Archivi tag: Erdogan

Democrazia: Il voto non è sufficiente

Una Democrazia non può essere misurata sulla regolarità dell’elezioni, bensì sulla metodologia con la quale vengono organizzate e non solo per la libertà d’espressione concessa ai vari partiti, ma anche per il grado d’indipendenza dei vari organi e strutture dello stato.

In Russia, negli Stati uniti, in Turchia, in Venezuela, in Egitto, gli elettori vengono chiamati ad esprimere le loro preferenze politiche, mentre in Cina questo non avviene, ma il controllo esercitato da Erdogan, Putin, Al-Sisi e Maduro sulla magistratura e sulle forze armate non è inferiore a quella di Xi Jinping, mentre Trump e qualche botolo dell’Europa del’est ambirebbero a poter esercitare tale potere.

Più che Democrazie, con qualche distinzioni, ci si può trovare davanti alla Democratura tollerata dall’Occidente per pura convenienza, che viene condannata direttamente o indirettamente.

In Turchia, con la scusa di essere un baluardo contro i flussi migratori, l’Occidente non ha additato più di tanto Erdogan quando ha “rafforzato” i poteri governativi. Una manovra nell’ordine democratico che gli ha permesso non solo di emarginare ogni opposizione, ma di incarcerare giornalisti e parlamentari democraticamente eletti.

Ad al-Sisi si perdona la compressione delle libertà, che hanno esaltato l’esuberanza con la quale riesce a zittire ogni voce che si alza per denunciare le continue violazioni dei Diritti umani e le scomparse di cittadini egiziani e stranieri come il francese Eric Lang o l’italiano Giulio Regeni, anche perché la sua intransigenza tiene sotto controllo, per quanto è possibile, jihadisti nel Sinai.

I presidenti francesi, prima Hollande e ora Macron, hanno sempre voluto distinguere tra la violazione dei Diritti dall’ambito affaristico e lo stipulare contratti per la fornitura di armamenti vari e l’Italia dietro nel firmare accordi per lo sfruttamento dei gas naturali.

La lotta al terrorismo è un ottimo viatico per sospendere o addirittura violare i Diritti umani, d’altronde “non è possibile applicare gli standard europei” e gli interessi commerciali e geopolitici vengono prima della libertà delle popolazioni.

Il Venezuela di Maduro è riuscito ad inimicarsi gran parte dei governi con l’imporre la sua “legittimità elettiva”, senza offrire qualche vantaggio. Gli Stati uniti continuano ad imporre la propria visione del Mondo e quando impongono delle sanzioni a quel governo piuttosto che a quell’altro, è meglio che gli altri si accodino, altrimenti anche loro saranno sanzionati. Nella confinante, e democraticamente riconosciuta, Colombia il presidente ha aperto la caccia non solo ai dissidenti delle Farc ma anche a quell’opposizione rappresentata dai suoi ex esponenti.

Così l’Unione europea anche se volesse intrattenere rapporti commerciali con Putin, non potrebbe perché la politica estera russa ha strappato la Crimea all’Ucraina, ignorando la restrizione delle libertà che hanno  portato le commissioni elettorali a ritenere impresentabili chi non è gradito e quando questo non basta ecco le sparizioni di giornalisti ed oppositori.

Un’arroganza che ha portato i russi del gruppo petrolifero Lukoil a chiedere al ministro degli interni italiano di limitare il diritto di sciopero nel polo petrolchimico di Isab di Priolo nel siracusano.

Mentre Erdogan, con un’economia in recessione e la sconfitta elettorale della scorsa primavera, è tornato a distrarre i turchi con una nuova campagna anticurda e con proclami di nuove operazioni militari in Siria, aumentando la vigilanza dell’organismo di controllo nazionale sui social network, divulgatori di una “visione” della società contraria a quella del sultano, dopo aver chiuse una cinquantina di testate, monitorato il lavoro dei corrispondenti esteri e arrestato 189 giornalisti, tra le oltre 77mila persone e le centinaia di migliaia allontanate dal loro impiego.

Nonostante tutto la Turchia è ritenuta un paese democratico e di fatto lo è se l’opposizione riesce a dispetto degli arresti e delle emarginazioni a vincere, anche se dei sindaci democraticamente eletti vengono destituiti perché curdi. Nelle ultime amministrative si è evidenziando il divario, non solo turco, tra il voto nelle grandi città, aperto ai cambiamenti, e nelle aree urbane e quelle rurali legato ad una politica oscurantista più tradizionalista.

L’Europa e l’Occidente sono portati, per convenienza, ad usare una voce afona quando dovrebbero criticare o magari condannare certe abitudini di quei paesi che intrattengono rapporti politici ed economici favorevoli e abbiamo altri esempi di Democrazie dalle sfumature autoritarie come quella guidata dall’ungherese Orban impegnato soggiogare magistratura e informazione o dal filippino Duterte che suggerisce usare la mano più che pensate con chi infrange la legge, dal brasiliano Bolsonaro intanto a svendere un continente agli interessi di pochi, mentre guarda l’Amazzonia bruciare, così anche il presidente boliviano, presupposto esponente di sinistra, Edo Morales frutta indiscriminatamente l’Amazzonia e i suoi abitanti o l’indiano Modi che vuole un’india monolitica, un unico popolo con un’unica cultura. Poi c’è anche chi da alfiere delle libertà si è trasformato, dietro il vessillo elettivo, nell’autoritario Daniel José Ortega Saavedra.

Mentre le destre europee reputano anche l’Unione europea poco democratica e la Commissione accentratrice, una convinzione dovuta più ad una limitata capacitò di comunicazione, più da un vero potere di Bruxelles, che condiziona ogni esercizio del voto sia comunitario che nazionale, portando l’elettore ad essere vittima di campagne fatte di slogan, esprimendo le proprie simpatie politiche di pancia.

Nella consolidata democrazia britannica è Boris lo sfascia tutto a utilizzare la costituzione per ottenere la firma della regina e decretare la proroga delle ferie dei parlamentari per poter risolvere la Brexit a suo modo.

La realtà della Democrazia è impalpabile, meno tangibile della Libertà perché ognuno si sente libero a suo modo, mentre la Democrazia si confronta e coinvolge anche gli altri.

C’è chi vuol salvare il popolo dalla Democrazia e chi come Winston Churchill che la stigmatizzava “la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora.”

****************************
Qualcosa di più:
Giulio Regeni: Affari e depistaggi
Egitto e Turchia: i Presidenti si ripetono
Egitto: Una Primavera che non è fiorita
Egitto, ingabbia i Diritti
Egitto e caso Regeni: la polveriera egiziana
Omicidio Regeni. Diritti civili intesi dagli alleati ingombranti
Una pericolosa eredità in Egitto. Polvere di diamante di Ahmed Mourad
Egitto: un bacio eversivo. Tutti in piazza il 30 agosto
Islam: dove la politica è sotto confisca
L’Egitto sull’orlo dell’irreparabile
L’Egitto si è rotto
L’infelicità araba
Egitto: laicità islamica
Nuovi equilibri per tutelare la democrazia in Egitto
Egitto, democrazia sotto tutela
Primavere Arabe: il fantasma della libertà
Mediterraneo megafono dello scontento

****************************

Turchia: un regime che vuol governare facile
Turchia: il Sultano senza freni
Turchia: la diplomazia levantina
Turchia: Il sogno del Sultano diventa realtà
Migrazione: il rincaro turco e la vergognosa resa dell’Ue
Migrazione: La sentinella turca
Erdogan, il pascià autocrate

**************************

Europa: una speranza di Unione
Europa: Il clima delle nuove generazioni
Europa e la geopolitica
Europa che si emancipa
L’Europa in cerca di una nuova anima
Europa: anche i tecnocrati sognano
Migrazioni, cooperazione Ue-Libia | L’ipocrisia sovranazionale
Migrazione | Conflitti e insicurezza alimentare
Migrazione in Ue: il balzello pagato dall’Occidente
Macron: la Libia e un’Europa in salsa bearnaise
L’Europa e la russomania
Europa: Le tessere del domino
Europa: ogni occasione è buona per chiudere porte e finestre
Migrazione: il rincaro turco e la vergognosa resa dell’Ue
Europa: cade il velo dell’ipocrisia
Arroccarsi nell’Arrocco: la posizione dell’Europa sull’immigrazione
Europa: i nemici dell’Unione
Russia: dalle sanzioni al tintinnar di sciabole
Europa: la confusione e l’inganno della Ue
Europa, fortezza d’argilla senza diplomazia
Erdogan, il pascià autocrate
Tutti gli errori dell’Unione Europea
Un’altra primavera in Europa

**********************
 

Il sogno della Turchia nuova


Alla fine non hanno retto neppure Fatih e Üsküdar. Anche quelle moschee a cielo aperto che sono le strade dei due popolari quartieri che dalle sponde europea e asiatica amoreggiano sul Bosforo hanno votato a maggioranza per l’uomo nuovo dell’immensa metropoli turca. 49.51% a Fatih, 54.26% a Üsküdar contro il 49.37% e il 44.80% presi da Yıldırım. L’Akp regge ampiamente solo in qualche area (Esenler 61.03%, Arnavutköy 60.22%, Bagcilar 56.62%). Invece dove pulsa il cuore giovanile, il turismo e le rivendite commerciali (Beşiktaş, Kadiköy, Bakirköy) le percentuali sono scudisciate taglienti per il partito di governo, e İmamoğlu trionfa con quote stratosferiche: 83.90%, 82.36% 79.33%. Brividi sulla schiena del navigato Erdoğan che dovrà – e lo sa – rapportarsi al nuovo orizzonte. Visto che altre elezioni  non sono previste sino al 2023, per starsene in sella tranquillo sino a quella scadenza da lui tanto ambìta per via del centenario della Turchia moderna che lo condurrà nella grande Storia al pari di Atatürk e finanche di Solimano, dovrebbe ridimensionare le smanie di potere e strapotere. Abbassare i toni polemici, il clima da guerra civile, le vendette e le divisioni polarizzanti. Ci riuscirà? In molti casi gli avversari, che diventano nemici, creano essi ulteriori percorsi di scontro, ma il Sultano  direttamente o meno è protagonista di questo processo.

Per ora ci sono stati i complimenti al nuovo sindaco e i pronunciamenti di collaborazione di quest’ultimo che da semisconosciuto s’appresta a lanciare la leadership nazionale nel partito repubblicano. Ovviamente coi dovuti tempi. Alcuni politologi hanno avvicinato i due proprio riguardo allo sviluppo di carriera. L’elezione di İmamoğlu somiglia per certi versi a quella del primo Erdoğan che si prendeva una città dinamica dove la politica degli anni Novanta non voleva lasciar spazio all’opposizione, in quel caso islamista. Il desiderio di novità può smuovere quei turchi meno ideologizzati, che guardano al giorno per giorno e al portafogli da riempire col lavoro e svuotare con buone prospettive presenti e future. Quelle per un buon tratto garantite dall’Akp e da almeno un biennio messe in discussione anche dalle fluttuazioni politiche spregiudicate e personali dell’uomo che vuole essere tutto. In queste ore, grazie alle buone maniere fra vincitori e sconfitti, i mercati finanziari hanno offerto un po’ di tregua alla Banca nazionale e alla malandata lira turca che ultimamente ha perduto l’8% sul dollaro statunitense. Un’incognita addirittura maggiore di quella dei rapporti cordiali col maggior partito d’opposizione riguarda ipotetiche scissioni interne all’Akp.

Dividere le forze sarebbe suicida, ma ciò che è accaduto in questi anni a personaggi di primissimo piano: l’ex premier e presidente Gül, l’ex ministro degli esteri Davotoğlu, il tecnocrate Babacan, tutti messi da parte dalla strapotere erdoğaniano, da oggi non dovrebbe essere più possibile. Per il suo futuro di governo, di partito e anche della sua funzione pubblica Erdoğan dovrebbe ridimensionare il super Io che lo caratterizza da sempre. Però una questione vitale è: quali personaggi di spessore può mostrare un partito nell’ultimo quinquennio letteralmente fagocitato dal personalismo del capo? Pur dotato di enorme fiuto tattico il Sultano s’è guadagnato l’epiteto proprio per aver promosso solo ‘yes men’ e fidatissimi politici di clan e in qualche caso parenti acquisiti. Ora – il gossip che neppure il Mıt riesce a tacitare – racconta che Berat Albayrak piazzato alle Finanze per presunte competenze e per la fidelizzazione con cui anni addietro avrebbe condotto operazioni finanziare favorevoli ai tesoretti speculativi di quello che diventava suo suocero, sembra essere in rotta col potente papà di sua moglie Esra. Motivo della contesa l’infedeltà coniugale del genero, che un leader e uomo di mondo “può capire”, ma un padre della patria islamico deve censurare. Per ora silenziato è da alcuni giorni il chiacchiericcio del web che commentava le scappatelle erotiche del ministro con una turca tutt’altro che casa e moschea: l’avvenente modella Özge Ulusoy.

Con un contorno neppure poetico come quello offerto dal celebre triangolo amoroso Kemal-Füsun-Sibel dello splendido “Museo dell’innocenza” di Orhan Pamuk. Ecco, forse nella Turchia che si prospetta per i prossimi mesi dove, per attutire il colpo della perdita di Istanbul il presidente dovrebbe attenuare la polarizzazione, proprio le menti libere degli scrittori finiti nella macina della repressione contro tutto e tutti potranno ricevere il conforto della tolleranza. Forse. I giornalisti molto meno, poiché l’orgoglio del cuore laico di Istanbul difficilmente potrà creare un’enclave nell’attuale ordinamento giuridico che nei tre anni della repressione anti-golpe ha assimilato qualsiasi pensiero diverso da quello di Erdoğan ad attentato alla sicurezza nazionale.  Con conseguenti processi e condanne. L’abbraccio festoso fra İmamoğlu e la folla dei suoi elettori è risultato assai scenografico, come il suo ringraziamento: “Voi avete protetto la reputazione della democrazia nel nostro Paese”. Bisognerà vedere cosa potranno fare per la democrazia a livello nazionale i partiti d’opposizione grandi e piccoli. Qualche commentatore turco s’aspetta un rimpasto governativo, soprattutto per tenere botta su politica economica ed estera e non allargare al quadro istituzionale il ko tutt’altro che marginale di ieri.

Enrico Campofreda
Pubblicato il 24 giugno 2019
Articolo originale
dal blog


TUrchia, dai buoni propositi ai pugni


Son durate un batter di ciglia le buone intenzioni che lenivano le polemiche del dopo voto in Turchia. Per due settimane i rappresentanti dell’Akp, sconfitti, soprattutto a Istanbul e Ankara avevano ripetuto il mantra di necessari riconteggi dei voti, di ricorsi peraltro inoltrati dal partito alla Commissione elettorale. Poi d’incanto il 20 aprile era giunto un discorso conciliatore di Erdoğan: “… E’ tempo di pensare al futuro della nazione, di raffreddare i bollori elettorali, di stringerci le mani e collaborare sui temi dell’economia e sicurezza” dichiarava il presidentissimo. “Abbiamo completato una maratona elettorale, le consultazioni si sono svolte nello spirito della democrazia e della legge. Ci sono state discussioni politiche, ma queste non gettano ombre sul funzionamento democratico”. Pur riferendosi ai ricorsi, evidenziava la necessità di rimettersi alle decisioni supreme, come a voler parlare all’intera classe politica volta agli interessi del popolo rispetto a quelli di parte. Faceva intendere che l’intero establishment ha di fronte quattro anni sino alla prossima scadenza elettorale, dovrà utilizzarli per la stabilità nazionale. Il fulcro della ricetta dettata è esplicito: per eliminare il terrorismo e rilanciare una crescita economica servono i segmenti di tutta la società, perciò gli addetti ai lavori devono occuparsi degli 82 milioni di turchi, superando le  differenze pur esistenti. “Vista la campagna della stampa occidentale contro la nostra economia, qualunque siano i titoli dei giornali noi continueremo il nostro percorso”. In coda all’intervento attaccava il Financial Times, reo di giudicare l’economia turca collassata. “Hey,sei a conoscenza che la Turchia ospita quattro milioni di siriani?” chiedeva alla prestigiosa testata con la spocchia di chi si sente al sicuro. Questo il recentissimo Erdoğan-pensiero. Ai vertici del Chp non pareva vero. Sostenitori, come si dichiarano, del bisogno di accantonare polemiche e soprattutto vincitori delle amministrative erano lieti della distensione.

Non avevano fatto i conti con la base dura e pura dell’Akp. Così  quando il 21 aprile il leader Kılıçdaroğlu s’è recato in un momento  caldo, in una zona ancora più calda (Çubuk nel distretto della capitale), è stato preso a pugni da un gruppo di uomini. Erano i  partecipanti al funerale d’un soldato morto nei giorni precedenti sul confine iracheno, durante un conflitto a fuoco con guerriglieri del Pkk. Il leader repubblicano scosso è stato portato via dalle guardie del corpo che l’hanno tenuto in una casa nelle vicinanze, dove comunque la folla s’è radunata minacciosa. Per sbrogliare la situazione sono giunti reparti di polizia e squadre speciali. Il ministro dell’Interno dell’attuale governo (Akp più Mhp) Soylu e anche altri esponenti della maggioranza si sono immediatamente attivati per tamponare e giustificare il buco della sicurezza che riportava alla mente le scazzottate istituzionali avvenute nell’aula parlamentare durante le accesissime sedute per l’approvazione della riforma costituzionale che ha trasformato la Turchia in Repubblica presidenziale, con gli attuali superpoteri al presidente. Allora a darsele erano focosi onorevoli (dell’Akp e del Chp). Stavolta il mite Kılıçdaroğlu risulta bersaglio, mentre fra gli aggressori, inizialmente indicati quali familiari e amici della vittima, c’è un leader locale dell’Akp. La faccenda ha messo imbarazzo al partito di governo che ha repentinamente riunito i probiviri annunciando l’espulsione di quell’elemento, visto che lo statuto Akp bandisce ogni violenza pubblica e privata. Ma è bastata la giornata di ieri a rinfocolare accese dichiarazioni dei vertici dei due partiti. Il segretario repubblicano afferma: l’aggressione non è stata casuale, bensì pianificata. Il ministro dell’Interno rinfaccia a Kılıçdaroğlu un intento provocatorio: in campagna elettorale in varie località aveva accettato sostegno e voto degli attivisti del Partito democratico dei popoli, considerati dal governo fiancheggiatore del Pkk. Dunque, in cinque giorni, il Paese si ritrova a fronteggiarsi e la volontà di collaborare appare già archiviata.

Pubblicato il 23 aprile 2019
Articolo originale
dal blog


La Turchia si libera dell’emergenza, non dell’ingerenza

  • – di Enrico Campofreda –

Il presidenzialismo assolutista studiato, cercato, ottenuto da Recep Erdoğan con l’ostinazione e il trasformismo con cui ha scioccato il mondo, mette ai suoi piedi tutti i settori del Paese. In questi giorni in cui si prepara un decreto di uscita dall’emergenza post golpe (rinnovata per sette volte nel corso di due anni), ne giungono altri riguardanti gangli economico-finanziari, istituzioni militari e culturali, tutti posti sotto strettissima ‘osservazione’. Vengono addirittura sciolti veri pilastri del laicismo culturale kemalista come l’Opera e i Balletti di Stato, il Teatro di Stato; veranno sostituiti da nuove entità le cui nomine di vertice spettano alla presidenza, non di particolari enti, ovviamente della Repubblica turca. Lo stesso Consiglio Superiore per la vigilanza, che aveva competenze ispettive su istituzioni pubbliche e private, eccezion fatta che per gli ambiti militari e giudiziari, subirà trasformazioni. I controlli s’allargheranno alle stesse istituzioni militari, al di là del rango fino alle alte gerarchie.

Scuole delle Forze armate, la Fondazione dell’apparato della sicurezza, le industrie che si occupano della difesa saranno oggetto delle verifiche del nuovo Consiglio. Il ministero delle Finanze avrà occhio e mani su Banca Centrale, Ziraat Bank e Halkbank, così come una serie di strutture (Agenzia di Supervisione e Regolamento Bancario e simili) verranno gestite dal ministro competente. Un tempo i ministeri coinvolti erano più d’uno. Un controllo ferreo più che dello Stato, del governo e soprattutto del sistema presidenzialista che può collocare uomini di propria totale fiducia nei ruoli chiave. Il settore dell’educazione, terreno in cui il gülenismo del movimento Hizmet aveva creato una rete fittissima di presenze e relazioni fra i suoi adepti, dopo lo stravolgimento operato con migliaia di arresti e decine di migliaia di rimozioni e dimissioni forzate, è in piena ristrutturazione. Le università vedranno collocati ai vertici rettori selezionatissimi, non tanto sul fronte delle competenze, quanto su quello delle obbedienze. Sarà l’occhio del presidente a scegliere i dirigenti degli atenei, per una certezza di omologazione al libero pensiero della nazione turca di modello erdoğaniano.

 

Un sistema al momento assolutamente vincente, e non solo elettoralmente. La forza del leader islamico che si fa nazione sta nella rete di alleanze interne e internazionali. Quelle globali lo hanno riposizionato, dopo la crisi di tre anni fa, nell’aggrovigliato scacchiere mediorientale. Il rapporto cordiale con l’omologo, anche in capo populistico-autocratico, Vladimir Putin, attualmente lo pone in una posizione di forza davanti a Trump medesimo. Che deve sciogliere il nodo delle forniture militari difensive previste dalla Nato (missili Patriot), aggirato dall’accordo per l’acquisizione del sistema russo S-400. Da gran giocatore d’azzardo qual è, per un ripensamento pare che Erdoğan chieda in cambio al presidente Usa la testa (nel senso di estradizione) di Fethullah Gülen. Se il baratto dovesse riuscire – sarà difficile, ma la folle idea vellica la vanità geopolitica del sultano – lui porterebbe al cospetto del popolo turco l’attentore all’unità patria. Un colpo di teatro opposto al colpo di stato. In questo il presidentissimo si supera, quasi giustificando l’ingerenza in materia teatrale.

Pubblicato il 17 luglio 2018
Articolo originale

dal blog di Enrico Campofreda

Elezioni turche, la corsa contro il tempo di Erdoğan

di Enrico Campofreda

Per capitalizzare gli effetti delle ultime mosse sul terreno siriano e la conquista di Afrin Erdoğan in patria gioca d’anticipo sulle elezioni politiche, unendole alle presidenziali previste fra oltre un anno. Forza la mano sull’alleato di comodo Bahçeli che suggeriva il 26 agosto e lancia un’election day per il 24 giugno. Ovviamente si prende la scena commentando che il passo diventa necessario perché la Turchia riesca a superare le incertezze che si stagliano per le situazioni di Siria e Iraq. Ma lascia annunciare il tutto alla figura che, secondo il progetto di Repubblica  presidenziale approvato col referendum un anno fa, verrà soppressa quella del premier. E’ stato, dunque, il primo ministro Yıldırım, ridotto a gran visir di second’ordine, a ufficializzare che il processo elettorale prenderà il via immediatamente. Una commissione sta già lavorando per avviare il dibattito in Parlamento. L’azione presidenziale tende a incamerare elettoralmente quanto più è possibile dai passi compiuti in politica estera, dove l’azzardo che lui ha trasformato in regola ha tempi dettati dall’andamento di vicende che, come dimostra il sipario siriano, sono comunque cangianti e non definite.

In più c’è la non favorevole contingenza di sondaggi che mostrano consensi in calo per l’alleanza fra Akp e Mhp, dati che parlano di diversi punti sotto il 50%. L’accoppiata islamo-nazionalista spera che anticipo elettorale possa sottrarre voti all’opposizione del partito repubblicano, rimasto bloccato dal superattivismo in politica estera del presidente che ha molto puntato sulla carta dell’orgoglio nazionale contro cui il Chp non s’è sentito di muovere foglia, specie dopo il repulisti seguito al tentato golpe gülenista. Mentre il Partito democratico dei popoli vive l’oggettiva difficoltà di riorganizzarsi a seguito delle ripetute azioni repressive avviate contro l’etnìa kurda dall’estate del 2015. Comunque i sondaggi considerano le due formazioni in grado di ribadire le percentuali degli ultimi tempi: 25% i repubblicani e il conseguimento della soglia del 10% per entrare in parlamento da parte del gruppo di Demirtaş. Il problema sarebbe conservare i deputati nel Meclis, visto che più della metà degli  onorevoli Hdp eletti nel novembre 2015 sono stati incriminati per “terrorismo”. Se non un terrore, certamente un brivido d’incertezza all’alleanza Akp-Mhp lo induce l’Iyi Party, fondato nell’autunno 2016 dalla frondista Meral Akşener, lanciata a testa bassa contro la dirigenza di Bahçeli che s’asserviva a Erdoğan.

https://3.bp.blogspot.com/-7GySsltcnXI/Wthi97oKvCI/AAAAAAAAFQM/vy910_5hr5InRkPV-QF3XhiFx1FQFjS8QCLcBGAs/s1600/meralaksener.jpg

Akşener è a suo modo una “lupa grigia” ben addentro ai gangli del sistema, perlomeno quello kemalista, in cui ha ricoperto incarichi nel dicastero più amato dalla destra eversiva turca: quello degli Interni. La lupa ha poi tre assi nella manica che intende giocarsi per incrinare il consenso elettorale del sultano. E’ una fedele musulmana e fa leva sulle donne islamiche, gran bacino elettorale erdoğaniano, sostenendo ciò che l’ex premier e ora presidente ha poco concesso: spazio politico di genere. Poi vuol erodere la prerogativa presidenziale della lotta al terrorismo identificato con l’etnìa kurda. Lei sostiene che i diritti delle minoranze semplicemente non hanno diritto di concessioni. Eppure è capace di giri di walzer degni del presidente, perché sul fronte dell’informazione (forse perché massicciamente controllata dal gruppo di potere dell’Akp) Akşener parla a favore della libertà dei media che “non devono essere sotto pressione”. Insomma appare sulla scena l’incognita d’una politica a tutto tondo e senza scrupoli. Per questo l’anticipo delle elezioni potrebbe diventare un sotterfugio per provare a escludere dalla corsa con cavilli burocratici il neo partito, pericoloso perché capace di rubar voti alla coalizione che guida la Turchia. Ma i commentatori economici sostengono che il pericolo maggiore per Erdoğan è un’economia interna in cui l’inflazione sale, la disoccupazione pure mentre la lira turca precipita.

Pubblicato
giovedì 19 aprile 2018

 Articolo originale
dal blog di Enrico Campofreda