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75 ore a Milano

Premesso che è consigliabile perdersi in una città per poterla apprezzare o diventarne allergico, il vero e proprio viaggio inizia appena fuori dalla stazione.

Remo Turchi, alla fine degli anni ’30, cinguettava: Passeggiando per Milano /camminando piano, piano / quante cose puoi vedere, / quante cose puoi sapere, poi venne Memo Remigi con Innamorati a Milano (1965) – Sapessi com’è strano / sentirsi innamorati / a Milano. / Senza fiori, senza verde, / senza cielo, senza niente / fra la gente, (tanta gente)  – e oggi abbiamo Dargen D’Amico che rap: Amo Milano perché quando il sole sorge / Nessuno se ne accorge / Amo Milano perché non si nota / Per l’Europa Italia, per l’Italia Europa / Amo Milano perché è un giardino degli Emirati / E siamo tutti immigrati.

Milano è una di quelle mete facilmente raggiungibili da ogni luogo d’Itala e di Europa, rendendo il viaggio godibile se realizzato con il treno per lo scorrere dei paesaggi e potersi soffermare alla giusta distanza, non è come essere ingabbiati nelle carlinghe volanti, con le storie narrate dai volti e dagli abiti dei cooviaggiatori, ma soprattutto potendo limitare le emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera e trovarsi subito direttamente nel cuore della città.

È opportuno, scegliendo di arrivare a Milano dalla Stazione Centrale, prenotare la visita al Binario 21 e al Memoriale della Shoah da visitare magari il giorno della partenza, non essendo sempre aperto al pubblico. La visita è l’occasione di riflessione sulla “banalità del male” negli spazi sotterranei nei quali si accede da via Ferrante Aporti, dove gli ebrei venivano, dal 1943 e al 1945, raccolti e deportati, dopo una sosta di un paio di giorni, verso Auschwitz-Birkenau, Bergen Belsen o ai campi italiani di raccolta come quelli di Fossoli e Bolzano. Un’umanità che veniva caricata su vagoni merci, con l’utilizzo di un elevatore per essere trasportati al sovrastante piano dei binari.

Ci si accorge, uscendo dalla Stazione Centrale, della grandiosità pretenziosa della sua architettura, impegnata a dare un contributo più al pesante Déco che al Liberty, ma il risultato e una rilettura dell’architettura assiro-babilonese nell’ingabbiare binari e servizi in uno sproporzionato sarcofago. Una realizzazione nonostante tutto ben più austera, in linea con l’Italia giolittiana di quel periodo, di quello che prevedeva il progetto originario ricco ornamenti di corone, festoni e motivi geometrici astratti, oltre a torri, statue e orologi.

Nello piazzale antistante la Mela integrata di Pistoletto non è solo il simbolo di un’idea d’arte, ma anche il reale rifugio di un’umanità migratoria che sosta a Milano con la speranza di potersi ricongiungersi con i familiari in Francia, in Germania o magari sino ai paesi Scandinavi, come raccontato nel film Io sto con la sposa .

Si lasciano i bagagli a casa di amici o in una foresteria religiosa, per non andare incontro ai poco economici alberghi meneghini, affrontando poi una città che guarda più a Parigi per gli spazi che all’intimità viennese, come si decanta nel libro di Sellerio Milano è una seconda Parigi (2007) sulle impressioni dei viaggiatori angloamericani.

Milano appare subito come una città protesa verso il futuro, con passo spedito che da anni miete vittime nelle testimonianze del passato. Come le antiche mura del periodo romano, come di quelle medioevali e spagnole, grazie all’impegno del Barbarossa che le giudicava una sfida e poi successivamente con il ritenerle un impedimento alla viabilità cittadina.

La Torre Velasca o il Pirellone, progenitori dei nuovi grattacieli che costellano Milano, hanno sostituito le torri medioevali. Una città che per fare spazio a un “risanamento” edilizio ha sacrificato il Lazzaretto nel centro o l’antica chiesa della Ss. Trinità che in passato era nota come il Borgo degli Scigolatt (ortolani), rimpiazzata da un’altra dai dubbi risultati architettonici. Un edificio architettonicamente poco attraente, ma che è un riuscito esempio di scambio di conoscenze, non solo per l’oratorio e la catechesi, ma anche corsi di lingua, sovrastato dai palazzi della speculazione edilizia che hanno sostituito gli edifici di altri tempi.

Tra ciò che appare curioso sapere su Milano è quello di una città pratica capace di rinnovarsi senza crisi di coscienza nel buttare giù o spostare testimonianze di altre epoche in luoghi diversi da quello originale, come decontestualizzare un colonnato romano per far posto a un condominio.

Il trasporto pubblico è efficiente e grazie ad una serie di tessere orarie o abbonamenti ricaricabili che permette la prima tappa allo sfarzo e alla futilità dell’acquisto di oggetti e abbigliamenti che per molti significa lo stipendio di un anno. Si passa per corso Buenos Aires per raggiungere via Monte Napoleone.

Monte Napoleone è una zona ben diversa da viale Piave dove si trova la sede dell’Opera San Francesco per i Poveri, un punto di riferimento per gli indigenti bisognosi di assistenza gratuita e accoglienza, come il ristorante solidale Ruben (via Gonin, 52).

Il giorno successivo si passa dalla “necessità” del superfluo materialistico alla spiritualità dell’essenziale, con la visita di sant’Eustorgio e all’arca di San Pietro Martire, nella cappella Portinari, commovente esempio di scultura gotica del 1339. Più di una scultura è un’architettura ispirata alle virtù cardinali e teologali, impreziosite dalle figure allegoriche di animali e rappresentazioni mitologiche.

Ad arricchire l’iconografia la decorazione del sarcofago con le storie dei santi e la rappresentazione dei miracoli compiuti da san Pietro martire (il Miracolo del muto, della Nube, la Guarigione dell’infermo e dell’epilettico, il Miracolo della nave) per concludersi con il Martirio, i Funerali e la Canonizzazione.

Dopo un tour nella Milano d’epoca una passeggiata in quella odierna, protesa verso il cielo, con la suggestione di realizzazioni di architetti interessati più ai volumi imponenti, con facciate a specchio che ridisegnano lo skyline della città e meno alla durevole funzionalità degli spazi.

Complessi labirintici, come la nuova sede della Regione Lombardia, molto simile alle carceri del Piranesi e ben lontani dalla lezione razionalista.

Un tour tra le nuove edificazioni e i cambiamenti del quartiere Isola, un quartiere sventrato dalla stazione Garibaldi, chiamata una volta “le varesine” perché serviva principalmente il zona Nord di Milano (come le ferrovie Nord a Cadorna) ed in particolare la zona di Varese, utile per i treni diretti a Torino e per l’alta velocità, e da grattacieli di 25/30 piani che a tutt’oggi rimangono in gran parte vuoti.

La fantasia non manca, ma spesso l’architettura moderna pecca di lungimiranza nella durevolezza del manufatto, come i “grattacieli” milanesi che abbisognano di continue manutenzioni.

Sono edifici indubbiamente interessanti, ma ben lontani da quelli della Défense o di Canary Wharf, come il complesso di torri che vanno sotto il nome di Bosco Verticale, l’ultimo nato dello Studio Boeri, che mette in pratica la lezione di Patrick Blanc con i suoi giardini verticali come il Musée du quai Branly

Uno dei luoghi per poter avere un’idea dell’alta borghesia milanese, con i suoi capricci e ossessioni, è il Cimitero monumentale della metà dell’800, con un’infinità di riproduzioni dell’Ultima Cena di Leonardo in versione scultorea e una riproduzione ridotta della Colonna di Traiano. Viali alberati con una varietà di visioni per la “memoria” del caro estinto. Rare le lastre tombali con i dati essenziali, la maggioranza sono arricchite da sculture e ornamenti, per le famiglie altolocate si va dal Golgota rivisitato alle monumentali architetture dagli stili eclettici ispirate ai templi greci e obelischi elaborati, da elaborazioni neogotiche, sino a proporre un’architettura assiro lombarda e all’etereo cubo in memoria degli 847 milanesi caduti nei campi di concentramento. Un monumento semplice che si discosta dalle altre testimonianze funerarie sino al quel momento principalmente figurative. Progettato ed eseguito in una settimana, nel 1946, dal gruppo B.B.P.R. (Belgioioso, Banfi, Peressuti e Rogers), con successive ricostruzioni, è un cubo di tubi metallici con le facce suddivise in una serie di croci, con un cubo più piccolo e un’urna contenente la terra di Mauthausen.

Non è il cimitero parigino del Pére Lachaise, ma il cimitero milanese è il luogo dove hanno trovato riposo Alessandro Manzoni e Francesco Hayez, Arturo Toscanini e Vladimir Horowitz, Arrigo Boito e Sergio Monelli, Gino Bramieri e Alik Cavaliere, Walter Chiari e Guido Crepax, Giorgio Gaber e Enzo Jannacci. Un luogo ordinato e curato, ben diverso dal degrado, come stanno a dimostrare le tombe di Belli e Trilussa, che regna nel romano Verano.

Un museo all’aperto, turisticamente poco frequentato, che raccoglie gli esempi della scultura del XVIII secolo, contenuti in un complesso architettonico eclettico ideato nel 1864 dall’architetto-ingegnere Carlo Maciachini e con monumenti funerari realizzati da artisti come Medardo Rosso o Adolfo Wildt, con cappelle che spaziano dal Liberty che si trasforma in espressionismo, sino a proporre l’architettura degli anni ’50 e ’60.

A due passi dal Cimitero il Quartiere cinese, non una Chinatown dalle architetture caratteristiche, ma un dedalo di vie tra le più trafficate di Milano dove pullulano botteghe di artigiani nei cortili e su strada, dalle sartorie ai conciatori, ma anche del vetro, del ferro e del legno.

Una comunità presente a Milano sin dal 1920 e durante il fascismo il quartiere era chiamato “quartier generale dei cinesi”.

Alle spalle delle Stazione Centrale un altro luogo di multiculturalità è via Padova, ben pubblicizzata dalle iniziative promosse da Città Migrande per conoscere le culture presenti nella città attraverso visite guidate. Una zona compresa tra il Parco Trotter e Piazzale Loreto, dove i nuovi cittadini di Milano svolgono le loro attività artigianali e commerciali, tra gli aromi del curry e del cardamomo.

Il terzo giorno inizia andando alla scoperta del Lazzaretto di manzoniana memoria. Testimonianza del quadrilatero che componeva il Lazzaretto ora rimane San Carlo al Lazzaretto, detto San Carlino per le modeste dimensioni, conosciuto soprattutto per la descrizione che ne fa’ Alessandro Manzoni nel 36esimo capitolo dei I Promessi Sposi e il fulcro di un futuro parco letterario. Un edificio di conforto agli appestati e che ora risente degli oltre quattrocento anni di vita che aspetta ormai un energico intervento per risanare le lesioni e l’umidità che deforma l’architettura. Un restyling che si attende da anni e al quale partecipa anche il colosso delle omonime patatine che ha iniziato la sua attività nel 1936 a poche centinaia di metri dalla chiesa.

Altre tracce del Lazzaretto sono rappresentate dal frammento di muro nei pressi della Chiesa Russa Ortodossa di San Nicola di Milano, al numero 5 di via San Gregorio, dove è la presenza di un’icona che periodicamente lacrima olio vegetale, conosciuto anche come Sacro miron.

Il Museo del ‘900, senza sigle fantasiose, tanto di moda per i nuovi musei, è una tappa importante, nonostante venga ignorato da molte guide per essere stato inaugurato solo recentemente, non solo per il lavoro di recupero realizzato sul Palazzo dell’Arengario che si affaccia su piazza del Duomo, ma soprattutto per aver riunito alcune opere sparse nei vari luoghi di Milano, offrendo una lettura unitaria della storia dell’arte italiana degli ultimi cento anni. Ricevuto il benvenuto da una versione del Quarto Stato di Giuseppe Pelizza Da Volpedo, si possono affrontare gli arditi accostamenti come Braque e Morandi in due opere “minimali” dalle quali traspaiono i primi indizi di Cubismo nel primo e la grandezza delle “piccole” cose quotidiane nel secondo.

Il percorso espositivo è intricato ma la cortesia del personale facilita la comprensione senza perdere neanche un granello d’arte incentrata sulla presenza italiana nel panorama artistico del ‘900 con il Futurismo come discriminante tra la figurazione e l’astrazione. Con Umberto Boccioni si affronta questo passaggio verso la rarefazione, per approdare ad altro. Poi Lucio Fontana che prima di mettere in comunicazione il davanti con il retro delle tele attraverso i tagli dimostra che sapeva fare altre ben cose, dimostrando che non ci si inventa artisti. Seguno Carrà, Soffici, de Chirico, Sironi, Martini, Morandi, Fontana, Manzoni, Kounellis, la collezione Marino Marini con i mille volti della cultura del ‘900. Defilato non poteva mancare l’estroso Pistoletto.

Nel Museo è rarissima la presenza femminile per muoversi dal Futurismo al Novecento, dallo Spazialismo all’Arte Povera.

La maggior sorpresa il Museo la riserva nell’ultimo piano con le enormi vetrate per un impressionante sguardo sul Duomo e dintorni, poi ancora qualche scalino per accedere al contenitore con i tagli di Lucio Fontana. Il percorso termina con la discesa tra ascensori e scale mobili.

Lasciando il Museo e superando la Galleria Vittorio Emanuele II ci si trova davanti ad una scampata testimonianza della Milano Medioevale rappresentata dalle vestigia del Palazzo della Ragione, nella piazza dei Mercanti, poggiato su ampie arcate dove si ritrovavano gli artigiani e i bottegai per il commercio delle loro mercanzie. L’edificio, oltre al commercio, era adibito anche all’attività giudiziaria ed è un’isola nel degrado a due passi dal Duomo, con lo strano connubio di finestre dai vetri infranti e l’avveniristica scala di cristallo per accedere al primo piano.

Sul prospetto interno alla piazza, all’altezza di un pregiato pozzo del XIV sec., è possibile vedere il rilievo di Oldrado da Tresseno a cavallo (1233), attribuito alla scuola di Benedetto Antelami, podestà di Milano al quale si deve la costruzione del Palazzo della Ragione e difensore della fede e della spada, come recita in latino l’epigrafe posta alla base dell’edicola, che costruì il palazzo e bruciò, come doveva, i Catari.

Un periodo, quello del ‘200, d’insofferenza religiosa verso i Catari, e delle altre realtà considerate eretiche dalle gerarchie ecclesiastiche, che durò vent’anni e si concluse con la loro scomparsa dalla Lombardia e dall’Europa.

Sulla facciata “esterna” c’è la possibilità di scoprire il bassorilievo della Scrofa semilanuta, un mitico essere riconducibile alla leggenda sul fondazione di Milano attribuita al capo celtico Belloveso, arrivato da oltralpe, e alle indicazioni venute da una dea in sogno con le fattezze di una scrofa di cinghiale con il pelo molto lungo sulla parte anteriore del corpo, decidendo di costruire la sua città in quel luogo e di chiamarla Mediolanum, cioè “semilanuta” (medio-lanum).

La Scrofa semilanuta fu inserita nel gonfalone comunale, sino a quando venne sostituita come emblema della città dal biscione visconteo.

Se avete ancora del tempo per fare un salto fuori dal centro, in via Giulio Natta (Lampugnano), è possibile visitare un nuovo spazio mussale, il Mudec, dedicato alle culture del Mondo. Degno non solo per voler dare una casa alle diverse culture ma anche per essere un progetto dell’architetto britannico David Chipperfield che ha recuperato il distretto industriale nella zona dell’ex Ansaldo.

Nel QT8, quartiere che nasce per celebrare l’ottava Triennale di Milano (Q come quartiere T per Triennale e 8 per ottava edizione), è da visitare “Il giardino dei giusti del mondo” , sul modello dello Yad Vashem di Gerusalemme, in memoria di chi si è opposto ai genocidi. Un Giardino che ha trovato spazio sul cosiddetto Monte Stella, un’altura cresciuta con le macerie degli edifici distrutti dai bombardamenti subiti dalla città.

A Milano si può soddisfare ogni voglia di dolce e di salato, con le numerose pasticcerie e forni, mentre per i pasti, rimanendo nell’ambito milanese anche se non mancano locali multietnici, non si trova certo difficoltà a trovarne, ma se si vuole qualcosa di autenticamente milanese come la trattoria Madonnina in zona Navigli è necessario prenotare, ricordando che la domenica è chiusa come la meno centrale, ma altrettanto ambita, trattoria da Tomaso in zona Isola. Per chi ama atmosfere meno frenetiche, più pacate, si può rivolgere alla trattoria sant’Eustorgio, nell’omonima piazza, o Lo strapuntino a corso Garibaldi, dietro il Teatro Strehler.

Per il dolce e non solo Milano offre una vasta scelta, ma sicuramente la pasticceria Biffi (C.so Magenta 87) rappresenta la gioielleria dei dolci, dove trovare il panettone tutto l’anno con la possibilità di ordinarlo anche online.

Altrettanto nota, ma dai prezzi meno esagitati, la pasticceria Cucchi (Corso Genova, 1) con mille sfiziosità e dar non dimenticare il miglior panettone di Milano preparato (secondo l’antica ricetta e con ingredienti tutti naturali) la piccola ma rinomata pasticceria Corcelli (via Plinio 13).