parte ben addestrati. Dunque il rapporto attaccante/attaccato è 1:1, quando dovrebbe essere 3:1 per riuscire efficace, a meno di non avere Rommel o von Manstein al comando. Qui invece nessuno ha individuato il punto dove aprire un varco e penetrare in profondità. In più le forze ucraine – più agili – si sono valse di armi moderne ed efficaci: droni armati Bayraktar TB2, missili controcarro Javelin, Le operazioni sono comunque ben illustrate nelle pagine 39-48, con tanto di cartine. In alcune zone sono stati conquistati 200 km in 6 giorni, altrove dai 10 ai 100 km., salvo poi dover affrontare i grossi centri abitati, dove rastrellare blocchi di 20 piani o industrie grandi quanto l’Ilva di Taranto ha trasformato l’avanzata in una guerra di assedio, dove i civili pagano il conto: i russi non fanno sconti e procedono alla russificazione immediata delle zone conquistate, secondo l’archetipo della seconda GM.
Nel frattempo si è chiarita la strategia russa: non solo conquistare tutto il Donbass, ma saldarlo alla Crimea conquistando uno dopo l’altro i porti del Mar Nero – Cherson e Mariupol – e chiudendo il Mar d’Azov. L’assedio dell’acciaieria Azovstal ha avuto effetti mediatici, ma più logico sarebbe stato esfiltrare le forze per tempo e riorganizzarle altrove. Odessa a tutt’oggi (luglio 2022) non è ancora stata conquistata, ma l’Ucraina non vuole perdere l’accesso al mare e quindi affonda le navi russe e difende l’Isola dei Serpenti. Le forze da sbarco in realtà non hanno la capacità offensiva e la forza di penetrazione in profondità richiesta da un’operazione del genere. Ma nel frattempo le operazioni sul terreno sono cambiate: sguarnito il fronte di Kiev (ma con la pressione dell’alleato/vassallo bielorusso) le forze russe sono state concentrate nel Donbass e lungo la costa del Mar Nero. Per risparmiare gli uomini i russi ora combattono come 50 anni fa, facendo uso massiccio dell’artiglieria – quasi 5000 colpi al giorno più i missili – per spianare tutto quello che c’è davanti, città comprese, per poi far avanzare i carri e infine la fanteria. Dall’altra trincea si chiede agli alleati europei e americani artiglieria a lunga gittata, mentre i mezzi corazzati arrivano dai depositi degli ex membri del Patto di Varsavia. Non esistono per ora fonti ufficiali sicure, ma finora i due contendenti hanno verosimilmente perso ognuno 1000 corazzati e almeno 6000 soldati. Un conflitto ad alta intensità fra forze convenzionali simmetriche logora le forze in modo rapido: è la classica Materialschlacht, guerra di logoramento che dura finché è possibile alimentare il fronte. Solo in caso di esaurimento delle risorse uno dei due nemici è disposto a negoziare. In realtà gli ucraini non vincono: resistono.
Nel capitolo successivo (p.71) l’autore analizza invece la questione del comando, che secondo l’autore risente ancora del retaggio del centralismo sovietico. Dopo poche settimane tanti generali sono stati mandati a casa, ma la decisione di attaccare su 1500 km di fronte con 90 BTG non era solo militare: la guerra è una funzione della politica.
Il capitolo successivo (p.89-99) è un’analisi dei rispettivi armamenti (mezzi e organici) e mostra un certo squilibrio quantitativo a favore dei russi, compensato da una migliore tecnologia occidentale, tangibile p.es. nel controllo del campo di battaglia, nella direzione di tiro e nelle armi controcarro. Ma l’evoluzione del campo di battaglia può oggi portare solo a un consolidamento delle conquiste sul terreno. Dipende dalle forze in campo, dalla resilienza della società civile e dalla capacità industriale; questo vale per tutti. Una guerra lunga non fa comodo a nessuno e il Gas ne è il paradigma. Il problema è che chi scatena una guerra punta sempre sulla sua brevità, e in questo la storia militare è piena di exempla.
L’ultima domanda: le forze armate italiane e/o europee sono preparate a un conflitto ad alta intensità? La risposta è negativa: finita la Guerra Fredda si è investito molto sulle “missioni di pace” e poco sulle forze di terra. Italia e Germania hanno una componente carri pesanti ormai ridotta e ci vorranno anni per ricostruirne una credibile. Si parla poi da anni di Difesa Europea, ma finora restano i problemi di sempre (chi paga e chi comanda?), mentre la NATO è invece rinata proprio perché c’è la guerra in casa. Purtroppo lo spostamento del fulcro al centro dell’Europa penalizza il Mediterraneo, anche se il ruolo strategico della Turchia e la gestione delle rotte del grano dovrebbero aprire gli occhi a chi ragiona come se esistesse solo il Sacro Romano Impero.


Il conflitto in Ucraina
Una cosa troppo seria per certi generali ma specialmente per certi politici
Luigi Chiapperini
Francesco d’Amato Editore, 2022, pp. 240
ISBN 978-88-5525-136-5
Prezzo 12 euro.


ZIA DOT

Noi italiani da sempre siamo grandi appassionati di letteratura americana, al punto… da produrne. Se il giovane esordiente Riccardo D’Aquila (n. 1992) si fosse firmato Eagle Richard, sfido chiunque a capire che questo frenetico romanzo on the road figlio della grande narrativa americana è stato scritto a Chieti: i personaggi s’iscrivono nella serie delle figure viste in tanti romanzi e film ormai classici. La California s’incrocia qui con l’Arizona. Il mondo di zia Dorothy (Dot), lesbica, diretta e pratica di mondo è quello delle ville di Bel Air, mentre quello di Marvin è l’Arizona delle aziende di allevatori e dei nomadi del lavoro. Marvin prima ripassa la frontiera dal Messico con documenti falsi e l’aiuto di un compare – in Arizona avrebbe guai con la giustizia per via di una rapina maldestra – e si presenta nella residenza dove zia Dot e le sue sorelle e tutto il clan risiedono. Erano quindici anni che non si era fatto vivo e propone alla zia di venire con lei in Arizona per sistemare una faccenda privata. Marvin è figlio di farmer rovinati e la sua è una famiglia sfasciata; ha fatto diversi lavori e gente come lui è stata descritta decine di volte. Marvin e zia Dot partono dunque insieme, come nella migliore tradizione dei road movie e durante il viaggio vengono approfonditi i loro caratteri, Ma fino alla fine non sapremo come e perché Marvin si era avvicinato a quel mondo di ricchi, cosa va a sistemare in Arizona e perché vuole con sé zia Dot, che in effetti è una simpatica donna capace di sistemare tutto e si vede fin dall’inizio, quando una sua giovane nipote teme di essere rimasta incinta. Non anticipiamo nulla al lettore – niente spoileraggio -, riconoscendo invece al nostro giovane autore la capacità di creare personaggi credibili e un intreccio avvincente, alternato da descrizioni d’ambiente forse pure costruite con un certo manierismo, ma familiari. Per chi ama il cinema direi che nell’incrocio tra i due mondi americani descritti nel romanzo si vede da un lato la mano di Robert Altman, dall’altro quella di John Ford: l’ironica descrizione del dorato mondo californiano si confronta con quella degli spazi desertici punteggiati da motel e stazioni di servizio e dei casuali incontri on the road.

Il libro è stato passato al vaglio della PAL, Piccola Agenzia Letteraria fondata nel 2020 dalla scrittrice Melissa Panarello, attiva nella selezione e revisione di testi di esordienti e non, da proporre agli editori.

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Zia Dot
Autore: Riccardo D’Aquila
Editore: Fandango Libri, 2022, pp. 270
Prezzo: € 18,00

EAN: 9788860448118

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Un brano a caso:

La farmacia più vicina era fuori città. Chiusa. Dovette accontentarsi del distributore.

Dopo aver infilato i dieci dollari, sentì una presenza, proprio dietro di lei, mentre si stava specchiando sul vetro della macchinetta, per levarsi i segni del vino dai denti. Il cappello e gli occhiali le davano un’aria quasi seria.

Si girò, con la confezione del test in mano.

Dietro di lei c’era un ragazzetto ben pettinato, in un cappotto beige, alto almeno un metro e ottanta, che sghignazzava.

«Che ridi?» gli fece Dot.

Il ragazzo non rispondeva.

«Voglio sapere che cazzo ridi, imbecille. Non lo sai come sei nato?»

Il ragazzo annuì. Aveva una polo e le chiavi della macchina in mano.

«Sei sicuro?» continuò Dot.

Il ragazzo parlò.

«Lei è Dorothy Roth, vero?»

La donna alzò il cappello e abbassò gli occhiali da sole, per squadrarlo meglio. Quello sguardo le diceva qualcosa.

«Sì.» gli fece «Allora?»

L’altro rise ancora.

«Niente, mi fa ridere una lesbica che compra un test di gravidanza.» disse con un ghigno.