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8 anni fa la Rivoluzione egiziana

Il 25 gennaio del 2011 iniziava la più grande Rivoluzione di questo secolo. 8 anni fa 25’000 manifestanti scesero in piazza per protestare contro un nemico che affamava la propria gente, zittendola appena reagiva. Quell’anno nessun criminale riuscì più a far tacere il popolo, unito e compatto per la libertà.

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Prima della Rivoluzione

La Rivoluzione egiziana scoppiò a seguito di altre sommosse in paesi arabi, nate principalmente per le condizioni insopportabili a cui i vari regimi sottoponevano i loro cittadini. Le proteste che sfociarono a Tahrir sono legate filo doppio con quelle della Tunisia, scatenate dall’auto-immolazione Mohamed Bouazizi, un’ambulante al quale venne tolto persino il carretto. Questo portò a contestazioni sempre più accese da parte della popolazione, che il 14 gennaio riuscì a cacciare il dittatore Ben Ali dal paese dopo ben 24 anni di regime.

Ciò spinse sempre più egiziani a protestare, anche loro costretti a subire corruzione, tortura e mancanza di futuro. L’atmosfera di quei giorni è resa benissimo nel film Omicidio al Cairo, che si svolge proprio in quel momento storico, mostrandoci l’Egitto dagli occhi di un poliziotto. Proprio la violenza si era fatta protagonista di quegli anni, una miccia che non aspettava altro che la scintilla giusta.

25 gennaio

I gruppi dell’opposizione scelsero come data il 25 gennaio, proclamato dal 2009 “Festa nazionale della polizia”. Il piano era quello di organizzare una dimostrazione davanti al ministero dell’interno, affinché vi fosse finalmente rispetto per il popolo e per la democrazia. In brave tempo il sostegno a questa manifestazione fu immenso, riunendo partiti di idee ed aspirazioni  diverse e raccogliendo in breve tempo 20’000 adesioni. Non solo politici però, alla protesta aderirono fin da subito anche scrittori e uomini di spettacolo quali ‘Ala al Aswani e Khaled Aboul Naga.

Rivoluzione egiziana

Quel giorno, al Cairo e nell’intero Egitto, migliaia di persone si radunarono in piazza, decise più che mai ad aver giustizia contro chi troppo a lungo l’aveva tolta. Non avevano colore politico e avevano una sola bandiera, quella dell’Egitto.

Rivoluzione storica

La Rivoluzione ci colpì profondamente fin da subito e crediamo sia necessario dargli lo spazio che merita. Abbiamo deciso allora di celebrarla con una programmazione ad hoc da qui al 11 febbraio, giorno della vittoria del popolo egiziano. Nei prossimi giorni vi faremo sapere di più ma non temete: sul sito continueranno ad uscire anche tematiche diverse. Questa domenica, ad esempio, vi parliamo di Uiguri e Cina.

Rivoluzione egiziana

Pubblicato 25 gennaio 2019
Articolo originale
da Medio Oriente e Dintorni

Verità e giustizia per Giulio Regeni, anno terzo

Per quanto tempo ancora si parlerà dell’omicidio di Giulio Regeni? Sicuramente fino a quando i caparbi genitori saranno in vita. Finché gli amici e il movimento spontaneo formatosi in questi anni sul suo orrendo caso ne sventoleranno ancora gli striscioni gialli, che anche amministrazioni pubbliche determinate hanno esposto davanti a sedi istituzionali. Uno striscione magari ritoccato, perché aveva nel tempo smarrito uno dei due princìpi che si rivendica per quello strazio: giustizia. Chiedere giustizia è un atto profondamente politico. Domanda allo Stato egiziano quell’approccio che non ha mai manifestato davanti all’oscura vicenda. Non saranno i comuni d’Italia, né Amnesty International fattasi promotrice della campagna, a riuscire a inchiodare il presidente al Sisi di fronte a responsabilità dei suoi apparati di sicurezza che risultano implicati nel rapimento, nell’efferata tortura, nell’assassinio del ricercatore friulano.  Direttamente neppure i governi italiani che in questi tre anni si sono succeduti possono a imporre alcunché agli omologhi d’oltre Mediterraneo. Chiedere giustizia sì. Possono, anzi debbono.

Lo potevano i premier Renzi e Gentiloni che, invece, dopo un inziale azione chiarificatrice hanno abbandonato ogni volontà di difesa anche della memoria d’un cittadino che ha finito i suoi giorni seviziato da sgherri di Stato. Lo può l’attuale presidente del Consiglio Conte che, invece, non s’occupa affatto della questione, al più delegando alla terza carica dello Stato, Roberto Fico, un appello ai Parlamenti d’Europa “per trovare la verità”. Meglio di niente, ma praticamente niente. Perché non è su questo terreno che l’Egitto risponde. Anche l’interruzione dei rapporti fra il Parlamento italiano ed egiziano (il dittatore Sisi conserva ancora il simulacro della democrazia rappresentativa) serve a poco. Diverso sarebbe l’interruzione dei rapporti diplomatici, durata un batter di ciglia nel 2016, e ovviamente ancor più il blocco di quelli commerciali. Ma tutto questo i governi italiani di prima, col Pd, e d’ora, con Cinquestelle e Lega, non lo fanno, perché Confindustria preme e gli interessi dei giganti dell’economia come l’Eni ancor più. Forse non si tratta neppure di don Abbondio della politica nostrana, che “il coraggio non se lo posson dare”.

I nostri politici sono cinici, di tante questioni se ne fregano. Valutano esclusivamente quelle che hanno un ritorno: elettorale, d’immagine, d’interesse, per quanto sull’interesse privato confezionano abitini  pubblici, lo mostrano i favori fra i leghisti ladroni della prim’ora (il clan Bossi) e l’attuale leadership d’un Carroccio che dalla Padania viaggia per tutta la penisola. E guarda ovviamente all’estero. A quelle terre dove imprese grandi e piccine della cosiddetta ‘Italia del fare’ fanno i propri affari. E’ qui che i legami fra Italia ed Egitto si saldano ancor più, anziché fermarsi per chiarire ragioni di Stato sull’omicidio d’un italiano nella capitale d’un Paese sedicente amico, da parte di poliziotti e agenti segreti egiziani che eseguivano ordini provenienti da apparati nazionali. Non solo le Istituzioni, i politici d’Egitto stanno impedendo da tre anni lo sviluppo d’indagini, la stessa magistratura locale non collabora con quella italiana e la ostacola come denunciato dai procuratori romani. Questo è il regime di al Sisi, che i Regeni d’Egitto li ha iniziati a far sparire, incarcerare, uccidere da molto tempo prima del nostro concittadino. E prosegue nell’opera. Se questo è un governo amico, chiediamo ai nostri governanti quale verità, quale giustizia si potranno ottenere.

 

Ricordare la Shoah in Italia

di Michela Beatrice Ferri

La risoluzione 60/7 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 1º novembre 2005, durante la 42ª riunione plenaria, ha designato il “Giorno della Memoria” come ricorrenza internazionale che viene celebrata ogni anno – a partire dal 2001 in Italia – il 27 Gennaio per ricordare, per commemorare, le vittime della Shoah.

Il 27 Gennaio del 1945 le truppe dell’Armata Rossa, impegnate nella offensiva Vistola-Oder in direzione della Germania, liberarono il campo di concentramento di Auschwitz.

Per quanto riguarda la Repubblica Italiana, gli articoli 1 e 2 della legge 20 luglio 2000 n. 211 definiscono così le finalità e le celebrazioni del Giorno della Memoria:

«La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.

In occasione del “Giorno della Memoria” di cui all’articolo 1, sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano mai più accadere».

Commemorare significa fare memoria assieme, fare memoria affinchè chi non ha visto, chi non ha conosciuto, possa sapere, possa essere educato alla Storia e quindi ai suoi errori, ai suoi drammi.

In Italia, le pubblicazioni e gli eventi dedicati al Giorno della Memoria sono un valido supporto allo studio, perchè è lo studio – l’osservazione, l’ascolto dei Testimoni – ad aiutare le nuove generazioni a capire, a essere consapevoli, a distinguere i vari momenti della Storia.

Vi è un evento di particolare importanza che va indicato: Domenica 27 gennaio, alle ore 15.00, in via Eupili (all’angolo Abbondio San Giorgio) verrà apposta una targa commemorativa per ricordare la Scuola Ebraica di via Eupili che accolse bambini, ragazzi, docenti, personale espulsi dalle scuole del Regno d’Italia per volere del regime fascista : una scuola nata dalle leggi razziali. Questo evento è parte del progetto “Milano è memoria”, che contribuisce a coltivare la memoria storica e critica delle istituzioni e degli avvenimenti della città. Nel caso della ex Scuola Ebraica di via Eupili il Comune assieme alla Comunità ebraica di Milano e alla Fondazione CDEC, hanno preso l’iniziativa di apporre una targa a ottant’anni dalla emanazione della prima norma antiebraica del fascismo che riguardò la scuola (L 5 gennaio 1939, n. 94, Conversione in legge del Regio decreto-legge 23 settembre 1938-XVI, n. 1630, concernente l’istituzione di scuole elementari per fanciulli di razza ebraica – GU n. 31, 7 febbraio 1939).

Vi sono state, e continuano a avere luogo, le testimonianze dei sopravvissuti, di chi conserva ancora la forza per raccontare – instancabili testimoni della Storia: Liliana Segre, Goti Bauer, Sami Modiano, e altre figure quali Pietro Terracina e Nedo Fiano. Ricordiamo i testi: di Nedo Fiano “A5405” (Edizioni San Paolo, 2018), di Sami Modiano, “Per questo ho vissuto. La mia vita ad Auschwitz-Birkenau e altri esili” (Rizzoli, 2014), di Liliana Segre con Enrico Mentana, “La memoria rende liberi” (Rizzoli, 2015), di Liliana Segre con Daniela Palumbo “Scolpitelo nel vostro cuore. Dal Binario 21 ad Auschwitz e ritorno: un viaggio nella memoria” (Piemme, 2018), di Liliana Segre con Emanuela Zuccalà, “Sopravvissuta ad Auschwitz. Liliana Segre, una delle ultime testimoni della Shoah” (Paoline, 2013), di Alberto Mieli con Ester Mieli, “Eravamo Ebrei” (Marsilio, 2016).

La testimonianza di Liliana Segre ci riporta ad un significativo anniversario: 75 anni fa, il 30 Gennaio 1944, la partenza dal Binario 21 dei sotterranei della Stazione Centrale di Milano di quel convoglio diretto ad Auschwitz, su cui la tredicenne Liliana e suo padre Alberto Segre furono caricati a calci e pugni – fu il treno merci su cui vissero il viaggio della deportazione. All’ingresso di quel luogo che oggi è il Memoriale della Shoah, ecco il grande muro grigio con l’enorme scritta «Indifferenza», suggerita e voluta da Liliana Segre.

È il coraggio dei testimoni della Shoah di raccontare, di rivivere ciò che hanno vissuto nei Lager nazisti, il fondamento e il senso di queste Giornate della Memoria. Dopo le testimonianze di Liliana Segre a Milano, del giorno 15 Gennaio 2019 presso il Teatro degli Arcimboldi e del 22 Gennaio 2019 presso il Teatro alla Scala, sarà Sami Modiano a parlare agli studenti italiani della Shoah – Martedì 11 Febbraio 2019, presso il Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano.

A questo proposito voglio ricordare le parole di Elie Wiesel (1928-2016), pronunciate a Boston nel 1998 in occasione della costituzione della “Associazione Figli della Shoah”: «Ci chiediamo che cosa succederà alla memoria della Shoah quando scomparirà anche l’ultimo sopravvissuto: i suoi figli saranno qui per continuare a testimoniare».

A raccogliere le voci dei testimoni della Shoah è il prezioso documentario “Memoria”, direct-to-video di “Forma International”, del 1997, diretto dal regista Ruggero Gabbai su soggetto di Marcello Pezzetti e di Liliana Picciotto – tra i massimi studiosi italiani della Shoah; una pellicola della Fondazione “Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea” di Milano.

Nel film sono raccontate le testimonianze di circa 90 ebrei sopravvissuti ai campi di sterminio, tra cui quella di Shlomo Venezia, di Rubino Romeo Salmonì, di Nedo Fiano, di Ida Marcheria, di Leone Sabatello, di Liliana Segre, di Alberto Mieli, di Goti Herskovits Bauer, di Settimia Spizzichino, di Piero Terracina, di Sabatino Finzi, di Elisa Springer, di Alberto Sed, di Mario Spizzichino, di Lina Navarro, di Virginia Gattegno, di Dora Venezia, di Raimondo Di Neris, di Matilde Beniacar, di Alessandro Kroo, di Dora Klein, di Luigi Sagi, di Elena Kugler. Il documentario tratta delle diverse fasi della Shoah italiana: dall’applicazione delle leggi antiebraiche del 1938, allo scoppio della guerra, dagli arresti nel 1943 alla deportazione ad Auschwitz, fino alla liberazione e al ritorno a casa. Il documentario “Memoria” verrà proiettato alle ore 19.00 di Lunedì 28 Gennaio 2019, presso l’Aula Magna dell’Università degli Studi di Milano.

Studiosi di storia della Shoah hanno proseguito le loro ricerche dando vita a testi che costituiscono strumenti utili per conoscere la Shoah, per capire la questione storica e le sue conseguenze. A questo proposito, voglio indicare: di Liliana Picciotto, “Salvarsi. Gli ebrei d’Italia sfuggiti alla Shoah. 1943-1945” (Einaudi, 2017), di Michele Sarfatti, “Gli ebrei nell’Italia fascista. Vicende, identità, persecuzione” (Einaudi, 2018), di Marcello Pezzetti, “Il libro della Shoah Italiana” (Einaudi, 2009), di Sergio Luzzatto, “I bambini di Moshe. Gli orfani della Shoah e la nascita di Israele” (Einaudi, 2018), di Anna Vera Sullam Calimani, “I nomi dello sterminio” (Einaudi, 2001), di Francesca Costantini, “I luoghi della memoria ebraica di Milano” (Mimesis, 2016), di Stefania Consenti, “Il futuro della memoria. Conversazioni con Nedo Fiano, Liliana Segre, e Piero Terracina, testimoni della Shoah” (Paoline, 2011), di Stefania Consenti, “Binario 21. Un treno per Auschwitz” (Paoline, 2010), di Frediano Sessi e Carlo Saletti, “Visitare Auschwitz” (Marsilio, 2011).

Dal Memoriale della Shoah di Milano alla Sciesopoli di Selvino in provincia di Bergamo: diversi sono i luoghi in cui in questi giorni ci si appresta a fare memoria, a ricordare ciò che è stata la Shoah e ciò che sono state le sue conseguenze. La Memoria è ravvivata anche attraverso i segni, i monumenti: la posa delle “Pietre di inciampo”; le “Stolpersteine”, così come le ha chiamate il suo artista creatore Gunter Demnig, per depositare, nel tessuto urbanistico e sociale delle città europee, una memoria diffusa dei cittadini deportati nei campi di sterminio nazisti. L’opera consiste nell’incorporare, nel selciato stradale delle città, davanti alle ultime abitazioni delle vittime di deportazioni, piccoli quadrati blocchi in pietra ricoperti da una piastra di ottone posta sulla faccia superiore. Un movimento – oltre che un’opera d’arte diffusa – che si pone come reazione ad ogni forma di negazionismo e di oblio, per ricordare tutte le vittime del Nazional-Socialismo, che per qualsiasi motivo siano state perseguitate: religione, razza, idee politiche, orientamenti sessuali. Anche quest’anno, in questi giorni, nella città di Milano avverrà la posa di altre “Stolpersteine”.

Pubblicato 26 Gennaio 2019
Articolo originale
da Frontiere

grazie a Leonardo Servadio

La telefonia infinita

Nell’odierno, sconvolgente paesaggio planetario in cui intere popolazioni sono irretite dal microschermo “smartphone” fino alla completa alienazione dell’individuo dal circostante, in questa alluvione dicevo, che tutto trascina con sé, dal petulante garzoncello al malfermo vecchiardo, dal miliardario al lavavetri, dalla duchessa alla “vaiassa” (c’è nella storia umana esempio più compatto e felice di democrazia totale?). In tutto ciò, lasciatemi allibire, io povero Diogene misantropo e sconosciuto, oltretutto nel riflettere filosoficamente sulla scomparsa del benemerito “homo sapiens” rimpiazzato ormai dalla nuova specie dell'”homo audiens”, mi chiedo: come si spiega il fenomeno del dialogo audioparlante che non conosce sosta né riposo né benefico silenzio?

 

Un dialogo (dovrei dire un monologo dal momento che vedo costoro parlare ininterrottamente tanto da farmi venire il sospetto che non ci sia nessuno all’altro capo!), un dialogo infinito, senza soluzione di continuità, comunque, dovunque, pur nei disagi più spericolati, nell’incerto equilibrio di un autobus affollato, alla guida (proibita!) nel mezzo di gorghi e ingorghi, nel buio di una sala cinematografica, ai funerali, trangugiando cibo e bevande, financo nei luoghi di decenza o nei grovigli erotici, ovunque!… E mi chiedo, possibile che costoro, all’apparenza ometti e donnette di poco conto, certo non protagonisti emergenti o come si dice nei telefilm americani “pilastri della comunità”, individui presumo non al centro di affollate mondanità, mi chiedo, con chi accidenti parlano dalla mattina alla sera, quali intricati e complessi rapporti sociali celano per giustificare l’eterna rissa telefonica tanto da doversi attrezzare di un buffo apparecchietto auricolare fisso per essere sempre disponibili al mono-dialogo?… Una volta questo essere sempre svegli e reperibili nella diuturna decisionalità era appannaggio di ricchi imprenditori, capitani d’industria, armatori, politici e diplomatici, grandi finanzieri e quant’altro!… Devo essermi perso qualcosa perché evidentemente non esistono più ometti e donnette che a quanto sapessi non avevano con chi spendersi se non con le quattro chiacchere di calcio al bar o col salumiere al mercato.

 

Oggi sono tutti in riga, in attesa della prossima telefonata che urge, anzi, che si accavalla e: “.. Aspetti in linea che la riprendo!”. Che dirvi? Devo invidiare tanta inesausta e ciarliera socialità o accarezzare il mio cellulare sordo e muto che spesso e volentieri tace?

 

Cold War

“Ho fatto un film in bianconero perché quegli anni erano in bianconero”. Lo disse la regista ungherese Marta Meszàros a proposito di Diario per i miei figli (1982), ma lo potrebbe dire Pawel Pawlikowski, autore di Cold War (Zimna Vojna) ora proiettato nelle sale italiane. Siamo nella Polonia del 1949 e tutto è da ricostruire. Una squadra vaga per le campagne piatte e innevate per recuperare i canti popolari, ma non sono etnologi: il nuovo regime polacco ha deciso di rivalutare la cultura contadina e di metter su una compagnia di ballo e canto popolare che diventi il biglietto da visita della nuova cultura socialista: Mazowsze. Chi scrive ricorda ancora una tournée italiana dell’ensemble e conserva il disco originale: al teatro Olimpico rimanemmo estasiati davanti a quei costumi e a quelle danze, complice la bellezza delle ragazze. E qui nel film proprio una di loro – Zula – inizia a farsi notare fin dalle selezioni, rubando la scena alle altre e seducendo Wiktor, musicista e direttore della compagnia. Zula non è una contadina e ha ucciso suo padre, ma ha una forte personalità, bella voce e occhi magnetici, per cui farà parte integrante della compagnia, la quale deve comunque venire a compromessi col regime: alla cultura tradizionale si deve affiancare la retorica scenografica del socialismo staliniano. Seguiamo così Mazowsze nelle tournée in patria e all’estero. Una volta a Berlino, Wiktor decide di espatriare all’Ovest – ancora non c’è il Muro – ma Zula non se la sente. Rivediamo Wiktor a Parigi, dove lavora come musicista nei locali di jazz; si distingue pure il suo arrangiamento di un canto polacco. Con Zula ci si sente per telefono (è l’epoca dei gettoni) e una tournée a Spalato in Jugoslavia darà l’occasione a Wiktor di rivederla sul palco, ma solo per essere arrestato dalla polizia di Tito ed espulso. Sempre meglio che esser consegnato ai sovietici come traditore. Sarà in seguito Zula a raggiungerlo a Parigi: ha sposato un italiano e può viaggiare legalmente (altra specialità della Guerra Fredda: i matrimoni di comodo). E qui il film diventa mélo: sguardi e silenzi suggeriscono più delle poche parole scambiate. Entrambi gli amanti si sentono a disagio nella loro parte di artisti espatriati e la vita di coppia ne risente. Devono adattarsi alle regole del mercato e sentono di non essere più se stessi, soprattutto Zula, più irrequieta del duttile Wiktor, al punto che il primo disco invece di essere un trionfo viene interpretato come un tradimento. Zula decide di tornare in patria, dove sposerà il suo impresario. Nel frattempo siamo all’inizio degli anni ’60 e la cultura socialista si modernizza sconfinando nel kitsch. Wiktor cerca di tornare in patria ma finisce ai lavori forzati, da cui Zula e il marito lo tireranno fuori dopo qualche anno. Inutile: Wiktor e Zula si amano ma non riescono né a stare insieme né a vivere separati. Da qui il finale drammatico, in una chiesa di campagna diruta, una scenografia che si direbbe ispirata da Andrej Tarkovskij. Magistrale la direzione della fotografia, dovuta a Lukasz Zal.
Dalla cultura cattolica i polacchi hanno sviluppato un forte interesse per i temi etici, penso al Decalogo di Krzysztof Kieślowski. Qui il tema di fondo è la sincerità, problema di fondo comunque frequente in tutta la cultura dell’Est socialista: penso a Lo scherzo di Milan Kundera, ma anche a Mephisto di István Szabó. Sincerità verso gli altri ma soprattutto verso se stessi. Wiktor e Zula cadono in depressione quando capiscono che invece di vivere stanno recitando la parte che la società vuole da loro, e questo disagio lo sentono anche e soprattutto quando sono lontani dai legami con la loro terra e la loro cultura, in un mondo diviso in due blocchi, all’epoca quasi impermeabili. Né è la prima riflessione polacca su quel periodo storico: ricordo un film dove una banda di giovani jazzisti prima di ogni concerto doveva continuamente discutere coi funzionari del partito per stabilire se il jazz era la musica degli imperialisti americani o degli schiavi neri sfruttati. Il titolo non lo ricordo, ma del resto la colonna sonora musicale dominata dal jazz diventerà una consuetudine nel cinema polacco degli anni Sessanta e Settanta.

LA FRASE FAMOSA
“Sei stato con le puttane?” “No, non me le posso permettere. Sono stato con la donna della mia vita”.

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Cold War
Titolo originale: Zimna wojna
Regia di Pawel Pawlikowski
con Joanna Kulig, Tomasz Kot , Borys Szyc, Agata Kulesza, Adam Ferency, Adam Woronowicz, Cédric Kahn, Jeanne Balibar, Anna Zagórska.
Genere: drammatico, sentimentale
Polonia, 2018
durata 85 minuti
distribuito da Lucky Red.

Cold War | Official UK Trailer | Curzon

 

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