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Un riflessivo Sorrentino

di Giulia Lich –

Ho letto varie critiche al film di Sorrentino, tra le quali quelle di essere un film lento. Sorrentino è un regista che cura attentamente le immagini e che spesso si lascia andare a visioni simboliche, rischiando ogni volta di cadere nell’autocompiacimento, ma la lentezza non può essere la vera accusa. Forse il film non è piaciuto ai fan di Silvio, o ai suoi peggiori detrattori, o a chi si aspettava più politica,semplicemente perché,almeno in questa prima parte, non è un film su Berlusconi, ma su ciò che siamo diventati e che saremo sempre più anche a causa di Berlusconi (cui merito /colpa è di aver dato linfa ad un bisogno ben presente in molti italiani).

Se non è sufficiente la metafora della pecora ipnotizzata dai quiz di Mike, ecco scendere in campo la lunga carrellata di corpi giovani e perfetti, ragazze spersonalizzate già in formato velina, specchio della generazione instagram di potenziali Chiare Ferragni, la cui vendita di culi e tette non rientra più nella dicotomia morale/immorale, ma è semplicemente l’unica forma amorale di esistenza.

C’è anche il connubio sesso/potere, cui propulsore sono fiumi di coca, ma fa da sfondo,così come la Roma ancora formato “grande bellezza”, protagonista di quest’eterno “basso impero” in cui tutto è già visto e da vedere.

Se un rinoceronte può correre sulla Colombo (abbiamo visto maiali, asini e cinghiali), è il ratto a innescare la deflagrazione di un camion di mondezza, sommergendo il Foro e noi stessi sotto una cascata di merda, pronta a trasformarsi nella pioggia anfetaminica booster di un’orgia perenne, cui unica finalità è la cristallizzazione in quella vita “Smeralda” non a caso anticipata dai Vanzina anni ’80.

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Loro 1

di Paolo Sorrentino
Con Toni Servillo, Elena Sofia Ricci, Riccardo Scamarcio, Kasia Smutniak, Euridice Axen

durata 104 min.
Italia 2018.
Universal Pictures

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Achille Nero

La pratica cinematografica di fare interpretare dei personaggi di un film o di una serie televisiva ad un attore di un’etnia diversa non risparmia neanche l’Iliade di Omero: nel 2018 Netflix e la BBC trasmetteranno Troy: Fall of a City, rifacimento televisivo del celebre poema greco, con un Achille interpretato da David Gyasi. attore afroamericano già noto per i suoi notevoli ruoli in Interstellar e ancor prima in Cloud Atlas. Nella polemica seguita all’evento, sono stati confusi due piani diversi anche se correlati: la reinterpretazione del mito e il suo adeguamento alle differenze culturali subentrate al testo classico. Per il primo punto, nessuno può e deve dire niente: miti millenari sono stati reinterpretati centinaia di volte e con successo da artisti, scrittori e registi. E visto che si parla del colore della pelle, cito Orfeo negro (1959), lo stupendo film scritto da Albert Camus, dove il mito di Orfeo ed Euridice viene reinterpretato e ambientato nel carnevale di Rio. Per il secondo punto, il politically correct, la questione in realtà non è nuova. I poemi omerici hanno sempre goduto di grande popolarità, ma nella Francia del re Sole e del barocco di corte era imbarazzante seguire le gesta di sovrani che scannano montoni davanti all’ospite e guerrieri che si coprono di insulti. Questo urtava le convenzioni sociali del tempo, anche se non era colpa di Agamennone se era vissuto nell’età del bronzo, quasi tremila anni prima. Risultato? Le traduzioni in francese dell’epoca sono un capolavoro di diplomazia. Ma ancora quando facevo io il liceo si sorvolava sull’episodio di Telemaco che cerca di rendersi indipendente da Penelope, perché il linguaggio di un figlio verso sua madre era ritenuto irrispettoso! E sempre in quei tempi, nell’Eneide televisiva firmata da Franco Rossi (1971) all’unione del maturo Enea con la giovane Lavinia viene affiancata una sub-trama di un coetaneo che corteggia la fanciulla: una love story ipocrita che mette in secondo piano il rapporto fra Enea e Lavinia e la loro differenza di età. In realtà anche la vergine Maria era giovanissima, visti i costumi dell’epoca, ma questo il pubblico televisivo non l’avrebbe accettato.

E passiamo dunque al nostro Achille Nero. Ovviamente tale non poteva essere, visto che era miceneo. Fosse stato il capo dei Garamanti o dei Numidi o degli Etiopi (popoli africani già noti a Omero), allora era diverso. Ma ammettiamo pure che l’Iliade non è un documento storico, quindi del testo classico uno può farne quello che vuole: per un jazzista è normale improvvisare variazioni su un tema di Bach, il quale del resto faceva lo stesso con la musica del suo tempo. Il vero problema di Achille Nero è piuttosto la debolezza del progetto: la motivazione sembra tutta commerciale, allo stesso modo in cui anche la nostra pubblicità ora è piena di colori alla Benetton. Non saranno i lineamenti somatici di un attore ad interferire con gli amori, intrighi, tradimenti e battaglie del un kolossal a episodi, non per nulla annoverato come Historical fiction – Fantasy, girato a Città del Capo, in Sudafrica, impegnato a offrire il racconto, e non storia, della presa di Troia vissuta attraverso lo sguardo dei vari protagonisti, con il punto di vista della famiglia reale troiana. Se veramente avesse voluto reinterpretare il mito, il regista avrebbe potuto rappresentare sia il re Menelao che la bellissima Elena con la pelle scura, Paride essendo invece adatto a simboleggiare la prepotenza dello sfruttamento coloniale europeo. A quel punto la guerra di Troia sarebbe stata la stupenda metafora di un popolo che si riprende quello che altri gli hanno espropriato con la forza e con l’inganno. Ma questo è solo un suggerimento letterario. Purtroppo Bertolt Brecht non è più di moda.

 

Che macello i sentimenti!

Vincitore dell’Orso d’Oro a Berlino nel 2017, l’ungherese Corpo e Anima  arriva ora nelle sale italiane. Le prime, bellissime inquadrature mostrano un bosco innevato dove un cervo e una cerva si corteggiano con delicatezza; mentre subito dopo siamo invece proiettati nella brutale realtà di un mattatoio per il bestiame bovino, una struttura industriale dove Endre, il direttore amministrativo, deve affrontare due grane: l’eccessiva precisione di Mària, giovane ispettrice al controllo qualità, e il furto di una sostanza illegalmente usata per la monta dei tori. La polizia chiuderebbe pure un occhio, a patto che l’inchiesta interna sia affidata a una psicologa aziendale di fiducia. Ogni lavoratore verrà quindi sottoposto a un colloquio con la specialista, e qui la sorpresa: Endre e Mària hanno sognato entrambi e fino all’ultimo dettaglio la scena iniziale della coppia di cervi, e continueranno a farlo anche in seguito. Entrambi hanno problemi di comunicazione: Endre è un uomo maturo e ha un braccio paralizzato, Mària invece è giovane ma quasi autistica nelle reazioni sociali, nelle quali si trincera dietro un atteggiamento ipercontrollato. I due però riescono stranamente a comunicare nel profondo in modo onirico, lentamente avvicinandosi come i cervi nella sequenza iniziale, poi riproposta e sviluppata in montaggio alternato. I problemi sorgono quando si deve passare ai fatti: Endre non se la sente di affrontare una relazione nuova (in una scena appare di sfuggita una sua figlia, in un’altra egli fa sesso con una donna di cui nulla sappiamo), mentre Mària è un disastro: la sua personalità è disturbata al punto che ancora va da un psicologo dell’infanzia e i suoi tentativi di diventare una donna seducente e piacevole sono goffi e attirano i commenti degli operai dello stabilimento, uno dei quali – l’attor giovane – fa comunque ingelosire Endre. Il finale corre verso la tragedia: Mària, non sentendosi accolta, tenta il suicidio, ma viene salvata proprio da una telefonata di Endre, con cui finalmente si unirà anima e corpo. Ma a quel punto i due non avranno più bisogno di sognare insieme.

Il film è sicuramente ben scritto e ben diretto da Ildikó Enyedi (n. 1955), regista e sceneggiatrice già vincitrice a Cannes della Caméra d’or nel 1989 per Il mio XX secolo. Né è la prima regista ungherese famosa: basti pensare a Marta Meszàros. La dimensione onirica dei sentimenti non è una novità assoluta nel cinema, p.es. la commedia Ho sognato l’amore (In my dreams,  2014 diretto da Kenny Leon), ma qui la vicenda si articola su un registro poetico. I punti deboli del film sono invece una certa lentezza iniziale e un’insistenza sulla macellazione del bestiame, slegata di fatto dalla vicenda. Fa da contrappunto alle poetiche scene con i cervi, ma non è una metafora, come lo era invece in Selvaggina di passo di Fassbinder (1972). In più, nel film alcuni spunti sono lasciati a metà: la figlia grande di Endre fa un’apparizione fugace, né sappiamo chi è quella donna nel letto di Endre e se ci viene spesso. E come mai Mària ha avuto un ritardo nello sviluppo della personalità? Di lei non sappiamo nulla, anche se molto s’intuisce dal suo comportamento ossessivo. Comunque il film è originale e l’attrice nella parte di Mària (Alexandra Borbély) è molto espressiva, visto il graduale sviluppo del suo personaggio. Géza Morcsányi (Endre) è invece più noto in patria come drammaturgo e professore universitario.

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Corpo e anima
Titolo originale: Testről és lélekről
Regia: Ildikó Enyedi

Interpreti e personaggi

Morcsányi Géza: Endre
Alexandra Borbély: Mária
Zoltán Schneider: Jenö
Réka Tenki: Klára
Ervin Nagy: Sanyi
Éva Bata: Jutka
Tamás Jordán: Pediatra di Mária
Pál Mácsai: Investigatore
Júlia Nyakó: Rózsi
Itala Békés: Zsóka
Nóra Rainer-Micsinyei: Sari
Attila Fritz: Peti
Vince Zrínyi Gál: Bela

Paese di produzione Ungheria
Anno 2017
Durata 116 min

Sceneggiatura Ildikó Enyedi
Produttore Ernő Mesterházy, András Muhi, Mónika Mécs
Casa di produzione Inforg-M&M Film Kft.
Distribuzione (Italia) Movies Inspired
Fotografia Máté Herbai
Montaggio Károly Szalai
Musiche Ádám Balázs
Scenografia Imola Láng

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Satyricon, il sogno della classicità

Tra i titoli felliniani il suo “Satyricon” (1969), ritenuto a torto un “minore” a petto dei suoi proverbiali successi internazionali, è invece un film che con felice intuizione ricostruisce, ovviamente in modo personalissimo e molto “felliniano”, l’atmosfera pur fantastica (il regista stesso la definì una “fantascienza dell’antichità”) della decadenza o fatiscenza della romanità. Tra oscuri postriboli, criptiche oscurità sotterranee, deliri ed evocazioni oniriche, il film è tutto una sequenza apparentemente caotica e slegata, come appunto in un sogno, in cui i fantasmi di una civiltà ormai incanaglita e corrotta vive di pulsioni carnali (cibo, sesso, rapacità) avvolte in un alone di magìa e di dolce putredine.

Il testo (presunto) di Petronio Arbitro ripreso e sconvolto dalla sceneggiatura di Fellini, Bernardino Zapponi e Brunello Rondi, affonda a piene mani nell’intrico di spudorate perversioni (un pò Catullo, un pò Giovenale) che vivono e fermentano con la pur tetra vivacità di una umanità ormai lontanissima dai rigori e severità di una romanità un pò scolastica tramandata da noiosi rètori. Così tra passioni bassamente sensuali ed episodi più incantati e lirici, Fellini ci trasporta nella magica intuizione, appunto con le movenze di una visione crepuscolare, di un universo perduto, ectoplasma genialmente evocato nei meandri di un mondo ipogeo, l’altra faccia oscura della solare classicità.

Tra gli interpreti ormai dimenticati delle due giovani canaglie Encolpio ed Ascilto (Martin Potter ed Hiram Keller) e del conteso efebo Gitone (Max Born), si ricordano prepotenti le “medaglie” di Salvo Randone, Alain Cuny, Capucine, Lucia Bosé, Donayle Luna, nonché l’esordio di Alvaro Vitali e, si narra, un certo Renato Zero tra le comparse). Ma più che mai nel “Satyricon”, come del resto in “Amarcord” e altrove, per Fellini è solo uno straordinario corteo di maschere che appaiono e scompaiono in un enigmatico, folgorante affresco.

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Fellini – Satyricon

di Federico Fellini
Con Martin Potter, Capucine, Fanfulla, Hiram Keller, Salvo Randone. Max Born, Mario Romagnoli, Magali Noël, Alain Cuny, Alvaro Vitali, Lucia Bosè, Franco Pesce, Marisa Traversi, Elisa Mainardi, Gordon Mitchell, Sandro Dori, Tanya Lopert, Ernesto Colli, Lorenzo Piani, Lina Alberti, Beryl Cunningham, Carlo Giordana, Donyale Luna, Antonia Pietrosi, Irina Wanka, Marina Boratto

Fantastico, durata 128 min. – Italia 1969

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Uno zoo fuori e dentro

Jessica Chastain è Antonina Żabińska, moglie, madre e lavoratrice che per molti, durante la Seconda Guerra Mondiale, divenne insieme al marito Jan un barlume di speranza nella Varsavia occupata dai nazisti. Il film è tratto dal best-seller di Diane Ackerman edito in Italia da Sperling & Kupfer, basato a sua volta sui diari di Antonina, e racconta la storia eroica di una donna che pur vivendo in un’epoca di paura e distruzione ha combattuto per preservare quel che di buono c’è nell’animo umano.
Polonia 1939. La brutale invasione nazista porta morte e devastazione in tutto il paese e la città di Varsavia viene ripetutamente bombardata. Antonina (Jessica Chastain) e suo marito il dottor Jan Żabiński (Johan Heldenbergh), custode dello zoo della città, sono una coppia molto unita sia nella vita privata che in quella professionale. Dopo la distruzione dello zoo i due si ritrovano da soli a salvare i pochi animali sopravvissuti. Sgomenti per ciò che sta accadendo al loro amato paese, la coppia deve anche sottostare alle nuove politiche di allevamento del nuovo capo zoologo nominato dal Reich: Lutz Heck (Daniel Brühl). Ma quando la violenza nazista arriva all’apice e inizia la persecuzione degli ebrei, i due coniugi decidono che non possono restare a guardare e cominciano in segreto a collaborare con la Resistenza, intuendo che le gabbie e le gallerie sotterranee dello zoo, possono ora servire a proteggere in segreto delle vite umane. Quando la coppia mette in atto il piano per salvare più abitanti possibili del ghetto di Varsavia, Antonina non esita a mettere a rischio anche se stessa e i suoi figli.

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La signora dello zoo di Varsavia
The Zookeeper’s Wife

di Niki Caro
con Jessica Chastain, Johan Heldenbergh, Daniel Brühl, Tomothy Radford, Efrat Dor.

USA, Repubblica ceca, Gran Bretagna, 2017
Durata: 127′
Distribuzione: M2 Pictures

Trailer

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