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Kabul: Addio a vent’anni di sforzi

Tutti hanno scritto qualcosa sulla caduta di Kabul, ma io ho voluto aspettare. Intanto sono andato a rileggermi i libri e gli articoli scritti negli ultimi anni da giornalisti, militari e attivisti di ONG, sia italiani che americani e britannici, presenti comunque sul terreno: li trovo più attendibili di chi ora parla da “esperto”. Il quadro era più o meno coerente e pessimistico: molti progressi nel campo dell’educazione e dei servizi, ma scarso controllo del immenso territorio e seri dubbi sulle reali capacità del governo afghano e del suo esercito di sapersela cavare da soli. Quindi una situazione comunque tarata all’origine; incredibile è stata solo la velocità del collasso non appena ritirate quelle che gli afghani sentivano come truppe di occupazione straniere. La classe dei notabili afghani ha i suoi torti – la corruzione per prima – ma saprà poi adattarsi a chi è più forte. Noi invece abbiamo sprecato risorse e perso una guerra durata vent’anni. Dico “noi” perché dopo la missione Enduring Freedom (gestita da USA e UK) la missione ISAF e la successiva Resolute Support hanno impegnato a rotazione almeno 50.000 militari italiani (1). Dicono che abbiamo fatto un buon lavoro con la gente, ma è ancora presto per capire se i risultati saranno duraturi. Sicuramente la società afghana non è oggi quella di vent’anni fa (almeno nei grandi centri), ma confidare nei “talebani moderati” è perlomeno azzardato (2). Se democrazia significa dare spazio a tutti, un regime autoritario prevede al massimo l’accordo tra capi ed etnie. Se poi la democrazia può essere esportata o imposta, è un altro discorso. Le premesse per una vera democrazia non comprendono solo libere elezioni e candidati credibili, ma anche la divisione costituzionale dei poteri, una coscienza civile e soprattutto l’idea che chi perde non va ammazzato. Inutile poi aggiungere che la modernità è laica e che il diritto romano è stato scritto dagli uomini. Ma a leggere i siti filo-talebani (ora oscurati) trasuda ancora la retorica della “guerra di popolo” e la narrazione della gente che spontaneamente si schiera coi talebani, mentre è noto che nella guerra partigiana il controllo del territorio viene spesso gestito con modi spicci: o sei con noi o contro di noi.

Riavvolgiamo ora il film per capire insieme cosa non ha funzionato. Intanto, qual’era l’obiettivo al momento dell’invasione del 2001? La distruzione dei “santuari” dei terroristi ospitati dal regime dei talebani e la cattura di Bin Laden. Col tempo l’obiettivo è cambiato (vedi cronologia in fondo): la ricostruzione del paese e la creazione di un esercito nazionale afghano, anche se il presidente Biden dà valore solo al primo obiettivo. E qui le cose sono due: o ce ne siamo andati troppo tardi (morto Bin Laden, perché rimanere?) o troppo presto (la ricostruzione è incompleta). Io vedo invece uno schema analogo alla guerra del Vietnam, con le stesse fasi: prima si cerca di distruggere la guerriglia, poi si punta a consolidare la società civile, infine si affida alle forze locali la difesa del proprio destino. Salvo poi scoprire che la guerriglia è difficile da estirpare; che finanziare la ricostruzione richiede un serio controllo sulla gestione degli aiuti; e che addestrare i soldati locali secondo i nostri criteri funziona solo finché ci siamo dietro noi con la nostra superiore tecnologia e logistica. In ogni caso, l’obiettivo deve essere sempre uno solo e chiaro fin dall’inizio, come chiare devono essere le regole d’ingaggio per i nostri soldati. Ma se l’obiettivo non è chiaro o viene cambiato in corso d’opera (come successe in Somalia nel 1992) (3) i risultati possono essere disastrosi.

Passiamo all’altro problema: cosa sapevamo realmente dell’Afghanistan, un paese immenso, lontano, gestito da etnie diverse, privo di strade, difficilmente governabile dal centro, socialmente diverso, culturalmente arretrato e in più islamico? Questo non significa che militari, funzionari civili e volontari delle ONG non fossero onesti. Il problema è farsi capire dalla gente. In Afghanistan i Sovietici (1979-1989) crearono lo scontento con la collettivizzazione delle terre dei latifondisti, ma costruirono scuole, ospedali, strade, uffici e impianti sportivi. E soprattutto, tutto fu gestito direttamente. Sotto gestione americana invece la ricostruzione è stata affidata al Provincial Reconstruction Team (PRT)(4) gestito soprattutto da istituzioni e aziende private, magari non tutte serie e ideologicamente solide come Emergency del compianto Gino Strada, per non parlare delle intermediazioni parassitarie dei notabili locali e dei funzionari governativi. Frequente la lamentela della popolazione locale: tanti progetti, nessun attore, pochi cambiamenti nella condizione sociale ed economica della gente (5). Giusto ieri Emma Bonino ribadiva la priorità di una gestione pubblica e coordinata (europea) per gli aiuti umanitari e l’assistenza ai profughi. Altri progetti non sono partiti per la mancanza di sicurezza. Ma allora il problema era posto male: la priorità era la parte militare; nessuna impresa civile rischia uomini e capitali se non vengono garantite le ordinarie misure di sicurezza. E ora le immense risorse minerarie scoperte nel 2010 saranno sfruttate da altri, sempre che i talebani garantiscano la sicurezza: si tratta di gestire enormi investimenti per un arco di decenni, vista la mancanza di strutture e di infrastrutture. In fondo basta l’oppio. Sono stati spesi miliardi per convincere i contadini a coltivare qualcosa di diverso e non ha funzionato. Non sono poi stati distrutti i campi d’oppio per mantenere il consenso dei contadini ed evitare che andassero coi talebani. E non ha funzionato neanche quello. Colpa nostra: l’oppio lo esportano, ma i clienti siamo noi.

Altro errore: voler costruire un esercito nazionale afghano modellato su quello americano, con tutta la tecnologia e l’appoggio di fuoco che hanno solo loro. Quasi 90 miliardi di dollari buttati, più tutte le armi e i mezzi regalati ora ai talebani. I comunicati ufficiali anche italiani (6) sono sempre stati ottimisti, anche se si doveva ammettere che le reclute afghane erano analfabete e poco motivate e che frequenti erano i malintesi dovuti a differenze culturali. Gli afghani sono guerrieri duri e coraggiosi, ma solo finché si battono alla maniera loro, cioè con la guerriglia e per bande tribali. Arruolare reggimenti di linea formati da analfabeti e dotarli di armi moderne significa creare una totale dipendenza da specialisti stranieri e dall’appoggio dell’aviazione. In più – per ovvi motivi – gli eserciti NATO dovevano avere meno perdite possibili, quindi la prima linea toccava a loro, agli afghani. In fondo dovevano difendere casa loro o no? Ma anche con tutto l’appoggio di fuoco possibile, quella che si è rivelata debole è la motivazione dei soldati afghani, vista anche la corruzione dei comandanti, fino a giungere a una sorta di 8 settembre in salsa afghana. Un aspetto sottovalutato è che la guerriglia non si può separare dalla politica: le poche vittorie reali (come quella degli inglesi in Malesia, 1948-1960) si devono a un’accorta gestione sia militare che politica della situazione, evitando rappresaglie sulla popolazione civile.

Infine, mi viene in mente una frase che pronunciò il gen. Franco Angioni in una conferenza sulla Bosnia: non si deve mai negoziare senza un deterrente.  Trump invece nei colloqui di Doha con i talebani ha concesso tutto senza condizioni. A parte l’esclusione del governo afghano (come dire…), nessuno degli impegni sottoscritti (ma il testo ufficiale potrebbe avere clausole segrete) era controllabile sul terreno. Anche se i cittadini statunitensi si erano stufati di finanziare una guerra lontana dai propri confini e anche se – a parte Bush jr. – tutti gli altri presidenti (Obama, Trump, Biden) in fondo volevano solo uscire dalla trappola afghana, le modalità accettate da Trump e addirittura affrettate da Biden sono oggettivamente un disastro. Che senso ha – come ha fatto Obama nel 2014 – fissare la data del ritiro? E’ chiaro che il nemico aspetta. Peggio ancora ritirare prima i soldati e poi i civili, salvo dover rimandare i soldati a gestire l’esodo disordinato dei propri collaboratori. Il ponte aereo da Kabul ricorda quello di Berlino del 1948, ma il contesto è diverso: caos completo e il rischio reale di non poter evacuare tutti gli afghani in pericolo: non ci sono proroghe e gli alleati della NATO non sono stati neanche sentiti, come se fossimo solo i vassalli degli americani. Le perdite alleate sono oltre il migliaio, abbiamo anche noi sputato sudore e sangue e alla fine neanche chiedono il nostro parere, dimostrando un atteggiamento diciamo unilaterale. Si auspica da parte della NATO – gli europei e i canadesi, intendo – una minore passività. La NATO era nata per difendere l’Europa, ma poi è diventata una coalizione buona per fare la guerra in mezzo mondo. Peccato che siano tutte guerre perse o a metà.

Infine: in che mani siamo? Stiamo parlando di professionisti della politica, della guerra e delle scienze sociali che hanno studiato nelle più prestigiose scuole e centri di ricerca e una volta in pensione sono assunti dalle industrie o diventano esosi conferenzieri universitari. Suggerisco la lettura di due documenti reperibili in rete. Il primo è uno studio sulla discrasia fra presidenti che non capiscono niente di cose militari (con l’eccezione di Eisenhower, che era un generale) e i militari che sanno gestire la parte tecnica di una guerra ma non ne capiscono le implicazioni politiche e sociali (7). L’altro documento è una lunga intervista al generale Petraeus, probabilmente il miglior comandante americano degli ultimi anni (8). Gli errori sono elencati tutti, e detto da lui possiamo crederci: aveva realmente stabilizzato l’Irak e contribuito al più recente manuale di contro-insurrezione, dove si tiene conto forse per la prima volta della cura per la popolazione civile (9)

Ma i risultati finali li vediamo nelle masse di disperati all’aeroporto di Kabul, più quante ne vedremo nei prossimi mesi. Perché un paradosso delle guerre recenti è che la ricostruzione del paese liberato non è più a carico del vincitore, come all’epoca del piano Marshall, ma di chi ha perso, il quale per sensi di colpa o per escludere i cinesi o pur di non vedersi occupato da mezzo milione di profughi poveri e musulmani è ben disposto a sostenere economicamente il nemico vittorioso.

NOTE

  1. CRONOLOGIA: 7 ottobre 2001 – Parte l’Operazione Enduring Freedom. Stati Uniti e Regno Unito avviano una campagna di bombardamenti aerei contro Al Qaeda e i talebani, mentre sul terreno va avanti l’offensiva dell’Alleanza del Nord. 14 novembre – Kabul cade, i Talebani si ritirano nella roccaforte di Kandahar, che cadrà il 9 novembre, segnando la fine dell’Emirato islamico. 5 dicembre – l’Onu forma l’International Security Assistance Force (ISAF) per mantenere la sicurezza in Afghanistan e assistere il governo di Kabul. Dell’ISAF farà parte anche un contingente italiano, schierato prima Kabul e poi a Herat. Aprile 2002 – George W Bush propone un piano per la ricostruzione dell’Afghanistan. 1 marzo 2003 – Il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld dichiara la “fine dei combattimenti”. L’8 agosto la Nato assume la responsabilità della missione ISAF. 14 dicembre 2003 – La Loya Jirga con 502 delegati prepara una nuova costituzione afgana. 9 ottobre 2004 – Hamid Karzai vince le elezioni ed è proclamato presidente della Repubblica islamica dell’Afghanistan. Nel 2009 Karzai viene confermato per un secondo mandato. 2005 – Insurrezione talebana dopo la decisione del Pakistan di collocare 80.000 soldati al confine con l’Afghanistan. Luglio 2006: si moltiplicano gli attacchi suicidi e gli attentati con mine stradali. Maggio 2009 – Il Pentagono nomina capo delle operazioni militari il generale Stanley McChrystal, che teorizza la necessità di ridurre i “danni collaterali”, cioè le vittime civili. Dicembre 2009 – Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama invia altri 33mila soldati statunitensi in Afghanistan. In totale le truppe internazionali sono 150mila. 1 maggio 2011 – In un raid in Pakistan, truppe speciali Usa uccidono Osama bin Laden. Dicembre 2011 – Conferenza di Bonn per avviare il ritiro delle truppe internazionali e la ricostruzione dell’Afghanistan. Giugno 2013 – L’ISAF trasferisce la responsabilità della sicurezza alle forze afgane. Il 21 dicembre 2014 Ashraf Ghani e il rivale Abdullah Abdullah si accordano per dividere i ruoli nell’amministrazione dell’Afghanistan. 28 dicembre 2014 – L’ISAF lascia il posto a Resolute Support, con compiti di assistenza alle forze afgane. Agosto 2017 – Donald Trump rende pubblica l’intenzione di ritirare le truppe il prima possibile. 2018 – Talebani e delegati Usa avviano trattative di pace ad alto livello a Doha, in Qatar; il testo è firmato il 29 febbraio 2020.  Finalmente il 30 giugno 2021 i soldati italiani tornano a casa da Herat. Agosto 2021: il finale lo vediamo ogni giorno.
  • Ennio Flaiano disse una volta: “ma che significa sano erotismo? Come dire una bella dentiera”.
  • Nel 1992, la grave crisi umanitaria che stava sconvolgendo la Somalia indusse le Nazioni Unite ad un intervento armato nella regione, concretizzatosi con le missioni UNOSOM I (1992), UNITAF (1992-1993) e UNOSOM II (1993-1995). Tuttavia una cattiva gestione delle operazioni vanificò l’intervento. Anche qui gli Stati Uniti crearono non pochi problemi cambiando da un giorno all’altro la natura della missione e mettendo i nostri soldati nei guai.
  • In sigla, FM 3-24.2 (FM 90-8, FM 7-98). Scaricabile in rete

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Claudia Bellocchi e la Distopia Distopika

Una visione tendenzialmente tragica del futuro, come quella descritta in “1984” da George Orwell, è distopia, termine coniato nell’800 dal filosofo ed economista britannico John Stuart Mill, per contrapporsi a quella ottimistica dell’utopia.

È sulla distopia che a 25 anni David Foster Wallace pubblicava “Infinite Jest”, uno di quei libri di cui si parla tanto, ma che ben pochi hanno letto, come il sottoscritto che non lo ha neanche sfogliato e non ne va fiero, ma bisogna fare delle scelte, per riflettere sul vivere o meglio sopravvivere alle peggiori catastrofi che potranno avvolgere la Terra.

Anche i disegni di Moebius, attualmente in mostra presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, si addentrano nella distopia, in una visione arcaica protesa nel futuro, con personaggi robotici, ma anche grottescamente umani.

Di Prince, a 5 anni dalla sua morte, viene proposto il suo “Welcome 2 America” una visione distopica della vita, trovando in George Orwell le risposte su una realtà informativa manipolata.

Coincidenze o forse solo la maturazione dei tempi per riflettere sulle distorsioni climatiche e sui mutamenti genetici, su questi temi interviene Claudia Bellocchi con una serie di lavori esposti nello spazio di Villino Corsini (Villa Pamphilj).

Niente paesaggi, unica ambientazione della tragedia per questi personaggi in mutazione è la tela di canapa grezza.

Luigi M. Bruno, nel suo scritto di presentazione alla mostra, afferma che “l’antiutopia dell’artista Bellocchi denuncia senza remore e abbellimenti la febbre nascosta, le latenti mostruosità che si nutrono dei peggiori sentimenti di un’anima malata che tenta coi sorrisi spavaldi alla don Rodrigo di celare il bubbone della peste! Ma solo affrontando l’anima nera che si ciba dei rifiuti ai margini di una umanità pur disumana, crudele e cieca nella sua folle indifferenza, solo guardando fino in fondo l’abisso che è sotto i nostri passi, senza sogni gratificanti e ingannevoli, forse troveremo l’uscita.”

Un’antiutopia dalla quale nascono personaggi come Madame o Ominide, Anatomopatologia o Franz, con un’esuberanza capace di rievocare quel prof. Kranz grottescamente vissuto da Paolo Villaggio, tracciati con il carboncino e avvolti da un’atmosfera tetrobronzea.

Un mondo dove l’eloquenza sarà una di quelle capacità che verranno meno in un futuro distopico basato sul conflitto e non sul dialogo, sulla prepotenza del grido e non sulla pacatezza.

Una distopia che minaccia il futuro dell’Afghanistan, perversa sugli abitanti di Hong Kong e sulle comunità LGBTQ non solo in Polonia e Ungheria.

Una mostra quella di Claudia Bellocchi capace di far riflettere, raffigurando la distopia come una deformità di sinistro futuro capace di condizionare negativamente la società se l’individuo rimane indifferente alle altrui tragedie.


Claudia Bellocchi
Distopika

Dal 4 al 19 settembre 2021

Biblioteca di Villino Corsini (Villa Pamphilj).
Roma

Informazioni:
tel. 06/45460691


Catalogo

Post d’Arte: da Antonello al superamento della pittura

Antonello da Messina
A proposito del “San Girolamo nello studio” di Antonello da Messina… lo splendore dell’umana intelligenza qui raggiunge la sua vetta…. ragione e sentimento qui si coniugano nella totalità di una sapiente bellezza…

Teatralità nel seicento
Oltre a grande maestro di plasticità chiaroscurale il Merisi fu anche figlio del suo tempo nel senso drammatico della teatralità: il seicento fu il secolo del teatro, dalla concitazione del Bernini e di Borromini, fino a Shakespeare Moliere e Tirso de Molina e l’invenzione tutta italiana del melodramma. Ammirare un dipinto di caravaggio vuol dire anche assistere a un vero e proprio evento teatrale corredato sempre, fra l’altro, da sapienti fonti di luci non naturali, come appunto da scenografia di interni ( nei suoi dipinti e’ rarissima l’introduzione della luce esterna, naturale, e questo crea ogni volta l’effetto di una azione scenica).

La rigidità botticelliana
Però il Botticelli… per carità: bellezza assoluta, nitore e limpidezza, splendore cromatico… ma… come un sospetto di rigidità quasi sovrumana, una beltà fredda e distaccata, il ripetersi di uno schema sublime che certo incanta ma forse non commuove..

La gioia per la vista
La pittura del Veronese è pura gioia visiva, nobile cibo per gli occhi, pittura tattile e corposa di un eros totale verso la materia: non apparenza ma sostanza della realtà.

Le icone nell’arte
… la Kahlo… e poi la Lempicka… o chi altri, Basquiat o Koons o altri “santoni” alla ribalta. A parte il loro valore intrinseco, secondo me piuttosto limitato, sono figure che per varie ragioni risentono di un richiamo, una tendenza, o se preferite semplificare, una “moda” che le porta un po’ sull’altare della celebrità fino a farne icone di alcune ragioni politiche, sociali, umane di una cultura che di volta in volta necessita di “manifesti” e di volti come punti di riferimento emozionali…niente di male. Della Kahlo e della sua pittura “primitiva” e piuttosto crudele ho già detto altrove, della Lempicka celebrata come eroina della ambigua libera sensualità e di un certo femminismo ante Litteram, a proposito della sua pittura mi piace ricordarla come una piacevole e decorativa volgarizzazione di certa avanguardia novecentista, tra Braque e d’Annunzio, una “cubista” (nel senso pittorico) da salotto.

Marina Abramović: Quando non serve dipingere
La china in discesa è senza fine! Archi di trionfo e corone d’alloro alle cosiddette “performer” mentre sono più neglette (se non ridicolizzate) tecnica, capacità espressiva,valenza estetica, lavoro di ricerca e approfondimento pittorico… tutte cose inutili e “sorpassate”… non so quando e chi mi disse: “ma tu disegni ancora?..a che serve? … ma guardati intorno!”.. mi sono guardato intorno, eccome! E il paesaggio è deprimente questi esempi di trionfalismo delle “geniali” trovate concettuali sono la tomba di chi ancora crede nell’arte e nel suo rigore… fra l’altro questo dà sempre mano libera e fornisce alibi formidabili all’esercito infinito di dilettanti allo sbaraglio,pur del tutto incapaci,ma forniti di granitica presunzione…
È proprio vero: a che serve ancora disegnare e dipingere?

Grigori Galitsin: Foto lontano dai clamori

Non so quanti conoscano l’opera fotografica di Grigori Galitsin. A vederlo, non ha niente del fotografo glamour, sembra più un contadino uscito da un racconto di Tolstoji. Nato nel 1957 in Ucraina (URSS), si è diplomato a Leningrado studiando prima pittura e poi fotografia, iniziando a lavorare nel 1997 con una Leica donata da suo nonno che l’aveva comprata da un ufficiale tedesco. Trasferitosi a Volgograd (già Stalingrado) nel 1996, l’anno successivo vince un premio Kodak e soprattutto inizia a specializzarsi nella fotografia erotica, alimentando i primi siti web del genere: MET-ART e DOMAI e poi gestendone dal 2002 uno tutto suo, Galitsin Archives. Entra in società col suo collega norvegese Petter Hegre (anche lui dedito alla foto erotica) per litigarci nel 2004 e fondare Galitsin News, seguito nel 2006 da Nud-Art. A Volgograd lo studio era nel suo appartamento e la sua attività era ignota ai vicini, al massimo incuriositi dal suo alto tenore di vita. La maggior parte delle foto era scattata nei dintorni di Volgograd o in un albergo di Mosca. I primi guai li ebbe con l’India, dove in un “salone” aveva realizzato un servizio sul massaggio ayurvedico non gradito alle autorità indiane. Il video era stato postato su Galitsin News. Ma il peggio doveva venire: nel 2006 fu arrestato insieme alla moglie Irina (1) dalle autorità russe con l’accusa di aver violato gli articoli 133 e 242.1 del Codice penale russo (coercizione tramite ricatto per commettere atti sessuali; produzione e diffusione di materiale pornografico con minori). Il 26 ottobre Galitsin si appellò direttamente a Putin, ma ancora nel 2007 il processo non si era concluso. Nel 2009 lui e la moglie uscirono di prigione, anche se la vicenda ebbe ancora strascichi giudiziari. Nell’ottobre del 2014 lui, la moglie e i due bambini (ora sono tre) si trasferiscono in una fattoria nel distretto di Volgograd dove i risparmi erano stati investiti in un’azienda modello per l’allevamento di una rara specie di suini pelosi, i “Mangalica”, e facendo foto solo in famiglia (2). Il suo unico fotolibro in circolazione, Galitsin’s Angels, sul mercato del collezionismo viene venduto a non meno di 250 euro (3), Recentemente il nostro fotografo ha timidamente ripreso la sua attività, segno di un atteggiamento diverso del governo russo verso l’erotismo: Galitsin ha una pagina Facebook e soprattutto si finanzia attraverso il sito Patreon, che permette agli abbonati di avere foto esclusive, seguire le prove in studio e corrispondere direttamente con lui. Posso testimoniare che il Maestro risponde anche sulle domande tecniche (luci, obiettivi, etc.), cosa che non tutti i fotografi fanno. Le sue foto sono raffinatissime, ma lui resta un uomo alieno da qualsiasi mondanità.

E parliamo delle foto. Protagonista assoluto è il corpo femminile, ma non straniato come in Helmut Newton o apparentemente freddo come in Petter Hegre, né ancora falsamente verginale come in David Hamilton. L’innocenza si direbbe un optional. Sono donne giovani e spesso diverse una dall’altra (la Russia è un paese immenso), ma sempre profondamente femminili, ora immerse nella natura, ora riprese in scenografie minimaliste, con un attento uso della luce. Grande cura per i dettagli: un cappello, un fiocco, un oggetto di trovarobato. La bellezza è nella semplicità, anche se si capisce che dietro ogni foto c’è uno studio accurato, maniacale, che ora possiamo anche seguire nei video riservati al fan club.

NOTE:

  1. Irina era una sua modella, meglio nota come “Valentina”
  2.  Buffi i commenti della stampa locale: “passa dalle modelle ai maiali” . (in calce alla voce “Grigori Galitsin” su Wikipedia, in inglese.
  3. Galitsin’s Angels: From Russia with Love. Munich: Edition Reuss. 2005. ISBN 3-934020-34-8

Cambellotti: L’artista e il territorio

Una mostra di novantatre opere e di un interessante repertorio di fotografie d’epoca, messe a disposizione dall’Archivio dell’Opera di Duilio Cambellotti, per costruire un percorso dall’andamento antologico che segue l’attività del poliedrico artista-artigiano dalla fine dell’Ottocento, l’epoca del suo esordio come disegnatore di manifesti teatrali e pubblicitari, alla fine degli anni ’40. Un lungo cammino nel corso del quale la sua torrentizia creatività viene assoggettata alla missione di produrre arte totale per tutti. Cambellotti si esprime nel campo delle arti applicate realizzando mobili, ceramiche e vetrate, è illustratore, incisore, grafico pubblicitario, scultore, scenografo, non pone limiti alle sue incursioni nel campo dell’arte. Sullo sfondo, il costante richiamo a una terra amatissima, la sua inesauribile fonte di ispirazione.

Figura del tutto eccentrica nel contesto dell’arte italiana del ‘900, tenacemente impegnato in una ricerca dai modi arcaizzanti ma in realtà d’avanguardia, Duilio Cambellotti è un artista difficile da inquadrare. Francesco Tetro, curatore della mostra, sceglie di iniziare il racconto della sua carriera dall’incontro che cambierà la sua vita, quello con i paesaggi, la gente, gli animali e la storia del paludoso, malsano, affascinante territorio immediatamente a Sud di Roma, lungo il rettilineo della via Appia.


Duilio Cambellotti.
Al di là del mare
Dal 24 luglio al 20 novembre 2021

Ex Chiesa di San Domenico
Terracina (Lt)

A cura di Francesco Tetro