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L’Olandese torna nel palazzo del Principe

Più precisamente un quadro del pittore olandese Rembrandt, in possesso del Rjikmuseum di Amsterdam, è esposto per alcuni mesi presso la Galleria Nazionale di Arte Antica di Palazzo Corsini dove era stato dal 1737 al 1799 nella collezione dell’omonima famiglia principesca. Rembrandt Harmenszoon van Rjin nacque a Leida nel 1606 e giovanissimo iniziò a frequentare gli studi di buoni pittori della sua città e, poco più che ventenne, aprì una sua bottega che gli procurò ben presto una vasta notorietà; ebbe anche grandi dolori per la morte della moglie e di alcuni figli.

Nel 1631 si trasferì ad Amsterdam  lavorando senza posa e producendo dipinti, spesso firmati, incisioni e disegni  con soggetto mitologico, storico, religioso, biblico  insieme con numerosi fascinosi paesaggi. Negli ultimi anni di vita ebbe problemi economici e dovette vendere la casa e i molti quadri della sua collezione; morì nel 1669.

Contrariamente a parecchi artisti suoi contemporanei non visitò mai l’Italia ma molto si ispirò alla pittura caravaggesca, usò il chiaroscuro, sfruttò effetti di luce ed ombra, utilizzò colori ad olio decisi ottenendo cromatismi di grande spessore. Il quadro esposto è  noto come “l’Autoritratto come San Paolo” ed è uno dei tanti dipinti , di vario soggetto, nei quali l’artista amava autorappresentarsi; l’identificazione con l’Apostolo è dato da un fascio di fogli in mano, le Epistole, da una piccola spada tenuta in grembo e da una poco visibile inferriata rappresentante le prigioni che ospitarono il Santo. E’ dipinto nello stile degli ultimi anni di vita dell’artista con pennellate larghe e pastose, è su fondo scuro e brillante su cui spiccano il chiarore del volto e il bianco del turbante.

La storia  del quadro è lunga e complessa; firmato e datato nel 1661 lo si trova più di trenta anni dopo nell’inventario postumo di un collezionista parigino, in data ignota passò nella collezione del pittore francese Vleughels, direttore dell’Accademia di Francia a Roma e alla sua morte, intorno al 1737, la vedova lo vendette al Cardinale Neri Corsini nipote del Papa Clemente XII. Rimase nel palazzo principesco, esposto nella “Galleria dei quadri”, fino al 1799 quando a Roma arrivarono le truppe francesi di Napoleone che imposero sia al Papa che alle famiglie nobili gravose contribuzioni in denaro. In assenza del Principe Tommaso, che si trovava in Sicilia, il maestro di casa, Ludovico Radice, propose la vendita di alcuni quadri e, nonostante l’opposizione del principe, concordò con un mercante, in cambio di 3.500 scudi, la cessione di 25 dipinti tra i quali il nostro.

l Corsini riuscì a riavere indietro 9 quadri tuttora presenti in Galleria mentre gli altri attraverso mercanti d’arte inglesi andarono all’estero. Il Rembrandt passò per varie mani e diverse collezioni per giungere, nel 1936, ai coniugi de Bruijn che nel 1960 lo donarono al museo che tuttora lo ospita. La mostra espone in una sala il Rembrandt con di fronte il quadro settecentesco del Cardinale Corsini insieme con lo zio Papa, intorno parecchie incisioni dell’artista olandese, per le quali era famoso, provenienti dalla raccolta Corsini ed ora all’Istituto  Centrale per la Grafica; tra loro due molto celebri: “I cento fiorini” e “I tre alberi”.

In una saletta laterale un piccolo quadro con il ritratto del Principe Tommaso Corsini e due  incisioni di inizio ‘800 una delle quali di Charles Turner; una vetrina ospita lettere e documenti, provenienti dall’archivio Corsini, che hanno permesso di ricostruire le tormentate vicende dell’opera.


Rembrandt alla Galleria Corsini
L’Autoritratto come san Paolo

Dal 21 febbraio al 15 giugno 2020

Roma
Galleria Corsini
via della Lungara 10

orario:mercoledì/lunedì 8,30 – 11,90


Robert Morris: Land Art e Minimalismo

A distanza di. circa. 40. anni dalla prima mostra personale. di. Robert Morris tenutasi nel.1980, a cura di Ida Panicelli e dedicata alla. scultura minimal, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea celebra un artista fondamentale per la storia dell’arte contemporanea, maestro del Minimalismo americano di cui è stato uno dei fondatori, della Process Art. e della Land Art, per citare solamente alcune grandi correnti che hanno rappresentato tappe di una. ricerca incredibilmente prolifica e multidirezionale durata una sessantina di anni Monumentum Robert Morris 2015 – 2018 a cura di Saretto Cincinelli è la prima mostra che viene dedicata all’artista dopo la sua morte, avvenuta nel novembre del 2018, ed. espone una serie di opere realizzate da Morris negli ultimi anni della sua attività e mai esposte prima in Europa Sono sculture che richiamano figure umane appartenenti alle due serie MOLTINGSEXOSKELETONSSHROUDS, realizzate in tela belga bagnata in una particolare resina e apposta su modelli per ottenerne la forma, e Boustrophedons, in fibra di carbonio esposte. rispettivamente nel. 2015 e nel 2017 alla. Galleria Castelli di New York.
L’inedita relazione spaziale tra i due. nuclei esposti in questa occasione alla. Galleria Nazionale nasce da. Un progetto concordato con lo stesso Morris prima della sua scomparsa. I recenti gruppi. scultorei di. Morris testimoniano il crescente interesse dell’artista per la. figura umana e per l’ opera dei maestri del. passato, segnando una svolta anche nel. suo vocabolario formale che sembra affrancarsi definitivamente dal. senso di ordine. e astrazione tipiche di. una parte dell’avanguardia americana per orientarsi verso elementi più. marcatamente barocchi e allegorici. In. questa esposizione, oltre ai. richiami a Donatello risuonano espliciti anche quelli a Rodin, ai tardi disegni di Francisco Goya, alle statue piangenti dello scultore gotico Carl Sluter. Utilizzando materiali associati alla pittura, come il. lino belga e la vernice, per formare sudari di. figure scultoree, Morris crea notevoli tensioni: tra l’apparente presenza delle figure e la. loro assenza, tra. l’idea di scultura come un’arte eminentemente spaziale e quella dei. gruppi di. figure interagenti tra. loro che rivela un trattamento quasi pittorico e, i confine, tra lo spettatore e la sua percezione di ogni singola scena.


Monumentum
Robert Morris 2015 – 2018

Dal 15 ottobre 2019 al 1 marzo 2020

Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea
Roma

A cura di Saretto Cincinelli


Novità a Palazzo

Presso la Galleria Nazionale di Arte Antica di Palazzo Barberini sono state riaperte 10 sale che hanno avuto un completo riallestimento; non solo i dipinti sono stati sistemati secondo un ordine cronologico e geografico ma si è intervenuti sulla pittura delle pareti, sull’esposizione, sull’apertura delle finestre, sugli apparati didattici bilingui, sui pannelli esplicativi, sulla posizione delle luci sia che si rivolgano ai quadri sulle pareti che ai soffitti affrescati.
Gli 80 dipinti sistemati nelle sale coprono un periodo di alcuni decenni compresi tra la fine del ‘500 e la prima metà del secolo successivo.
Si inizia con quadri della fine del XVI secolo con opere degli ultimi manieristi per passare alla pittura veneta con dipinti di Bassano, Tintoretto, El Greco ed un quadro di scuola di Tiziano. Segue una Galleria con la volta affrescata da allievi di Pietro da Cortona su suoi disegni e sulle pareti due gustose scene di genere raffiguranti una macelleria e una pescheria del Passerotti e si entra in un piccolo locale di forma quasi quadrata con soffitto a volta, finora chiuso al pubblico, con affreschi neoclassici; nella sala è esposto un piccolo trittico dipinto ad olio su rame ed ebano opera di Annibale Carracci coadiuvato da Innocenzo Tacconi, il piccolo tabernacolo fu dipinto ai primi del ‘600 per il Cardinale Odoardo Farnese.
La sala successiva espone tre grandi quadri, opera di Paul Bril, dipinti per la famiglia Mattei e rappresentanti alcuni dei loro feudi. Le quattro sale successive ospitano numerosi quadri di autori caravaggeschi italiani e stranieri, due o forse tre dei quali del Caravaggio stesso.
L’ultima sala infine è una splendida rassegna della pittura emiliana con dipinti di Guercino, Domenichino, Reni, Lanfranco; una parete è dominata da una grande pala d’altare del Domenichino con la Madonna fra i Santi Giovanni e Petronio dipinta, quattro secoli fa, per l’altare maggiore dell’omonima chiesa dei Bolognesi a Roma. Particolare interesse desta il famoso quadro di Beatrice Cenci da sempre attribuito a Guido Reni mentre studi recenti lo ritengono di un anonimo volto femminile dipinto da una poco nota pittrice bolognese, Ginevra Cantofoli.
L’odierno allestimento segue quello dell’ala sud dello scorso anno e precede quello che verrà inaugurato a ottobre nelle sale del ‘500; nel 2021 i lavori si concluderanno con il riallestimento del piano terra.


Gallerie Nazionali Barberini Corsini

Palazzo Barberini
via Quattro Fontane, 13
Roma

orario:
martedì/domenica
8,30/19,00


Nome francese animo romano

Alla Galleria Borghese si è aperta una fastosa mostra sull’opera del grande argentiere ed orafo della seconda metà del XVIII secolo Luigi Valadier. L’artista nacque a Roma nel 1726, figlio di Andrea abile artigiano francese, che si trasferì in città nei primi decenni del ‘700 e vi aprì una bottega affermata in cui lavorò anche il figlio che lo sostituì nel 1759. Luigi raggiunse ben presto grande fama ricevendo prestigiose commissioni dal Papa e da sovrani, da principi e cardinali, da chiese e conventi. Particolarmente intenso fu il rapporto con la famiglia Borghese per la quale operò nella cappella di famiglia in Santa Maria Maggiore e in quella del SS.Sacramento in San Giovanni in Laterano; lavorò anche nel Palazzo di città e soprattutto nella Villa Pinciana dove collaborò alla  decorazione dell’interno secondo il nuovo stile neoclassico che si stava affermando in sostituzione del tardo barocco.

Di questo stile il Valadier fu un deciso interprete rivisitando con talento personale il mondo classico imitando sculture greco-romane od integrandole. Presso la sua bottega si formò il figlio Giuseppe che fu un famoso architetto tra gli ultimi decenni del ‘700 e i primi dell’800 e di cui opera somma resta Piazza del Popolo. Ignote sono le ragioni, forse economiche,  che spinsero l’artista a morire suicida nel Tevere nel 1785.

La mostra espone una novantina di opere di vario tipo provenienti da collezioni pubbliche e private, italiane ed estere. Si apre con due grandiose lampade in argento, in parte dorato, prodotte nel 1764 ed inviate al Santuario di Santiago de Compostela; per la prima volta sono stare rimosse, restaurate ed inviate alla mostra. Nel grande salone d’ingresso fanno bella mostra opere di una certa dimensione: sei statue di santi, in argento e metallo dorato, provenienti dalla Cattedrale di Monreale, una statua in bronzo di Antinoo, ora al Louvre, parecchi grandi candelabri della Chiesa di Sant’Apollinare, ed un’erma di Bacco in marmi colorati facente parte dell’arredamento della Villa unitamente a tavolini anch’essi composti di marmi intarsiati.

Il piano terra ed il primo piano ospitano una serie di opere che spingono il visitatore in una intrigante caccia al tesoro per identificare quanto è di mano del Valadier disseminato tra i tanti capolavori ospitati nella Galleria. Si scopre il servizio da messa del Cardinale Orsini, proveniente dalla Cattedrale di Muro Lucano, elementi in argento, con stemma Chigi, di un servizio da tavola, la ricca composizione con al centro un cammeo di Augusto di epoca romana, uno splendido “deser”, centrotavola in metallo e marmi di vari tipi con numerosi elementi riproducenti statue e monumenti classici. Quello esposto fu di proprietà dell’imperatrice russa Caterina II ora a San Pietroburgo. Si susseguono bronzetti, candelabri in marmo e bronzo dorato, splendidi vasi in porfido e metalli ed una ricostruzione in marmi colorati del Tempio di Iside a Pompei commissionato da Maria Carolina d ‘Austria.

Nel piano sotterraneo sono esposti numerosi disegni del Valadier tra cui spiccano quelli tratti da un album conservato nella Pinacoteca Comunale di Faenza e rappresentanti elementi di un capolavoro che purtroppo non esiste più; il magnifico servizio da tavola in argento predisposto dall’artista per i Borghese e purtroppo fuso, a fine ‘700, per pagare il tributo di guerra imposto da Napoleone a Papa Pio VI.

L’esposizione è una interessante cavalcata nel mondo del tardo XVIII secolo e nella vita delle classi agiate.

E’ stata sponsorizzata da Fondazione Fendi, Banca Intesa San Paolo, e Fondazione Sacchetti. In precedenza, nel 1997, fu organizzata, a cura di Alvar Gonzalez-Palacios, una grande e ricca mostra dal titolo “Ori di Valadier” presso l’Accademia di Francia a Villa Medici.


Valadier
Splendore nella Roma del Settecento

Dal 10 ottobre 2019 al 2 febbraio 2020

Galleria Borghese
piazzale Scipione Borghese 5
Roma

Orario:
da martedì a domenica
dalle 9,00 alle 19,00

Prenotazione obbligatoria:
06/32810

Catalogo edito da Officina Libraria


Michelangelo e i suoi seguaci

Michelangelo si considerava in primo luogo architetto e scultore e solo secondariamente pittore e spesso si divertiva a prodursi in piccoli disegni, per lo più di soggetto sacro, che non erano bozzetti per dipinti in scala più grande ma omaggi per i suoi amici ed estimatori. Questi disegni, definiti dagli storici dell’arte “cartonetti”, incontrarono fama e successo e spesso vi furono committenti che richiesero a pittori della metà del ‘500 di trasformare i disegni in quadri di maggiori dimensioni.

Presso la Galleria Nazionale di Arte Antica i curatori Francesca Parrilla e Massimo Pirondini hanno presentato una mostra, frutto dei loro studi e ricerche, dal titolo “ Michelangelo a colori. Marcello Venusti, Lelio Orsi, Marco Pino, Jacopino del Conte”, tutti artisti di buona fama appartenenti alla corrente nota come “ manierista”.

I curatori espongono le copie di cinque cartonetti, gli originali sono molto usurati e non è opportuno spostarli, e nove dipinti che si ispirano ai disegni michelangioleschi. Due piccoli quadri fiancheggiano un disegno con “L’Annunciazione”, uno è opera di Marcello Venusti ed è una copia in formato ridotto di analoga pala d’altare della Chiesa di Santa Maria della Pace, ora perduta, l’altro di Lelio Orsi, leggermente variato rispetto al disegno, ha avuto una storia interessantissima. Dipinto per un nobile di Novellara è stato a Roma, in Inghilterra, in Argentina per tornare finalmente in Italia attribuito prima al Correggio come risulta da una perizia firmata, nella seconda metà del ‘600, da molti pittori presenti all’epoca a Roma quali Ferri, Ghezzi, Maratti e poi al Venusti.

Solo nel 1950 Federico Zeri lo riconobbe come opera di Orsi; attualmente si trova nel Museo Gonzaga di Novellara. Anche il disegno rappresentante “L’Orazione nell’Orto” è affiancato da due quadri, di misura leggermente superiore, ambedue opera del Venusti, dipinti in epoca diversa e con differente uso del colore. La “Deposizione dalla Croce”, ispirata alle varie omonime opere di Michelangelo, si presenta con un quadro di Jacopino del Conte e con un altro del Venusti ritrovato nei depositi dell’Accademia di San Luca e restaurato per l’occasione. Il “Cristo Vivo sulla Croce”, che si rifà al Cristo Triunphans medioevale, è interpretato in maniera differente dal Venusti che popolò il dipinto con altre figure e da Marco Pino che lasciò l’immagine di Cristo isolata su uno sfondo molto scuro. Il disegno noto come “Madonna del Silenzio”, conservato in una collezione privata inglese, ha ispirato un piccolo quadro, attribuito dubitativamente al Venusti, divenuto una sorta di icona della Sacra Famiglia.

La mostra è di modeste dimensioni ma interessante per la qualità dei dipinti esposti e per le vicende storiche ad essi collegate ben chiarite nel catalogo.


Michelangelo a colori
Marcello Venusti, Lelio Orsi, Marco Pino, Jacopino dal Conte

Dal 10 ottobre al 6 gennaio 2020

Palazzo Barberini
via Quattro Fontane 13
Roma

Orario:
mertedì/domenica
8,30- 19,00