Tutti gli articoli di Luigi M. Bruno

Nell’Era del CoronaVirus non diminuiranno i maleducati

CamScanner 04-28-2020 07.42.48

Lorenzo Canova, su Fb, pone il quesito se “Nel mondo dell’arte, e della cultura in generale, andrà ancora di moda fare gli stronzi e i maleducati per sembrare più fighi?”, con quattro possibili risposte.

Stando allo sproloquio imbastito da Filippo Facci, su Twitter, contro Selvaggia Lucarelli, è facile, profetizzare pessimisticamente, che certa umanità continuerà a ribollire di astiosità, ma chiederselo è umano.

Quindi mi chiedo e ci si chiede: perché poi questa moda, usanza, abitudine o come vogliate chiamarla di usare in ambito critico ed esplicativo questo linguaggio da adolescenziale in ritardo? Per sembrare “più fighi” come si enuncia? … Non è questione di esser puri e depurati posando a ridicoli e anestetizzati accademici, si può far satira anche feroce e colpire a fondo, se si vuole, usando l’arma del fine umorismo, ci sono molti modi per ridicolizzare un dilettante presuntuoso o un avventuriero cialtrone… Certo, non possiamo essere tutti Oscar Wilde o Mark Twain, ma senza andar troppo lontano abbiamo avuto in casa nostra penne argute e dissacranti senza l’abuso di ciarpame maleodorante: Marcello Marchesi, Alberto Arbasino, Achille Campanile, Savinio ed altri.

Vi basta?

In definitiva il punto non è che sia necessario scrivere in punta di forchetta come Baldassar Castiglione nè buttarla giù grassa come un Aretino … si può trovare la formula giusta dosando ironia, gusto, equilibrio, sempre sostenuti ovviamente da una base culturale solida e sicura.

Credo che in definitiva sia questa la risposta … e invece si pensa che gridando più forte e sbandierando loquacità da “vaiasse” (serve di infimo ordine in napoletano più educatamente “collaboratrici domestiche”) gli altri ci possano prendere sul serio.

È sempre il dilemma antico che l’urlo da caporal maggiore, anche dicendo fesserie, sia più fruttuoso dell’intelligente risposta magari detta sottovoce.

In fondo è sempre di moda l’esempio del dittatore al balcone: non conta il senso di quel che si dice ma la forza in decibel di quello che urli alla folla.

Così la gente comune tende ad ascoltare e rispettare l’urlatore (“lui sì che si sa far valere!”) e a prendere sottogamba chi usa toni moderati pur criticando efficacemente.

Se si vuol dire, storicamente, l’uso della “parolaccia” per condire il proprio pensiero, fu introdotta per la prima volta dal grande Cesare Zavattini, ahimè pur fine intellettuale ed umorista, che durante una trasmissione in radio, travolto dalla sua passionalità romagnola (o emiliana?), eruppe in un travolgente “cazzo!” … Dopo anni di genuflessa ipocrisia democristiana si applaudì all’efficacia verbale e disinibita dello scrittore.

Da allora e fino ad oggi e chissà per quanto ancora si usa e si abusa a destra e a sinistra del pepe simile e anche peggio del trionfale sostantivo zavattiniano … Dobbiamo dunque rimpiangere la malsana bigotteria e le genuflessioni democristiane? Penso proprio di no.

Perdoniamo volentieri al grande scrittore di aver aperto questo maleodorante vaso di pandora e pensiamo, speriamo, confidiamo, in un futuro ritorno al buon gusto, la misura e “l’humour” a cui ci avevano abituato ben altri maestri.

Mino Maccari Irridente giovenale

Rievocando la “storia” del pittore satirico Maccari, irridente Giovenale, annusando e centellinando le sue vignette umoristiche, i suoi schizzi, i suoi appunti e i suoi rapidi bozzetti, le pagine ingiallite delle sue gloriose riviste di “Strapaese”, guardando le vecchie foto di quei ragazzacci di tanti anni fà, torno a respirare una ventata di quell’Italia irrimediabilmente perduta, di quella generazione ricca di arguta, sapida intelligenza, rumorosa della sua spavalda giovinezza, trafelata, contraddittoria, esaltante, viva, fiduciosa.

Quelle due o tre generazioni che incendiarono l’Europa nei primi trent’anni del ‘900, coi loro colletti inamidati, le loro ghette, i loro ciuffi impomatati: commuove un pò vedere riaffacciarsi quei giorni come una mitica epopea in cui giovinezza, ardore di idee, fantasia vivevano sanguigne e pronte, semplici e coraggiose. Vedere quei giorni che rispuntano attraverso la cornice sbiadita di struggenti fotografie dove volti di crudeli burloni raccontano di antichi scherzi, di giochi e di amori, tratti di penna e improvvisi soggetti che oggi guardiamo sotto il vetro d’una teca, tenere mummie della nostra cultura appena di ieri e appassita dentro i riflessivi sarcofagi dei nostri libri e delle nostre colte e rispettabili retrospettive.

Maccari fù di rapidi tratti e di tagliente battuta, umor sanguigno di toscanaccio nobilitato dal parigino umorismo, abbeverato agli atroci grotteschi espressionisti, un pò “naif” e un pò macchiaiolo, graffiante epigrammatico, ovunque e dovunque pronto alla beffa o al gioco verbale, col suo lucido rasoio intinto di colori crudi, prendendo in giro la pittura celebrativa e accademica, i gerarchi, i salotti, gli artisti in feluca, non risparmiando pizzicotti e affettuose gomitate neanche ai suoi amici (e a sé stesso).

Ora parlare del valore intrinseco, del peso specifico, estetico, del pittore Maccari è secondo me secondario rispetto agli umori di un costume nostro, colto e irriverente, che ha influenzato i migliori anni del nostro paese. Non perché Maccari sia un pittore trascurabile, tutt’altro. Sfatando e negando il solito limite che gli si affibbia di straordinario caricaturista, si ritrova in lui l’ascendenza diretta dei bozzetti macchiaioli intrisi d’aria e di luce, ma anche l’eredità feroce e pungente dei Grosz, dei Beckmann, dei Dix, ma non solo.

Maccari fu una specie di iridescente magnete, di tutto s’incuriosì: pastosità barocche alla Scipione, grigiore di postriboli da “scuola romana”, classicità dechirichiane, furori picassiani, sensualità da artista maledetto, per restituirci poi la grottesca commedia tutta sua di un’Italia, di un costume che ancora oggi graffia e convince.

Forse le nostre stesse facce coi nostri malumori e le nostre ipocrisie, che oggi aguzzano e sorridono ai suoi “balletti” surreali (generali impettiti e coglioni, aridi intellettuali, rispettabili puttane, corrotti e corruttori) fanno già parte di un altro girotondo di maschere, di un’altra filastrocca di personaggi ridicoli e patetici, materia per un altro Maccari, e non ce ne accorgiamo.

Libertà e Tradimenti: Ieri come Oggi

….63 anni fa si consumava il terribile ed eroico sacrificio dei patrioti ungheresi in lotta contro l’oppressione sovietica.. Imre Nagy,il presidente ungherese dissidente lanciando il suo ultimo drammatico appello ai paesi occidentali fu abbandonato insieme alla sua gente ai carri armati russi.

Al solito l’intellighenzia comunista italiana appoggiò l’intervento sovietico (tranne il dissenso di Di Vittorio) tacciando di borghese revisionismo il desiderio di libertà e democrazia del popolo ungherese.

Molti intellettuali in Italia come in Europa si dissociarono dalle direttive del partito.

Ma Budapest e l’Ungheria fu abbandonata alla sanguinosa purga del Cremlino: operai,ragazzi,studenti,semplici cittadini resistettero fino all’ultimo,fucili contro carri armati! Il KGB arrestò e mandò a morte tutti i dissidenti,il presidente Nagy fu imprigionato e impiccato come un comune criminale…

Ricordiamo i ragazzi ungheresi del ’56 e tutti quelli che hanno combattuto ieri come domani, ovunque nel mondo, in nome della libertà e della dignità dell’uomo.

Censura e Censurati

Nuovo documento 2019-08-26 12.18.10

Già da molti anni mi chiedo se non sarebbe se non salutare addirittura drammaticamente necessaria una qualche censura, certamente illuminata e responsabile, che facesse da argine all’alluvione di “fiction” film e documenti che in qualche modo illustrano in modo perlomeno ambiguo il tetro panorama delle disumane depravazioni che,ahimè, inquinano a mio parere, possono o potrebbero inquinare menti deboli o frustrate o già predisposte alla crudeltà.

Non dico che si esalta o si eroicizza in questi filmati lo stupratore o il killer seriale, ma con lo spirito di un guasto appetito si analizza, anatomizza, si penetra nel tunnel dell’orrore con una ostinazione per dettagli e moventi del perverso “dark”, che non può essere giustificato né come studio psicologico della deviazione né come atto di denuncia e di condanna. o meglio, l’intento di condanna dell’abominio nel seguito dell’esposizione narrativa diventa un rovistare nel sudiciume delle oscure profondità che in fin dei conti, nascosto dalle migliori intenzioni, rischia di tradursi in una perversa ammirazione per il diabolico “eroe” solitario.

Temo piuttosto che questo eccesso di produzione “nera” non sia altro che il commercio di una aberrante “offerta” per una “domanda” che in qualche modo, cosciente o meno, il pubblico o “certo” pubblico chiede. Incoraggiare queste tendenze oscure in una società già in qualche modo alienata da fini e modi di una giusta, naturale etica, può volente o nolente ispirare individui già mentalmente predisposti al delitto, o quanto meno incentivare certa inconfessata morbosità piuttosto dilagante.

Qui non si vuole limitare né la creatività né la libertà d’espressione, ma forse molti “addetti ai lavori” della diffusione visiva dovrebbero finalmente capire quanto grande e gravosa è la loro responsabilità divulgativa nell’indulgere spesso eccessivo e deviante nei confronti del “mostro” e delle sue “mostruosità” che forse altro non sono che i frutti disgustosi di una umanità già malata da tempo.

Critici e salme

Credo che l’opportunità di scandalizzarsi, oggi come oggi, coi nefasti e le ordinarie follie, sia cosa che sa di malsane antichità borghesi. Chi si “scandalizza” tradisce sempre un preteso perbenismo che francamente, a torto o a ragione, sa di buffo “demodé”. Quindi non dirò di essermi scandalizzato per lo scherno e il dileggio indirizzato dal pur autorevole storico dell’Arte Tomaso Montanari alla salma ancor tiepida di Zeffirelli.

Allora dissi (sui cosiddetti “social”) che pur a buona ragione fosse criticabilissima la presunta arte del regista, fosse a dir poco inelegante appioppare epiteti derisori al defunto. Io stesso mi sentìi di ribadire quanto “corriva ed edonistica” fosse la creatività zeffirelliana, “priva di effettiva e profonda qualità espressiva” (mi cito a memoria). Tutto questo per dire che la libertà critica, sopratutto di uno “specialista” ben accreditato, fosse sempre doverosa pur se spietata, anche nell’occasione di plateali funerali quasi di Stato (sicuramente esagerati).

Del resto l’acrèdine del Montanari nei confronti del regista/scenografo toscano ha parecchi antecedenti : leggo (su La Repubblica del 17 Marzo 2017): “Personalmente credo che il suo posto nei libri di Storia dello Spettacolo sarà modesto, certo assai più modesto di quanto pensi lui stesso…”. Ecco, così va già meglio, un pò di ironia, una punta di humour, il necessario distacco… è la misura giusta.

Un encomiabile distacco sopratutto nei confronti di uno Zeffirelli già molto anziano, ma ancora riverito, omaggiato, e per dirla tutta ancor “potente” sui “media” e nell’acquisizione corrente delle masse. È per questo che sorprende ( rinuncio alla parola “scandalizza”) l’infierire pur grossolano sul defunto “maestro”. Noi critici, (scusate, nel mio piccolo mi ci metto anch’io..) abbiamo un dovere fondamentale: criticare sì, ma con le giuste argomentazioni e con gli strumenti pur impietosi del nostro mestiere; approfondire e motivare tutti i “come” e i “perché” inerenti all’argomento.

Il pubblico, quello più serio e attento, pretende questo da noi. L’irrisione e la beffa, se non la “parolaccia”, lasciamola ai frequentatori ossessivi dei “social”. Per chi sa “vedere” non c’è niente di meglio che riuscire a far “vedere” anche chi ha gli occhi chiusi.

Per gli Zeffirelli di turno (quanti ce ne sono stati! Osannati e poi dimenticati…) è di prammatica la frase: “Il tempo è galantuomo!”… Ma poi lo è veramente? Mi vengono i brividi a sapere quanti grandi e veri artisti muffiscono tristemente negli scantinati della ingiusta memoria collettiva: emergeranno mai al giusto tributo? E qual’è il tempo giusto per un artista?.. . Che domanda!.. Forse anche in questo vige l’impero tirannico della Moda… Pace quindi al preteso maestro Zeffirelli e ai suoi “feuilleton” ben mascherati da pregiate scenografie e… pace in terra ai critici di buona volontà!