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Milano: La città il territorio

L’area metropolitana si allarga e soverchia i confini tra città e campagne, ma alcune architetture emergono come segno. Indicano il passaggio da un luogo a un altro, sono nuove espressioni di identità, divengono centralità dove c’era periferia. Alcune opere di Giancarlo Marzorati, come l’hotel Barcelò a Ovest; il complesso Villa Torretta-centro Sarca o la Torre Sospesa a Nord; il nuovo ospedale dalle coperture verdi in via Bistolfi a Est; l’Auditorium di Milano a Sud sono landmark che dicono, a chi arriva da fuori: questa è Milano.
La mostra racconta come un progettista prolifico (oltre un migliaio di opere realizzate) ha interpretato e proposto suggestioni per la città contemporanea, attraverso plastici di architetture emblematiche e decine di fotografie e disegni di edifici e spazi urbani.

Quattro incontri approfondiscono le aree tematiche che articolano l’esposizione:

Mercoledì 8 maggio h 18,30
Dopo lo sprawl: nuovi limiti, nuove identità
Con la partecipazione di Joseph Di Pasquale, Marco Romano, Alfredo Spaggiari, Oliviero Tronconi, Gianni Verga, Enrico Zio

Mercoledì 15 maggio h 18,30
Città è benessere
Con la partecipazione di Maurizio Bessi, Margherita Brianza, Aldo Ferrara, Carlo Gerosa,
Alberto Salvati, Alberto Sanna, AnnaGrazia Tamborini

Mercoledì 22 maggio h 18,30
Città è musica
Con la partecipazione di Alberto Artioli, Carlo Capponi, Paolo Cattaneo, Stefano Guadagni, Ruben Jais

Giovedì 30 maggio h 18,30
Centralità delle periferie: verso la città policentrica
Con la partecipazione di Novella Beatrice Cappelletti, Joseph Di Pasquale, Federico Falck, Carlo Gerosa, Marco Romano, Oliviero Tronconi, Gianni Verga, Luigi Vimercati


Margini: riscoprire l’identità nella città-territorio
da mercoledì 8 a giovedì 30 maggio 2019

a cura di Domenico Tripodi e Leonardo Servadio

Milano

Ingresso libero sino ad esaurimento posti.

Tutti gli incontri si svolgeranno nella sede della mostra:
Centrale dell’Acqua
Piazza Diocleziano 5
Milano

Informazioni:
tel. 3392116157


Vittorie restaurate

01 RF Mutilati e Invalidi edificioIl giorno 18 dicembre a cura della Soprintendenza Speciale di Roma è stato presentato il restauro di due grandi affreschi presenti sotto i portici del Cortile delle Vittorie nella Casa Madre dei Mutilati e Invalidi di Guerra di Roma. L’edificio, prospettante sul Lungotevere tra Castel Sant’Angelo e il Palazzo di Giustizia, fu costruito in due fasi tra il 1925 e il 1938 dall’ architetto Marcello Piacentini coadiuvato dalla Medaglia d’Oro e mutilato Ulisse Igliori; l’idea fu portata avanti dal mutilato e decorato Carlo Delcroix, cieco e privo delle braccia, che facendosi interprete delle richieste del milione di reduci della Grande Guerra mutilati e invalidi convinse il governo dell’epoca a creare una serie di edifici che fossero centri di raccolta per la categoria; il regime fascista, che si era già appropriato del mito della guerra vittoriosa, finanziò la costruzione dell’edificio che, sia per la parte architettonica che per le opere d’arte contenute e per l’arredo, resta uno dei capolavori artistici degli anni Venti/Trenta del ‘900. Esteriormente si presenta con l’aspetto ruvido e massiccio di una fortezza con murature di blocchetti di tufo e stipiti in travertino di porte e finestre decorati da scritte latine.
Nell’interno opere d’arte di pittori accomunati dal fatto di aver partecipato alla Grande Guerra rimanendovi feriti: Prini, Romanelli, De Neri, Socrate e Sironi. Di quest’ultimo sono noti due affreschi rappresentanti Vittorio Emanuele III e Mussolini a cavallo; scampati alla “ damnatio memoriae” dell’immediato dopoguerra i due dipinti, ora visibili, sono stati per decenni pudicamente celati dietro muri in cartongesso. La grande corte prospettante il Tevere è fiancheggiata da due porticati che contengono affreschi, per più di 500 metri quadrati, celebranti vittorie riportate dalle Forze Armate del Regno d’Italia; nucleo centrale sono due grandi affreschi per parte celebranti le battaglie del Piave, di Vittorio Veneto, di Gorizia e della Bainsizza. Negli spazi residui a destra e a sinistra sono state 01 RF Mutilati e Invalidi Battaglia_del_Piave_Santagataaffrescate le vittorie nella guerre di Libia, di Etiopia e di Spagna. Un lato è opera del pittore Cipriano Efisio Oppo, l’altro di Antonio Giuseppe Santagata, ambedue reduci di guerra. Oppo (1891-1962), poliedrico artista, combattente ed invalido fu strettamente legato al Fascismo per convinzione e non, come tanti, per opportunismo e fu protagonista della vita culturale durante il Ventennio; ebbe numerose commissioni pubbliche e private, fu scenografo e uomo politico. Ideò la Quadriennale di Roma alla quale per discrezione non espose.
Nei giorni tumultuosi della fine aprile del 1945 rischiò la fucilazione ma fu salvato dal suo antico allievo e comandante partigiano Afro Basaldella. Santagata (1888-1985) aderente ma meno organico al Fascismo ebbe una vita lunghissima ed operosa, fu per lo più pittore ma anche scultore e mosaicista e lavorò per la decorazione di edifici pubblici, chiese e santuari. I due operarono con massima cura negli affreschi dei portici rifacendosi alle antiche tecniche e ispirandosi Oppo alla pittura seicentesca e Santagata a quella cinquecentesca.
Gli ottanta anni trascorsi, l’esposizione all’aperto e l’aver operato su muri ancora freschi con parti in cemento hanno creato condizioni di degrado per gli affreschi inducendo la Presidenza del Consiglio dei Ministri, con un contributo dell’Associazione Mutilati e Invalidi di Guerra, a stanziare 124 mila euro per un parziale restauro. Con questo finanziamento le restauratrici Lucia Morganti e Valentina White, specializzate nella pittura murale novecentesca, hanno curato il restauro, durato otto mesi, dei due affreschi rappresentanti le Battaglie del Piave e della Bainsizza ripristinandone l’aspetto originario. Si resta in attesa di ulteriori finanziamenti che permettano il restauro integrale del ciclo di affreschi del Cortile delle Vittorie della Casa Madre.

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Casa Madre dei Mutilati ed Invalidi di Guerra

piazza Adriana 3
Roma
Centro Storico
Rione XXII – Prati

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Binario 2 Est

Siamo alla stazione Termini e dobbiamo andare a Chiusi. E’ la vecchia linea Roma-Firenze, quando s’impiegavano tre ore invece di una, prima della Direttissima.  Il treno ci aspetta al binario 2 est. Purtroppo ben presto scopriamo est non è il contrario di ovest, ma significa “esterno”, il che significa percorrere 500 m. di marciapiede, naturalmente con i bagagli, fino a ritrovarsi all’altezza di piazza San Lorenzo in una sorta di stazione di campagna. Il che non è piacevole, visto che siam ad agosto e a Termini facchini e carrelli non esistono. Ma la sorpresa è stata sapere che il convoglio non era stato mandato in quello sperduto binario “una tantum”, ma vi è normalmente assegnato, come da sempre le Laziali partono dal binario 28. L’ho saputo da chi prende quel treno abitualmente – in genere pendolari da Orte. Per quale motivo una linea oggi secondaria ma comunque parte della dorsale italiana venga sbattuta in quel lontano binario non si sa.

Divieti romani

Sul lato del bancomat del mio ufficio c’è affisso un adesivo, con la seguente scritta stampata: “vietato introdurre gas”. Ma, dico io, a chi mai verrebbe in mente di introdurre gas in un bancomat? La risposta l’ho avuta da un articolo di cronaca: una banda di romeni usava “gonfiare” gli sportelli bancomat per poi farli esplodere e scappare con il malloppo. Ma a questo punto uno dovrebbe scrivere pure “vietato avvicinarsi con grimaldelli, piedi di porco e altri attrezzi atti allo scasso”. O ancora più semplicemente, meglio scrivere a chiare lettere: SETTIMO COMANDAMENTO: NON RUBARE”.

Cito questo esempio perché il burocrate tende ogni volta ad aggiungere un pezzo in più alle formulazioni semplici – basta vedere le leggi italiane, inzeppate di glosse “e successive modificazioni”, al punto di risultare se non incomprensibili, almeno di difficile interpretazione. Tutto questo ricorda un po’ le nostre mogli quando si parte in viaggio: uno ha scientificamente messo tutto il necessario in una sola borsa o zaino e loro ogni volta aggiungono un oggetto o un vestito di cui non si può assolutamente fare a meno, col risultato di andare alla stazione con borse, pacchi e altri carichi squilibrati, più naturalmente la valigia o il trolley iniziale. Oppure pensate agli aeroporti: per andare da Roma a Milano la gente ormai prende il treno pur di non farsi rompere le scatole per tutto quello che è vietato portare. E’ una lista lunga, non sempre ovvia, e ogni volta c’è un nuovo articolo passibile di sequestro: le forbicine per le unghie, o i liquidi in bottiglia, visto che corre voce che i terroristi usino esplosivi liquidi (finora non se n’è trovata neanche una goccia, ndr.). Ed è così che si perde tempo tutti, noi e loro, mentre sarebbe più ovvio controllare chi viaggia senza bagaglio o si muove in modo strano, anche se ormai bisogna dire che chi deve sorvegliare è abbastanza sveglio. Ma l’albero lo vedi solo se non cominci a contare le foglie.

 

Blue Moon

Tu di solito dove vai?” – “Da nessuna parte, sono sposato”. Sto al Blue Moon, storico locale di strip-tease al centro, una volta cinema per i soldati del vicino distretto militare, oggi totalmente rinnovato. Sono entrato alle 17 ma fino alle 18.30 c’è solo il film, un pornazzo d’epoca: recitano Barbarella e un clan di pornostar vecchio stile, il set è forse una villa all’Olgiata. “Ti piace film?” “Beh, è roba vecchia”. Non solo: le scopate sono casuali e i dialoghi sembrano scritti in coma etilico. La ragazza che mi si è seduta a fianco e mi liscia il pelo è una giovanissima russa molto carina e per niente volgare, né le chiedo da dove viene perché l’accento è chiaro. Mi volto: le ragazze di sala sono almeno tre, ma per ora siamo solo in quattro, in attesa dello spettacolo. La mia amichetta mi propone di appartarci per 60 euro, ma non ho soldi. “Anche carta di credito”. No, perché sto in rosso e la banca me la blocca. Vero. Comunque ormai ho capito come funziona. Ovviamente lei mi saluta e se ne va. La ringrazio.

Due parole sul locale: mi aspettavo un buco e invece è molto ampio, con teatrino, pedane, pali per lap-dance, poltrone, divani, un bar e persino una tenda orientale per chissà quali trasgressioni. Tutto è pulito, ben illuminato e anche l’impianto delle luci è perfetto. Per entrare ho pagato solo 10 euro e posso teoricamente restare fino alle 4 del mattino. Dalle 18.30 in poi sul palco e tra i divani si alterneranno almeno cinque o sei artiste, ma ho tempo per apprezzarne una sola. La quale è una bruna atletica e panterona, ovviamente sensuale e generosa: il corpo alla fine, velo dopo velo, è stupendo e del resto quando ti passa davanti a un millimetro di distanza è assurdo non accorgersene. Cicciolina e Moana molti anni fa iniziarono qui la loro carriera, e del resto una delle ragazze che stasera si spoglieranno si definisce orgogliosamente “pornostar”. In fondo, a parte i soldi, a spingerti sul palco e davanti a una videocamera è l’esibizionismo che ti porti dentro da quando sei nata. Quanto a me, volevo solo passare un paio d’ore senza pensieri, ma mi accorgo che certi spettatori in sala conoscono benissimo tutte, quindi ci vengono spesso e hanno persino una certa confidenza. In fondo qui è tutto open: niente tessere, niente trappole, tariffe chiare. Ma per avere prezzi così bassi vuol dire che i tempi non sono più quelli di una volta. E’ un po’ la sorte dei cineclub: nel secondo millennio ne restano pochi ma buoni.