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Storie di sottomarini sovietici

Siamo in piena Guerra Fredda. Gli Americani hanno varato il sottomarino a propulsione nucleare Nautilus e l’Unione Sovietica non vuole rimanere indietro e promuove un’ambiziosa cantieristica navale. I battelli a doppio scafo a propulsione diesel/elettrica erano basati sui modelli tedeschi preda di guerra, ma per il nucleare mancava ovviamente l’esperienza. Gli ingegneri erano preparati, ma i marinai (diversamente dalla nostra leva di mare) provenivano dai posti più sperduti dell’URSS e vedevano nella Marina un’occasione sociale. In più mancavano – e mancano tuttora, come si è visto nell’affondamento del “Moskva” – i “petty officers”, i nostri esperti marescialli con anni di imbarco. Ma torniamo al nostro battello. Sin dalla sua costruzione nel 1958, la storia del sottomarino sovietico di classe Hotel K-19, il primo a essere equipaggiato con missili nucleari, è stata costellata di luci e ombre. Varato l’8 aprile 1959, il K-19 fu costruito in un periodo in cui l’Unione Sovietica era intenzionata a eguagliare la potenza nucleare degli Stati Uniti, sino ad allora in netto vantaggio. Tuttavia, nella volontà di proiettare la dimostrazione di potenza, furono messi in secondo piano diversi requisiti di sicurezza, determinando così una serie di malfunzionamenti nei battelli prodotti in serie (il libro è pieno di esaurienti dettagli tecnici, che qui omettiamo). Prudenza avrebbe suggerito di collaudare un paio di battelli per un anno o due prima di passare alla produzione in serie, ma le motivazioni politiche e le pressioni dell’industria prevalsero sulle esigenze della Marina, col risultato di mettere sotto stress gli equipaggi. Gli incidenti più comuni erano dovuti a guarnizioni difettose, a valvole bloccate, a strumenti tarati male e/o inesperienza degli equipaggi. Ma il peggio doveva causarlo una carenza strutturale: a differenza dei battelli della US Navy, il circuito di raffreddamento primario del reattore nucleare non era affiancato da un circuito d’emergenza. Il 4 luglio 1961 avvenne il più tragico degli incidenti: dopo alcune esercitazioni nell’Atlantico, a 45 metri di profondità, l’equipaggio del K-19, agli ordini del capitano Nikolaj Zateev, si trovò a fronteggiare un incubo nucleare. Una grave perdita nel reattore aveva causato il guasto del sistema di raffreddamento, portando a un pericoloso aumento della temperatura all’interno del nucleo. Esattamente quello che successe anni dopo a Chernobyl, con la differenza che intervenire d’urgenza negli spazi ristretti e scomodi di un sottomarino è un’impresa complicata anche in porto, figurarsi in immersione. Ad aggravare la situazione si accompagnò anche il malfunzionamento del sistema radio, che lasciò l’equipaggio isolato e senza la possibilità di contattare Mosca. Il sottomarino fu costretto a emergere e alcuni degli uomini furono testimoni di un grande atto di coraggio, sacrificandosi per riparare l’avaria prima che causasse un disastro nucleare. Nel 2006, l’ex presidente dell’Unione Sovietica Michail Gorbacëv ha proposto l’equipaggio del sottomarino al Nobel per la pace, per le azioni compiute il 4 luglio 1961. L’incidente, fu secretato per quasi trent’anni. Ma non fu l’unico: nel 1968 il K-129 (Golf II in codice NATO) a propulsione diesel/elettrica sparì nel Pacifico con due siluri a carica nucleare e tre missili balistici intercontinentali tipo SS-N-5 “Serb”. I Sovietici ignoravano la sua posizione ma non gli Americani, che nel 1974 con un’operazione coperta affidata a una ditta privata specializzata riuscirono a recuperare parte dello scafo sepolto a 5000 metri di profondità. Bottino: due siluri a carica nucleare, le macchine crittografiche e i corpi di sei marinai, a cui fu data sepoltura con gli onori militari. Sul Kursk invece non c’è molto da dire: nel 2000 i Russi erano meno chiusi e per il recupero chiesero l’aiuto di palombari norvegesi. Verosimilmente era scoppiato un siluro a propellente liquido, ma i ritardi nei soccorsi non salvarono ben 23 uomini che si erano rifugiati in un compartimento stagno. Alcuni avevano scritto un diario che aggiunse molti dettagli alla comprensione del disastro.
Va detto comunque che anche la US Navy perse due sottomarini nucleari: nel 1963 il Tresher (SSN-593) e nel 1968 lo Scorpion (SSN-589) sparirono nell’Atlantico. Il Tresher subì un guasto ad un sistema di tubazioni di acqua salata, che risultarono brasate invece che saldate. Durante l’immersione profonda, una tubatura interna si era rotta ed aveva allagato la sala macchine; lo spegnimento automatico del reattore nucleare aveva tolto l’alimentazione elettrica al battello, impedendone la riemersione. Tra i 129 morti si contano anche i tecnici collaudatori, mentre a bordo dello Scorpion c’era solo l’equipaggio di 99 uomini. Quanto allo Scorpion, le successive indagini e foto da batiscafo fanno pensare a un’esplosione di un siluro, cosa che del resto successe al Kursk nel 2000. Due siluri nucleari giacciono ancora sul fondo, aumentando la già ricca discarica nucleare oceanica. In più ci sono tutte le scorie radioattive della base subpolare di Murmansk, quando negli anni ’90 mancavano i soldi per la manutenzione della flotta. Circolava una battuta sui sommergibilisti della base: di notte si riconoscevano perché brillavano. Quanti di loro sono morti di leucemia nessuno lo saprà mai.


K19
La storia segreta del sottomarino sovietico Condividi

Autore: Peter Huchthausen
Traduttore: Kollektiv Ulyanov
Postfazione di Kathryn Bigelow.
Editore: Odoya, 2021, pp. 208
EAN: 9788862886901
Prezzo: € 16,00


Il mistero della Sfera bronzea

Il complesso ospedaliero del San Camillo oltre ad annoverare edifici chiusi, inutilizzati anche come discarica per suppellettili e attrezzature varie, aree verdi senza decoro, ha anche un mistero di arte contemporanea.

Una sfera bronzea collocata al centro di quello che doveva essere un luogo d’incontro davanti al Padiglione Puddu, ma che l’erba incolta lo ha reso un mondezzaio, tanto da usare uno dei vuoti della scultura come deposito di buste di plastica.

Sulla scultura è presente una targa in ricordo del restauro eseguito da Agostino Ragusa nel maggio 2019, per commemorare gli oltre 15 anni di attività della AOSCF (Aziena Ospedaliera San Camillo-Forlanini) congiunta alla Ong VPM (Voci di Popoli del Mondo), ma non l’autore.

La Ong VPM è impegnata nella cooperazione internazionale allo sviluppo in Africa sub sahariana, documentata nella pubblicazione Health Diplomacy, e il restauro è stato solo l’occasione per pubblicizzare la collaborazione con AOSCF, ma anche per riportare agli splendori degli anni ’70 un’opera sottoposta ad anni d’intemperie, presentando un’ossidazione diffusa con erosioni e infiltrazioni d’acqua stagnante nella struttura interna, che ne compromettevano anche la stabilità.

Una scultura attribuita a Giò Pomodoro, anche se negli archivi di Pomodoro non risulta alcuna documentazione.

Il Dott. Gianluca de Vito della Ong prese a cuore la situazione di degrado, tanto da pulirla dagli aghi di pino e dai vari rifiuti che la fantasia degli operatori e utenti dei servizi ospedaliere abbandonavano anche con cura, magari cercando di occultarli all’interno dalla scultura.

La speranza che la sensibilità, con il buon esempio, verso le opere d’ingegno siano tutelate dall’incuria e dall’indifferenza delle persone verso il patrimonio comune.

Post d’Arte: da Corolla a Sironi

Joaquin Corolla

Apprezzabilissimo pittore di sicura tecnica, ma la sua ascendenza più che impressionista (di cui usa talvolta la solarità della macchia, ma lontanissimo dalle folgorazioni di un Monet) è di dichiarata ispirazione tardo preraffaellita, pur senza le intenzioni mitico-favolistiche di quel movimento, o meglio ancora alfiere di quella pittura tardo romantica che ha il sapore di certe rievocazioni classiche di un lirismo da piccolo salotto nostalgicamente gozzaniano.

Whistler l’americano

Ecco, Whistler è un pittore che trovo di straordinaria aristocraticità, e nonostante agisca in quell’ambito tardo ottocentesco un po’ decadente e un po’ impressionista, attinge ad una interiorità che realizza le più alte valenze romantiche (romanticismo, per capirci, alla Flaubert), ma anche con singolari profezie di quelle che saranno le novità novecentiste (vedi “Notturno in blu”).

Domenico Induno

Nonostante il pericolo della retorica sentimentale, inevitabile per tali soggetti, “Alla ruota degli esposti” di Domenico Induno risulta notevole per qualità pittorica, per la resa magistrale della materia d’ambientazione: il muro, l’angolo desolato a cui s’appoggia la donna stremata, le sue vesti logore ma dignitose, la fredda solitudine d’intorno nell’albeggiare tetro, tutti elementi resi con grande equilibrio oltre che tecnico anche emotivo. Il dramma è evidenziato senza eccessi e senza clamori, il pallore della donna spicca come una tacita condanna della sua povertà e dell’indifferenza colpevole c della società: essa è sola e abbandonata al suo gesto disperato, la terra degli uomini e il Cielo stesso sono assenti. Il dipinto vive di un realismo sobrio ed intenso degno di Courbet, segnato da un dolente intimismo che non urla né accusa; sinfonia mesta di grigi e di silenzi, più efficace e risoluta d’ogni pletorica arringa.

Salvador Dalì

La Crocefissione di Salvador Dalì forse è il dipinto migliore dell’artista…l’unico in cui il suo virtuosismo forsennato tradisce un sentimento di profonda cosmicità dell’Umano..

Mario Sironi

Una pittura che è quasi scultura, bassorilievo folgorato dal taglio di luci radenti, una gamma cromatica essenziale di terre, grigi ferrosi e squarci di oltremare. Nei paesaggi urbani, desolati e deserti una poesia sobria, compatta di malinconica astrazione metropolitana, rare tracce umane che attraversano mute il silenzio di gelido albeggiare.

Relazione di Moscovia

In questi giorni drammatici sentiamo il bisogno di capire la vera natura della Russia e del suo sistema di potere. Per curiosità consiglio di leggere la relazione che nel 1565 Raffaello Barberini, rampollo della nota famiglia romana, scrisse dopo aver percorso per un anno le vaste lande di quella che all’epoca era chiamata Moscovia, nazione dai confini indefiniti, più Oriente che Occidente, governata da un sovrano dispotico e imprevedibile e da una classe di antiquati proprietari terrieri. Raffaello parte dal porto di Anversa, il suo è un viaggio di affari, né deve stupirci: in quei paesi remoti si andava per motivi diplomatici o per sviluppare commercio dove abbondavano le materie prime ma non le attività produttive. Le lettere patenti del nostro Raffaello sono firmate dal re d’Inghilterra, il quale sviluppa il commercio navigando sopra la Norvegia ed evita così i pedaggi anseatici sul Baltico. I nomi dei viaggiatori italiani oggi dicono poco: Francesco da Collo (1518-19), Paolo Cantelli Centurione (1520, 1523), Gian Francesco Citus (1525), Giovanni Tedaldi (1550). L’ultimo era un mercante e agrario toscano, il primo era un diplomatico veneto al servizio di Massimiliano I d’Asburgo, con la missione di coalizzare Polacchi e Moscoviti contro la minaccia ottomana. La Moscovia si collocava infatti in una posizione strategica nelle lotta contro la Sublime Porta, ma l’annoso conflitto con la Polonia era ovviamente d’intralcio. In più – da geografo – doveva verificare la veridicità delle affermazioni di Maciejz Miechowa che nel suo Tractatus de duabus Sarmatiis (1517) dava una descrizione dell’Europa Orientale assai diversa da quanto riportava a suo tempo Claudio Tolomeo. Paolo Cantelli centurione era invece un mercante genovese interessato a trovare una via commerciale che aggirasse l’Impero Ottomano: dall’Indo al Mar Caspio, di qui, risalendo il Volga e i suoi affluenti, a Mosca e poi a Riga per giungere definitivamente nei porti dell’Europa settentrionale attraverso il Mar Baltico. Non era un diplomatico, anche se aveva lettere di presentazione firmate da papa Leone X. Gian Francesco da Potenza o Citus era invece un ecclesiastico d’alto rango e riveste un ruolo di primo piano nello scambio diplomatico, che porterà alla missione a Roma del negoziatore russo Dmitri Guérasimov (omonimo del generale di Putin). Le questioni sono complesse: i Polacchi contendono Smolensk ai Russi, ma i Veneziani vedono nel clero ortodosso un alleato nei Balcani, mentre papa Clemente VII appoggia i Polacchi (cattolici, ovvio) di Sigismondo, ma spera in un’alleanza con lo Zar contro i Turchi e nel primato di Roma, ma come sempre la Chiesa russa diffida dei Latini e i Polacchi temono i loro vicini Russi. Tutto poi si complica per le varie pretese dinastiche europee, del tutto estranee al potere assoluto del Gran Principe, sovrano di un paese enorme e dai fluidi confini. Nelle carte geografiche la Moscovia non ha mai contorni precisi e alcune zone in prossimità con Tatari e Mongoli non si capisce bene chi è suddito dell’altro e a chi si devono pagare le tasse. Nella relazione del Barberini – scritta a titolo personale e curata ora da una sua discendente, nota storica dell’arte – viene descritta in modo brillante una struttura di potere priva di strutture intermedie: clero a parte, c’è il Gran Principe (in questo caso era Ivan il Terribile) e intorno a lui i Boiari, a metà tra il proprietario terriero e l’alto funzionario di burocrazia. Orientale è il protocollo di corte, umiliante l’anticamera degli ambasciatori stranieri, di fatto segregati dai contatti con l’esterno e costretti a lunghe attese. Assolutamente arbitraria la giustizia, rapida la capacità di mobilitazione della cavalleria (cosacca?), efficienti le comunicazioni di stato tramite corrieri e cavalli e stazioni di posta. Ma se il Palazzo del Cremlino è bello e fortificato (anche con l’aiuto di italiani), le case della gente sono di legno e povere. In più, in occasione di feste, tutti sono ubriachi. Le strade poi non sono praticabili in tutte le stagioni, ma gran parte del traffico e delle comunicazioni avviene lungo i grandi fiumi…. Pur nella lontananza storica, nelle descrizioni di Raffaello Barberini sentiamo ancora qualcosa di familiare: diffidenza verso gli stranieri, potere autocratico, spazi enormi. In più, se al posto di “Boiari” mettiamo “Oligarchi”, cosa cambia?


Relazione di Moscovia scritta da Raffaello Barberini (1565)
di Maria Giulia Barberini
Editore: Sellerio, 1996, pp. 111
Prezzo: 6,00 €

EAN: 2561744009783


Contro la guerra la Cultura del dialogo

Una giornata d’immagini, parole e suoni per testimoniare la forza negativa della guerra e la proposta di risolvere i conflitti con il dialogo, ma fermare la guerra significa fermare gli aggressori o arrendersi a la prepotenza. È difficile pensare che un popolo aggredito possa rinunciare alla libertà e che gli altri popoli ignorino le grida di aiuto e non far mancare gli aiuti non solo sanitari e alimentari. Le armi non sono la soluzione ma un mezzo per non soccombere e portare i prepotenti a trattare.

Attualmente nel mondo sono attivi un centinaio di conflitti perché una parte possa prevalere sull’altra.

Più che un ERRORE, l’aggressione dell’Ucraina è un ORRORE, come sono degli orrori ogni prepotenza.

Bertolt Brecht, nella poesia “La guerra che verrà” (conosciuta anche come “Breviario tedesco”), scriveva
“La guerra che verrà non è la prima.
Prima ci sono state altre guerre.
Alla fine dell’ultima c’erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente faceva la fame.
Fra i vincitori faceva la fame la povera gente egualmente.”

Ma non ci possiamo accontentare di essere liberi dentro, per ottenere un pezzo di pane, essere liberi anche fuori è meglio, per garantire una dignità nel vivere, perché non si può soccombere ai prepotenti per non trovarsi in un’epoca distopia.


STOP THE WAR
L’11 giugno 2022 alle ore 15.00

MuDeCu – Museo delle Culture “Villa Garibaldi”
Riofreddo (Roma)

A cura di Gregorio Gumina

Espongono gli artisti: Pippo Altomare, Claudia Bellocchi, Paolo Bielli, Paolo Dolzan, Franco Fiorillo, Pippo Fucsia, Gregorio Gumina, J Sarah Gumina, Sandra Inghes Maya Lopez Muro, Volker Klein, Anna Maiorano, Giampiero Nacouzi, Paolo Signore.

Lettura poetica di F. Falasca

Intermezzo con la street band FanfaRona

Intervento video di Fulvio Abbate

Proiezione del video per l’Ucraina realizzato da 168 artisti di varie nazionalità.

Dalla mattinata apriremo una pagina online su facebook per raccogliere liberi contributi pittorici, testuali, grafici, sonori che verranno pubblicati.