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Quanta nostalgia dei mecenati

In un tempo in cui il mecenatismo culturale appare spesso subordinato alla logica dei fondi finanziari più che al gusto personale e all’amore per l’arte, la mostra “Una Regina polacca in Campidoglio” ci riconnette con una stagione storica in cui il sostegno alla cultura era espressione autentica di visione politica, sensibilità estetica e profondo impegno intellettuale.

Oggi, troppo spesso, le scelte di sponsorizzazione culturale si piegano ai calcoli di rendimento e visibilità, rinunciando a quella libertà che ha reso grandi figure come Maria Casimira Sobieska e Cristina di Svezia.

Al centro dell’esposizione c’è Maria Casimira de la Grange d’Arquien, regina consorte di Polonia e vedova di Giovanni III Sobieski, l’eroe della battaglia di Vienna del 1683 contro l’assedio ottomano. Dopo la morte del marito e l’instabilità politica in patria, la regina giunse a Roma nel 1700 per il Giubileo e vi rimase per quasi 15 anni, dando vita a una piccola corte cosmopolita che lasciò un’impronta duratura sulla vita culturale della capitale barocca.

Quella di Maria Casimira è una storia che intreccia Francia, Polonia e Italia, attraversa guerre, diplomazie e passioni artistiche, e si incarna in opere monumentali, lettere, dipinti, spartiti musicali e sculture oggi riuniti per la prima volta in una mostra intima, raffinata e sorprendentemente attuale.

Il confronto con Cristina di Svezia, regina intellettuale e spirito libero, è illuminante. Entrambe, donne regnanti e straniere a Roma, furono protagoniste di un mecenatismo che andava ben oltre la rappresentanza cerimoniale.

Se Cristina trasformò la città nel teatro delle sue ambizioni filosofiche e culturali, accogliendo pensatori, artisti e scienziati, Maria Casimira scelse di incarnare la regalità del sapere attraverso il sostegno alla musica, alla pittura, alla letteratura.

Diverse per temperamento e interessi, condividevano però la convinzione che l’arte fosse un atto politico e personale insieme. Cristina, spregiudicata e modernissima, abdicò per seguire la propria vocazione intellettuale. Maria Casimira, più riservata ma altrettanto determinata, trasformò il proprio esilio in un laboratorio culturale animato da gusto e visione.

Entrambe agirono libere da logiche di consenso, seguendo l’intuito, il cuore e la mente.

La figura della regina emerge non solo come protagonista storica, ma come simbolo di un mecenatismo colto e lungimirante. A Roma fu protettrice di musicisti, pittori, scultori e poeti, offrendo ospitalità, risorse e visibilità.

Nel nostro presente, in cui la cultura è spesso costretta a giustificarsi in termini economici o inserita in strategie di marketing, l’eredità lasciata da Maria Casimira — e prima di lei da Cristina di Svezia — è una lezione preziosa: l’arte vera nasce dalla libertà di chi la sostiene, non dalla prudenza di chi la finanzia.

La mostra riunisce oltre 60 opere, tra dipinti, sculture, documenti, epigrafi e oggetti storici — come l’armatura da ussaro, simbolo dell’eroismo polacco.

Molti pezzi provengono da prestigiose collezioni polacche e italiane, tra cui il Castello Reale di Varsavia, il Museo di Roma, l’Università di Varsavia, la Biblioteca Casanatense e la Dom Polski, e sono esposti per la prima volta al pubblico.

Un momento di particolare suggestione è l’ascolto di musiche ritrovate, composte per la corte sobieschiana e oggi rieseguite da ensemble barocchi grazie alla collaborazione tra musicologi italiani e polacchi.

Questa mostra non è solo un’esposizione storico-artistica: è anche, forse soprattutto, un’occasione di riflessione sul senso del mecenatismo, sulla sua dimensione personale e profondamente umana.

“Una Regina polacca in Campidoglio” racconta un passato che, per contrasto, illumina le criticità del presente: un’epoca in cui la cultura è spesso trattata come prodotto, il mecenatismo come investimento, e la libertà creativa come rischio da contenere.

Passeggiando tra le sale, ci si immerge in un universo in cui l’arte era un gesto di fiducia e appartenenza, un modo per abitare il mondo. Maria Casimira — con il suo raffinato salotto a Palazzetto Zuccari, la protezione discreta agli artisti, la scelta di vivere l’esilio come possibilità creativa — ci ricorda che il vero sostegno all’arte nasce da una dedizione silenziosa, non da un ritorno atteso.

In questo senso, la mostra è anche uno specchio: riflette la nostalgia per quei mecenati autentici che non cercavano consenso, ma offrivano spazio e libertà.

E forse proprio oggi, tra algoritmi, budget e convenienze, è urgente tornare a parlare di coraggio, visione e gusto.

Maria Casimira, regina senza regno, ci insegna che si può essere grandi mecenati anche nel silenzio, lontano dai riflettori, affidandosi al potere trasformativo della bellezza.

A completamento dell’esposizione ai Musei Capitolini, l’Istituto Polacco di Roma ospita una significativa appendice della mostra, intitolata “I Sobieski a Roma”, dedicata alla presenza della famiglia reale polacca nell’Urbe agli inizi del Settecento. Allestita in collaborazione con l’Istituto nazionale del patrimonio culturale polacco all’estero POLONIKA e il Museo del Palazzo di Giovanni III Sobieski “Wilanów”, questa sezione mette in risalto un capitolo affascinante della storia romana: l’arrivo e la permanenza della regina vedova Maria Casimira Sobieska de la Grange d’Arquien e dei suoi figli nella Città Eterna.

Dopo la morte del marito, Giovanni III Sobieski — l’eroe della battaglia di Vienna del 1683 — Maria Casimira lasciò la Polonia nel 1698, ufficialmente per partecipare al Giubileo del 1700. In realtà, il suo fu un esilio diplomatico che la condusse a Roma, dove giunse il 23 marzo 1699 con una corte sfarzosa e cosmopolita. La sua presenza, insieme a quella dei figli, tra cui spicca il principe Alessandro, suscitò grande curiosità tra i romani dell’epoca: cronache, diari e documenti raccontano episodi della loro vita pubblica e privata, non senza accenti scandalistici legati alle eccentricità dei giovani Sobieski.

La figura di Maria Casimira divenne presto centrale nella Roma papalina. La sua residenza al Palazzetto Zuccari divenne un vivace centro di cultura e mondanità, proiettando su Roma un riflesso del prestigio del suo consorte, celebrato come difensore del Papato e della cristianità. L’eco della vittoria di Vienna riecheggiava ancora tra le mura della città, e la presenza della regina contribuiva a tenerne viva la memoria. Non sorprende, quindi, che la famiglia Sobieski sia rimasta impressa nel paesaggio urbano romano: epigrafi, monumenti, dipinti e documenti — disseminati tra San Pietro, i Musei Vaticani, Santa Maria degli Angeli e molti altri luoghi — testimoniano la loro influenza duratura nella città.

L’Istituto Polacco presenta inoltre la mappa “I Sobieski a Roma. Un itinerario nell’Urbe attraverso le testimonianze della famiglia reale polacca”, pubblicata da POLONIKA, una preziosa guida non solo per andare alla scoperta dei luoghi di questa presenza tanto affascinante quanto poco conosciuta, ma anche per conoscere Roma.

Questa appendice non è soltanto un’estensione della mostra, ma un approfondimento che illumina il legame profondo tra Roma e la dinastia Sobieski, offrendo una lettura nuova e suggestiva del cosmopolitismo barocco e del mecenatismo regale nel cuore della cristianità.

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Un itinerario sobiesciano nella città eterna

Il legame tra i Sobieski e Roma si estende oltre le sale espositive, in un itinerario urbano che tocca luoghi emblematici:

•        Palazzetto Zuccari a Trinità dei Monti, sede della corte e salotto artistico della regina

•        Chiesa dei Cappuccini a Via Veneto, con il monumento al principe Alessandro Sobieski

•        Basilica di San Pietro, con il cenotafio di Maria Clementina Sobieska

•        Santa Maria degli Angeli, con la Meridiana Clementina che celebra la vittoria di Vienna

•        San Luigi dei Francesi, dove riposa il padre della regina, Henri de la Grange d’Arquien


Una Regina polacca in Campidoglio. Maria Casimira e la famiglia reale Sobieski a Roma
Sino al 21 settembre 2025

Musei Capitolini, Palazzo Caffarelli e Palazzo Nuovo
Roma

Istituto Polacco di Roma
via V. Colonna, 1
Roma

A cura di: Francesca Ceci, Jerzy Miziołek, Francesca De Caprio
Catalogo: edito da L’Erma di Bretschneider e Università di Varsavia

Con il patrocinio di: Ambasciata di Polonia, Istituto Polacco di Roma, Accademia Polacca delle Scienze a Roma
Organizzazione: Zètema Progetto Cultura


Finalmente riappaiono !!!!!

Come fantasmi provenienti da un remoto passato appaiono nella Villa Caffarelli una novantina di reperti facenti parti della grande Collezione Torlonia. Questa raccolta ha una storia interessante, complessa e talvolta oscura.
I Torlonia, di origine francese, giunsero a Roma nella seconda metà del ‘700 ed esercitarono il commercio e soprattutto l’attività bancaria; questa si rivelò particolarmente lucrosa a fine secolo, durante l’occupazione francese, quando tasse, confische ed estorsioni costrinsero le famiglie nobili romane e i grandi ordini religiosi ricchi di terre, palazzi ed opere d’arte ma non di denaro contante a svendere buona parte del loro patrimonio. Ed i Torlonia che disponevano invece di grande liquidità acquistarono di tutto: titoli nobiliari, tenute, ville ed un gran numero di opere d’arte pittoriche e scultoree; entrarono così in possesso di un cospicuo numero di reperti archeologici romani, ceduti da altre famiglie, e molti altri ne acquisirono promuovendo scavi sistematici nei terreni di loro recente proprietà.
A metà ‘800 avevano la più grande raccolta archeologica privata e costruirono in via della Lungara, vicino a Porta Settimiana, un edificio apposito destinato ad accogliere l’imponente collezione. Nel frattempo i Torlonia si erano inseriti tra la più eletta nobiltà romana acquisendo, nei vari rami, i titoli di Principi di Civitella Cesi, del Fucino, di Poli e Guadagnolo. Il Museo Torlonia non era aperto al pubblico e soltanto studiosi, amici e poche persone selezionate dalla famiglia avevano occasione di visitarlo; tale situazione si protrasse fino agli anni ’60 del XX secolo quando i Torlonia decisero di valorizzare la loro proprietà trasformando il museo in una serie di mini appartamenti di gran pregio.
Il mondo culturale dell’epoca si scatenò in un’epica lotta per impedire il misfatto ma i Torlonia con la complicità o l’ignavia dell’allora Amministrazione Comunale tirarono dritto, effettuarono la trasformazione e celarono la collezione in qualcuna delle loro proprietà. Nella primavera del 1992, presso il Palazzo delle Esposizioni, si tenne una mostra dal titolo “Invisibilia”; erano esposte opere scarsamente visibili perché in depositi o in raccolte private e tra loro appariva una selezione di marmi Torlonia. Nel catalogo poi era presentato un progetto di futura esposizione di parte della collezione in vari piani del Palazzo Giraud Torlonia in via della Conciliazione. A fine mostra i reperti sono tornati nei loro “ascosi recessi” e sui marmi Torlonia è sceso nuovamente l’oblio che ora si dirada con l’apparizione di una novantina di marmi nella mostra a loro dedicata.
Le opere esposte sono bellissime e perfette anche perché in parte provengono dalla raccolta Cavaceppi un abilissimo scultore del tardo ‘700 specializzato nel restauro delle statue romane danneggiate secondo il gusto dell’epoca che prediligeva opere perfette da utilizzare per arredamento di interni e giardini. La mostra è stata organizzata dal Ministero e dal Comune con allestimento a cura di David Chipperfield Architects; i Torlonia con il supporto di Bulgari hanno provveduto al restauro di molte statue. L’esposizione è articolata su cinque sezioni che ripercorrono le vicende storiche che hanno permesso il formarsi della collezione.
Si inizia con il Museo cioè con i primi lotti acquistati ad inizio ‘800 e costituenti il nucleo originario ospitato in via della Lungara, seguono i reperti rinvenuti negli scavi nelle varie proprietà, le statue ottenute con l’acquisto di Villa Albani e della collezione Cavaceppi, l’acquisizione della raccolta dei Principi Giustiniani ed infine opere sparse provenienti da raccolte formatesi nel Rinascimento.
La mostra è conclusa scenograficamente da un tavolo con il piano in porfido antico su cui è esposto il primo esemplare fotografico del catalogo della collezione Torlonia. Grandi sono gli entusiasmi destati dalla mostra ma cosa succederà alla chiusura? Dovremo aspettare altri trenta anni per rivedere qualcosa?


Marmi Torlonia
Dal 14 ottobre 2020 al 29 giugno 2021

Roma
Musei Capitolini


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La carica dei Caravaggeschi

Dopo tre mesi da incubo alcune attività culturali vanno pian piano risvegliandosi ed ai Musei Capitolini è stata presentata la mostra “Il tempo di Caravaggio. Capolavori della collezione di Roberto Longhi”. Si tratta di una cinquantina di dipinti provenienti dalla Fondazione Longhi istituita in memoria del grande studioso d’arte; la Fondazione ha sede in una pregevole villa antica nei dintorni di Firenze ed ospita la collezione di dipinti, la biblioteca e la fototeca.

Il Longhi, nato nel 1890 e morto nel 1970, sin da giovane si distinse nei suoi studi sull’arte ed insegnò in varie università; i suoi interessi spaziarono in varie epoche toccando numerosi artisti dal contemporaneo Morandi agli ottocenteschi Courbet e Renoir. Ma il suo amore si rivolse soprattutto al Caravaggio per il quale organizzò nel 1951 la celebre mostra “Caravaggio e i Caravaggeschi” che valse a riportare l’attenzione degli studiosi e del grande pubblico sul Merisi ed i suoi seguaci.

L ‘arte del XVII secolo fino ai primi del ‘900 era tenuta piuttosto nell’ombra a favore di altri artisti di differenti periodi storici più apprezzati dalla storiografia nazionalista dell’epoca che privilegiava l’arte del Medioevo e del Rinascimento ritenuta più genuinamente italiana. Invece il Longhi aveva interesse per la pittura del seicento in particolare per il Caravaggio e per i tanti artisti che, pur con infinite sfumature, a lui si ispirarono.

La raccolta longhiana iniziò nel 1928 con l’acquisto del dipinto del Caravaggio “ Ragazzo morso dal ramarro” e proseguì per anni acquisendo opere di numerosi pittori, italiani e stranieri, che elaborarono la lezione del grande artista riproponendola anche decenni dopo la sua morte. Per ricordare il cinquantenario della scomparsa del Longhi l’Assessorato e la Sovrintendenza di Roma Capitale con il concorso della Fondazione e l’organizzazione di Zetema e Civita avevano predisposto una mostra che, per i noti eventi, è stata aperta solo il 16 giugno e che espone una cinquantina di pezzi della collezione scelti tra i più significativi in relazione al titolo.

L’esposizione si apre con il famoso “Ragazzo morso dal ramarro” che è stato l’atto di nascita della collezione, seguono alcuni dipinti da autori tardo manieristi che mostrano quale fosse il clima culturale nel quale si formò il giovane Caravaggio, si continua con tele del Saraceni, del Caroselli, del Moncalvo, del Fetti.

I caravaggeschi napoletani sono presenti con opere di Ribera, detto lo Spagnoletto, e di Battistello Caracciolo mentre di stranieri sono i dipinti di Valentin de Boulogne, che espone la splendida “Negazione di Pietro”, dell’Honthorst, del Baburen, dello Storm.

Di grande fascino sono le opere di Viviano Codazzi, di Filippo Napoletano, di Bernardo Strozzi e di altri meno celebri artisti,. Il percorso museale si conclude con quattro tele, due di Mattia Preti e due di Giacinto Brandi operanti decenni dopo la morte di Caravaggio e che mostrano quanto sia rimasto valido il messaggio lasciato dal grande artista.


Il tempo di Caravaggio
Capolavori della collezione di Roberto Longhi
Dal 16 giugno al 20 settembre 2020

Musei Capitolini
Roma

Orario:
tutti i giorni dalle 9,30 alle 19,30

Catalogo:

Matsilio Editori

Informazioni:
tel. +39 060608


Un pittore toscano a Roma

Dal 19 luglio è aperta a Roma, presso i Musei Capitolini, una interessante mostra su Luca Signorelli pittore toscano del Rinascimento. Il Signorelli, che ebbe gran fama soprattutto nella prima parte della sua vita, nacque a Cortona intorno al 1450, sembra che abbia iniziato a lavorare presso la bottega di Piero della Francesca anche se non si ha conoscenza di sue opere anteriori ai primi anni ottanta del ‘400; dopo tale data si hanno i suoi dipinti a Loreto nel Santuario della Santa Casa e nella Sagrestia.
Papa Sisto IV per la grande impresa della Cappella Sistina chiamò a Roma i più celebri pittori della seconda metà del XV secolo e tra loro vi fu anche il Signorelli prima come aiuto del Perugino poi come artista autonomo. Successivamente lavorò a Perugia, Firenze e Volterra riscuotendo grande successo. Nel 1497 fu nel Monastero di Monte Oliveto Maggiore affrescando nel chiostro molti episodi della vita di San Benedetto proseguendo la serie iniziata dal Sodoma.
Nel 1499 fu chiamato ad Orvieto per dipingere, nella Cappella di San Brizio, il grande Giudizio Universale iniziato dal Beato Angelico. Entrò in crisi spirituale per la morte del figlio e, secondo una versione improbabile del Vasari, avrebbe espresso tale stato d’animo nel “ Compianto sul Cristo morto “ a Cortona e poi, forse temendo il confronto con gli artisti della generazione successiva quali Raffaello e Michelangelo, si ritrasse in una dimensione provinciale dipingendo ad Arcevia, nel 1507, un grande polittico di gusto tardo gotico; anche in età avanzata continuò a lavorare producendo nel 1519 l’ultima sua opera nota, ad Arezzo, “ Madonna con Banbino e Santi”.
Morì nel 1523 a Cortona. Ai suoi tempi ebbe grandissima fama anche se suoi critici parlano di grande abilità tecnica ma talvolta di mancanza di stile personale in quanto si sarebbe spesso ispirato ad altri artisti e, per compiacenza verso i committenti, avrebbe dipinto, negli anni della tarda maturità, secondo loro indicazioni.
La mostra “Luca Signorelli e Roma. Oblio e riscoperte” che espone una sessantina di opere, di cui quindici del Signorelli, è promossa da Assessorato, Sovrintendenza e Zetema e curata da Federica Papi e Claudio Parisi Presicce. Non è una antologica sull’artista ma un esame sui rapporti tra Signorelli e la città di Roma dove si recò più volte, alcune documentate altre solo presunte, e lo studio dell’arte antica che lo ispirò in molte sue opere.
L’esposizione è articolata in sette sezioni la prima delle quali si interessa del vero volto dell’artista che non è quello notissimo presentatoci dal Vasari ma quello che si ricava dal Giudizio Universale di Orvieto in cui l’artista si ritrasse con una elegante veste nera ed una folta capigliatura chiara. Seguono un paio di sale dedicate alla Roma di Sisto IV, dotto teologo proveniente dall’ordine francescano, che promosse grandi commissioni artistiche in città tra cui la decorazione della Cappella Sistina. In una sala è esposto la “Spinario” bronzeo di età classica che servì da modello all’artista per inserti nelle sue opere che riproducono corpi in pose statuarie quali “Madonna con Bambino con nudo maschile”, “Martirio di San Sebastiano” e “Battesimo di Cristo”.
Nella quarta sezione sono esposte riproduzioni fotografiche su pannelli retroilluminati degli affreschi che costituiscono i grandiosi dipinti della Cappella di San Brizio che presentano un Giudizio Universale che forse ispirò Michelangelo.
Seguono tre dolcissime immagini di Madonne una delle quali con fondo oro che si identifica nelle fonti con un quadro che l’artista donò ad una figlia. Invano sperò in committenze nella Roma di Giulio II e Leone X ed in un suo scritto il pittore Caporali narra di una cena, nel 1507, a casa del Bramante a cui parteciparono Signorelli, Pinturicchio e Perugino tesi ad aggiudicarsi la decorazione di un nuovo appartamento papale che però non riuscirono ad avere; ormai a Roma erano apparsi Michelangelo e Raffaello con i loro nuovi stili.
Le ultime due sezioni riguardano la fortuna del pittore in pittura e letteratura nei secoli XVIII e XIX ed infine la riscoperta, dal tardo ‘800, dei dipinti dispersi e smembrati del Signorelli finiti sul mercato antiquario, sono esposti la “Flagellazione”, olio su tavola, e “Santo Stefano lapidato” anch’esso sullo stesso supporto. Mostra certo non grande e non completa sull’opera dell’artista ma piacevole a vedersi e di estremo interesse.


Luca Signorelli a Roma
Oblio e riscoperte

Dal 19 luglio al 3 novembre 2019

Musei Capitolini. Palazzo Caffarelli
Roma

Orario:
9,30 / 19,30

Catalogo:
De Luca Editori d’Arte


Roma prima di Roma

RF Mostre Roma prima di Roma 1Una interessante mostra è stata aperta presso i Musei Capitolini con il titolo “La Roma dei Re. Il racconto dell’Archeologia”. In realtà il periodo di tempo preso in esame è più ampio partendo da reperti del X° secolo a.C. fino ad arrivare al VI° secolo, praticamente dall’inizio dell’età del Ferro alla fine dell’epoca dei Re.

Sono quasi 850 pezzi suddivisi in varie sezioni che si articolano in un percorso che, contrariamente al solito, si snoda partendo dai reperti più recenti per arrivare ai più antichi. Nelle prime vetrine vengono presi in esame “Santuari e palazzi nella Roma Regia” con particolare riferimento all’area sacra di S. Omobono e i “riti sepolcrali a Roma tra il 1000 e il 500 a.C.” con esposizione di numerosi corredi tombali rinvenuti nella zona ora occupata dai Fori. Segue “L’abitato più antico: la prima Roma” con un grande e minuzioso plastico della Roma arcaica e poi una vasta panoramica di “Scambi e commerci tra Età del Bronzo ed Età Orientalizzante” con molti reperti rinvenuti in necropoli scavate nell’Esquilino nella prima fase edificatoria dopo il 1870. “Indicatori di ruolo femminile e maschile” e “Oggetti di lusso e di prestigio” continuano ad esporre oggetti in bronzo ed in ceramica generalmente di provenienza funeraria e frutto dell’opera di artigiani locali o di scambi con mercanti etruschi, latini e greci.

Conclude la mostra la sezione “Corredi funerari confusi” che espone reperti dello stesso tipo della cui contestualizzazione poco o nulla si sa, furono scavati in epoca non certissima, in luoghi appena citati senza avere alcuna cura di riportare il tipo di giacitura ed altre notizie utili a studiare l’epoca e la provenienza; sono elementi “muti” da apprezzare solo visivamente. L’esposizione si tiene in Palazzo Caffarelli tranne una sezione ospitata nelle vicinanze dell’imponente basamento del Tempio di Giove Capitolino.

La mostra è stata organizzata dall’Assessorato, dalla Sovraintendenza Capitolina e da Zetema con il concorso del Parco Archeologico del Colosseo, dell’Università la Sapienza e di quelle della Calabria e del Michigan che hanno eseguito scavi archeologici con reperti che in parte sono esposti.

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La Roma dei Re
Il racconto dell’Archeologia
dal 27 luglio 2018 al 27 gennaio 2019

Roma
Musei Capitolini

Orario:
9,30 / 19,30

Ingresso:
gratuito per chi ha acquistato per 5 euro la MIC Card valevole per un anno
info Rel. 060608

Orario
Tutti i giorni 9.30-19.30; la biglietteria chiude un’ora prima
Giorni di chiusura:
25 dicembre, 1 gennaio

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