Tutti gli articoli di Gianleonardo Latini

Europa e la geopolitica

La politica estera europea è manchevole nello scacchiere internazionale, escludendo l’accordo sul nucleare iraniano, nonostante un capace Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell’Unione europea non hanno gli strumenti per offrire una posizione unitaria dei paesi membri verso le varie crisi.

08 GL OlO Ue Europa e la politica estera_Congresso_di_ViennaI paesi membri della Ue, nel dossier libico, sono schierati con la posizione dell’Onu, stando alle varie dichiarazioni, nel sostenere il cosiddetto governo di unità nazionale guidato da Al Serraj, senza un vero esercito e con gruppi armati eterogenei assoldati, incapace di avere autorità neanche sulla sola Tripoli, mentre con il generale Haftar, militarmente compatto e vincente sulle fazioni jadeiste più estreme, rimane attendista nell’aprire un serio canale di dialogo con il padrone della Cirenaica.

A parole sono schiarati con Al Serraj, ma di fatto nel miglior dei casi si disinteressano se non parteggiano per il generale, lasciando che la Francia e l’Italia si muovano in ordine sparso. Parigi ha fatto incontrare i due contendenti per stipulare un cessate il fuoco e indire un referendum, Roma li incontra separatamente per poter organizzare la conferenza sulla Libia a Palermo il 12 e 13 novembre.

Una gara, quella italofrancese, che ha come trofeo gli interessi petroliferi dell’Eni e della Total che provano a trovare una pax sulle sabbie libiche che potrebbe facilitare anche la strada a una risoluzione politica.

Non sarebbe la prima volta che le soluzioni dei conflitti si trovano nei “corridoi” delle conferenze e quello che si prospetta tra l’Eni e la Total potrebbe essere l’inizio di una collaborazione su progetti in Algeria, Libano ed Egitto, ponendo fine all’ostracismo francese verso l’impegno italiano.

Lo sforzo italiano per la conferenza internazionale sulla Libia si è incentrato sul riunire allo stesso tavolo non solo Al Serraj e Haftar, ma anche l’Unione europea con l’Alto rappresentante per gli affari esteri Federica Mogherini, il governo turco, quello egiziano, quello russo ed altri paesi coinvolti nella crisi libica (Tunisia, Ciad, Niger etc.), mentre dagli Stati uniti è arrivata una “approvazione” all’iniziativa. Alcuni degli invitati hanno anche degli interessi nella situazione siriana e normalizzare l’una può acquietare l’altra.

La situazione siriana è un altro dossier dove l’Unione europea non la si vede protagonista, ma neanche invitata, mentre al summit del 27 ottobre ad Istanbul erano presenti la Francia, la Germania, la Turchia e la Russia, che ha spedito gli inviti e dato le carte.

Una riunione preparatoria ad una conferenza sulla Siria dove esporre ai siriani, governativi o ribelli, ma anche alle milizie iraniane un piano di normalizzazione.

Per arrivare a trovarsi ad Istanbul sono stati necessari gli incontri di Sochi e Astana, senza statunitensi ed europei, ma con siriani e iraniani, con il risultato di generiche dichiarazioni sulla necessità di trovare una risoluzione politica al conflitto, con un Assad riluttante ad accettare un compromesso con un’opposizione che in otto anni non è riuscita a scalfire il suo potere.

Anche il 28 e il 29 novembre i russi, i turchi e gli iraniani hanno continuato a disquisire per l’11 volta, nella capitale del Kazakhstan, sul futuro siriano e la spartizione delle regioni occidentali.

L’Onu, con il suo inviato per la Siria Staffan de Mistura, ha portato avanti sconfortanti incontri a Ginevra per accordarsi sul riformare la Costituzione e convocare elezioni politiche, sotto la supervisione delle Nazioni Unite, ma l’unico risultato di tutti questi incontri è stato, almeno per ora, di evitare un ennesimo massacro nella provincia nord-occidentale di Idlib, in cui vivono oggi tre milioni di persone, in gran parte profughi provenienti da altre zone di conflitto siriano.

La Siria potrebbe essere sottoposta ad una spartizione per aree d’influenza, replicando, a distanza di poco più di un secolo, la spartizione di quelle terre, ma questa volta non sarà il diplomatico francese François Georges-Picot e il britannico Mark Sykes a tirare le linee, ma il russo Putin e il turco Erdogan, con l’avallo dell’Iran, mentre, in assenza degli Stati uniti, la Francia e la Germania saranno i testimoni.

Ma gli Stati uniti sono presenti, con il loro continuo minacciare, nello scenario internazionale con il fare e disfare, come insegna il dossier iraniano, unica crisi dove l’Unione europea ha avuto un ruolo nel sintetizzare le varie posizioni per una soluzione che ora Trump utilizza nel punire o premiare le nazioni, non solo cancellando gli accordi raggiunti con l’Iran, ma applicando sanzioni a tutti quei paesi che intratterranno rapporti economici con Teheran senza l’autorizzazione statunitense.

Questo imbarazzo europeo nella politica estera è ben manifestata nella necessità dell’Alto rappresentante Ue anche nell’appoggiarsi ad una dichiarazione congiunta con i ministri degli Esteri e delle Finanze di Francia, Germania e Gran Bretagna, nell’esprimere il “profondo rammarico” dell’Europa per il ripristino delle sanzioni statunitensi nei confronti dell’Iran.

Anche nell’escalation provocatorio e conflittuale tra la Russia e l’Ucraina ecco l’asse franco-tedesco che si rende disponibile a fare da mediatori.

Un’Europa che prima di parla di esercito unico dovrebbe avere una politica estera condivisa, poi sapere cosa dovrebbe fare di una forza militare comune: se porsi in concorrenza con la Nato o farne parte come Ue e non più come singoli paesi.

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Europa: Il futuro delle diseguaglianze

L’insulto e la mancanza di empatia da parte di certi politici diventa sempre più evidente con le continue “lezioncine” di Macron, come nel caso dell’arrogante risposta con la quale stigmatizzava l’affermazione del giovane disoccupato che non riusciva ad ottenere alcuna risposta al suo continuo inviare curricula, con un «Je traverse la rue, je vous trouve un emploi».

Al presidente francese gli basta attraversare la strada per trovare lavoro ed accusare i francesi di essere refrattari ai cambiamenti, al non voler trasferirsi, ma due articoli sui giornali statunitensi mostrano come il problema non è il trovare un posto di lavoro dopo il crollo della Lehman Brothers, ma avere un giusto compenso per poter vivere.

Nell’articolo “Americans Want to Believe Jobs Are the Solution to Poverty. They’re Not.” del NYT, la soluzione alla povertà non è avere un lavoro, come viene ribadito dal Time con I Work 3 Jobs And Donate Blood Plasma to Pay the Bills.’ This Is What It’s Like to Be a Teacher in America.

C’è chi insegna e poi si barcamena tra metal detector e visite guidate per poter non solo pagare le bollette, ma avere una vita dignitosa. Certe volte non basta e si sceglie di “donare” il sangue o magari vendere i propri vestiti. Questa è la “middle class” della provincia statunitense “fortunata” e poi ci sono gli indigenti, quelli che vivono, secondo l’Istituto nazionale di statistica e studi economici (Insee) francese, 13 anni meno dei ricchi, al maschile, i quali potendo vantare un tenore di vita medio di 5.800 euro al mese, possono ambire a restare in vita quasi 84 anni, mentre è probabile che chi ha 470 euro al mese non riesca ad arrivare al 72esimo compleanno.

In Russia le aspettative di vita scendono a 64 anni per gli uomini, mentre in Italia e in Spagna è intorno agli 80/84 anni senza essere benestanti, ma la qualità della vita non è comunque delle migliori.

Gli anni ‘70 con i suoi conflitti hanno portato una rinascita culturale ed economica che negli anni ‘80 è ‘90 si è consolidata tanto da far pensare che nel futuro poteva solo andar meglio, ma l’incapacità del centro destra nel gestire l’euro ha portato all’impoverimento di gran parte degli italiani, che solo ora sembravano di intravedere un lumicino, ma è stata presentata la “manovra popolo” che alcuni hanno voluto ribattezzare “manovra contro il popolo”, perché è manovra in deficit che può spaventare i mercati. Una manovra ispirata dalla Francia, senza voler contare che la situazione francese è ben diversa da quella italiana.

La Francia conta un Pil in rapporto con il debito pubblico pari al 96,4 , mentre l’Italia ha il 130%, poi ci sono altri fattori sommati di esposizione, ma in definitiva la Francia offre maggiori garanzie dell’Italia per gli investimenti/prestiti finanziari, pertanto è un rischio per gli italiani affidarsi ad una manovra in deficit per puntare alla crescita: immettere maggiore denaro non è una garanzia che poi circoli, perché si tagliano le tasse avvantaggiando però la fascia alta della società che è minoritaria nella popolazione.

Macron, nel tentativo di confutare l’appellativo di “presidente dei ricchi”, vuol varare un investimento di 8 miliardi in quattro anni, mentre il connubio pentastellato leghista vuol farsi amici tutti con il “reddito di cittadinanza” che dovrà essere modulato con dei controlli per renderlo inaccessibile agli “indigenti” dell’economia sommersa, del lavoro in nero, da una parte e dall’ altra con la Flat tax per rendere i facoltosi più ricchi, mentre chi non dovrebbe avere dei vantaggi è la fascia sociale media, quella più numerosa e che si troverà nel bel mezzo di una crescente disuguaglianza, fomentata dall’indebitamento.

Una disuguaglianza, quella italiana, che non si limita nel evidenziare la disparità tra gruppi sociali, ma anche tra le diverse aree geografiche. Una povertà che il Rapporto Caritas 2018 sentenzia in crescita, nel meridione tra gli italiani nel nord tra gli stranieri.

La mancanza di empatia, mascherata da un menzognero interesse per alcuni a discapito di altri, sembra la sigla distintiva della politica interessata a raccogliere consensi da un elettorato che ha dimenticato o non ha ancora scoperto che può avere una sua opinione e non è necessario accodarsi a chi grida e spaccia le sue decisioni per scelte popolari.

Si agita lo spauracchio di complotti “demo-pluto-giudaico-massonici” di tragica memoria, prendendosela con i tecnocrati di Bruxelles, con l’Unione europea incompiuta e con Soros, quando un governo pentastellato leghista si prepara a condonare, sotto mentite spoglie, i miliardi dovuti allo Stato.

Poi ci sono le scelte temerarie che hanno portato lo Stato a scommettere sui derivati per ridurre il deficit, creando una lacuna, tra il 2006 e il 2016, nei conti pubblici per quasi 24 miliardi di euro, ponendo la manovra all’attenzione della Corte dei Conti.

Il pentaleghismo parla di un complotto dilagante che coinvolge anche la Banca centrale europea, il Fondo monetario internazionale e le agenzie di rating: l’Italia contro tutti questi miscredenti.

Orban ha usato Soros come “nemico”, ora anche i leghisti ne vorrebbero trarre vantaggio nell’additarlo come un capitalista impegnato nella solidarietà e di origine ebrea, d’altronde anche Trump ha imputato a Soros l’organizzazione delle manifestazioni contro la nomina di Brett Kavanaugh alla Corte Suprema.

Anche il NYT potrebbe, se riescono a leggere almeno solo il titolo dell’articolo, rientrare tra chi complotta contro l’Italia “Why Italy Could Be the Epicenter of the Next Financial Crisis” (Perché l’Italia potrebbe essere l’epicentro della prossima crisi finanziaria), mentre The Economist amplia il panorama della prossima recessione con “The next recession”, coinvolgendo Trump e la sua guerra commerciale.

Christine Lagarde, direttore generale del Fondo monetario internazionale, oltre a rinnovare l’ammonimento sul prepararsi ad una nuova crisi ed a ricordare all’Italia che come membro della Ue è tenuta a rispettare le regole, pone l’accento sulla necessità di affrontare le crescenti diseguaglianze dei redditi e delle ricchezze non con delle politiche nazionali, come dimostrano i condoni italiani mescolati a redditi di cittadinanza, ma con uno sforzo comune a livello internazionale.

I vari governanti annuiscono alle affermazioni di Christine Lagarde, per molti una moderna Cassandra, ma continuano nello sport nazionale di ottenere un prestito senza rendersi conto che si perde un po’ della propria sovranità e chi ha elargito vuol proteggere comunque i suoi investimenti.

Il ministro francese degli affari europei Nathalie Loiseau, in un’intervista al quotidiano francese Le Monde (Budget italien: la ministre des affaires européennes française conteste l’argument démocratique invoqué par Rom), ammette le « trasgressioni” della Francia, ma ritiene anche difficile per l’Italia riuscire a coniugare le richieste degli elettori della Lega Nord e del Movimento a 5 stelle, tra la flat tax e l’amnistia fiscale con il reddito di cittadinanza e la riforma delle pensioni.

Al coro dei preoccupati per lo spread si aggiunge anche Draghi, governatore della Banca centrale europea, aggiungendo che non ha la “Cristal bowl” la sfera di cristallo per predire il futuro, ma la Bce non è stata istituita per finanziare i deficit nazionali. Uno spread sui 300 punti solo perché i governanti italiani non riescono a convincere l’Europa nella volontà dell’Italia di rimanere nella Ue e nell’eurozona

È difficile prendere sul serio chi proclama di voler rimanere nell’Unione quando dichiara di non rispettare le sue regole e c’è anche chi prospetta, visto il consolidato risparmio italiano, un “autofinanziamento”.

L’Italia gioca sulla scadenza dei vari commissari europei, con le elezioni, e la Ue cerca di procrastinare ogni decisione punitiva per non fomentare umori antieuropeistici.

I due si studiano, aspettando le elezioni europee di primavera, a spese di quegli italiani che hanno qualcosa da perdere senza saperlo.

L’Italia è lasciata sola, in questa battaglia, anche dagli altri paesi che proclamano l’euroscetticismo, ma che gridano il rispetto delle regole.

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Qualcosa di più:
Europa che si emancipa
L’Europa in cerca di una nuova anima
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Migrazioni, cooperazione Ue-Libia | L’ipocrisia sovranazionale
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Migrazione in Ue: il balzello pagato dall’Occidente
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L’Europa e la russomania
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Europa e Migrazione: un mini-Schengen tedesco
Europa: cade il velo dell’ipocrisia
Europa: i nemici dell’Unione
Europa: la confusione e l’inganno della Ue
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Un’altra primavera in Europa

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La Cultura nel dialogo tra i popoli

La cultura è stata sempre un ottimo biglietto da visita dell’Italia e l’iniziativa itinerante, Classic Reloaded. Mediterranea, intrapresa dal MAXXI (Museo nazionale delle arti del XXI secolo ) di Roma, sul legame tra tradizione classica e ricerca artistica contemporanea, è coraggiosa nel proporre le opere non tanto di Gino De Dominicis o Mimmo Jodice, ma quelle di Maurizio Cattelan e Luigi Ontani che dopo Villa Audi (Mosaic Museum) di Beirut (Libano), viene allestita in novembre al Museo Nazionale del Bardo di Tunisi, luogo del drammatico attacco terrorista di tre anni fa.

L’iniziativa vuole rappresentare, attraverso 20 opere di 13 artisti italiani dalla Collezione del MAXXI in relazione agli spazi e alle opere dei Villa Audi e del Bardo, la cultura del “mare che sta tra le terre”, quella autonomia culturale ma nello stesso tempo apertura all’altro, coesistenza tra popoli, rapporto tra locale e globale, che da sempre caratterizza le nazioni del Mediterraneo.

Le opere dialogano, a Beirut, con gli splendidi mosaici romani del II-VI secolo d.C. di Villa Audi e, a Tunisi, con le architetture e le decorazioni ornamentali del Petit Palais, al Museo Bardo.

Gli artisti in mostra: Salvatore Arancio, Maurizio Cattelan, Enzo Cucchi, Gino De Dominicis, Bruna Esposito, Flavio Favelli, Mimmo Jodice, Sabrina Mezzaqui, Liliana Moro, Luigi Ontani, Pietro Ruffo, Remo Salvadori, Luca Trevisani.

A ottobre, in concomitanza con la XIV edizione della Giornata del Contemporaneo, è stata proposta per la prima volta l’Italian Contemporary Art, coinvolgendo un’ottantina tra Ambasciate, Consolati e Istituti Italiani di Cultura che hanno organizzato dibattiti e mostre incentrate sul tema della cultura artistica contemporanea, cercando di porre in evidenza non solo artisti e opere, ma produttori, curatori, allestitori, direttori di musei, critici, riviste e libri d’arte.

L’iniziativa ha visto anche la collaborazione della Società Dante Alighieri che può contare su numerosi luoghi preposti più alla promozione della lingua italiana che dell’immagine.

Della cultura italiana, in generale, e della lingua in particolare è il tema del progetto Limes che l’Istituto Dante Alighieri di Tripoli ha finanziato per essere implementato dalla Ong Terre des Hommes Italia in Libano, con il gruppo Scout Palestinese “Al Qadisieh” e Al Mobader Association nel campo Palestinese di Beddawi, nel nord del paese, per realizzare attività ludico-educative (quali musica e teatro in lingua) finalizzate all’introduzione della lingua Italiana per 50 bambini rifugiati del campo.

L’iniziativa, come supporto linguistico e introduzione alla lingua italiana, è finalizzata a promuovere la pace e portare la speranza con la lingua e la cultura italiane ai più piccoli (da 10 a 13 anni), agli indifesi e a tutti coloro che futuro non hanno.

Il progetto Limes, iniziato a giugno 2018 e che proseguirà fino a fine dicembre 2018, è stata anche l’occasione per varare la convenzione tra il Ministero della Difesa e la Società Dante Alighieri per inaugurare la Biblioteca della Pace con la donazione di mille libri in lingua italiana al contingente di pace UNIFIL di stanza a Shamaa (Tiro).

La promozione e la valorizzazione della lingua italiana trova un valido strumento nella Giornata ProGrammatica, inserita nella XVIII settimana della Lingua italiana nel Mondo, si rivolge non solo alle realtà italofone (Città del Vaticano, Repubblica di San Marino, Svizzera italiana e allo stato senza terra del Sovrano militare ordine di Malta), ma anche alle Comunità Radiotelevisiva Italofona (CRI) che riunisce le principali radio in lingua italiana all’estero, e inoltre alle numerose nazioni interessate alla cultura e alla lingua italiana (Albania, Bulgaria, Croazia, Francia, Macedonia, Malta, Montenegro, Monaco, Serbia, Slovenia, Argentina, Australia, Brasile, Canada, Crimea, Giappone, Guatemala, Somalia, Stati Uniti, Tunisia, Uruguay, Venezuela), dove la Società Dante Alighieri svolge, con le sue numerosi sedi, una preziosa missione sin dal 1889.

Sono oltre 5 milioni gli italiani residenti all’estero (+20% rispetto al 2012), secondo i dati del Ministero degli affari esteri e come si rileva anche dal Rapporto 2018 “Italiani nel mondo” della Fondazione Migrantes. Oltre a ribadire la inarrestabile partenza dei giovani, si aggiunge anche la presenza di adulti per cercare un lavoro e degli anziani per trovare un luogo dove poter vivere con gli assegni pensionistici insufficienti per risiedere in Italia.

In Argentina sono stati censiti 948mila italiani, in Germania sono 787 e in Svizzera 631, mentre nel Regno unito sono 315mila gli italiani registrati all’Aire (Anagrafe Italiani residenti all’estero).

Con queste prospettive migratorie italiane il ruolo che gli Istituti italiani di cultura e le sedi della Società Dante Alighieri svolgeranno sarà sempre più impegnativo e decisivo non solo nel promuovere la cultura, ma per tenere i contatti con i connazionali.

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Qualcosa di più:

Dopo la fuga dei cervelli è la volta dei pensionati
http://www.agoravox.it/Dopo-la-fuga-dei-cervelli-e-la.html

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Europa che si emancipa

L’Europa esiste, nonostante le minacce dei sovranisti leghisti e dei nazionalismi di Visegrád, forse non per essere una grande nazione, ma sicuramente come una forte confederazione, se riuscirà ad unificare le strategie economiche e la politica estera, trovando in un esercito europeo una forte coesione.

Come una forte coesione darebbe un Servizio civile europeo che possa offrire alle nuove generazioni delle occasioni non solo di essere coinvolte in attività sociali, ma anche di studio e conoscenza in qualsiasi paese dell’Unione.

Nella prospettiva delle Elezioni europee solo un’Unione che integri e che riesca a coinvolgere tutti i paesi aderenti sarebbe l’unico argine agli egoismi dei capi banda capaci solo di additare nemici. Gli appelli ad un fronte anti populista come quello lanciato da Massimo Cacciari può aprire ad un impegno militante degli intellettuali, se mai ha avuto senso questo vocabolo da trent’anni a questa parte.

La chiamata alle “armi” contro le destre sovraniste o nazionaliste che siano non ha prodotto risultati clamorosi, escludendo le parole di consenso di alcuni politici, come il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, per dare vita a un “campo largo”.

Walter Veltroni non si limita a ribadire la necessità di un dibattito sulla costruzione dell’alternativa, ma di distinguere il populismo da questa destra estrema che non si limita ad evocare una società chiusa, ma sbeffeggia il pensiero degli altri e lo demonizza, oltre a mettere in discussione il valore della democrazia rappresentativa, scagliando i propri anatemi contro il “nemico” di turno.

Nel 2015 una serie di intellettuali (Roberto Castaldi, Edmond Alphandery, Enrique Baron Crespo, Franco Bassanini, Vitor Bento, Lorenzo Bini Smaghi, John Bruton, Carlos Closa, Anna Diamantopoulou, Sergio Fabbrini, Franco Gallo, Anthony Giddens, Daniel Innerarity), avevano firmato un appello agli organi dell’Unione europea per integrazione bancaria fiscale economica politica, ma rimase inascoltato.

Anche altri politici hanno espresso la volontà di costruire un cosiddetto “campo largo” che comprenda la sinistra e il centro sinistra, ma è necessario impegnarsi perché manca meno di un anno alle prossime consultazioni europee e non è stato scandito a chiare lettere come dovrebbe essere questa Europa unita.

Sappiamo che dovrà essere ospitale e solidale, ma non basta per mettere d’accordo centinaia di milioni di persone, in gran parte interessate a sapere cosa ci guadagnano concretamente e non filosoficamente. Se si esclude l’impegno europeista di Emma Bonino, con la sua +Europa https://piueuropa.eu/, che si può sintetizzare con l’obiettivo di realizzare gli Stati uniti d’Europa, nessun altro europeista ha contribuito all’Europa dalle molteplici culture.

Gli Stati uniti d’Europa strutturati con un’unica politica economica ed estera, oltre alla difesa integrata, non avrà bisogno di tutori o padrini e l’ultimato di Trump a tutte le nazioni che intendono continuare a fare business con l’Iran potrebbe essere l’occasione per l’Europa di affrancarsi dai capricci statunitensi tronfi e obesi che non possono continuare a mangiare all’infinito: forse è tempo di mettersi a dieta.

In un’epoca dove gli schieramenti sono fluidi, le alleanze variabili e i fronti indefiniti, l’Europa deve contare su sé stessa per una globalizzazione prima di tutto interna che si rapporti concretamente alle realtà locali.

Gianīs Varoufakīs, economista e ministro delle finanze nel primo governo Tsipras, nel 2016 ha lanciato il Democracy in Europe Movement 2025, un movimento politico paneuropeo che cerca di sensibilizzare, criticamente, all’europeismo.

La voglia di Europa si esprime in vari modi ad esempio con Europeana, un sito web inaugurato nel 2008 e cofinanziato dall’Unione europea, che non si limita ad essere un accesso, anche se macchinoso, al patrimonio bibliotecario diverse istituzioni dei paesi membri, ma anche alle opere d’arte e di argomenti storici.

Europeana, nel primo giorno, non resse i 10 milioni di utenti e venne riproposta nel gennaio del 2009 con, inizialmente, più di metà dei contenuti forniti dalla Francia, in gran parte della il 10% dalla Gran Bretagna, l’1,4% dalla Spagna e l’1% dalla Germania.

L’Italia è presente con il portale nazionale CulturaItalia e la Francia con Bibliothèque nationale de France e la Germania, dal 2012, contribuisce con Deutsche Digitale Bibliothek.

Non può essere un Europa dei volontari vuoi in ambito migratorio e ora anche per l’utilizzo dell’ora solare o legale e magari scegliere a quale fuso orario aderire. Non è così che si realizza il sogno di Ventotene di un’Unione europea.

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Ingoiare rospi gialli e verdi

L’accordo governativo, nonostante i continui scricchiolii, regge solo per il fatto che i pupari hanno un pupo da manovrare come il portavoce di due caratteristi d’avanspettacolo per uno spettacolo di ventriloquio.

Il pupo cerca di far andare d’accordo il giallo con il verde che è diventato blu, verde padano indipendentista con il blu sovranista più che nazionalista, ma i punti di attrito spaziano dalla gestione migratoria alla privatizzazione/nazionalizzazione e ora anche sulla revoca dei fondi alle scuole paritarie.

Sembra una gara per chi riesce ad ingoiare il maggior numero di rospi nella compagine giallo/verde per poi rimanere sulle poltrone e dimostrare quale visione del paese è migliore.

C’è chi grida e chi annuisce, ma anche chi fa il mimo in attesa di una pausa per parlare nel bailamme mentale in cui tale accordo ha fatto piombare l’Italia.

L’inizio ha visto un pareggio con i pentastellati che accettano un’alleanza con i leghisti fiancheggiatori di Berlusconi, mentre i leghisti hanno preso le distanze da Forza Italia.

Poi sono venute le controversie sulla flat tax e il reddito di cittadinanza, tanto che il ministro dell’economia più di una volta si è trovato a fare dei distinguo e frenare sull’attuazione di entrambe le proposte finanziarie e soprattutto lasciando operante il reddito di inclusione, criticato dal M5S e fortemente voluto dai governi Renzi e Gentiloni.

Anche il taglio delle pensioni d’oro è causa di attriti tra conviventi di governo, con la Lega che vuole alzare la soglia e Di Maio non intende fare marcia indietro per sostenere l’occupazione giovanile.

Sulla situazione migratoria i leghisti si presentano monolitici sull’imporre un blocco dei porti alle navi con naufraghi. Un blocco che coinvolge anche navi dello Stato italiano, come insegna il caso del pattugliatore della Guardia costiera Diciotti, arrivando a tenere segregate 177 persone per cinque giorni. I leghisti sono intransigenti, mentre i pentastellati sono su posizioni dialoganti, nonostante le minacce del loro responsabile politico e vice primo ministro verso l’Unione europea.

I leghisti hanno uno strano concetto di sovranismo se impediscono l’attracco in un porto italiano ad una nave della marina militare italiana perché ha salvato delle persone in balia del Mediterraneo.

Leghisti e pentastellati sembrano avere come unico bersaglio l’Unione europea e non i paesi che si oppongono alla ridistribuzione dei migranti e al superamento del Trattato di Dublino.

Una comunanza nel trovare la Ue il nemico dell’Italia che per i pentastellati non significa allearsi con l’Ungheria di Orban.

Dopo il crollo del ponte Morandi, a Genova, si riaccende lo scontro tra la visione leghista e quella pentastellata sulle nazionalizzazioni e le privatizzazioni. È a tale proposito che il prof. Carlo Maria Bellei, delll’Università degli Studi di Urbino, si “permette di chiarire al v. premier Di Maio, vista la “perplessità” pentastellata nel riscontrare l’apertura leghiste alla Società Autostrade, l’incompiuta storia delle concessioni, con una lettera aperta, e con la scelta centrodestra, Lega compresa, di eliminare nel 2008 tutti i vincoli dalla concessione ad Autostrade posti dal secondo governo Prodi.

Non ultima è la scelta di rivedere il finanziamento delle scuole paritarie, nella volontà del ministro pentastellato della pubblica istruzione di garantire il rispetto della legge sulla parità scolastica, oltre all’altalenante posizione sui vaccini.

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La fluidità di un Movimento
gennaio 2017

Il Grillo visto da Greblo
dicembre 2014

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