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Un bianco e nero rivelatore

MP Cinema 195412 agosto 1945; da qualche parte della campagna ungherese, un lento treno a vapore percorre sbuffando la pianura e si ferma in una piccola stazione prima di continuare il suo viaggio. Sicuramente è l’unico treno della giornata e ne scendono anche due ebrei osservanti – verosimilmente padre e figlio – con due casse di bagaglio. Li aspettano un carro e un paio di facchini, mentre un pugno di soldati russi ronza sempre intorno: siamo  nel 1945, come suggerisce data il titolo al film del cinquantenne Ferenc Török, a guerra appena finita. Mentre si scarica il bagaglio (contenuto dichiarato : profumi) il capostazione in divisa cerca di precedere in bicicletta questi strani viaggiatori diretti al villaggio, poco più che un borgo agricolo a una decina di chilometri dall’assonnata stazione. In montaggio alternato (montatore: Bela Barsi), vediamo ora il capostazione che pedala e arriva al villaggio, ora i due austeri giudei che seguono a piedi il carro dove hanno fatto caricare il loro ingombrante bagaglio. I soldati russi comunque continuano sempre a ronzare intorno, a bordo di una usurata jeep americana. Per il villaggio non è un giorno come tutti gli altri: il figlio del vicario si sposa con una giovane contadina del posto, che diventerà d’ora in poi moglie del droghiere (ma in realtà ha già un amante, un giovane e robusto contadino peraltro già fidanzato). La notizia dell’arrivo dei due ebrei si sparge dunque rapidamente e disturba i preparativi per la festa di nozze. Tutti i paesani iniziano a discutere tra di loro, ad agitarsi, l’osteria diventa un comizio e le donne del villaggio diventano tutte nervose. Ognuno è polemico col vicino e l’armonia della comunità sembra un ricordo. Ma che è successo? Premetto che il film io l’ho visto in lingua ungherese con sottotitoli non sempre leggibili, vuoi perché stavo in fondo alla sala, vuoi perché il film è in superbo bianconero. Ebbene, anche seguendo i soli movimenti di macchina si capisce benissimo il motivo della crisi: tutti hanno qualcosa da nascondere e hanno paura che i due ebrei possano riprendersi quello che durante la guerra era stato loro confiscato; peggio ancora se ne tornassero altri (ma nel 1945 poco si sapeva dell’Olocausto). E’ un film fatto di dettagli: a casa di uno dei paesani – un ubriacone e delatore – il quadrante dell’orologio a muro conserva le cifre in ebraico, e in un’altra scena una massaia cerca di nascondere nel granaio stoviglie d’argenteria sicuramente non sue. Tutto il villaggio è stato dunque complice di un’appropriazione indebita e tutti ora hanno paura di pagare il conto. La presenza dei due taciturni ebrei fa dunque da catalizzatore dei contrasti latenti, al punto che un paesano s‘impicca, lo sposo litiga con suo padre e decide di emigrare, il matrimonio salta e la promessa sposa, abbandonata a poche ore dalle nozze, dà fuoco alla drogheria mentre l’aspettano in chiesa. Ma i due taciturni e ieratici personaggi hanno ben altro da fare: si recano al locale cimitero e fanno scavare una fossa intorno a una delle tombe. Mentre gli operai sterrano, tutti intorno si chiedono – noi compresi, ammettiamolo – quali tesori gli ebrei devono dissotterrare. Interviene anche il notaio del villaggio, l’unica autorità locale riconosciuta, chiedendo educatamente spiegazioni. Ebbene, i due ebrei sono tornati soltanto per seppellire nelle tombe di famiglia – avvolti nei panni rituali ebraici – gli effetti personali dei loro parenti morti nei campi di sterminio. Agli abitanti del villaggio non chiederanno mai niente, il notabile lo capisce e stringe loro la mano in segno di rispetto. E così come sono venuti – nello stile classico, si direbbe, dei film western –  padre e figlio se ne andranno lentamente per andare chissà dove, riprendendo lo stesso treno che abbiamo visto nella scena iniziale.

Il film è girato in uno scarno bianco nero, sotto la sapiente direzione della fotografia di Elemér Ragályi. Produrre nel 2018 un film in B/N può sembrare una follia, ma ricordiamo qui una frase che Wim Wenders mise in bocca a uno dei suoi personaggi: “Il mondo è a colori, ma il bianconero è più realistico”. E mi piace ricordare anche una frase pronunciata dalla regista ungherese Marta Meszàros a proposito del suo film Diario per i miei figli (1982): negli anni ’50 era il mondo ad essere in bianco e nero. Qui siamo addirittura nel 1945, in un’Ungheria rurale quasi fuori del tempo, se a datare le vicende non vedessimo i soldati russi che tutto sorvegliano e per l’appunto quei due ebrei che tornano nel villaggio in cui abitavano prima della guerra, nelle campagne dove il pregiudizio antisemita era latente da sempre: in argomento ricordo un vecchio film ungherese, I miei primi trecento anni , visto negli anni ’80.

Il film ha trovato una distribuzione italiana e sta avendo un discreto successo, vista le sue qualità intrinseche.

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1945
di Ferenc Török
Con Péter Rudolf, Eszter Nagy-Kalozy, Bence Tasnádi, Tamás Szabó Kimmel, Dóra Sztarenki
2017 Ungheria, durata 91’
prodotto da Katapult Film
distribuzione italiana: Mariposa Cinematografica e barz and hippo

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Un riflessivo Sorrentino

di Giulia Lich –

Ho letto varie critiche al film di Sorrentino, tra le quali quelle di essere un film lento. Sorrentino è un regista che cura attentamente le immagini e che spesso si lascia andare a visioni simboliche, rischiando ogni volta di cadere nell’autocompiacimento, ma la lentezza non può essere la vera accusa. Forse il film non è piaciuto ai fan di Silvio, o ai suoi peggiori detrattori, o a chi si aspettava più politica,semplicemente perché,almeno in questa prima parte, non è un film su Berlusconi, ma su ciò che siamo diventati e che saremo sempre più anche a causa di Berlusconi (cui merito /colpa è di aver dato linfa ad un bisogno ben presente in molti italiani).

Se non è sufficiente la metafora della pecora ipnotizzata dai quiz di Mike, ecco scendere in campo la lunga carrellata di corpi giovani e perfetti, ragazze spersonalizzate già in formato velina, specchio della generazione instagram di potenziali Chiare Ferragni, la cui vendita di culi e tette non rientra più nella dicotomia morale/immorale, ma è semplicemente l’unica forma amorale di esistenza.

C’è anche il connubio sesso/potere, cui propulsore sono fiumi di coca, ma fa da sfondo,così come la Roma ancora formato “grande bellezza”, protagonista di quest’eterno “basso impero” in cui tutto è già visto e da vedere.

Se un rinoceronte può correre sulla Colombo (abbiamo visto maiali, asini e cinghiali), è il ratto a innescare la deflagrazione di un camion di mondezza, sommergendo il Foro e noi stessi sotto una cascata di merda, pronta a trasformarsi nella pioggia anfetaminica booster di un’orgia perenne, cui unica finalità è la cristallizzazione in quella vita “Smeralda” non a caso anticipata dai Vanzina anni ’80.

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Loro 1

di Paolo Sorrentino
Con Toni Servillo, Elena Sofia Ricci, Riccardo Scamarcio, Kasia Smutniak, Euridice Axen

durata 104 min.
Italia 2018.
Universal Pictures

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Achille Nero

La pratica cinematografica di fare interpretare dei personaggi di un film o di una serie televisiva ad un attore di un’etnia diversa non risparmia neanche l’Iliade di Omero: nel 2018 Netflix e la BBC trasmetteranno Troy: Fall of a City, rifacimento televisivo del celebre poema greco, con un Achille interpretato da David Gyasi. attore afroamericano già noto per i suoi notevoli ruoli in Interstellar e ancor prima in Cloud Atlas. Nella polemica seguita all’evento, sono stati confusi due piani diversi anche se correlati: la reinterpretazione del mito e il suo adeguamento alle differenze culturali subentrate al testo classico. Per il primo punto, nessuno può e deve dire niente: miti millenari sono stati reinterpretati centinaia di volte e con successo da artisti, scrittori e registi. E visto che si parla del colore della pelle, cito Orfeo negro (1959), lo stupendo film scritto da Albert Camus, dove il mito di Orfeo ed Euridice viene reinterpretato e ambientato nel carnevale di Rio. Per il secondo punto, il politically correct, la questione in realtà non è nuova. I poemi omerici hanno sempre goduto di grande popolarità, ma nella Francia del re Sole e del barocco di corte era imbarazzante seguire le gesta di sovrani che scannano montoni davanti all’ospite e guerrieri che si coprono di insulti. Questo urtava le convenzioni sociali del tempo, anche se non era colpa di Agamennone se era vissuto nell’età del bronzo, quasi tremila anni prima. Risultato? Le traduzioni in francese dell’epoca sono un capolavoro di diplomazia. Ma ancora quando facevo io il liceo si sorvolava sull’episodio di Telemaco che cerca di rendersi indipendente da Penelope, perché il linguaggio di un figlio verso sua madre era ritenuto irrispettoso! E sempre in quei tempi, nell’Eneide televisiva firmata da Franco Rossi (1971) all’unione del maturo Enea con la giovane Lavinia viene affiancata una sub-trama di un coetaneo che corteggia la fanciulla: una love story ipocrita che mette in secondo piano il rapporto fra Enea e Lavinia e la loro differenza di età. In realtà anche la vergine Maria era giovanissima, visti i costumi dell’epoca, ma questo il pubblico televisivo non l’avrebbe accettato.

E passiamo dunque al nostro Achille Nero. Ovviamente tale non poteva essere, visto che era miceneo. Fosse stato il capo dei Garamanti o dei Numidi o degli Etiopi (popoli africani già noti a Omero), allora era diverso. Ma ammettiamo pure che l’Iliade non è un documento storico, quindi del testo classico uno può farne quello che vuole: per un jazzista è normale improvvisare variazioni su un tema di Bach, il quale del resto faceva lo stesso con la musica del suo tempo. Il vero problema di Achille Nero è piuttosto la debolezza del progetto: la motivazione sembra tutta commerciale, allo stesso modo in cui anche la nostra pubblicità ora è piena di colori alla Benetton. Non saranno i lineamenti somatici di un attore ad interferire con gli amori, intrighi, tradimenti e battaglie del un kolossal a episodi, non per nulla annoverato come Historical fiction – Fantasy, girato a Città del Capo, in Sudafrica, impegnato a offrire il racconto, e non storia, della presa di Troia vissuta attraverso lo sguardo dei vari protagonisti, con il punto di vista della famiglia reale troiana. Se veramente avesse voluto reinterpretare il mito, il regista avrebbe potuto rappresentare sia il re Menelao che la bellissima Elena con la pelle scura, Paride essendo invece adatto a simboleggiare la prepotenza dello sfruttamento coloniale europeo. A quel punto la guerra di Troia sarebbe stata la stupenda metafora di un popolo che si riprende quello che altri gli hanno espropriato con la forza e con l’inganno. Ma questo è solo un suggerimento letterario. Purtroppo Bertolt Brecht non è più di moda.

 

Che macello i sentimenti!

Vincitore dell’Orso d’Oro a Berlino nel 2017, l’ungherese Corpo e Anima  arriva ora nelle sale italiane. Le prime, bellissime inquadrature mostrano un bosco innevato dove un cervo e una cerva si corteggiano con delicatezza; mentre subito dopo siamo invece proiettati nella brutale realtà di un mattatoio per il bestiame bovino, una struttura industriale dove Endre, il direttore amministrativo, deve affrontare due grane: l’eccessiva precisione di Mària, giovane ispettrice al controllo qualità, e il furto di una sostanza illegalmente usata per la monta dei tori. La polizia chiuderebbe pure un occhio, a patto che l’inchiesta interna sia affidata a una psicologa aziendale di fiducia. Ogni lavoratore verrà quindi sottoposto a un colloquio con la specialista, e qui la sorpresa: Endre e Mària hanno sognato entrambi e fino all’ultimo dettaglio la scena iniziale della coppia di cervi, e continueranno a farlo anche in seguito. Entrambi hanno problemi di comunicazione: Endre è un uomo maturo e ha un braccio paralizzato, Mària invece è giovane ma quasi autistica nelle reazioni sociali, nelle quali si trincera dietro un atteggiamento ipercontrollato. I due però riescono stranamente a comunicare nel profondo in modo onirico, lentamente avvicinandosi come i cervi nella sequenza iniziale, poi riproposta e sviluppata in montaggio alternato. I problemi sorgono quando si deve passare ai fatti: Endre non se la sente di affrontare una relazione nuova (in una scena appare di sfuggita una sua figlia, in un’altra egli fa sesso con una donna di cui nulla sappiamo), mentre Mària è un disastro: la sua personalità è disturbata al punto che ancora va da un psicologo dell’infanzia e i suoi tentativi di diventare una donna seducente e piacevole sono goffi e attirano i commenti degli operai dello stabilimento, uno dei quali – l’attor giovane – fa comunque ingelosire Endre. Il finale corre verso la tragedia: Mària, non sentendosi accolta, tenta il suicidio, ma viene salvata proprio da una telefonata di Endre, con cui finalmente si unirà anima e corpo. Ma a quel punto i due non avranno più bisogno di sognare insieme.

Il film è sicuramente ben scritto e ben diretto da Ildikó Enyedi (n. 1955), regista e sceneggiatrice già vincitrice a Cannes della Caméra d’or nel 1989 per Il mio XX secolo. Né è la prima regista ungherese famosa: basti pensare a Marta Meszàros. La dimensione onirica dei sentimenti non è una novità assoluta nel cinema, p.es. la commedia Ho sognato l’amore (In my dreams,  2014 diretto da Kenny Leon), ma qui la vicenda si articola su un registro poetico. I punti deboli del film sono invece una certa lentezza iniziale e un’insistenza sulla macellazione del bestiame, slegata di fatto dalla vicenda. Fa da contrappunto alle poetiche scene con i cervi, ma non è una metafora, come lo era invece in Selvaggina di passo di Fassbinder (1972). In più, nel film alcuni spunti sono lasciati a metà: la figlia grande di Endre fa un’apparizione fugace, né sappiamo chi è quella donna nel letto di Endre e se ci viene spesso. E come mai Mària ha avuto un ritardo nello sviluppo della personalità? Di lei non sappiamo nulla, anche se molto s’intuisce dal suo comportamento ossessivo. Comunque il film è originale e l’attrice nella parte di Mària (Alexandra Borbély) è molto espressiva, visto il graduale sviluppo del suo personaggio. Géza Morcsányi (Endre) è invece più noto in patria come drammaturgo e professore universitario.

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Corpo e anima
Titolo originale: Testről és lélekről
Regia: Ildikó Enyedi

Interpreti e personaggi

Morcsányi Géza: Endre
Alexandra Borbély: Mária
Zoltán Schneider: Jenö
Réka Tenki: Klára
Ervin Nagy: Sanyi
Éva Bata: Jutka
Tamás Jordán: Pediatra di Mária
Pál Mácsai: Investigatore
Júlia Nyakó: Rózsi
Itala Békés: Zsóka
Nóra Rainer-Micsinyei: Sari
Attila Fritz: Peti
Vince Zrínyi Gál: Bela

Paese di produzione Ungheria
Anno 2017
Durata 116 min

Sceneggiatura Ildikó Enyedi
Produttore Ernő Mesterházy, András Muhi, Mónika Mécs
Casa di produzione Inforg-M&M Film Kft.
Distribuzione (Italia) Movies Inspired
Fotografia Máté Herbai
Montaggio Károly Szalai
Musiche Ádám Balázs
Scenografia Imola Láng

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Satyricon, il sogno della classicità

Tra i titoli felliniani il suo “Satyricon” (1969), ritenuto a torto un “minore” a petto dei suoi proverbiali successi internazionali, è invece un film che con felice intuizione ricostruisce, ovviamente in modo personalissimo e molto “felliniano”, l’atmosfera pur fantastica (il regista stesso la definì una “fantascienza dell’antichità”) della decadenza o fatiscenza della romanità. Tra oscuri postriboli, criptiche oscurità sotterranee, deliri ed evocazioni oniriche, il film è tutto una sequenza apparentemente caotica e slegata, come appunto in un sogno, in cui i fantasmi di una civiltà ormai incanaglita e corrotta vive di pulsioni carnali (cibo, sesso, rapacità) avvolte in un alone di magìa e di dolce putredine.

Il testo (presunto) di Petronio Arbitro ripreso e sconvolto dalla sceneggiatura di Fellini, Bernardino Zapponi e Brunello Rondi, affonda a piene mani nell’intrico di spudorate perversioni (un pò Catullo, un pò Giovenale) che vivono e fermentano con la pur tetra vivacità di una umanità ormai lontanissima dai rigori e severità di una romanità un pò scolastica tramandata da noiosi rètori. Così tra passioni bassamente sensuali ed episodi più incantati e lirici, Fellini ci trasporta nella magica intuizione, appunto con le movenze di una visione crepuscolare, di un universo perduto, ectoplasma genialmente evocato nei meandri di un mondo ipogeo, l’altra faccia oscura della solare classicità.

Tra gli interpreti ormai dimenticati delle due giovani canaglie Encolpio ed Ascilto (Martin Potter ed Hiram Keller) e del conteso efebo Gitone (Max Born), si ricordano prepotenti le “medaglie” di Salvo Randone, Alain Cuny, Capucine, Lucia Bosé, Donayle Luna, nonché l’esordio di Alvaro Vitali e, si narra, un certo Renato Zero tra le comparse). Ma più che mai nel “Satyricon”, come del resto in “Amarcord” e altrove, per Fellini è solo uno straordinario corteo di maschere che appaiono e scompaiono in un enigmatico, folgorante affresco.

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Fellini – Satyricon

di Federico Fellini
Con Martin Potter, Capucine, Fanfulla, Hiram Keller, Salvo Randone. Max Born, Mario Romagnoli, Magali Noël, Alain Cuny, Alvaro Vitali, Lucia Bosè, Franco Pesce, Marisa Traversi, Elisa Mainardi, Gordon Mitchell, Sandro Dori, Tanya Lopert, Ernesto Colli, Lorenzo Piani, Lina Alberti, Beryl Cunningham, Carlo Giordana, Donyale Luna, Antonia Pietrosi, Irina Wanka, Marina Boratto

Fantastico, durata 128 min. – Italia 1969

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