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Turchia: Erdogan gioca con il passato e il futuro

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La Turchia continua a percorrere la sua strada verso una sua modernizzazione che da laica si trasforma in osservante di un islam miscelato da una religiosità e da un nazionalismo espansionista.

Dopo il trattato di Sèvres (Francia, 1920) inizia una nuova Turchia, privata di tutti i territori arabi, senza l’impero, sotto la guida di Mustafa Kemal Atatürk e dopo l’epurazione armena, con le università che si aprono agli insegnanti occidentali, ebrei e cristiani, ridimensionando l’influenza del clero islamico nella vita politica.

L’impero ottomano era finito, i paesi occidentali si erano spartiti le sue spoglie, gli attriti con la Grecia non avevano termine, ma fu riconquistata nel 1936 la sovranità sugli stretti del Bosforo e dei Dardanelli; il massacro degli armeni  non è mai stato un crimine di uno stato laico o religioso.

Il presidente sultano Recep Tayyip Erdogan guarda al futuro con un terzo ponte sul Bosforo, realizzato in poco meno di tre anni, con 8 corsie e 2 linee ferroviarie; poi il tunnel, sotto per collegare la sponda asiatica con quella europea della città, per l’autostrada Eurasia, il progetto di un canale di 43 km a Istanbul, contestato dalle “opposizioni” e ambientalisti perché mette a rischio le riserve idriche della città, solo per evitare il Bosforo il nuovo avveniristico aeroporto di Istanbul.

Nei progetti della grande Turchia è compresa la realizzazione di una serie di dighe per la razionalizzazione dell’acqua a fini idroelettrici e agricoli, che coinvolge il bacino del Tigri ed dell’Eufrate, nell’area dell’antica Mesopotamia, attuando uno sradicamento delle popolazioni che si vedono sommergere i loro villaggio e parte delle loro storia, mentre i monumenti ritenuti di interesse storico vengono decontestualizzati e portati in siti adiacenti.

Un intervento già effettuato, ai fini degli anni ’70, in Egitto per realizzare la diga di Assuan, spostando la Valle dei Re in collina, per uno sviluppo interno, ma nel caso turco vi è anche un’affermazione di prepotenza, comandando il flusso delle acque del Tigri, erogando parsimoniosamente l’acqua all’Iraq e alla Mesopotamia.

Una diga che sommergerà l’80% di Hasankeyf, con la sua storia millenaria di epoca neolitica, romana, bizantina e ottomana, lasciando ai turisti una selezione delle vestigia come una moschea e il mausoleo di Zeynel Bey.

Da una parte i sacrifici subiti dalle popolazioni per una modernizzazione senza scrupoli, dall’altra le scelte senza esitazioni per un salto a ritroso, cancellando 86 anni di stato laico, per portare Santa Sofia a status di moschea.

Atatürk aveva preferito trasformare la basilica bizantina in museo, evitando che un luogo continuasse ad essere causa di discordia tra la comunità cristiana e quella islamica, ma il nuovo sultano è di diversa opinione, come lo è riguardo ai rapporti donna uomo, mostrando “sensibilità” alle pressioni di alcuni gruppi islamisti per il ritiro della Turchia dalla Convenzione di Istanbul del 2011 sulla prevenzione e la lotta alla violenza di genere, mentre si consuma un altro assassinio di una studentessa universitaria di 27 anni dove il principale sospetto è l’ex fidanzato di 32 anni.

Mentre il governo turco ci pensa quello polacco sta iniziando il processo per disdire la Convenzione di Istanbul, adducendo come giustificazione la presenza nel testo di «concetti ideologici» estranei alla Polonia, tra i quali il concetto di sesso socio-culturale contrapposto al sesso biologico, perché l’attuale legge polacca tutela i diritti delle donne.

Due differenti governi che condividono la stessa visione di subordinazione della donna e del progresso come un enorme restyling delle città, per essere limitato agli aspetti esteriori, come le ruspe sui simboli laici e l’abbattimento degli alberi a Gezi Park, stravolgendo la piazza delle grandi proteste di massa, e la demolizione del centro culturale Ataturk, essendo un edificio “fatiscente”, ma soprattutto perché luogo della protesta silenziosa del coreografo Erdem Gunduz, con il ritratto di Mustafa Kemal, Ataturk, il fondatore della Turchia moderna, come elemento scenografico, piazzandosi davanti guardandolo negli occhi, in silenzio, per poi essere imitato da migliaia di persone.

Il sultano ha fatto edificare la Grand Mosque Camlica, la più imponente moschea della Turchia, nel quartiere asiatico di Istanbul, per testimoniare una grandezza economica del paese e per rafforzare il suo potere, inducendo ogni voce critica al silenzio, dopo aver imprigionato migliaia di persone sospettate di aver complottato contro il governo, e fatto chiudere decine di organi d’informazione, ora ha fatto approvare una legge per un maggior controllo sui social media, obbligando Facebook, Twitter e Youtube di avere un referente locale, responsabile sui contenuti e l’eventuale rimozione.

Il progresso della Turchia verso l’oscurantismo censorio, non limita i sogni e le ambizioni del sultano a trovare qualche ettaro di terra in Siria da annettersi, ma impone la sua influenza in Albania e Libia, a trovare dei porti sicuri in Africa, per un’ambizione nazionalistica espansionistica, per stravolgere la Storia.

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Democrazia: Il voto non è sufficiente

Una Democrazia non può essere misurata sulla regolarità dell’elezioni, bensì sulla metodologia con la quale vengono organizzate e non solo per la libertà d’espressione concessa ai vari partiti, ma anche per il grado d’indipendenza dei vari organi e strutture dello stato.

In Russia, negli Stati uniti, in Turchia, in Venezuela, in Egitto, gli elettori vengono chiamati ad esprimere le loro preferenze politiche, mentre in Cina questo non avviene, ma il controllo esercitato da Erdogan, Putin, Al-Sisi e Maduro sulla magistratura e sulle forze armate non è inferiore a quella di Xi Jinping, mentre Trump e qualche botolo dell’Europa del’est ambirebbero a poter esercitare tale potere.

Più che Democrazie, con qualche distinzioni, ci si può trovare davanti alla Democratura tollerata dall’Occidente per pura convenienza, che viene condannata direttamente o indirettamente.

In Turchia, con la scusa di essere un baluardo contro i flussi migratori, l’Occidente non ha additato più di tanto Erdogan quando ha “rafforzato” i poteri governativi. Una manovra nell’ordine democratico che gli ha permesso non solo di emarginare ogni opposizione, ma di incarcerare giornalisti e parlamentari democraticamente eletti.

Ad al-Sisi si perdona la compressione delle libertà, che hanno esaltato l’esuberanza con la quale riesce a zittire ogni voce che si alza per denunciare le continue violazioni dei Diritti umani e le scomparse di cittadini egiziani e stranieri come il francese Eric Lang o l’italiano Giulio Regeni, anche perché la sua intransigenza tiene sotto controllo, per quanto è possibile, jihadisti nel Sinai.

I presidenti francesi, prima Hollande e ora Macron, hanno sempre voluto distinguere tra la violazione dei Diritti dall’ambito affaristico e lo stipulare contratti per la fornitura di armamenti vari e l’Italia dietro nel firmare accordi per lo sfruttamento dei gas naturali.

La lotta al terrorismo è un ottimo viatico per sospendere o addirittura violare i Diritti umani, d’altronde “non è possibile applicare gli standard europei” e gli interessi commerciali e geopolitici vengono prima della libertà delle popolazioni.

Il Venezuela di Maduro è riuscito ad inimicarsi gran parte dei governi con l’imporre la sua “legittimità elettiva”, senza offrire qualche vantaggio. Gli Stati uniti continuano ad imporre la propria visione del Mondo e quando impongono delle sanzioni a quel governo piuttosto che a quell’altro, è meglio che gli altri si accodino, altrimenti anche loro saranno sanzionati. Nella confinante, e democraticamente riconosciuta, Colombia il presidente ha aperto la caccia non solo ai dissidenti delle Farc ma anche a quell’opposizione rappresentata dai suoi ex esponenti.

Così l’Unione europea anche se volesse intrattenere rapporti commerciali con Putin, non potrebbe perché la politica estera russa ha strappato la Crimea all’Ucraina, ignorando la restrizione delle libertà che hanno  portato le commissioni elettorali a ritenere impresentabili chi non è gradito e quando questo non basta ecco le sparizioni di giornalisti ed oppositori.

Un’arroganza che ha portato i russi del gruppo petrolifero Lukoil a chiedere al ministro degli interni italiano di limitare il diritto di sciopero nel polo petrolchimico di Isab di Priolo nel siracusano.

Mentre Erdogan, con un’economia in recessione e la sconfitta elettorale della scorsa primavera, è tornato a distrarre i turchi con una nuova campagna anticurda e con proclami di nuove operazioni militari in Siria, aumentando la vigilanza dell’organismo di controllo nazionale sui social network, divulgatori di una “visione” della società contraria a quella del sultano, dopo aver chiuse una cinquantina di testate, monitorato il lavoro dei corrispondenti esteri e arrestato 189 giornalisti, tra le oltre 77mila persone e le centinaia di migliaia allontanate dal loro impiego.

Nonostante tutto la Turchia è ritenuta un paese democratico e di fatto lo è se l’opposizione riesce a dispetto degli arresti e delle emarginazioni a vincere, anche se dei sindaci democraticamente eletti vengono destituiti perché curdi. Nelle ultime amministrative si è evidenziando il divario, non solo turco, tra il voto nelle grandi città, aperto ai cambiamenti, e nelle aree urbane e quelle rurali legato ad una politica oscurantista più tradizionalista.

L’Europa e l’Occidente sono portati, per convenienza, ad usare una voce afona quando dovrebbero criticare o magari condannare certe abitudini di quei paesi che intrattengono rapporti politici ed economici favorevoli e abbiamo altri esempi di Democrazie dalle sfumature autoritarie come quella guidata dall’ungherese Orban impegnato soggiogare magistratura e informazione o dal filippino Duterte che suggerisce usare la mano più che pensate con chi infrange la legge, dal brasiliano Bolsonaro intanto a svendere un continente agli interessi di pochi, mentre guarda l’Amazzonia bruciare, così anche il presidente boliviano, presupposto esponente di sinistra, Edo Morales frutta indiscriminatamente l’Amazzonia e i suoi abitanti o l’indiano Modi che vuole un’india monolitica, un unico popolo con un’unica cultura. Poi c’è anche chi da alfiere delle libertà si è trasformato, dietro il vessillo elettivo, nell’autoritario Daniel José Ortega Saavedra.

Mentre le destre europee reputano anche l’Unione europea poco democratica e la Commissione accentratrice, una convinzione dovuta più ad una limitata capacitò di comunicazione, più da un vero potere di Bruxelles, che condiziona ogni esercizio del voto sia comunitario che nazionale, portando l’elettore ad essere vittima di campagne fatte di slogan, esprimendo le proprie simpatie politiche di pancia.

Nella consolidata democrazia britannica è Boris lo sfascia tutto a utilizzare la costituzione per ottenere la firma della regina e decretare la proroga delle ferie dei parlamentari per poter risolvere la Brexit a suo modo.

La realtà della Democrazia è impalpabile, meno tangibile della Libertà perché ognuno si sente libero a suo modo, mentre la Democrazia si confronta e coinvolge anche gli altri.

C’è chi vuol salvare il popolo dalla Democrazia e chi come Winston Churchill che la stigmatizzava “la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora.”

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Un’altra primavera in Europa

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Il sogno della Turchia nuova


Alla fine non hanno retto neppure Fatih e Üsküdar. Anche quelle moschee a cielo aperto che sono le strade dei due popolari quartieri che dalle sponde europea e asiatica amoreggiano sul Bosforo hanno votato a maggioranza per l’uomo nuovo dell’immensa metropoli turca. 49.51% a Fatih, 54.26% a Üsküdar contro il 49.37% e il 44.80% presi da Yıldırım. L’Akp regge ampiamente solo in qualche area (Esenler 61.03%, Arnavutköy 60.22%, Bagcilar 56.62%). Invece dove pulsa il cuore giovanile, il turismo e le rivendite commerciali (Beşiktaş, Kadiköy, Bakirköy) le percentuali sono scudisciate taglienti per il partito di governo, e İmamoğlu trionfa con quote stratosferiche: 83.90%, 82.36% 79.33%. Brividi sulla schiena del navigato Erdoğan che dovrà – e lo sa – rapportarsi al nuovo orizzonte. Visto che altre elezioni  non sono previste sino al 2023, per starsene in sella tranquillo sino a quella scadenza da lui tanto ambìta per via del centenario della Turchia moderna che lo condurrà nella grande Storia al pari di Atatürk e finanche di Solimano, dovrebbe ridimensionare le smanie di potere e strapotere. Abbassare i toni polemici, il clima da guerra civile, le vendette e le divisioni polarizzanti. Ci riuscirà? In molti casi gli avversari, che diventano nemici, creano essi ulteriori percorsi di scontro, ma il Sultano  direttamente o meno è protagonista di questo processo.

Per ora ci sono stati i complimenti al nuovo sindaco e i pronunciamenti di collaborazione di quest’ultimo che da semisconosciuto s’appresta a lanciare la leadership nazionale nel partito repubblicano. Ovviamente coi dovuti tempi. Alcuni politologi hanno avvicinato i due proprio riguardo allo sviluppo di carriera. L’elezione di İmamoğlu somiglia per certi versi a quella del primo Erdoğan che si prendeva una città dinamica dove la politica degli anni Novanta non voleva lasciar spazio all’opposizione, in quel caso islamista. Il desiderio di novità può smuovere quei turchi meno ideologizzati, che guardano al giorno per giorno e al portafogli da riempire col lavoro e svuotare con buone prospettive presenti e future. Quelle per un buon tratto garantite dall’Akp e da almeno un biennio messe in discussione anche dalle fluttuazioni politiche spregiudicate e personali dell’uomo che vuole essere tutto. In queste ore, grazie alle buone maniere fra vincitori e sconfitti, i mercati finanziari hanno offerto un po’ di tregua alla Banca nazionale e alla malandata lira turca che ultimamente ha perduto l’8% sul dollaro statunitense. Un’incognita addirittura maggiore di quella dei rapporti cordiali col maggior partito d’opposizione riguarda ipotetiche scissioni interne all’Akp.

Dividere le forze sarebbe suicida, ma ciò che è accaduto in questi anni a personaggi di primissimo piano: l’ex premier e presidente Gül, l’ex ministro degli esteri Davotoğlu, il tecnocrate Babacan, tutti messi da parte dalla strapotere erdoğaniano, da oggi non dovrebbe essere più possibile. Per il suo futuro di governo, di partito e anche della sua funzione pubblica Erdoğan dovrebbe ridimensionare il super Io che lo caratterizza da sempre. Però una questione vitale è: quali personaggi di spessore può mostrare un partito nell’ultimo quinquennio letteralmente fagocitato dal personalismo del capo? Pur dotato di enorme fiuto tattico il Sultano s’è guadagnato l’epiteto proprio per aver promosso solo ‘yes men’ e fidatissimi politici di clan e in qualche caso parenti acquisiti. Ora – il gossip che neppure il Mıt riesce a tacitare – racconta che Berat Albayrak piazzato alle Finanze per presunte competenze e per la fidelizzazione con cui anni addietro avrebbe condotto operazioni finanziare favorevoli ai tesoretti speculativi di quello che diventava suo suocero, sembra essere in rotta col potente papà di sua moglie Esra. Motivo della contesa l’infedeltà coniugale del genero, che un leader e uomo di mondo “può capire”, ma un padre della patria islamico deve censurare. Per ora silenziato è da alcuni giorni il chiacchiericcio del web che commentava le scappatelle erotiche del ministro con una turca tutt’altro che casa e moschea: l’avvenente modella Özge Ulusoy.

Con un contorno neppure poetico come quello offerto dal celebre triangolo amoroso Kemal-Füsun-Sibel dello splendido “Museo dell’innocenza” di Orhan Pamuk. Ecco, forse nella Turchia che si prospetta per i prossimi mesi dove, per attutire il colpo della perdita di Istanbul il presidente dovrebbe attenuare la polarizzazione, proprio le menti libere degli scrittori finiti nella macina della repressione contro tutto e tutti potranno ricevere il conforto della tolleranza. Forse. I giornalisti molto meno, poiché l’orgoglio del cuore laico di Istanbul difficilmente potrà creare un’enclave nell’attuale ordinamento giuridico che nei tre anni della repressione anti-golpe ha assimilato qualsiasi pensiero diverso da quello di Erdoğan ad attentato alla sicurezza nazionale.  Con conseguenti processi e condanne. L’abbraccio festoso fra İmamoğlu e la folla dei suoi elettori è risultato assai scenografico, come il suo ringraziamento: “Voi avete protetto la reputazione della democrazia nel nostro Paese”. Bisognerà vedere cosa potranno fare per la democrazia a livello nazionale i partiti d’opposizione grandi e piccoli. Qualche commentatore turco s’aspetta un rimpasto governativo, soprattutto per tenere botta su politica economica ed estera e non allargare al quadro istituzionale il ko tutt’altro che marginale di ieri.

Enrico Campofreda
Pubblicato il 24 giugno 2019
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TUrchia, dai buoni propositi ai pugni


Son durate un batter di ciglia le buone intenzioni che lenivano le polemiche del dopo voto in Turchia. Per due settimane i rappresentanti dell’Akp, sconfitti, soprattutto a Istanbul e Ankara avevano ripetuto il mantra di necessari riconteggi dei voti, di ricorsi peraltro inoltrati dal partito alla Commissione elettorale. Poi d’incanto il 20 aprile era giunto un discorso conciliatore di Erdoğan: “… E’ tempo di pensare al futuro della nazione, di raffreddare i bollori elettorali, di stringerci le mani e collaborare sui temi dell’economia e sicurezza” dichiarava il presidentissimo. “Abbiamo completato una maratona elettorale, le consultazioni si sono svolte nello spirito della democrazia e della legge. Ci sono state discussioni politiche, ma queste non gettano ombre sul funzionamento democratico”. Pur riferendosi ai ricorsi, evidenziava la necessità di rimettersi alle decisioni supreme, come a voler parlare all’intera classe politica volta agli interessi del popolo rispetto a quelli di parte. Faceva intendere che l’intero establishment ha di fronte quattro anni sino alla prossima scadenza elettorale, dovrà utilizzarli per la stabilità nazionale. Il fulcro della ricetta dettata è esplicito: per eliminare il terrorismo e rilanciare una crescita economica servono i segmenti di tutta la società, perciò gli addetti ai lavori devono occuparsi degli 82 milioni di turchi, superando le  differenze pur esistenti. “Vista la campagna della stampa occidentale contro la nostra economia, qualunque siano i titoli dei giornali noi continueremo il nostro percorso”. In coda all’intervento attaccava il Financial Times, reo di giudicare l’economia turca collassata. “Hey,sei a conoscenza che la Turchia ospita quattro milioni di siriani?” chiedeva alla prestigiosa testata con la spocchia di chi si sente al sicuro. Questo il recentissimo Erdoğan-pensiero. Ai vertici del Chp non pareva vero. Sostenitori, come si dichiarano, del bisogno di accantonare polemiche e soprattutto vincitori delle amministrative erano lieti della distensione.

Non avevano fatto i conti con la base dura e pura dell’Akp. Così  quando il 21 aprile il leader Kılıçdaroğlu s’è recato in un momento  caldo, in una zona ancora più calda (Çubuk nel distretto della capitale), è stato preso a pugni da un gruppo di uomini. Erano i  partecipanti al funerale d’un soldato morto nei giorni precedenti sul confine iracheno, durante un conflitto a fuoco con guerriglieri del Pkk. Il leader repubblicano scosso è stato portato via dalle guardie del corpo che l’hanno tenuto in una casa nelle vicinanze, dove comunque la folla s’è radunata minacciosa. Per sbrogliare la situazione sono giunti reparti di polizia e squadre speciali. Il ministro dell’Interno dell’attuale governo (Akp più Mhp) Soylu e anche altri esponenti della maggioranza si sono immediatamente attivati per tamponare e giustificare il buco della sicurezza che riportava alla mente le scazzottate istituzionali avvenute nell’aula parlamentare durante le accesissime sedute per l’approvazione della riforma costituzionale che ha trasformato la Turchia in Repubblica presidenziale, con gli attuali superpoteri al presidente. Allora a darsele erano focosi onorevoli (dell’Akp e del Chp). Stavolta il mite Kılıçdaroğlu risulta bersaglio, mentre fra gli aggressori, inizialmente indicati quali familiari e amici della vittima, c’è un leader locale dell’Akp. La faccenda ha messo imbarazzo al partito di governo che ha repentinamente riunito i probiviri annunciando l’espulsione di quell’elemento, visto che lo statuto Akp bandisce ogni violenza pubblica e privata. Ma è bastata la giornata di ieri a rinfocolare accese dichiarazioni dei vertici dei due partiti. Il segretario repubblicano afferma: l’aggressione non è stata casuale, bensì pianificata. Il ministro dell’Interno rinfaccia a Kılıçdaroğlu un intento provocatorio: in campagna elettorale in varie località aveva accettato sostegno e voto degli attivisti del Partito democratico dei popoli, considerati dal governo fiancheggiatore del Pkk. Dunque, in cinque giorni, il Paese si ritrova a fronteggiarsi e la volontà di collaborare appare già archiviata.

Pubblicato il 23 aprile 2019
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La Turchia si libera dell’emergenza, non dell’ingerenza

  • – di Enrico Campofreda –

Il presidenzialismo assolutista studiato, cercato, ottenuto da Recep Erdoğan con l’ostinazione e il trasformismo con cui ha scioccato il mondo, mette ai suoi piedi tutti i settori del Paese. In questi giorni in cui si prepara un decreto di uscita dall’emergenza post golpe (rinnovata per sette volte nel corso di due anni), ne giungono altri riguardanti gangli economico-finanziari, istituzioni militari e culturali, tutti posti sotto strettissima ‘osservazione’. Vengono addirittura sciolti veri pilastri del laicismo culturale kemalista come l’Opera e i Balletti di Stato, il Teatro di Stato; veranno sostituiti da nuove entità le cui nomine di vertice spettano alla presidenza, non di particolari enti, ovviamente della Repubblica turca. Lo stesso Consiglio Superiore per la vigilanza, che aveva competenze ispettive su istituzioni pubbliche e private, eccezion fatta che per gli ambiti militari e giudiziari, subirà trasformazioni. I controlli s’allargheranno alle stesse istituzioni militari, al di là del rango fino alle alte gerarchie.

Scuole delle Forze armate, la Fondazione dell’apparato della sicurezza, le industrie che si occupano della difesa saranno oggetto delle verifiche del nuovo Consiglio. Il ministero delle Finanze avrà occhio e mani su Banca Centrale, Ziraat Bank e Halkbank, così come una serie di strutture (Agenzia di Supervisione e Regolamento Bancario e simili) verranno gestite dal ministro competente. Un tempo i ministeri coinvolti erano più d’uno. Un controllo ferreo più che dello Stato, del governo e soprattutto del sistema presidenzialista che può collocare uomini di propria totale fiducia nei ruoli chiave. Il settore dell’educazione, terreno in cui il gülenismo del movimento Hizmet aveva creato una rete fittissima di presenze e relazioni fra i suoi adepti, dopo lo stravolgimento operato con migliaia di arresti e decine di migliaia di rimozioni e dimissioni forzate, è in piena ristrutturazione. Le università vedranno collocati ai vertici rettori selezionatissimi, non tanto sul fronte delle competenze, quanto su quello delle obbedienze. Sarà l’occhio del presidente a scegliere i dirigenti degli atenei, per una certezza di omologazione al libero pensiero della nazione turca di modello erdoğaniano.

 

Un sistema al momento assolutamente vincente, e non solo elettoralmente. La forza del leader islamico che si fa nazione sta nella rete di alleanze interne e internazionali. Quelle globali lo hanno riposizionato, dopo la crisi di tre anni fa, nell’aggrovigliato scacchiere mediorientale. Il rapporto cordiale con l’omologo, anche in capo populistico-autocratico, Vladimir Putin, attualmente lo pone in una posizione di forza davanti a Trump medesimo. Che deve sciogliere il nodo delle forniture militari difensive previste dalla Nato (missili Patriot), aggirato dall’accordo per l’acquisizione del sistema russo S-400. Da gran giocatore d’azzardo qual è, per un ripensamento pare che Erdoğan chieda in cambio al presidente Usa la testa (nel senso di estradizione) di Fethullah Gülen. Se il baratto dovesse riuscire – sarà difficile, ma la folle idea vellica la vanità geopolitica del sultano – lui porterebbe al cospetto del popolo turco l’attentore all’unità patria. Un colpo di teatro opposto al colpo di stato. In questo il presidentissimo si supera, quasi giustificando l’ingerenza in materia teatrale.

Pubblicato il 17 luglio 2018
Articolo originale

dal blog di Enrico Campofreda